Il Canale di Suez 22 – Pompeo De Angelis

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Lesseps apprese la morte di Said Pascià mentre si spostava da Timsah a Kantara: “Sono disperato, non a causa della mia impresa per la quale conservo la fede più serena, malgrado tutte le difficoltà che potranno sopravvenire, ma per questa crudele separazione da un vecchio amico che, in 25 anni, mi ha donato tante testimonianze di affetto e di confidenza. Fino al mio arrivo ad Alessandria rivivo nel mio spirito le circostanze delle nostre relazioni durante la sua infanzia. Prima di riposarmi, mi affretto a domandare alla nobile e degna principessa di farmi entrare nella moschea di famiglia dove è stato deposto il corpo del principe. Vi resto chiuso per un’ora, senza testimoni, la testa appoggiata sul turbante del morto.” Ora il Presidente dell’impresa di Suez doveva affrontare un nuovo padrone dell’Egitto, che automaticamente diventava suo socio. Said era franco e disposto alla gaiezza, Ismail copriva le proprie intenzioni e il proprio umore. Sua Altezza Ismail aprì la sua reggenza con grandi promesse. Assicurò tutte le riforme possibili volendo promuovere una era di progresso dell’umanità illuminata dalla civiltà egiziana antica e moderna. Said non si era mai elevato a tanta presunzione, anche se aveva creduto alla congiunzione fra Oriente e Occidente. Ismail convocò i consoli europei ed espose il suo programma da persona educata in Francia e ispirata dall’Europa dei diritti dell’uomo e dagli Stati Uniti d’America del diritto alla felicità del popolo. Promise la costituzione di un Consiglio supremo della pubblica istruzione, affidato Koenig-Bey, l’uomo che aveva costruito la scuola egiziana sotto Said Pascià e diede la direzione dell’accademia di medicina a un altro francese, il dott. Burguiere-Bey. La scuola militare avrebbe riaperto un collegio nuovo al Cairo. Tutto nella continuità.

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Fece scalpore presso i diplomatici la sua decisione di istituire un Libro del Debito Pubblico, in cui tutte le spese sarebbero state registrate e controllate. Gli acquisti sarebbero stati annunciati per tempo in modo che industriali e fabbricanti potessero gareggiare nel proporre la loro merce e i loro prezzi. Disse che tutte le risorse dell’Egitto dovevano essere dedicate all’agricoltura, al commercio e ai lavori di pubblica utilità. Said apparve come un politico indeciso a confronto con il nuovo riformatore. Ismail, il 18 gennaio 1863 ricevette Lesseps e lo informò che niente cambiava nel suo governo in rapporto al canale di Suez. Lesseps forse credette a queste suggestioni, o forse conosceva troppo bene il personaggio da sapere che bisognava assecondarlo, mentre il canale marittimo procedeva verso Suez e il rapporto con il viceré andava immediatamente accomodato, facendo leva sulla vanità. Rinunciò alla sua città sul bordo del lago Timsah, rinunciò a chiamarla Ferdinandville e, il 4 marzo, la dedicò a Ismail, battezzandola Ismaylia. Non accennò a quanto questa rinuncia costasse al suo cuore, ma gli interessava dimostrare al mondo i buoni rapporti con il principe che in quei giorni soggiornava a Istanbul per ricevere l’investitura dal sultano Abdul Aziz.

