Un signore, Sergio Carminati, scrive a un lettore che aveva banalmente ribloggato un mio post

Tale Sergio Carminati, che ignoro chi sia (ritengo un parente), letto un post ribloggato su uno dei tanti luoghi telematici dove le proprie opinioni personali pervengono liberamente, mi da sostanzialmente del “ladro”. Il che è già un fatto divertente (se non parlassimo di tragedie) e paradossale. Il lettore attento usa il termine “rubacchiare” per criticare quella che è una pratica consolidata e cioè l’uso documentale delle fonti aperte. Non era mio interesse arrivare primo o secondo in niente, caro Sergio. Sono altre le primogeniture a cui mi appassiono e di cui mi diletto, avendo 70 anni, e interessandomi di cose complesse (in prima persona e da prima che il “parente”(?) irrompesse sulla scena della destra eversiva), da prima, dicevo, di quel bravo ragazzo che è stato, nell’ambiente (capisci a me, caro Sergio!!!), Massimo Carminati. 

La differenza tra un semplice ritaglia e incolla a cui il nostro Sergio allude e me è, banalmente, data dall’essere stato (tra l’altro) “ragazzo di bottega”, a via Tacito 50, nel luogo dove si redigeva OP Osservatorio Politico Internazionale di Carmine Pecorelli (sono stato il primo confezionatore allestitore dell’agenzia riservata OP prima ancora che divenisse un settimanale distribuito nelle edicole), cognome che ad un Carminati, dovrebbe dire qualcosa.Non fosse altro perché, a lungo, Massimo è stato ritenuto uno degli assassini di Mino. 

Senza aggiungere di essere stato, sempre parlando di me in chiave autobiografica, presso la tipografia Abete, di via Prenestina, presto la mattina del 20 marzo, uno degli ultimi a vedere entrare, ancora vivo, Pecorelli, nello stabilimento, perché era venuto personalmente a consegnare le bozze dell’ultimo numero del settimanale a cui tanto teneva.  A sera venne ucciso e non sono stato io ad essere sospettato dell’omicidio mail suo Massimo Carminati. Forse, superficiale e ingenuo Sergio, la vita è più complessa di come appare e prima di far partire il dito semplificatore, si dovrebbe riflettere più volte.   Comunque, pur comprendendo la difficoltà di portare un cognome impegnativo, se uno si documentasse prima di far partire quel dito denigratore e riduttivo, scoprirebbe che sono stato sin dal 4 dicembre 2014 (e non per interesse alcuno) un “teste a discarico” (solo nel web, ovviamente) del già troppo inguaiato Massimo Carminati, proponendo, nelle stesse ore in cui lo faceva Giuliano Ferrara, considerazioni sul fatto che forse non di “Mafia” (e quindi non di 41 Bis da applicare) si trattava. Le strutture criminali a cui Massimo Carminati ha appartenuto, sono realtà complesse ma che vengono caratterizzate da criteri di reclutamento che chiamerei “laici” cioè meno rigidi nella selezione del personale da affiliare. Nella holding criminale degli ultimi anni settanta c’era di tutto ma meno che dei veri “uomini d’onore” nel senso culturale fino a quel momento in auge dentro e fuori la Mafia siciliana. I ragazzotti venivano usati ma non erano certamente “mafiosi”. Rapinatori coraggiosi. Punto. Manco a parlarne della ‘ndrangheta. Servo di verità quindi e non ladro di scampoli di notizie. Perché, ancora lo penso, non di Mafia si tratta nel processo in corso ma di putrescenti rapporti tra alcuni ambienti ed altri, patrimonio di relazioni di un passato ereditato da alcuni  che avevano frequentato sia la destra romana eversiva (che conosco come le mie tasche) e la criminalità sviluppatasi, all’ombra della P2, post presenza e gesta dei corso-marsigliesi a Roma. Che altrettanto penso di sapere chi siano stati. Tutte “letture” (estrarre dalla realtà ciò che c’è ma non si vede) fatte in prima persona perché, mentre avvenivano le cose, io c’ero. Non solo “c’ero”, ma le “persone” alla Massimo Carminati (alla Enzo Maria Dantini, alla Fabio De Felice,  alla Claudio e Wilfredo Vitalone o alla Giorgio e Nando Paradisi, o alla Licio Gelli o alla Pier Luigi Concutelli, per fare esempi di ambienti solo apparentemente scollegati tra loro) non sapevano neanche che io esistessi mentre, a me, loro, erano tutti perfettamente noti nei loro pensieri reconditi. Loro e il loro agire criminale. Io vengo da un mondo che affonda le radici in quegli anni in cui dei ragazzotti violenti, nei licei romani, hanno ritenuto di potersi fare “re”, mentre erano ragazzi che, seguendo questa deriva, passo dopo passo, atto criminale dopo atto criminale, contaminazione dopo contaminazione, si sono ritrovati nella Cloaca Massima, dopo aver passato l’adolescenza a sentirsi patrioti nazi-maoisti, lottopopulisti, terzoposizionisti, guerriglieri urbani senza scopo se non arraffare denaro ed emozioni forti. Dai cavalli che vincono se si decide che debbano vincere, alla cocaina che alla fine è lei che, a molti di loro, li ha fatti apparire – ad altri giovani – dei coraggiosi o degli spregiudicati ed abili rapinatori. 

Realtà che ho visto nascere (osservandole non visto) e che hanno allevato culturalmente anche persone come il tragicamente dannato Massimo di cui lei sente il diritto/dovere di difendere l’onore.  Libero di farlo. 

Per fortuna, nonostante l’età avanzata (come detto sono un vecchio signore), abbiamo altro da fare, che scrivere libri. Viviamo coerentemente nell’amore per l’Italia, che abbiamo amato e continuiamo ad amare da prima che Massimo Carminati si riempisse la bocca di parole superficialmente “nazionaliste”, vaniloqui che con il rispetto della Nazione e degli Italiani, nei fatti, nulla avevano a che fare.

Comunque, sappia che, come già detto, lei si è riferito, al pensare e allo scrivere, di uno dei pochi che – subito – ha detto pubblicamente (e in data non sospetta) che non di Mafia si trattava ma di “vite perdute”, di corrotti e di piccole/grandi prepotenze. Cose gravi/gravissime ma non di Mafia si trattava e si tratta. Come il tempo mi darà ragione.

Se ha piacere, comunque, caro Sergio, mi scriva. La vita, lo ricordi, è più complessa di come appare.

Oreste Grani

Con i detenuti al 41 bis è estremamente difficile comunicare. comunque se lei è parente e lo può fare, dica a Massimo che si può riscattare (non fa mai male farlo) raccontando con chi (nomi e cognomi) ha “steccato” il bottino di quella penetrazione con estro. E non parlo del denaro. 

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