Come perseguivo, Sergio Carminati (fratello di Massimo) mi ha scritto. E di questo lo ringrazio

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Gentile Sergio Carminati, apprendo che del fratello di Massimo si trattava. Come ho lasciato scritto negli altri recenti post che ho dedicato alla vicenda giudiziaria capitolina, lei ha tutti i diritti legali e morali di rivendicare innocenze o altro di suo fratello. Al tempo, se avesse letto con maggiore attenzione cosa scrivo dal 4 dicembre 2014 nel mio marginale ed ininfluente blog, si sarebbe reso conto che si trovava di fronte ad una tra le pochissime fonti aperte che hanno posto in dubbio l’impianto accusatorio. Capisco che avendo da seguire ben altre problematiche le sia sfuggito questo particolare che a mio modesto avviso non è però cosa di poco conto: io non credo che ci si trovi di fronte ad un fenomeno mafioso perché (e l’ho scritto), la Mafia è altra cosa.

Inoltre lei fa riferimento, via telematica (saprà quello che dice), al fatto che suo fratello non si è mai macchiato di delitti di sangue. Per i lettori che eventualmente non sapessero di cosa si tratta, il signor Sergio Carminati asserisce che suo fratello non ha mai ucciso nessuno e che le carte giudiziarie, passate in giudicato, lo confermano.

Aggiunge che mi potrebbe querelare (così ho capito) per aver (chiunque avrebbe capito che era un gioco di provocazione) insinuato che il fratello Massimo mi avrebbe anche potuto, una volta uscito, uccidere. Per chiarezza dico, senza imbarazzo, che Massimo Carminati, ritengo abbia altro da fare che pensare a tacitare questo anziano marginale ed ininfluente signore. Se viceversa, per motivi bizzarri, ne avesse interesse, voglia, denaro, tempo, faccia pure e vedremo come va a finire. Prima di querelarmi, comunque, caro Sergio, le consiglio di riflettere sulle famose due fatiche su cui da ragazzi si scherzava e, al tempo, di andarsi a vedere di quali indizi autobiografici è disseminato il blog. Dal primo post.

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Compreso alcuni nomi noti a pochissimi (E.M.D. l’ingegnere di Arte Mineraria, ad esempio, che, se lei fosse coetaneo di suo fratello e cresciuto negli stessi ambienti politici, dovrebbero ricordare chi fosse e cosa sapesse in realtà fare) che dovrebbero suggerire una qualche prudenza nel generalizzare giudizi.

Io ero e sono interessato (e per questo ho “pasturato” nel web) a che suo fratello consegni al Paese i nomi delle figure (non i suoi complici nell’episodio specifico), anche istituzionali (così si intuisce dal suo dire e dai toni delle sue dichiarazioni) con cui ha programmato il gravissimo episodio dello svuotamento delle cassette della Banca del Tribunale di Piazzale Clodio.

Come ho detto e lo ridico, nelle ore successive all’arresto di Buzzi, di Carminati e degli altri, ho detto subito che non mi sembrava un cupola mafiosa.

L’ho scritto è l’ho lasciato nel web. Ho anche detto (e lo ribadisco) che, per molti anni, la vita di suo fratello (lei ha diritto a difenderne l’onore ad oltranza) è stata tutt’uno con gravissimi episodi di criminalità accertati e le frequentazioni – altrettanto accertate – erano con figure che, per loro stessa ammissione, hanno sparso, e in abbondanza, sangue. Punto. So bene cosa voglia dire quando teorizza la pericolosità delle calunnie, degli stereotipi e dei luoghi comuni perché ne sono stato colpito personalmente e mi sono interessato professionalmente di “misure attive” e di disinformazioni artatamente costruite ma, non potendo in alcun modo sciogliere i dubbi (lasci perdere che è stato assolto) se Massimo sia stato o meno l’assassino del mio primo datore di lavoro (Carmine Mino Pecorelli), posso solo, se ne avesse piacere e se lo ritenesse opportuno, darle spazio per qualunque affermazione volesse fare utilizzando il mio ininfluente e marginale blog.

Torno alla pasturazione da me messa in atto e alla sua dura ma interessante risposta. Facciamo l’esempio paradossale che lei abbia ragione (Massimo non ha mai ammazzato nessuno e contro di lui c’è, di fatto, da trent’anni, una congiura) e vediamo cosa fare per servire, di comune accordo, la verità e con essa la Repubblica e la nostra gente incolpevole di tutto. Come vede una mini testata/tribuna l’ha trovata. Perché a differenza dei “plurali (voi, voi, voi) che ha voluto usare (capisco lo sfogo e la stanchezza senza limiti che deve provare), io sono io e gli altri sono ciò che sono. Il 41 bis dicono che sia un inferno e mi immagino umanamente come suo fratello sia provato. Ora sono io che le voglio fare la domanda regina sperando di non sbagliarmi nell’aver capito male.

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Se viceversa ho capito bene, suo fratello ha detto, nell’udienza del 22 novembre u.s., al Tribunale, sostanzialmente, di smetterla di porsi il problema della larghezza dei suoi mezzi finanziari perché quel denaro (che mostra ancora oggi di avere nelle disponibilità) era quello che si era procurato con il famoso scasso con abilità: dalle cassette era uscito un vero tesoro. Ora questo aspetto della vicenda è degno di una storia cinematografica perfino divertente perché, come lei sostiene, non perseguita versando sangue umano.

