L’amaro sapore della verità – Congo 2002-2003

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Grazie alla rete e ai social network, abbiamo conosciuto Raimondo Caria, generale, patriota, sardo.

Grazie al condiviso amore per l’Italia e l’altrettanto condivisa critica a classi dirigenti capaci di dirigere bene solo i propri affari, abbiamo approfondito alcuni temi, Congo compreso, paese in cui il presidente Kabila ha interrotto in questi giorni l’uso dei social per ragioni di sicurezza.

Il caso ha voluto che oggi, 19 dicembre, alla radio siano state pronunciate le parole “Congo” e “Coltan”; subito il pensiero è andato all’articolo di Caria, “L’amaro prezzo dei cellulari” pubblicato da “Panorama”, nel numero 36 del 5 settembre 2002. Quattordici anni passati invano. L’articolo non compare più in rete, un atto di censura.

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A seguire, quasi per completare il ragionamento, aggiungiamo un articolo scritto a quattro mani da Giusy Baioni e Raimondo Caria sempre dedicato al tormentato e bellissimo paese africano; un rapporto vero e proprio, apparso in “Testimonianze” nel numero 430-31 luglio-ottobre 2003.

Buona amara lettura.

La redazione

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L’AMARO PREZZO DELLA PACE

Dalla Repubblica Democratica del Congo

Giusy Baioni e Raimondo Carìa

Giusy Baioni, giovane giornalista, legata ai Beati Costruttori di Pace, ha effettuato due viaggi nella Repubblica Democratica del Congo, nell’ultimo anno. Collabora con diverse testate, tra cui Terre di Mezzo, Guerre & Pace, Vita, Carta.

Raimondo Carìa, ex Addetto Militare a Mosca nel 1998-2001 – oggi giornalista free-lance – viaggia in Russia, Asia Centrale, nel Caucaso e nella Repubblica Democratica del Congo.

Collabora con PANORAMA e LA STAMPA.

Nella Repubblica Democratica del Congo si continua a morire. Dopo quattro anni di guerra e l’olocausto di tre milioni di civili, i signori della guerra sperimentano, sul campo, nuove efferate strategie indirette, mentre sul piano diplomatico sostengono, formalmente, l’accelerazione del processo di pace. Intanto l’Unione Europea fa capolino nella Regione dei Grandi Laghi inviando la sua prima missione militare, e – mentre l’Onu decide rafforzare il mandato alla sua missione in Congo e l’embargo delle armi sulla regione – gli Usa tolgono l’embargo al Ruanda.

ANTEFATTI

La situazione di conflitto nel bacino del Fiume Congo si trascina dagli Anni Sessanta, dalla decolonizzazione del Congo Belga. Il paese ottiene l’indipendenza il 30 giugno 1960 con un governo guidato dal progressista Patrice Lumumba, leader del Movimento Nazionale Congolese, ma le compagnie minerarie occidentali, per salvaguardare i loro interessi nell’area, danno il via alla guerra civile, innescando il processo nella regione meridionale del Katanga. Nel gennaio 1961 Lumumba viene eliminato dai miliziani del Colonnello katanghese Mobutu Sese Seko, sponsorizzato dalla CIA, come oggi non si ha difficoltà ad ammettere da parte statunitense.

Il Belgio aveva, di fatto, programmato una prudente lenta transizione che, iniziata nel 1960, doveva concludersi nel 1994, ma le tensioni della Guerra Fredda imponevano un dinamismo non compatibile con la saggezza dei tempi lunghi. Stati Uniti ed Unione Sovietica giocavano una partita essenziale per il controllo del continente africano e dei ricchissimi giacimenti minerari congolesi.

Oggi sappiamo che Lumumba fu fatto a pezzi e poi sciolto in acido per eliminare ogni reliquia al mito. Sorte feroce quanto il destino riservato ai nostri Aviatori della 46^ Brigata Aerea, in missione di pace, sotto egida ONU, a Kindu, in Congo, l’11 novembre del 1961.

Il 24 novembre 1965 Mobutu, con un colpo di stato appoggiato da Washington, assume i pieni poteri. Negli anni successivi i rapporti con i padrini americani si affievoliscono, anche a causa di una progressiva africanizzazione del paese che nel 1971 viene battezzato Zaire.

Nel settembre ’92, con l’apertura della Conferenza Nazionale, ha inizio un processo di trasformazione in senso democratico di quella che era una gestione centralizzata del potere da parte di un’oligarchia, ma nel ’93 Mobutu scioglie la Conferenza e scatena una guerra tribale che gli consente di riprendere il controllo totale del paese.

Nel ’93-’94 in Ruanda deflagra il confronto Tutsi-Hutu e centinaia di migliaia di rifugiati si abbattono nel Kivu, la regione orientale dello Zaire confinante con il Ruanda. I profughi Hutu, arginati dai congolesi, rimangono intrappolati nel Virunga, uno dei più estesi e ricchi parchi naturali africani. Una lingua di terreno montagnosa, tra lo Zaire ed il Ruanda, ricoperta da un’umidissima foresta equatoriale, habitat del Silver back, il grande gorilla di montagna… i gorilla sono decimati, questa volta per fame, non più per vendere souvenir ai “turisti esotici”.

