Il Canale di Suez 25 – Pompeo De Angelis

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Esposizione universale di Parigi, 1867

L’opinione inglese stava riconciliandosi con il canale di Suez. Il 18 ottobre 1865 era morto lord Henry John Temple III, visconte di Palmerston, l’ostinato avversario di Lesseps, che aveva però attenuato, per stanchezza o per ragione, l’opposizione alla via più breve alle Indie. Spirando disse: “Muoio, questa è l’ultima cosa che posso fare.” Cambiava la politica inglese ma, a Costantinopoli, non si concludevano le trattative tra il marchese di Moustier e la Porta per far uscire il firman che autorizzava l’Egitto ad accettare la sentenza arbitrale di Napoleone, emessa ormai da 9 mesi. Il gran visir Fuad Pascià godeva il suo tempo perso villeggiando nel Sud della Francia e beneficiando dell’aria primaverile della Provenza del 1865. Seppe che Napoleone III stava per imbarcarsi per andare in Algeria e si recò a Marsiglia per abboccarsi con lui, ma l’imperatore lo ignorò. Fuad Pascià divenne pressante e chiese ad alta voce se la Francia aveva qualche cruccio contro di lui e contro il suo governo. Napoleone rispose con un gesto di stizza e con una parola: “firman!” L’episodio significò che l’imperatore francese se ne infischiava del rappresentante di un impero in disfacimento e pretendeva, senza estenuazioni diplomatiche, la chiusura delle trattative sui terreni irrigui della Compagnia di Suez, altrimenti la pazienza poteva finire. L’Europa era stufa del mercanteggiare ottomano su una idea e su una impresa che caratterizzava il secolo. Fuad Pascià ricevette un messaggio di una sola parola: “firman”. La paura, a Istanbul, ebbe la meglio sull’arte del rinvio. Lesseps festeggiò il Natale con una vittoria. Una goletta a vapore con trenta invitati a bordo, proveniente da Alessandria entrò a Porto Said, scese il canale marittimo fino Ismailia, accolse a bordo, con applausi, il presidente, proseguì navigando il canale d’acqua dolce ed andò a ormeggiarsi nella rada di Suez. Il percorso, nel taglio dell’istmo, durò 27 ore. Nessuno potette più negare che era definitivamente aperta la via nuova fra Occidente e Oriente. Non contava più contendere i possessi di terre da coltivare lungo il canale d’acqua dolce: che tutte venissero cedute a Ismail Pascià, che amava impinguirsi, mentre pagava un pegno di tributi consistenti al sultano per comprare la discendenza del suo vicereame dal padre al figlio e il titolo di khedivè. Per arricchirsi, Ismail approfittava delle circostanze. Quando l’afta epizootica colpì il bestiame, vendette a caro prezzo vacche e tori da importazione. Quando venne estesa la cultura del cotone si rifornì, con le sue navi, di carbone in Inghilterra e lo smerciò per alimentare le macchine delle officine che mondavano il tessile. Quando ampliò la coltivazione della canna da zucchero impose la corvè sui campi di sua proprietà. Nel suo palazzo ospitò una banca che prestava piccole somme a breve restituzione come fosse un Monte di Pietà, senza socialità, ma succhiatore dei bisogni dei piccoli. Il viceré acquistava i terreni dei proprietari in difficoltà e per obbligarli a vendere chiudeva con la forza i canali d’irrigazione. L’intera rete ferroviaria apparteneva al viceré. In quel momento, 80.000 fellah lavoravano alla costruzione del canale d’acqua dolce e della ferrovia, entrambe reti di sua proprietà, con il vituperato sistema della corvè. Lui sembrò uno statista perché istituì l’assemblea eletta egiziana. L’Egitto fece un salto in avanti? Lo statuto del parlamento recitava: “L’Assemblea potrà deliberare sugli affari interni che il Governo riterrà giusto commissionargli… Il risultato avrà forza di legge dopo essere stato sanzionato dal viceré… Il viceré riunisce, aggiorna, proroga, e scioglie l’Assemblea. …”

