Il Canale di Suez 23 – Pompeo De Angelis

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L’attacco di Fuad Pascià da Costantinopoli e l’intrigo di Nubar e di Morly a Parigi finì in uno scacco matto l’11 febbraio 1863 nel salone del Palazzo dell’Industria ai Champs Elysées, dove si svolse un banchetto di 1.600 convitati in onore di Lesseps, presieduto dal figlio di Napoleone III, che aveva visitato il canale di Suez durante l’inverno. Nel discorso inaugurale il principe Eugenio, Luigi non risparmiò Nubar: “Nubar è venuto qui a che fare? A tentare di mettere il disordine, qui, dove lo combattiamo? Quali sono le sue credenziali? C’è bisogno di dirlo? Lettere di credito su banche inglesi. Il danaro che ha in tasca cos’è ? Lire sterline non napoleoni d’oro. Signori, seguite una linea ferma e conciliante. Provate a intendervi direttamente con il viceré. E se fallisce, se vi domanda quello che non potete cedere, se vuole opprimervi con la minaccia della Porta, allora indirizzatevi al governo dell’Imperatore.” In mezzo ai nemici che si erano rianimati, di fronte agli azionisti che avanzavano qualche perplessità sull’avvenire, pensando all’imperatore che poteva ignorarlo, qualora le sue vele fossero rimaste troppo a lungo senza vento, quando navigare necesse est, Lesseps traversò una crisi meditativa sui suoi sbagli. Il principale errore riguardava la corvè dei fellah, cioè l’applicazione forzata di un gran numero degli abitanti di un paese a lavori di pubblica utilità, senza alcuna remunerazione. Aveva visto il sistema in funzione ai tempi di Alì Pascià, quando fu scavato il canale Mahmudiéh con 100.000 uomini senza tregua, senza paga e senza sostentamento, finché non fosse stata completata l’opera. Una corvè di 50.000 fellah aveva lavorato forzatamente alla ferrovia Alessandria-Cairo-Suez, voluta dagli inglesi, anch’essa senza remunerazione, ai tempi di Said Pascià. Magari, ai tempi di Said era stata risparmiata la frusta di pelle d’ippopotamo, sul dorso, o peggio sul collo, di chi voleva fuggire la coscrizione, però veniva minacciata la leva militare, fino alla vecchiaia, per chi non voleva zappare. Lesseps aveva constatato che Ismail aveva ridato ai suoi sgherri il courbache per obbligare la manodopera a rimanere nelle piantagioni di cotone della sua proprietà personale.