Nel ’97 Mobutu viene esautorato da Laurent-Dériré Kabila, appoggiato dall’Alleanza delle Forze Democratiche per la liberazione del Congo-Zaire, sostenuto da Ruanda ed Uganda – fedeli alleati degli Stati Uniti – e dall’Angola.

Nel 1998 Kabila, che l’anno prima aveva ribattezzato il paese “Repubblica Democratica del Congo”, tenta di affrancarsi dal giogo degli eserciti ruandese ed ugandese che, di fatto, hanno l’intero controllo delle ricchissime regioni orientali, innescando il conflitto che si trascina fino ad oggi.

Nel gennaio 2001 Kabila viene assassinato nel palazzo presidenziale della capitale Kinshasa e dopo pochi giorni il figlio Joseph assume i poteri presidenziali ed apre la strada al Dialogo Intercongolese, previsto dal trattato di Lusaka nel 1999, con lo scopo di riappropriarsi delle ricche province settentrionali ed orientali e riunificare il paese.

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L’AMBIENTE

La Repubblica Democratica del Congo occupa, nell’area del bacino del Fiume Congo (1), una superficie di circa 2 milioni e 350 mila chilometri quadrati (due terzi della superficie del territorio indiano), compresa tra il 12° ed il 30° Meridiano Est e tra il 5° Parallelo Nord ed il 13° Parallelo Sud e si affaccia sull’Atlantico per un tratto di costa inferiore ai cento chilometri, in corrispondenza della foce del Congo.

Il territorio, coperto dalla foresta equatoriale e da savane si fonde, ad est, con la Regione dei Grandi Laghi, una delle più sofferte aree di frizione geostrategica. L’area è caratterizzata, infatti, dall’incrocio di due assi conflittuali: il 30° Meridiano Est che divide i paesi anglofoni, ad est, dai paesi francofoni ad ovest ed il 5° Parallelo Nord che separa i paesi islamici, a nord, da paesi essenzialmente cristiani a sud. Le province del nord-est della Repubblica Democratica del Congo – l’Ituri ed il Nord Kivu – si trovano proprio nel vertice del quadrante sud-ovest dell’incrocio di tali assi.

Le due province, poi, sono ricche di minerali strategici e legni pregiati.

Sul loro territorio si sviluppa, inoltre, il tratto cruciale della direttrice che collega l’Oceano Atlantico con l’Oceano Indiano – Boma, sull’Atlantico, Kinshasa, Fiume Congo, Kisangani, Mambasa, Beni, Kampala, Nairobi, Mombasa, sull’Oceano Indiano – che consente lo sviluppo dei traffici di minerali strategici saccheggiati nel Congo.

Intorno al Lago Alberto, infine, sono stati recentemente individuati imponenti giacimenti di petrolio, sia sulla sua sponda orientale, in Uganda, che sulla sponda occidentale congolese, nei dintorni di Bunia, nella provincia dell’Ituri.

E proprio questo ingente territorio è stato nei mesi scorsi al centro di un contratto stipulato fra il presidente Kabila e la Heritage Oil, una piccola compagnia petrolifera canadese, nel cui direttivo siede uno dei più noti gestori di compagnie mercenarie, Tony Buchingham, le cui truppe hanno “lavorato” in molti dei conflitti africani di questi anni, dall’Angola alla Sierra Leone. E proprio lo sfruttamento di questi nuovi giacimenti petroliferi, stimati di grande capacità, ha portato al cambio repentino di alleanze, con l’accordo tra Nyamwisi e Kabila, prima acerrimi nemici. A Nyamwisi, signore di fatto della regione, mancava l’autorità per firmare la concessione alla Heritage Oil. Ma l’accordo-spartizione con Kabila ha permesso la sigla di un accordo formale con i canadesi. E un arricchimento notevole per tutti.

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LA SOCIETA’

La popolazione stimata, nel 1999, in 50 milioni di individui appartiene essenzialmente al gruppo etnico Bantu.

La società congolese si presenta saldamente ancorata alla propria struttura identitaria tradizionale, radicata in un poderoso ambiente naturale che – favorendo gli inebrianti frutti dell’Eden – invita al “carpe diem”, alla musica, al ballo, all’amore e non certo all’edificazione del futuro e comunque ad un serio impegno programmatico di sviluppo organizzato.

Oltre ai profumati e ritmati riferimenti arcaici, nuovi idoli attraggono le giovani generazioni, specialmente nella capitale Kinshasa, dove televisione satellitare, internet, telefoni satellitari e cellulari hanno valore non solo di utilità, informazione e status-simbol, ma rappresentano essenzialmente il contatto edonistico con il benessere.