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Ismail Pascià ritornò ad Alessandria il 10 marzo e trovò ad attenderlo Lesseps e Tastu, il nuovo console francese in Egitto. Disse loro che il sultano avrebbe contraccambiato la visita da lui fatta e che presto lo avrebbe ricevuto al Cairo. Era urgente concludere le pendenze fra il governo egiziano e la Compagnia Universale prima di questo evento e che bisognava chiudere le questioni lasciate in sospeso da Said. Furono perciò firmate due convenzioni, una del 18 e l’altra del 20 marzo 1863. Quella del 18 stabiliva la restituzione al governo egiziano delle terre irrigue lungo il canale dell’acqua dolce dal Cairo a Oudy. Rimanevano ancora nel diritto della Compagnia i tratti da Oudy alla città di Ismaylia. La convenzione del 20 marzo riguardò una rivalsa della Compagnia che chiese la liquidazione del debito del governo egiziano nei suoi confronti. Dei 53. 292.000 di franchi sottoscritti in azioni, il Tesoro egiziano aveva pagato 15.248.042 delle azioni, e inoltre vantava a suo favore 3.777.423 per le spese anticipate e per gli interessi, prima della formazione della Compagnia. Il governo egiziano accettò di saldare il debito rimanente di 35.151.097 in rate mensili di 1.500.00 al mese a partire dal 1° gennaio 1863, con questo coprendo i costi della gestione dell’impresa dei canali per due anni. In questi incontri, gli interlocutori discussero anche dell’impiego della manodopera indigena. Ismail Pascià spiegò che non poteva più assicurare il reclutamento di 30-40.000 operai l’anno, in due ondate, perché voleva rilanciare l’agricoltura e i fellah dovevano rimanere nei campi: il suo argomento fu che mille franchi di semenze gettate nel fertile suolo egiziano avrebbe reso cento volte tanto e che voleva seminare più mille franchi possibile. L’Egitto richiedeva più investimenti, per ottenere i quali si avrebbe chiesto prestiti ai capitalisti europei, ma più si fosse indebitato tanto più si sarebbe arricchito. Sentenziò: buoni affari per l’Egitto e per l’Europa! Egitto, terra dal suolo fecondo, terra delle meraviglie e dei sovrani audaci! Aggiunse: “Nessuno è più canalista di me, ma voglio che il canale sia dell’Egitto e non l’Egitto del canale.” Lesepps capì l’antifona e si impegnò a ridiscutere il decreto egiziano del 20 luglio 1856 che aveva stabilito le regole di impiego di operai fellah nei lavori del canale di Suez. Avvertì i vertici della Compagnia del canale di rinviare al 15 luglio l’assemblea generale degli azionisti del 15 maggio, perché bisognava, al più presto, trovare i mezzi di proseguire gli scavi con manodopera molto ridotta.

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Sembrò che Ismail, il nuovo padrone delle terre del Nilo fosse euforico e si divertisse. Un momento di distrazione e di divertimento del sovrano si giustificò durante la festa di Tentah che si svolgeva nel solstizio di primavera, durava quindici giorni ed era occasione più superstiziosa e licenziosa di quella della Festa di San Giovanni Battista a Roma, nel solstizio d’estate. A Tentah, grosso borgo a cinque leghe da Nadir nella zona del delta occidentale, era venerato Seyd Ahmed el Bedany, un beduino, sulla cui tomba era stata costruita una moschea. Con i suoi miracoli eliminava la sterilità delle donne che sacrificavano, in virtù del santo, il pudore del sesso incontrando maschi, al di fuori del matrimonio, dentro casette della cittadina appositamente costruite. Era anche la festa delle cortigiane del delta, nello scenario ai bordi del deserto libico, che piantavano le loro tende rosse nel campo fieristico, ben distinguibili tra le due file di padiglioni, di tende, di capanne, di stalle allineate in parallelo nei chilometri nella piana, per offrirsi al mezzo milione di uomini ed oltre presenti radunati per comprare e vendere cavalli, cammelli, asini, capre, stoffe, oro, chincaglierie e soddisfazione. Al centro dell’accampamento un vastissimo rend-point olezzava di tabacco e di moka perché vi erano eretti i bazar di rilassamento. Tra il paese e il campo della fiera correvano i binari della ferrovia. Il treno di Ismail Pascià arrivò, con due locomotive in testa e una in coda. I primi sei vagoni erano decorati in oro ed erano riservati a lui, ai suoi Bey e al suo harem. Nei vagoni seguenti erano trasportati i musici, gli ultimi erano occupati da una armata di 25.000 effettivi, per la protezione degli alti personaggi. Ismail Pacscià vestiva un abito bianco europeo e aveva in testa il fez rosso. Quando si affacciò al balconcino del vagone migliaia di petardi furono lanciati da ogni parte di quel cosmo e intanto gli eunuchi facevano scendere le dame velate con la figura nascosta dalle vesti fino ai piedi, tra le quali qualcuna aveva avuto il permesso di implorare il miracolo di San Seyd. La kermesse di fuochi d’artificio, di musiche discordanti, di danze per il viceré durò tutta la notte. I soldati, indossando misere divise, si dispersero nella bolgia. Le donne dell’harem presero il bagno, sotto le stelle, nel canale del Nilo. I dignitari del corteo andarono, molto vivacemente a fare acquisti nella tenda della schiave circasse e georgiane dalla pelle splendente. La partecipazione a una festa superstiziosa e di commercio carnale Said non se l’era mai concessa; anzi lui aveva abolito la schiavitù, che si riaccese, pochi mesi dopo la sua morte, alla fiera di Tentah.