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La Compagnia invece dava ai fellah un salario e il nutrimento e li impiegava per periodi stabiliti alla partenza e rendeva volontario il reingaggio; ma che cattivo esempio aveva dato! Lui aveva minato la corvè coercitiva degli indigeni, perché i fellah, in tutto Egitto, chiedevano adesso lo stesso trattamento offerto dalla Compagnia. Lesseps affrontò, nella sua meditazione, l’analisi del suo errore. Era diventato più orientale frequentando alla pari la classe dirigente del Medio Oriente, si era troppo congiunto con i sublimi governi sunniti, aveva ammirato i proletari esotici a torso nudo che sopportavano bene i quaranta gradi di caldo muovendo la sabbia e aveva dimenticato la civiltà dei vignaioli francesi nel fare il contadini. La corvè era ingiusta. Ricordava un iman che gli aveva detto: “Come attirare la popolazione? Non c’è che un mezzo che è l’essere giusti. Quando volete attirare i piccioni gettate del grano e i piccioni accorrono. Se volete chiamare degli uomini, seminate la giustizia ed essi verranno.” Lui aveva seminato la giustizia? No, aveva affidato la gestione dei cantieri a Hardon, che gettava il grano ai piccioni. Aveva trascurato la regola dello sviluppo economico occidentale, che stabiliva: più macchine a vapore e meno braccia. Le macchine facevano la rivoluzione. Invece si era compiaciuto a vedere i chilometri di fila degli zappatori, protetti da un solo fazzoletto in testa. Adesso voleva prendere una decisione da uomo giusto. Aveva per questo inviato una lettera di licenziamento a M. Hardon appaltatore e gestore della Compagnia di Suez, da Alessandria il 2 gennaio 1863, in cui gli diceva duramente: “Vi trasmetto un progetto di accordo redatto con la collaborazione di M. Voisin, direttore generale dei lavori. Comprendo che desideriate prendere tempo e consigli per decidervi in Francia, dove potrete intendervi con i miei colleghi del Consiglio d’Amministrazione. Ma, in attesa di una soluzione definitiva, vi prego di concertare con me chiaramente e adesso il regolamento dei vostri conti e ad effettuare la rimessa delle Casse e degli ordini di servizio affinché si trasferiscano nelle mani di M. Voisin…” Il contratto firmato da Alphonse Hardon. il 29 febbraio 1860, lo aveva reso responsabile unico dei lavori e aveva stabilito il compenso dell’imprenditore con una quota del 40% sulle economie che riusciva a ottenere sulle spese preventivate dal Consiglio d’Amministrazione. D’altra parte, l’imprenditore aveva depositato una cauzione di 1.200.000 franchi in beni immobili su cui la Compagnia poteva rivalersi qualora i costi preventivati risultassero superati. Nel tempo, il meccanismo di questo accordo si era così evidenziato: quando diminuiva la manodopera Hardon ordinava una interruzione dei lavori, quando i magazzini non erano pieni creava altre pause, quando si trattava di comprare macchine europee si opponeva, in modo da garantire il suo 40%, preferendo spendere un franco al giorno per i fellah a basso salario, comprare le zappe invece delle draghe e delle gru. Gli ingegneri residenti nei cantieri non ammettevano le interruzioni in ragione di quella percentuale individuale e invitavano Lesseps a investire secondo i piani progettati, magari superando i preventivi del 1860, dato che in cassa erano depositati milioni di riserva per le emergenze. Lesseps interruppe l’antagonismo fra l’impresa e gli ingegneri incaricati del controllo, convenne che bisognava migliorare l’economia e iniziare a investire in macchine a vapore senza consumarsi gettando grano ai piccioni. Licenziò, come primo atto di una nuova fase, l’industriale parigino e si affidò agli ingegneri che avevano creato la città ideale del deserto sul lago Timsah, nominando Voisin direttore generale e facendo venire da Parigi, come suo aiutante M. Sciama, ingegnere di grande esperienza messo a disposizione dal ministro dei Lavori Pubblici di Francia. Il presidente della Compagnia passò a un’altra epoca, quella dell’ingegno.

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Ne rese conto agli azionisti, il che avvenne a Parigi, nella sala Herz, il 15 luglio 1863. Quando Lesseps prese posto al tavolo della presidenza fu accolto da applausi interminabili, che interruppe alzandosi in piedi per dire: “Signori, sono orgoglioso nell’accettare questa dimostrazione, ma vi dico che se ho avuto qualche merito, esso è vostro. Non sono stato che l’espressione dei vostri sentimenti e delle vostre personalità. In mezzo alle mille difficoltà che abbiamo traversato, sapevo che voi eravate con me; la vostra fiducia mi ha dato forza. Una voce: Non vi mancherà mai. Lesseps: Potete contare su di me come io conto su di voi.” Applausi prolungati. Le relazioni che seguirono giustificarono le convenzioni firmate a marzo con il viceré Ismail, esaltarono la fondazione di Ismailia e i chilometri di canali realizzati fino al bacino del Laghi Amari. Rimanevano da portar via, fino a Suez, 25 milioni di metri cubi di terra e il Mediterraneo sarebbe stato congiunto con il Mar Rosso. Il Presidente coprì la crisi dell’istmo con un lunghissimo rapporto sulla situazione generale in Europa e in Turchia, seguitando a protestare contro il monopolio colonialista del Regno Unito. In Egitto, sostenne, era in perfetta concordia con Ismail Pascià. Ma non era vero. L’11 agosto, Lesseps, via Trieste, partì per l’Egitto accompagnato da due figli e dalla nipotina. Arrivò ad Alessandria il 25 agosto e non trovò Ismail Pascià, che era scomparso per una escursione nelle sue aziende agricole nell’Alto Egitto. Intanto a Parigi, rientrava in gioco Nubar accreditato come console del viceré presso il ministero degli Esteri di Francia. Era latore di una lettera vicereale, datata 18 agosto, che chiedeva al ministro di intervenire sulla Compagnia del Canale di Suez a soddisfazione delle richieste del governo egiziano, che erano: “Riduzione del numero attuale degli operai alla cifra di 6 mila uomini essendo il numero attuale dei contingenti pregiudizievole al paese e agli interessi dell’agricoltura. Questo contingente di 6 mila uomini sarà fornito per concorrere ai lavori in maniera permanente. Aumento del salario attuale che non è remunerativo. Il viceré crede giusto, equo e necessario che il salario sia portato a 2 franchi al giorno. Considera questa cifra remunerativa dei fellah per il loro lavoro e per l’assenza forzata dal villaggio e dai campi. Soppressione della concessione dei terreni. Il viceré offre, come compensazione, di prendere a carico del governo tutto il canale dell’acqua dolce, così come è già avvenuto per il tratto dal Cairo a Ouadi; di rimborsare alla Compagnia le spese fatte per la parte già tagliata di questo canale, e di portarlo a termine fino a Suez, conformandosi alle dimensioni di larghezza e di profondità stabilite. …