Alla cultura congolese, che ha radici antiche nell’Impero del Mani Kongo – preesistente alle prime esplorazioni portoghesi del Capitano Diego Cao, nel 1482 – si sovrappone quella europea del periodo coloniale ed oggi quella del consumismo e dell’informazione. Si riscontra, infine, un interesse verso l’esterno, verso la politica estera, non sempre individuabile nel cosiddetto mondo civile. In definitiva una società complessa, in rapidissima evoluzione, assolutamente non cristallizzata nell’ambito tribale che pure ha tanta influenza.

IL DRAMMA OGGI

Le province orientali della Repubblica Democratica del Congo – al confine con Uganda, Ruanda e Burundi – soffrono, dal 1998, più che degli effetti di una vera guerra, di uno strisciante e perverso fenomeno criminale stimolato delle loro ricchezze naturali: uranio, oro, diamanti, coltan, cobalto, petrolio e legni pregiati. I contendenti si confrontano sul piano diplomatico sotto la paziente egida dell’ONU, nel cosiddetto “Dialogo Intercongolese”, ed hanno raggiunto un formale accordo che li vede tutti riuniti in un governo di transizione, verso le improbabili prime elezioni democratiche, che dovrebbero tenersi nel 1994. Il Dialogo, interrotto e rinnegato ripetutamente, rappresenta il tentativo di regolare lo scontro di interessi politico-finanziari, dove a soffrire l’olocausto e gli esodi è essenzialmente la popolazione civile.

In base al bilancio presentato l’8 aprile dall’International Rescue Committee (Irc), la stima dei morti è spaventosa: da 3.300.000 a 4.700.000. Una media di almeno duemila morti al giorno, dallo scoppio del conflitto. Uno dei responsabili dell’Irc ha dichiarato: «La guerra nella RdC è costata più vite di qualsiasi altra guerra dalla seconda guerra mondiale in poi; è la guerra che ha causato più morti in assoluto in tutta la storia documentata del continente africano». Un continente che ha conosciuto tante tragedie. Per l’avidità di pochi e il colpevole silenzio di troppi.

GLI ATTORI

I principali attori del dramma sono rappresentati dal presidente Joseph Kabila, nella capitale Kinshasa, che controlla l’area centrale ed occidentale del bacino del fiume Congo, dal generale Jean-Pierre Bemba, leader del Movimento per la Liberazione del Congo (Mlc) – sostenuto dall’Uganda – che occupa l’area nord del paese e da Azarias Ruberwa, leader del Raggruppamento Congolese per la Democrazia (Rcd-Goma) – appoggiato dal Ruanda -, che spadroneggia nelle province centro orientali.

Spettatore principale è l’ONU con la sua specifica missione in Congo, la Monuc. La più forte missione ONU mai costituita, in fase di ampliamento da 4.000 uomini nel 2002 a oltre 8.000 (obiettivo del 2003), una poderosa flotta aerea, un costo giornaliero di oltre 1,5 Milioni di Dollari.

Emergenti su una miriade di bande minori, i primi attori della guerra, dopo essersi scontrati per anni in maniera cruenta e feroce, ora – in base agli accordi siglati a Suncity, al termine di un anno di faticoso lavoro diplomatico, nel Dialogo Intracongolese – siedono attorno allo stesso tavolo di governo, secondo la formula 4+1: il governo legale del giovane presidente Joseph Kabila sarà cioè affiancato da quattro vice presidenti, due in rappresentanza dei due movimenti ribelli più importanti, Mlc e Rcd-Goma, uno per l’opposizione politica non armata e un altro scelto dal governo. A loro si aggiungono, nella formula 4+1, Arthur Zahidi Ngoma per l’opposizione politica non armata (spaccatasi sul suo nome) e Yerodia Ndombasi quale rappresentante della corrente governativa di Kabila. Nel governo saranno considerati anche i leader di altri due gruppi ribelli: Mbusa Nyamwisi – leader del movimento filogovernativo Raggruppamento Congolese per la Democrazia-Movimento di Liberazione (Rcd-Ml) – il quale guiderà il ministero della cooperazione regionale e Roger Lumbala, capo della Rcd-National, che assumerà il ruolo di ministro del commercio con l’estero.

La spartizione del potere ha coinvolto anche i Mayi-Mayi (2), quelli che una volta erano considerati i “partigiani” congolesi, che hanno ottenuto due poltrone ministeriali. In totale, trentasei ministri e 25 vice, distribuiti in base all’accordo “globale e inclusivo” sancito a Sun City.

Tra questi emergenti gruppi armati, degni di attenzione sono l’Unione dei Patrioti Congolesi (Upc) di Tomas Lubanga, nel nord-est del paese, e l’Rcd-Ml di Mbusa Nyamwisi, ad est, nella provincia dell’Ituri e nella regione del Nord Kivu, che da nemico del governo centrale si è improvvisamente trasformato in prezioso alleato, per vistosi interessi economici legati al petrolio.

