Il caso Shalabayeva è più aperto che mai

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Il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, leggiamo con tristezza che:

Con un avviso di conclusione indagine di 22 pagine, il Procuratore di Perugia Luigi De Ficchy e i sostituti Antonella Duchini e Massimo Casucci, travolgono e annunciano di fatto il processo a due dirigenti di vertice della Polizia di Stato – Renato Cortese, attuale direttore del Servizio Centrale Operativo e all’epoca dei fatti capo della squadra mobile di Roma, e Maurizio Improta, già capo dell’Ufficio Immigrazione e oggi questore di Rimini – accusandoli di una “extraordinary rendition” [il riferimento è ad Alma Shalabayeva e alla piccola Alua] dissimulata da regolare procedimento di espulsione grazie ad una ininterrotta sequenza di falsi, abusi, omissioni, con la complicità di altri 9 indagati: il giudice di pace Stefania Lavore che avallò la consegna al Kazakhstan, tre diplomatici dell’ambasciata kazaka a Roma (l’allora ambasciatore Andrian Yelemessov, il primo segretario Nurlan Khassen e l’addetto agli affari consolari Yerzhan Yessirkepov) e cinque funzionari di polizia già in servizio alla Mobile di Roma e all’Ufficio immigrazione. (fonte la Repubblica.it)

I 35 lettori di Leo Rugens sanno con quanta pazienza e dedizione seguiamo la vicenda e altrettanto sanno che alcuni protagonisti devono ancora essere chiamati a rispondere del loro operato, primo fra tutti il ministro dell’Interno Alfano, giacché, come insinua tra le righe Carlo Bonini, o non controlla i suoi uomini oppure li controlla benissimo e delle due non so cosa sia peggio.

Bisogna dire che l’eterogenea accozzaglia di personaggi coinvolti merita assoluta attenzione, giacché, tolti i kazaki che in fondo hanno fatto solo il loro mestiere seppur male, gli altri, appaiono per quello che sono, comparse prive di alcun ruolo primario e soprattutto prive di spina dorsale.

Immaginare che abbiano preso ordini direttamente dai kazaki o che abbiano agito di loro iniziativa falsificando tutto il possibile e forzando le procedure di espulsione non lo può credere neppure una bimba di nove anni qual è ora la piccola Alua.

Lo crederanno tuttavia molti italiani, gli stessi che credono di cambiare il mondo con un Sì e che saltano volentieri la fila o che pendono dalle labbra di Vespa o che ritengono la Boschi un ministro degno del ruolo che ricopre.

Del resto, se dei poliziotti, lasciati in balia di se stessi, altro che le barzellette sui carabinieri, non hanno ricevuto il tempestivo soccorso di coloro i quali sono chiamati o sarebbero chiamati a sorvegliare la sicurezza del Paese, disponendo di strumenti ben più sofisticati (c’è da chiedersi se poi li saprebbero utilizzare) non è certo responsabilità dei suddetti.

Del resto, come scrisse Alberto Massari nel 2013,

L’espressione del subconscio di una nazione è il suo servizio segreto” scrive John Le Carré nel suo romanzo più noto La Talpa. Il subconscio è una delle peculiarità dell’intelligenza umana.

L’assenza (di questo si tratta) di un servizio segreto ‘intelligente’ rende l’Italia una realtà storica-culturale-giuridica senz’anima, senza sovranità, incapace di riconoscersi.

Quando un individuo sviene o, addirittura, muore si dice che ‘perde conoscenza’. Così è ridotta oggi l’Italia.

L’episodio della deportazione [ndr] della signora Alma Shalabayeva e di sua figlia ci coglie in questa ennesima perdita di conoscenza. La Repubblica è senza strumenti di attività di reperimento, raccolta e collegamento d’informazioni utili a prendere decisioni per la propria sicurezza.

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Ebbene, se un uomo non ha il coraggio non se lo può certo dare e mentre i kazaki se la sono rischiata e giocata, i funzionali di polizia italiani hanno dimostrato una sudditanza verso i superiori che li ha portati a commettere degli illeciti gravissimi per paura o per opportunismo, viene da domandarsi. Che una certa mentalità criminale debba appartenere all’investigatore per pensare come gli individui cui da la caccia è fatto ben noto dai racconti di E.A. Poe, che abbia la libertà di esplicarla No e poi No. Eppure ciò è avvenuto in modo eclatante, tanto più intorno a un affaire di rilevanza internazionale. Possibile che nessuno ci abbia messo sopra la testa? Possibile che dei funzionari di polizia abbiano saputo e potuto falsificare documenti fingendo di non capire che la Francia stava dando protezione ad Ablyazov? Perché chi aveva gli strumenti per interpretare le mosse degli scacchisti francesi ha lasciato che i nostri facessero una figura di merda colossale demolendo la reputazione della Polizia di Stato?

Forse che dopo aver spremuto un po’ di soldi ad Ablyazov i soliti noti se ne siano fregati e siano tornati a farsi i fatti loro?

Ora è il momento della verità che nessuno vuole, degli articoli scritti su ordinazione, tagliati e cuciti con l’abilità sartoriale che la grande tradizione italo-francese sa offrire a un pubblico alle prese con le stronzate della moglie di Brunetta.

Ecco, cari Cittadini del Movimento 5 Stelle, è venuto il momento della resa dei conti a meno che la trasferta kazaka per incontrare la signora Shalabayeva non fosse altro che un cambiare aria, il che non credo. È ora di affondare il colpo, di chiamare Alfano a rispondere, di chiamare l’allora capo della sicurezza dell’ENI, «che – viene documentato ora dall’indagine  –  avrebbe messo a disposizione dei kazaki, attraverso una sua società, aereo e pilota per questa “extraordinary rendition”».

Il Grande gioco non dorme mai e bisogna essere liberi per giocarlo, cari amici e cari lettori.

Dionisia

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