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Lesseps ripartì dall’Egitto e arrivò a Marsiglia il 5 ottobre. Replicò alla lettera del viceré dicendo che la recente assemblea generale degli azionisti aveva approvato le convenzioni del marzo 1863 e che né lui, né il Consiglio di amministrazione della Compagnia potevano derogare e che quindi l’esecuzione dei trattati rimaneva stabilita. La Compagnia attaccò e si difese con i fatti compiuti. Il 29 dicembre 1863, giunse a Parigi il dispaccio telegrafico di Ruyssenaers: “Il canale d’acqua dolce è stato inaugurato. Il Nilo sfocia nel Mar Rosso. Al banchetto, un brindisi è stato dedicato al viceré attuale e uno alla memoria di Mohammed Said, autore della convenzione. La popolazione di Suez ha manifestato il suo entusiasmo.” Un cronista descrisse così l’avvenimento: “Il Nilo, il Nilo! gridava la popolazione. Il Nilo a Suez, il deserto dissetato, è una meraviglia, una felicità che si può difficilmente comprendere in Europa. Bisogna come noi essere stati privi d’acqua, come la città di Suez essere stata per secoli a regime malsano di un’acqua quasi salmastra, essere stati razionati nell’uso di questa triste bevanda, aver assistito alle scene violente che ogni anno insanguinano la città, quando transitano i pellegrini della Mecca, per farsi una idea della potente allegria di quel grido: Nilo! Nilo!”