Altro elemento di valore è l’Armata Popolare Congolese (Apc) – braccio armato di Nyamwisi.

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LE CONTRAPPOSIZIONI ETNICHE

Nel crogiolo del conflitto le fazioni “politico-finanziarie” hanno tutto l’interesse a risvegliare antiche contrapposizioni etniche per contendersi le aree di interesse minerario.

Generalmente, però, non emergono forti connessioni politico-etniche, grazie ad una diffusa volontà popolare di pace, di democrazia e di benessere, soprattutto nella fascia giovanile. Lì dove è invece radicata la contrapposizione etnica, gli interessi politici-finanziari e l’odio tribale si combinano in un delicatissimo composto deflagrante, facilmente innescabile da ogni spregiudicato signore della guerra. E’ il caso dell’Ituri, la regione nord-est del paese, al confine con l’Uganda, dove gli antichi rancori tra Ema e Lendu sono stati abilmente giocati per il controllo dell’area dove insistono le più ricche miniere di oro al mondo ed i giacimenti di petrolio ad est del Lago Alberto, scoperti nel 2002.

Al confine con Ruanda e Burundi – nelle regioni del Kivu generalmente controllate dall’Rcd-Goma, filoruandese e, perciò, filo Tutsi – emergono gli Interhamwe (Hutu estremisti legati all’ex regime ruandese del presidente Juvenal Habyarimana, responsabili del genocidio dei Tutsi del ’94 in Ruanda), alla macchia ormai da oltre otto anni nel Parco del Virunga.

La situazione di questo gruppo è però anomala: i genocidari Hutu, ricercati dal ’94, (pretesto per l’invasione del Congo da parte del Ruanda) sono pochi e mescolati ad una popolazione civile di profughi Hutu, che non gode di alcun diritto. Gli accordi firmati in questi mesi ed i programmi della Monuc prevedono il loro rimpatrio volontario, ma fanno riferimento solo ed esclusivamente agli uomini armati. Nessuno considera i civili, che sono molti, né tantomeno i numerosi bambini nati nei campi profughi dopo l’eccidio del ’94. Per loro non è contemplato diritto di asilo e si trovano sostanzialmente in una situazione di non legalità internazionale. Anche le ventilate ipotesi di rimpatrio forzato lederebbero il diritto internazionale.
La questione andrà affrontata e risolta con acume, poiché è alla base dell’insorgere della guerra del ’98 e resta uno dei nodi da sciogliere per una effettiva e reale pacificazione dell’area.

I miliziani Interhamwe, inoltre, non consentono alla popolazione civile Hutu di lasciare le foreste del Virunga perché il loro controesodo li priverebbe del supporto logistico gratuito, le cosiddette risorse locali, strappate con la prepotenza ai civili della loro etnia, ridotti in formale schiavitù, costretti da oltre otto anni ad una precaria sopravvivenza in montagna. In ostaggio degli Interhamwe, intrappolati tra il Ruanda, ad Est e l’area del Kivu controllata dal movimento filoruandese Rcd-Goma, gli Hutu prigionieri nel Parco del Virunga, “vivono” un regresso sociale che da una condizione di vita strutturata in villaggi e città di uno dei meglio organizzati stati dell’Africa Equatoriale, il Ruanda, fino al 1994, li costringe da oltre otto anni alla reforestazione primitiva. Privi di ogni elementare supporto statale, dalla sanità alle scuole, sembrano destinati ad una lenta e dolorosa agonia.

Speculari agli Interhamwe incontriamo – essenzialmente nel Sud Kivu, al confine con il Ruanda – i Banyamulenghe. Sono Tutsi di origine ruandese, insediatisi nel Congo fin dal XIX Secolo. Appoggiano generalmente l’Rcd-Goma e, comunque, sono simpatizzanti dei fratelli Tutsi ruandesi che, sebbene in minoranza, oggi dominano politicamente il Ruanda (3).

Al confine con l’Uganda, nella provincia congolese dell’Ituri è viva la contrapposizione tra gli Hema (di etnia Hutu) ed i Lendu (di etnia Tutsi), strumentalizzata da Thomas Lubanga e dal suo Upc, dietro cui si muovono gli interessi ugandesi ed occidentali. Nata quasi da un secolo come faida tra due gruppi etnici per un territorio conteso, la rivalità è all’improvviso degenerata quando, due anni or sono, è stato attivato un importante flusso di armi dalla vicina Uganda, destinate ad entrambe le fazioni. La violenza ha generato violenza ed ora il livello di odio e risentimento è tale da poter difficilmente arrivare ad una soluzione in breve tempo.