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L’arrivo ad Alessandria del sultano Abdul Aziz aumentò l’allegria delle feste. La flotta composta dalla nave imperiale e da sei vascelli da guerra entrò nel porto di Alessandria il 7 aprile. Arrivarono insieme al sultano, il ministro della guerra Fuad Pascià (quello che aveva “portato l’ordine” in Siria), il grande ammiraglio Mehemed Pascià, il direttore del ministero degli esteri Abre-effendi e il medico personale Marco Pascià. Il giorno dopo i personaggi si trasferirono nella capitale dove si svolse una grande cerimonia, alla presenza dei consoli stranieri, rivolta ai capi religiosi delle diverse fedi. Il sultano offrì ai meritevoli la croce di Ufficiale di Medina. La prima medaglia, impreziosita di diamanti, se la tolse dal petto e la donò al viceré e nominò Pascià e Generali di Divisione i suoi figli anche se il più grande di essi aveva 11 anni. Ottennero la croce di Medina i capi dei cattolici, dei copti, degli armeni, dei greci e degli ebrei. Il sultano spiegò che non esiste la superiorità di una religione monoteista sull’altra e che a prova di ciò lui regalava, in parti eguali, 500.000 piastre alle varie chiese. I rappresentanti dell’impero ottomano ripresero il mare il 17 aprile per Istanbul. La festosità di quei giorni era servita a ribadire che l’imperio della Turchia sull’Egitto era un potere sostanziale. Se ne videro gli effetti quando dalla Porta partì un dispaccio confidenziale ai governi inglese e francese, firmato da gran visir Alì, che lanciava una ideologia del benessere per il popolo dell’impero, con obiettivi pratici: in particolare, il sultanato intendeva, per amore di giustizia, abolire il lavoro servile obbligatorio in tutte le sue provincie, compreso l’Egitto, soprattutto l’Egitto, e dichiarava illegale la corvée, quale era in uso nella valle del Nilo. Queste intenzioni vennero affermate mentre il commercio di carne umana e la schiavitù dilagava nelle terre ottomane. Come gran visir, ad Alì Pascià subentrò Fuad Pascià e in Egitto venne nominato ministro degli Esteri Nubar Pascià. Costui stese una Nota che istituiva una commissione di ingegneri per revisionare le dimensioni del canale di Suez già fissate dalla Compagnia e che riduceva a 6.000 unità gli operai indigeni da adoperare nella Compagnia straniera. Veniva concesso un lasso di 6 mesi per ottemperare la Nota e, alla scadenza del semestre in caso di inosservanza, i lavori sarebbero stati interrotti con la forza. Cominciò così l’era di Ismail.