Lei parla elettronicamente con una persona che capisce profondamente la differenza tra opera dell’ingegno (come può essere stata quella incursione nel caveau) e la violenza accertata di tutti i maggiori componenti delle organizzazioni criminali (politiche e tradizionali) che suo fratello ha frequentato.

Su questo siamo d’accordo? Oppure tutti quelli che vivevano a Roma negli anni settanta/ottanta/novanta e su, su, fino ad oggi, ogni volta che in un verbale, o in una confidenza, o in una confessione spontanea hanno “chiamato” il nome di Massimo Carminati, mentivano, sapendo di mentire, in modo coordinato e continuativo? Rimane il fatto che, sia pur con geniale abilità, riuscendo a non sporcandosi le mani, Massimo Carminati è stato, per concorso morale, un omicida.

Nelle B.R. dei miei tempi, prendevi l’ergastolo per concorso morale e appartenenza ad una banda armata. Io riuscii a tirar fuori da Rebibbia un ragazzo  (Stefano L.) che aveva frequentato da minore la lotta armata e a cui avevano appioppato il “concorso morale”.  Quando nella “giuridica radicale” lottavamo contro la Legge Reale si poteva rimanere in carcere 11 anni in attesa di giudizio. E non ricordo di aver mai sentito nominare un “carminati” ne Sergio, ne Massimo coinvolti nella lotta per il diritto e contro le leggi liberticide.

Anche Renato Curcio non aveva mai ammazzato nessuno eppure era sostanzialmente responsabile morale di tutto quanto le colonne brigatiste aveva fatto a seguito dei suoi insegnamenti e suggestioni culturali. Così Antonio Negri e tanti altri.

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Lei mi vuol dire che suo fratello era un cazzone qualunque? Bene, io invece dico che suo fratello non era un cazzone qualunque e che lo venni a sapere dall’ing. E.M.D. che me lo disse personalmente dicendomi che, a Roma, Massimo era seguito e “stimato”, negli anni della follia politica e dei gesti estremi. Che Massimo fosse una forte personalità (va bene così?), me lo confermò, in altro ambiente (Banda della Magliana), il fratello di Giorgio Paradisi, Nando, sempre personalmente. Per non dire del questore Domenico Spinella che, avendo investigato per anni la “destra”, parlandomi delle figure di coordinamento e di spicco di quella zona d’ombra che si era generata tra (semplifico) criminalità, destra armata e servizi segreti (tenga conto che nelle questure i “servizi” non erano ben visti!) mi aveva, sempre personalmente, citato suo fratello. Per passare a elencare figure che provenivano dal nazi-maoismo di Lotta di Popolo, Terza posizione che riconoscevano modelli operativi e stili nelle violenze che venivano perpetuate, in città, in quegli anni e che non poche volte mi fecero il nome di suo fratello. Si sbagliavano tutti e tutti erano coordinati da un solo pensiero calunnioso? Oppure suo fratello fu solo abile a non farsi mai trovare con le mani sporche di sangue. Ai posteri, come si diceva un tempo, l’ardua sentenza.

Mi fermo perché lo spirito di questo post non vuole essere polemico ma, eventualmente, laico e disponibile. Certamente nella difesa ad oltranza del vostro diritto familiare alla difesa della “vostra” verità. Che avvenga quindi questa difesa ma che, oltre che tecnico giuridica (come deve essere), sia politica e sostanziale. Come dico dal primo giorno, Massimo Carminati non è un mafioso e non deve essere ristretto al 41 bis. Dico anche che, se si ricorda un barlume dei sentimenti patriottici che lo animarono da giovane studente, deve utilizzare anche la situazione di disagio estremo, in cui si trova, per raccontare quanto sa, da testimone/protagonista di quegli anni e in particolare con chi decise la dinamica dello svuotamento di quelle cassette.

Quella notte si consumò un episodio miliare della Seconda Repubblica e difficilmente ne avremo mai una Nuova se non si chiarisce come fu spartita quella “refurtiva”. E non parlo del denaro. Questo è, nella mia semplicità, il fine dell’aver scritto (anche in modo rude) di suo fratello, fino ad aver provocato la sua/vostra reazione.

Suo fratello che, drammaticamente e assecondando la sua natura ribelle ed estremista, sta pagando un prezzo (giusto o non giusto lo sa solo lui) per una intera generazione maledetta e solo capace di azioni violente senza sbocco costruttivo.

Se considera che mai avrei applicato il 41 bis a Massimo Carminati (come ho detto poche ore dopo l’arresto) in quanto non certo un “mafioso”, capisce certamente che la mia prosa aveva altre finalità.

Che ho in parte raggiunto. Non a caso ci stiamo parlando, sia pur per interposta persona elettronica. Grande la RETE! Se lei, oltre che minacciarmi di risibili querele (con la vita che ho fatto può immaginare che razza di paura può farmi una querela?), è pronto a razionalizzare i suoi sfoghi, questo blog, nella sua semplicità, ininfluenza, marginalità è disponibile a pubblicare (e a far pubblicare) quanto lei e suo fratello riterrete opportuno. Questo in spirito di “servizio” e in chiave sussidiaria alla comunità italiana che ha diritto alla verità. Anche della “vostra” verità.

Rimango in disponibile e fiduciosa attesa.

Oreste Grani/Leo Rugens

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