L’Unione Europea, rispondendo a un pressante invito di Kofi Annan, ha per la prima volta inviato le sue truppe nella città di Bunia, capoluogo dell’Ituri. Il bilancio è però solo di parziale successo. La presenza dei militari – in special modo francesi – ha attenuato le violenze, ma si tratta di calma apparente e gli esagitati non aspettano altro che poter riprendere gli scontri. Artemis (nome della missione militare europea) ha abbandonato Bunia il 1° settembre, cedendone il controllo al nuovo contingente bengalese della Monuc. Sia ad Artemis che al nuovo contingente ONU è stato assegnato un mandato più ampio rispetto a tutte le altre forze ONU presenti in Congo che devono attenersi alla “pura osservazione disarmata” (4). Oggi, infatti, nella regione dell’Ituri le truppe ONU possono intervenire a difesa della popolazione civile con le armi (5) per impedire l’orrore dei massacri ed elevare la soglia di deterrenza. Nulla di buono però fanno presagire gli innumerevoli scontri che continuano nei pressi della città e gli sfollati che continuano ad abbandonare Bunia, riversandosi nelle città vicine (Butembo, Beni, Mambasa) narrano di una situazione ingestibile.

Sulla decisione dell’intervento europeo pesano fattori molteplici, spesso non confessati: i ricordi ed i timori legati agli errori dell’intervento e delle omissioni in Ruanda, nel 1994, il desiderio della Francia di riconquistare spazio strategico – anche per le “rinunce” relative alla guerra in Iraq – e bilanciare, nell’Africa Equatoriale, l’influenza britannica sul 30° meridiano Est, faglia di frizione anglo-francofona, la volontà della Gran Bretagna di colmare la distanza con Parigi e monitorare la nuova attività francese nell’area, da anni ormai sotto influenza britannica. Perciò, soprattutto l’attrazione fatale esercitata dalle enormi ricchezze dell’Ituri in minerali strategici, rappresentati da uranio, oro, diamanti, coltan, cobalto e, da pochi mesi, intorno al Lago Alberto, dal petrolio.

IL PROCESSO DI PACE

Nel 2002 il processo di pace nella Regione dei Grandi Laghi ha registrato importanti accelerazioni con gli accordi firmati a Sun City, in Sud Africa, tra gli attori del Dialogo Intercongolese. L’impegno delle parti, incalzate dall’ONU, ha portato, inoltre, all’accordo di Pretoria del 31 luglio dello stesso anno, tra Congo e Ruanda, che prevedeva il ritiro delle truppe ruandesi entro ottobre. A Luanda, poi, il 15 agosto Congo ed Uganda avevano firmato l’accordo per la ripresa delle relazioni diplomatiche. Il governo ugandese aveva dato garanzie del ritiro coordinato delle sue truppe, quando Kinshasa sarebbe stata in grado di colmare il vuoto nella provincia nordorientale dell’Ituri.

Finalmente a Pretoria, nella notte tra il 16 ed il 17 dicembre, è stato firmato l’ “accordo globale e inclusivo” – patrocinato dall’ONU e dal presidente sudafricano Thabo Mbeki – per la formazione di un governo provvisorio di unità nazionale, fino alle elezioni del 2004, strutturato, secondo la formula “1+4”, su un presidente (Jospeh Kabila) e 4 vicepresidenti.

In aprile il governo provvisorio si è insediato, ma il processo di pace è fragile e tanti restano i punti di domanda.

Punti chiave del testo dell’accordo sono:
la cessazione delle ostilità, il ritiro di tutte le truppe straniere dal territorio della Repubblica Democratica del Congo, il disarmo dei gruppi armati, la tutela della sovranità e dell’integrità territoriale del paese e la smobilitazione dei bambini soldato
(6).

La formula adottata, “1+4”, più che democratica divisione del potere è una vera spartizione di settori di influenza, prevalentemente tra signori della guerra, macchiatisi anche di efferati crimini.

Le libere elezioni democratiche del 2004 suscitano, in ogni caso, legittime perplessità per l’incongruenza con l’attuale situazione strutturale del paese e con il suo tessuto sociale: popolazione stimata in 50 milioni, superficie di 2,34 milioni di Kmq (di poco inferiore all’India), in assenza di strade, nell’estrema difficoltà di realizzare alcun censimento credibile.

Inoltre, i vari gruppi armati che si stanno disputando il controllo dell’est e del nord est del paese devono essere integrati in un esercito riunificato, ma ciò causa una notevole serie di spinose conseguenze: l’integrazione dei militari non è sottoposta a nessun tipo di controllo, per cui nel nuovo esercito nazionale confluirebbero tutti, indipendentemente dai crimini commessi. Si rischia di avere un esercito di banditi, abituati a fare tutto ciò che vogliono.

Il merito del nuovo impulso alla pace va comunque riconosciuto all’ONU, all’Opposizione non Armata ed alla cosiddetta Società Civile sostenuta dalle Chiese e dalle Organizzazioni non Governative (OnG).