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L’inizio del nuovo anno fu caratterizzato da manifestazioni in Francia contro il vicereame d’Egitto, perché si era riaccesa la polemica sui documenti di Nubar giudicati “falsi, alterati e dissimulati”, creati allo scopo di sorprendere la buona fede del popolo francese. La Compagnia del Canale riaffermò che gli impegni di Said Pascià erano validi ed erano stati rispettati per 10 anni e che il successore non poteva essere sciolto da nessuno di essi, neppure dalla Porta o dall’Inghilterra. Lesseps colpì duro. Le manifestazioni pubbliche in Francia si moltiplicano sollecitate dal Presidente della Compagnia, che girava per le più grandi città delle provincie a tenere conferenze. Diceva: “In caso di bisogno, saremo efficacemente protetti dal governo dell’Imperatore, che agendo con misura e giustizia sa sempre poggiare i propri atti sul diritto, sulla propria forza e su quella dell’opinione pubblica. Viva l’Imperatore.” I giornali scrissero: “Eccetto la guerra di Crimea e d’Italia, nessuna questione ha appassionato le masse, suscitato patriottismo quanto l’impresa del canale.” Gli operai di Parigi firmarono una mozione: “La Francia è una grande nazione, l’Imperatore un grande sovrano; se batte un piede al suolo, nuovo Cadmo, sorgeranno le legioni armate, pronte a combattere per l’onore e per la confusione dei nemici.” Lessesp convocò a Parigi l’assemblea generale straordinaria degli azionisti, il 1° marzo 1864 e proclamò, fra gli applausi la sua guerra al viceré d’Egitto: “La Compagnia, forte dei suoi diritti acquisiti e incontestabili, forte dell’appoggio del governo e dell’opinione pubblica, non può che respingere chiaramente ed energicamente le pretese vicereali, che sarebbero in definitiva la confisca dei suoi diritti e l’annientamento della sua opera.” La Francia intera invocò la protezione dell’imperatore, il quale dovette immergersi nel caso turco-egiziano. Il 15 marzo Ismail Pascià, si arrese a Lesseps e i giornali europei, con commenti diversi e spesso opposti, riportarono la notizia del viceré d’Egitto che si affidava completamente all’imperatore Napoleone per regolare amabilmente e definitivamente tutte le questioni in contesa e che si incaricava personalmente delle supreme decisioni di quelle questioni. Il governo francese nominò una Commissione Imperiale per studiare le questioni egiziane e per offrire a Napoleone la materia per l’arbitrato. Lesseps partì per il Cairo il 29 giugno, spiegò a Ismail la sentenza che Napoleone intendeva imporre e tornò a Parigi immediatamente per convocare una assemblea generale degli azionisti alla data del 6 agosto per ratificare il nuovo assetto derivante dal compromesso della sentenza stessa. Napoleone III espresse il suo giudizio il 6 luglio, che fu pubblicato il 2 agosto i864, sul Moniteur. La sentenza imperiale apparve capace di soddisfare le due parti. La Compagnia perdeva il diritto di obbligare il governo egiziano a fornire la manodopera necessaria all’esecuzione dei lavori. Doveva inoltre retrocedere dai 60.000 ettari di terreni coltivabili che possedeva lungo il canale d’acqua dolce dalla stessa Compagnia costruito. Perdeva il diritto di proprietà sul canale d’acqua dolce ma ne conservava il godimento per la durata dei 99 anni della concessione iniziale. A compenso dei diritti ritirati, il governo egiziano si impegnava a indennizzare la Compagnia con la somma di 84 milioni di franchi che sarebbero stati versati in rate semestrali a rapida scadenza. La perdita più sentita da Lesseps fu quella delle terre colonizzabili, ma gliene rimasero 23.000 ettari sui bordi dei canali e attorno a Porto Said, a Ismailia e a Suez. Però, il grosso ingresso di capitali di risarcimento gli permettevano di ristrutturare il lavoro nei cantieri. Emise un comunicato che diceva: “L’autorità e l’alta equità dell’intervento imperiale mette i nostri lavori al riparo dalle difficoltà che ne rallentavano la conclusione. La sentenza concilia gli interessi politici con quelli della Compagnia e fa terminare, con soddisfazione comune, le divergenze che desideravamo vedere scomparire per liberare l’opera e concluderla in tempi brevi, garantendo agli azionisti dei grandi vantaggi.

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Quello che pensava veramente era un’altra cosa. Sapeva che la luna di miele con gli azionisti era terminata: la folla dei piccoli partecipanti all’impresa si era lasciata suggestionare dai pettegolezzi e dalle false notizie, seminava allarmi e minacciava di ritirare i capitali impegnati. Appariva persuasa che l’opera di Suez falliva dopo la soppressione del lavoro coatto. Non si rendeva conto che gli operai non sarebbero mancati mai nell’istmo: stavano affluendo dal Piemonte, dalla Calabria, dalla Toscana, dall’Adriatico, dalla Dalmazia, dalle isole dell’arcipelago greco. Il vuoto dei contingenti sarebbe stato colmato dagli strumenti meccanici. Troppe calunnie e troppe favole inglesi avevano lasciato una traccia negli spiriti degli azionisti, ma Lesseps esclamò: “In ogni caso, sarò felice di avere l’occasione di cancellarli.” Con questo senso di superiorità aprì l’assemblea generale degli azionisti, il 6 agosto 1864, al Circo dell’Imperatrice ai Champs Elisées, Parigi.

Pompeo De Angelis

 

 

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