Considero vessatoria l’applicazione del 41Bis a chi non è stato condannato definitivamente

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Comunque, sappia che, come già detto, lei si è riferito, al pensare e allo scrivere, di uno dei pochi che – subito – ha detto pubblicamente (e in data non sospetta) che non di Mafia si trattava ma di “vite perdute”, di corrotti e di piccole/grandi prepotenze. Cose gravi/gravissime ma non di Mafia si trattava e si tratta. Come il tempo mi darà ragione.

Se ha piacere, comunque, caro Sergio, mi scriva. La vita, lo ricordi, è più complessa di come appare.

Oreste Grani

“Con i detenuti al 41 bis è estremamente difficile comunicare. Comunque se lei è parente e lo può fare, dica a Massimo che si può riscattare (non fa mai male farlo) raccontando con chi (nomi e cognomi) ha “steccato” il bottino di quella penetrazione con estro. E non parlo del denaro”.

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Qualche giorno addietro scrivevo queste parole che oggi è doveroso riproporre.

Doveroso perché lo scambio epistolare tra questo blog e il signor Sergio Carminati (fratello del più noto Massimo) entra, a mio giudizio, in una fase significativa.

Per me, certamente. Spero altrettanto per lui e per il servizio alla verità che entrambi, se lui lo volesse, potremmo svolgere.

Inoltre perché – ora lo dico – senza una condanna definitiva, considero una barbarie giuridica l’applicazione del 41 Bis a uno che ha commesso i reati di Massimo Carminati. E lo dice/scrive uno che in nessun modo può essere sospettato di indulgenza ma guai ad applicare una metodologia ultra punitiva e segregante ad uno che ancora non è “definitivo”.  Questo invece – diciamo la verità – non solo sta avvenendo ma avviene anche senza importanti esiti di cedimento della volontà di Massimo Carminati.

Riporto per la prima volta anche le parole (civili e umanamente comprensibili) che mi ha indirizzato di recente il fratello Sergio.

Quelle che precedentemente mi aveva dedicato le ho rimosse per evitare che l’acredine che le connotavano determinasse un ulteriore imbarbarimento del ragionamento che viceversa ha solo bisogno di pacatezza e lucidità.

Questo al solo fine di mantenere un dialogo, reciprocamente rispettoso, utile a qualcosa e a qualcuno. Mi auguro, nello specifico, la sospensione del 41 bis per il socio di Buzzi, provvedimento vessatorio che non ritengo opportuno venga applicato per un tipo di criminale alla Massimo Carminati che non è certamente un angioletto ma altrettanto certamente non è un “mafioso/’ndranghetista” e se è stato un “terrorista di destra estrema”, lo è stato decenni addietro. Ripeto quindi che si sta commettendo un errore culturale che nella terra del diritto (siamo stati questo) non dovrebbe avvenire. Dico questo anche se Massimo Carminati fosse il vero assassino di Mino Pecorelli. Oggi è un malavitoso, ben strutturato, ben radicato, più abile di altri ma sempre un malavitoso romano e come tale andrebbe trattato.

Sul tema del mostro sbattuto in prima pagina e su cui, secondo Sergio Carminati, in molti ci sguazzano o sfornano “pezzi” giornalistici, come è solito fare il sottoscritto, partirò quanto prima (oggi mi è impossibile) da lontanissimo e vi riporterò alla memoria brani di articoli di giornali usciti addirittura in occasione di Piazza Fontana e del suicidio di Pino Pinelli.

Questo lo faccio perché, sia pur in altro senso rispetto alle semplificazioni del fratello del “guercio”, odio e temo gli stereotipi e le forzature tendenti, facendo cortine fumogene, a rimuovere il disvelamento della verità.

Verità vera che in questo caso, ancor più di altri, avrebbe bisogno di investigazioni più sofisticate di cosa ha consentito, negli anni, a Carminati di fare ciclicamente quello che ha fatto. Questa volta con Buzzi, altre volte con altri.

Torno a dichiarare la mia disponibilità (di cui sto fornendo tangibili testimonianze) a lavorare (sono anziano e malandato ma ci proverò lo stesso) a capire come e perché lei sostenga, gentile Sergio, di questa congiura per strumentalizzare e trasfigurare il vero volto di suo fratello. Cosa che può essere successa, se pensa che anche di Mino Pecorelli (che invece era un raffinato giornalista investigativo anche un po’ idealista, certamente patriota), scrivevano che era un ricattatore da strapazzo. E non pochi colleghi, in quelle ore tragiche della morte, lo dipinsero come un mostro della carta stampata allontanando così la possibilità che, fuori dallo stereotipo, si trovassero i suoi assassini.   

Strano destino lega questi due nomi e questi due complessi personaggi. Stiamo dicendo che furono entrambi calunniati. Rimane il fatto che suo fratello fu a lungo accusato di aver ucciso Pecorelli e non viceversa. Torniamo alla disponibilità se, come stiamo facendo, il dialogo e il rispetto reciproco dovesse prevalere.

Tenga conto che dicono (in verità ci sono le prove provate di questo primato) che alcune mie tesi su persone o avvenimenti complessi siano al primo posto nei maggiori motori di ricerca. Dicono inoltre che feci la mia parte per l’abolizione della Legge speciale, detta Reale  per la quale si poteva rimanere in carcere in attesa di giudizio per 11 anni. Se ha piacere continuiamo il ragionamento soprattutto dopo la deposizione farsesca del rappresentante del governo Marco Minniti. Che, per fortuna, in un modo o in un’altro, ha finito la carriera.

Questo penso e questo mi auguro.

La saluto sperando di aver fatto cosa gradita, sia pur nella semplicità di questo luogo telematico, marginale ed ininfluente.

Oreste Grani /Leo Rugens

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