L’auspicato approssimarsi della pace, la logica del potere e la “posta in gioco” – costituita dai minerali strategici (uranio, oro, coltan, diamanti e petrolio) e dalle direttrici di movimento per la loro esportazione – hanno indotto, però, i signori della guerra ad intensificare gli orrori per il rafforzamento delle posizioni negoziali ed in vista del consolidamento finale sul territorio. E mentre si spartiscono le poltrone del potere nella capitale, sul terreno continuano gli scontri. Intanto la comunità internazionale che si compiace del saccheggio illegale delle risorse del Congo, appare oscillare tra l’indifferenza, l’assuefazione, i sensi di colpa e la rimozione dell’incubo.

Il cancro della guerra, che insanguina la regione dei Grandi Laghi da oltre quattro anni, si diffonde in una particolare area di conflittualità geostrategica, su una società proiettata nel futuro, ma ancora saldamente ed orgogliosamente ancorata alla sua “africanità” ed alle logiche etniche. Una società che non potrebbe permettersi il macabro lusso della guerra e che risente della stratificazione di complessi mosaici storici e della tangenza di assi di alta conflittualità, tanto da vivere una forte logica di potere, un’alta parcellizzazione dei fronti politici e spregiudicate mutevoli alleanze.

LE SPERANZE

In questo ambiente e su questo tessuto la Conferenza di Sun City e l’Accordo di Pretoria hanno originato, nel 2002, nuove speranze ed il ritiro formale degli Eserciti di Uganda e del Ruanda dalle regioni orientali – dove continuano però a sostenere i principali movimenti antigovernativi armati congolesi – lasciando un vuoto che il Governo di Kinshasa non è ancora in grado di colmare.

Un significativo ruolo di riavvicinamento è stato giocato, durante la Conferenza di Sun City, da Mbusa Nyamwisi – Presidente del Raggruppamento Congolese per la Democrazia-Movimento di Liberazione (Rcd-Ml) che controlla le ricchissime province dell’Ituri e del Nord Kivu (le città di Bunia, Mambasa, Beni e Butembo), al confine dell’Uganda – il quale ha interessatamente offerto al Presidente Kabila il suo sostegno politico e militare, dissociandosi dal Raggruppamento Congolese per la Democrazia (Rcd-Goma), allora retto da Adolphe Onusumba, filoruandese, che controlla il Sud Kivu. Interessatamente perché le due province sono incastonate tra il confine con l’Uganda, ad est, il territorio controllato dal Movimento per la Liberazione del Congo (Mlc) del Generale Bemba, filougandese, a nord-ovest ed il territorio controllato dal Raggruppamento Congolese per la Democrazia-Goma (Rcd-Goma) di Adolphe Onusumba (ora sostituito da Azarias Ruberwa), ad ovest e sud-ovest: perciò separate dal territorio sotto il controllo governativo di Kinshasa. Ma l’oro nero può miracoli, anche nella gestione delle alleanze.

NUOVI SQUILIBRI – NUOVE VIOLENZE

Il ritiro dell’Esercito Ugandese e l’impossibilità, per Kabila e Nyamwisi, di custodire e difendere il tesoro dell’Ituri avevano indotto, dalla fine agosto del 2002, il Generale Bemba ad attaccare la popolazione inerme di Bunia e Mambasa e provocare un esodo di 160.000 persone, che terrorizzate erano fuggite verso sud, per oltre 120 chilometri, attraverso la foresta equatoriale, per rifugiarsi nelle città di Beni e Butembo, nel Nord Kivu e nei villaggi che si sgranano lungo gli itinerari di fuga. Intanto Bemba, abbandonato dall’Uganda, troppo sotto tiro per esporsi in rischiose alleanze, aveva trovato in Libia nuovi armamenti e sostegno politico.

Dopo le efferate violenze dei mesi scorsi, Bemba in questi ultimi mesi non è più attore sul campo di battaglia. Si tiene stretta la poltrona ottenuta a Kinshasa ed evita di esporsi inutilmente, dopo le minacce di denuncia al tribunale penale internazionale per le atrocità commesse dai suoi soldati.

Il livello di violenza aveva, infatti, raggiunto un livello tale da risultare inedito anche in Africa. Addirittura superiore a quello evocato dagli “Spettri del Congo” di Adam Hochschild e da “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad. Lo affermano gli stessi Congolesi.

La violenza era stata tale da aver messo in fuga anche i Pigmei, i quali per primi hanno sofferto violenze efferate, secondo una logica razzista africana che li confina nel mondo animale, non umano.

Alcuni loro capi tribù lo hanno denunciato in un’intervista raccolta a Mangina il 26 dicembre scorso. Le truppe di Bemba li hanno impiegati come cani da caccia e quando la selvaggina era scarsa li hanno fatti a pezzi e mangiati. Hanno ucciso i loro congiunti e li hanno mangiati sotto gli occhi dei familiari, lasciati in vita per diffondere il terrore. Li hanno inoltre obbligati a nutrirsi dei loro congiunti uccisi. Atrocità denunciate con forza anche dai Missionari e dalle OnG.

