Meglio la cortigiana Acca Larentia che un grasso vecchio babbo natale

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L’attuale gioco della tombola (chi può dire di non avervi mai giocato?) nei giorni natalizi è il ricordo sbiadito, come d’altronde lo era quello dei dadi nella Roma imperiale, dell’arcaico gioco-oracolo con il quale anticamente, e non solo all’ombra del Campidoglio, si cercava di capire la collocazione di ogni persona nel cosmo all’inizio del nuovo anno.

Al “gioco” era connessa anche la festa dei Larentalia che si celebrava il 23 di dicembre, ultimo giorno dei Saturnali.

Gioco e doni a Natale vanno insieme.

Narra Plutarco (che ne sapeva più di noi) che, sotto il regno di Anco, il custode del tempio di Ercole sfidò il dio a dadi: faceva da solo la parte di ambedue e pose come condizione che il vinto pagasse una cena e una meretrice. Nulla di nuovo sotto il sole, come vedete. Il vincitore fu Ercole, e allora il custode chiuse nel tempio, come scommesso, Acca Larentia (quella a cui è intitolata una strada, nel quartiere appio-latino, a Roma), allora celebre cortigiana, insieme con una cena. Il dio venne davvero, e il mattino dopo ordinò ad Acca, per riconoscenza, apprezzata evidentemente la prestazione, di recarsi al mercato e di abbracciare il primo che le fosse venuto incontro: il fortunato fu un certo Tarrutius, uomo già avanti negli anni (finché c’è vita c’è speranza!), ma scapolo e dal patrimonio consistente. Tarrutius le si affezionò tanto da nominarla erede di tutti i suoi beni, che a sua volta Acca Larentia lasciò, morendo, al popolo romano. Per questo motivo Anco la fece seppellire sul Velabro, il posto più rinomato di Roma e, per ricordare la questione della generosità della meretrice, fece istituire una festa e in quei giorni (già consacrati a Saturno) il dono di Acca, da quel momento, venne ricordato. Per alcuni che ne sanno centomila volte più di me, l’abitudine di offrire doni in questo periodo dell’anno viene quindi, dritto per dritto, da questa storia che vi ho raccontato in modo un po’ sgangherato ma che se la batte in modo affascinante con Babbo Natale, immaginando Acca Larentia decisamente più bella e seducente di quel signore grasso e barbuto che porta doni venendo dal Nord del Pianeta. Peccato che la fotografia ai tempi di Anco e di Acca non era stata ancora inventata altrimenti vi avrei fatto vedere io di che gnocca si trattava.

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Mille volte meglio quindi la tradizione di questa nostra Roma che nei millenni non si è fatta mancare nulla, non a caso ancora adesso dicembre si chiama così perché a quei tempi era banalmente il decimo mese del calendario e con il decimo mese si chiudeva l’anno.

Poi è arrivato Gesù Bambino e giustamente “i vincitori” ci hanno raccontato un’altra storia. La loro storia, come sempre, è una storia diversa in quanto scritta da chi vince o prevale culturalmente. Non me ne vogliate se a me la storia della generosità di Acca Larenzia, che lascia in dono ai Romani un patrimonio figlio di una serata un po’ osè, piace mille volte di più che quella di Babbo Natale. I Magi e i loro di doni sono altra cosa e si collocano in altro momento del calendario. E di loro in altro post, negli anni passati, ne ho già parlato.

Oreste Grani/Leo Rugens un po’ cattabiano. Per chi sa cosa voglia dire.

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