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La rottura fra l’Egitto e Lesseps, nel caso di interruzione dell’opera di congiunzione dei due mari apriva un caso internazionale più grave della guerra di Crimea e un caso finanziario pari a quello della crisi cotoniera, considerati i capitali investiti nella società per azioni. Il modesto pascià Nubar non poteva essere il protagonista di questo affare, né le spalle di Ismail erano forti da sostenere la politica annunciata dal suo ministro. Chi c’era dietro l’intrigo lo si vide quando Nubar Pascià andò a Istanbul per fare trasformare la sua nota in un decreto da Fuad Pascià. Non apparvero atti ufficiali ma si ascoltarono mormorii delle cancellerie e si ebbero fughe di notizie. Lesseps emanò una circolare, il 25 maggio, indirizzata a tutti i dipendenti della Compagnia smentendo le voci, pensando che la Turchia e il suo gran visir non avevano la forza per combattere una impresa da 200 milioni di franchi: la Porta piena di debiti, anche con le banche francesi, con un esercito in continua ribellione, con una guida nevrotica quale quella di Fuad Pascià. L’attacco alla Compagnia del Canale fu scagliato anche sul cuore di Francia, avendo come arciere lo sfrenato ministro degli esteri egiziano, che prese contatti con il duca di Morny, allora presidente del corpo legislativo di Francia, a cui affidò documenti secondo i quali la Compagnia di Suez era liquidata. Nubar si rivolse a Morny in questi termini: “Mi aspetto tutto dal vostro alto e potente incarico. Desidero vivamente di non essere costretto a tornare a Costantinopoli e ad andare a bussare alla porta di H. Bulwer.” Insomma il governo egiziano intendeva coinvolgere l’Inghilterra, citando Bulwer, ambasciatore inglese in Turchia, nelle mosse finali per mettere le mani sull’impresa di Lesseps. L’Inghilterra a posto della Francia nell’istmo? A Parigi, girò una frasetta lanciata da una voce che aveva origine al Cairo e a Istanbul: “Ecrasez Lesseps!”. Il duca di Morny ricevette una ingiunzione dall’interessato: “Ho una troppa alta opinione di voi, signor duca, per non parlarvi con franchezza. Voi siete l’ultima persona che, in quest’affare, può fungere da arbitro. Voi non ignorate, senza dubbio, le voci che corrono in Egitto, voci false e calunniose secondo le quali gli avversari del Canale contano sul vostro intervento per dare successo alla campagna intrapresa da Nubar. Si parla di somme considerevoli a voi date o promesse; il vostro nome, è mio dovere dirvelo, ha servito da scudo alla missione di Nubar Pascià, alla quale il console generale di Francia in Egitto si era opposto. Capirete dunque che in presenza di simili voci, contro le quali non ho cessato di protestare e contro le quali dovreste indignarvi, la riservatezza da parte vostra sembra divenuta una necessità. Aggiungerò che mi rivolgerò al ministero degli Affari Esteri, perché non conosco altro intermediario che il ministro di questo dicastero tra il governo egiziano e l’Imperatore.” L’intrallazzatore presidente della Camera legislativa venne messo alla porta e toccò al Consiglio d’Amministrazione della Compagnia Universale adire al tribunale civile della Senna per aver ragione dell’egiziano, in quanto “nella sua qualità provata, ha preso la responsabilità della pubblicazione di documenti falsificati e diffamatori contro la Compagnia.” Le pretese di Nubar e di chi lo aveva utilizzato come un burattino, vennero annullate con una lettera concordata con Napoleone III. Il consiglio d’amministrazione della Compagnia presentò la situazione al suo alto e benevolo apprezzamento: “I sottoscritti, avendo appreso che gli ordini della Sublime Porta provocati dalla diplomazia inglese erano preparati per imporre al viceré dell’Egitto la sospensione dei lavori del Canale di Suez, supplicano rispettosamente la Vostra Maestà di fare inviare istruzioni ai rappresentanti di Francia a Costantinopoli e ad Alessandria affinché i capitali francesi impegnati per somme considerevoli non siano lesi dalla violazione dei contratti. Come già nel 1860, Vostra Maestà ha impedito gli ordini, ufficialmente dati per nuocere a questi capitali, recusando la loro esecuzione, i sottoscritti sperano, questa volta ancora e in più forte ragione, che la volontà dell’Imperatore non permetterà il compimento delle intenzioni ostili manifestate contro la Compagnia e che Ella si degnerà di proteggere gli azionisti francesi del Canale di Suez così come il governo dell’Egitto la cui indipendenza amministrativa è opera della politica francese, consacrata formalmente dalle convenzioni del 1841”. Intanto nel tribunale della Senna, dove veniva giudicato Nubar, venne coinvolto il duca di Morny, che fu denunciato come un alleato della Porta, complice di agenti inglesi, contro la Compagnia del Canale di Suez.

Pompeo De Angelis

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