Eppure oggi, a distanza di pochi mesi, proprio gli episodi più efferati paiono sfumare nella memoria collettiva di quelle zone: nessuno ne parla più con chiarezza. Solo dei “mi pare”, dei “si dice”. Forse, semplicemente il desiderio di rimuovere l’orrore e voltare pagina.

Intanto, l’assenza di un elemento forte, come l’Esercito Ugandese, ha permesso ai gruppi minori – essenzialmente l’Unione dei Patrioti Congolesi (UPC) di Tomas Lubanga – e alle bande tribali di alzare la testa. Di loro e dell’antica contrapposizione Hema-Lendu, hanno saputo servirsi prima il generale Bemba, poi gli Ugandesi, che hanno alimentato ad arte un conflitto secolare che prima aveva i contorni di una faida, trasformandolo in vera e propria guerra interetnica, grazie al copioso afflusso di armi ad entrambe le fazioni.

Quello delle armi, in effetti, è uno dei nodi principali da sciogliere: dopo forti, continue pressioni internazionali e civili, a luglio il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha finalmente deciso l’embargo delle armi per le regioni dell’Ituri e del Nord e Sud Kivu. Due giorni dopo, gli Usa toglievano l’embargo decennale alle armi in Ruanda. Vanificando così, di fatto, la decisione del Palazzo di Vetro. In effetti, solo un embargo esteso a tutta la Regione dei Grandi Laghi potrebbe risultare davvero efficace.

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NUOVE STRATEGIE INDIRETTE – NUOVI ORRORI

Le soldataglie dell’UPC, come di ogni altro gruppo armato irregolare, possono essere reclutate molto agevolmente, non costano nulla! Il loro soldo è rappresentato da quattro giorni di libere scorrerie nei villaggi conquistati. Nei quattro giorni di “franchigia” sono assenti i comandanti di alto livello, così come i funzionari della Monuc.

Oltre ai consueti “pillages”, stupri, amputazioni e devastazioni perpetrati dalla soldataglia, i signori della guerra, nell’ottobre 2002, hanno sperimentato nuove strategie indirette basate sul martirio e sul terrore dei prigionieri, parte dei quali veniva, poi, messa in libertà per farne involontario strumento di guerra psicologica: bastava far correre la voce che si avvicinavano le truppe di Bemba per provocare fughe a cascata verso sud.

Strategie che si sono avvalse, purtroppo, anche della disinformazione raccolta “inconsapevolmente” da Radio France International (25 e 26 dicembre 2002), che ha diffuso notizie false ed allarmanti sull’avanzata verso sud di Bemba e sull’ evacuazione di un terzo della popolazione di Beni, provocando angoscia e panico tra la popolazione ed i soldati più giovani, come denuncia Médicins sans Frontières.

Questo la dice lunga sulle complicità con il “mondo civile” e sulla capacità di gestione delle operazioni dei signori della guerra che, se sul campo si avvalgono di soldataglie e di elementari atroci sistemi di scontro primordiale, nelle loro sale operative godono dell’assistenza di “sofisticati esperti” di strategie indirette, offerti da chi ha l’interesse dei loro favori. Esperti capaci di depistare anche un’emittente radio di grande valore, sicuri dell’assenza di giornalisti nella zona delle operazioni dove, in certi frangenti, non circola nemmeno la CNN.

SANTI ED EROI

Sul fronte, in balia degli eventi, restano i missionari delle varie congregazioni e pochi operatori di Ong.

Tra loro, due Missionari Dehoniani, Padre Nerio e Padre Silvano (da trent’anni a Mambasa), Amna Smailbegovich, Bosniaca e Massimo Nicoletti Altimari di Napoli – appartenenti all’OnG CESVI di Bergamo – Nicola di Médicins sans Frontières e pochi altri volontari di Solidarité Internationale e di Magdaleine hanno sostenuto da soli, quest’inverno, decine di migliaia di sfollati.

I due Dehoniani sono stati capaci di scuotere dal torpore la comunità internazionale – anche grazie alle continue informazioni e agli allarmi lanciati dalla Misna, agenzia di stampa diretta dal Comboniano Padre Giulio Albanese – , di svegliare nel sonno Prodi e gli Ambasciatori d’Italia in Africa, di mettere in agitazione l’ONU e Bush, fino a distrarlo dall’Iraq e fargli esercitare pressioni su Bemba il quale, il 30 dicembre, ha siglato a Gabdolite la tregua con Nyamwisi, che, seppur fragile, ha consentito l’arrivo del Generale Roberto Martinelli, allora Vicecomandante della Monuc, che aveva raggiunto Mambasa in elicottero dove disponeva nuovi osservatori per il consolidamento di una “pace amara”.

Da allora, la situazione di Mambasa è notevolmente migliorata: dopo gli accordi firmati il 30 dicembre a Gbadolite, la zona è smilitarizzata e fa da cuscinetto tra i due fronti. Quello che non è cambiato invece è la vita della gente: agli abitanti della città si sono aggiunti in questi ultimi mesi bel 7.000 sfollati provenienti da Bunia, ai quali i missionari devono provvedere il cibo ogni giorno. Gente scappata dagli scontri. E accolta dalle comunità cristiane locali: non ci sono campi profughi, perché gli sfollati sono tutti accolti in casa o alloggiati in abitazioni rimaste vuote. E i locali condividono quel poco che hanno.

INTERVENTO DELL’ONU

Nei primi giorni di gennaio la Monuc ha finalmente preso atto di orrori inediti perpetrati tra ottobre e dicembre 2002: casi di cannibalismo, “cannibalismo forzato” e d’altre gravissime violazioni dei diritti umani denunciate da Kinshasa che chiede all’ONU la costituzione di un nuovo tribunale penale internazionale per le atrocità commesse nella provincia dell’Ituri, nel nord-est del paese.

Il governo di Joseph Kabila, in particolare, sollecita il Palazzo di vetro perché fra le persone che dovranno essere sottoposte a giudizio sia compreso anche il generale Jean-Pierre Bemba, leader del Movimento per la Liberazione del Congo (Mlc), considerato uno dei maggiori responsabili delle atrocità.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dettagliatamente informato dalla Monuc, ha immediatamente condannato i crimini commessi dall’Mlc di Jean-Pierre Bemba e dai gruppi armati suoi alleati nell’Ituri.

Il medesimo Bemba ha reagito con prontezza arrestando cinque dei suoi gregari perché colpevoli di “stupri, furti e altri crimini”. Tra loro il tenente colonnello Freddy Ngalimo che dirigeva le operazioni militari nell’Ituri.

LEZIONE APPRESA

I signori della guerra dovrebbero avere appreso una nuova lezione dai Pigmei: la logica del terrore, così ben sperimentata in Africa, non è più efficace. Nell’era di Internet occorre riflettere bene prima di servirsene, specialmente in vista del mantenimento del potere sulla popolazione che si intende domani governare. Nell’era di Internet anche i Pigmei non sono più soli!

E mentre la Comunità internazionale osserva gli sviluppi dei fragili accordi di pace, mentre nella capitale Kinshasa la spartizione del potere rischia sempre di rovinare in nuovi pericolosi attriti, mentre gli enormi interessi economici continuano a dettare le leggi delle alleanze e dei profitti, mentre le milizie congolesi si autoalimentano di violenza e saccheggi, la gente comune, la societé civile non si arrende. Continua pazientemente a costruire, dal basso, piccole reti di pace. Nonostante tutto.

Come lo scorso 11 giugno, quando l’Rcd-Goma stava avanzando minacciosamente verso nord per riconquistare Butembo: la gente è scesa in strada, manifestando e protestando. E l’Rdc-Goma (certo grazie anche a forti pressioni dall’alto) si è fermata, risparmiando la città. Si può fare qualcosa. Anche dal basso.

NOTE:

  1. Il secondo fiume al mondo per portata, dopo il Rio delle Amazzoni.

  2. I Mayi-Mayi – diventati la punta di diamante dell’APC – sono una leggenda vivente. A loro modo sono nazionalisti congolesi, figli del movimento dei Simba, eredi spirituali di Patrice Lumumba. Di notte, nella foresta profumata dalle piante di caffè in fiore, raccolgono l’acqua miracolosa che Patrice versa in polle cristalline. Riempiono le borracce e… “diventando invisibili ed invulnerabili”.

  3. Dopo otto mesi dal genocidio operato nel 1994 dagli estremisti Hutu, gli Interhamwe, sui Tutsi, in Ruanda, questi ultimi ricambiavano i massacri, li costringevano alla fuga e li sostituivano al potere.

  4. Secondo quanto prescrive il Capitolo Sesto della Carta delle Nazioni Unite.

  5. Secondo quanto previsto, per le condizioni di maggiore gravità, dal Capitolo Settimo della Carta delle Nazioni Unite.

  6. Non tutti, però, lo stanno rispettando. Il governo di Kinshasa si è adoperato per primo nella smobilitazione.

COLTAN (Colombo -Tantalite)

Sostanza sabbiosa composta da minerali di Colombite e Tantalite. Minerali di base per l’estrazione del Tantalio, indispensabile per l’hardware di apparati informatici di nuova generazione (avionica di bordo, play stations, cellulari).

Tantalio: elemento metallico:

– numero atomico: 73;

– peso atomico: 180,9;

– punto di fusione: 2996°C;

– di difficilissima corrosione;

costi: . all’estrazione: 10 $/Kg;

. alla Borsa di Londra: 400 $/Kg;

zone di estrazione – riserve % globali:

. Repubblica Democratica del Congo – 80%;

. Australia – 20%

– società di sfruttamento minerario: USA, Federazione Russa, Kazakistan, Sud Africa, ….

CERCA IN INTERNET

http://www.beati.org@sipa2

www.misna.org

www.congoline.com

www.congo2000.com

www.allafrica.com

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