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Lesseps inviò un telegramma, il 5 febbraio 1866 al ministero degli Esteri francese che diceva: “La convenzione tra il viceré e la Compagnia di Suez è stata firmata. Tutte le questioni pendenti sono regolate con soddisfazione delle due parti. La sentenza arbitrale resa dall’Imperatore Napoleone è stata interpretata nel senso più liberale. Il viceré ha ricevuto le felicitazioni dei rappresentanti della Francia e dell’Inghilterra. S.M. Ismail Pascià ha ordinato la costruzione di una linea ferroviaria tra Ismailia e il Cairo”. Tre atti firmati dal viceré e dal Presidente della Compagnia, del 30 gennaio, del 22 febbraio e del 23 aprile 1866, perfezionarono l’arbitrato di Napoleone. A grandi linee, i tre documenti stabilirono che il governo egiziano avrebbe occupato, nel perimetro dei terreni dipendenti dal canale marittimo, qualsiasi posizione o punto strategico ritenuto necessario alla difesa del paese. Il grosso delle rinunce della Compagnia riguardò il canale d’acqua dolce da Ouady a Ismailia, a Suez. (da Ismailia a Porto Said l’acqua dolce era in tubatura della Compagnia). Rinunciava anche alla stazione di pompaggio di Ouady. Veniva ammesso il diritto della Compagnia su 70.000 metri cubi di acqua al giorno per l’alimentazione della popolazione impegnata nel canale marittimo, per il rifornimento delle navi in transito e per il funzionamento delle macchine a vapore. Sul canale d’acqua dolce, potevano liberamente circolare i rimorchiatori ad elica delle imprese europee per i trasporti dei materiali. La Compagnia era obbligata a vendere 60.000 ettari dei suoi terreni alla cifra di 500 franchi l’ettaro per un totale di 30 milioni. Con i terreni venivano ceduti gli ospedali e gli edifici che vi insistevano. La Compagnia perdeva ogni trattamento privilegiato: gli imprenditori, gli impiegati, gli operai della Compagnia avrebbero pagato la dogana, per ogni merce che importavano; le imbarcazioni della Compagnia sarebbero state sottomesse alle imposte come tutti i bastimenti e barche dell’Egitto. Tirate le somme del dare e dell’avere dei presenti e dei passati debiti, il governo egiziano si impegnava a risarcire la Compagnia con 57.750.000 franchi in 36 rate di 1.604 fr. a scadenza il primo di ogni mese a partire dal gennaio del 1867, fino al 1° dicembre 1869, giorno del presumibile compimento dell’opera. La Compagnia conservava il diritto di estrarre gratuitamente pietrame e sabbia dal demanio pubblico. Conosciuti gli accordi, il 18 marzo 1866, il sultano di Costantinopoli emise il firman che decretava come legittimi gli atti egiziani e al viceré spettò il titolo di khedivé.

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Padiglione dedicato al Canale di Suez

Era il momento in cui l’Europa veniva travolta da un’altra guerra. Dal 4 all’11 ottobre 1865, il cancelliere prussiano Bismark si era trattenuto a Biarritz dove aveva spiegato a Napoleone che intendeva unificare la Germania attorno alla Prussia, mettendo fuori giuoco l’Austria. L’imperatore si dichiarò neutrale ma, in pratica, si diede un gran da fare. Intervenne sul re d’Italia Vittorio Emanuele II inducendolo a schierarsi con Berlino per avere il Veneto togliendolo allo straniero per riunificarlo alla madrepatria, approfittando di una prossima belligeranza contro Vienna. L’Italia firmò un patto militare con la Prussia l’8 aprile. Il 16 giugno, le truppe prussiane del generale Moltke attaccarono la Boemia e il 20 giugno l’Italia dichiarò guerra all’Austria. Il generale La Marmora perse nella battaglia di Custoza e l’ammiraglio Persano quella navale di Lissa, mentre il generale Moltke schiacciava gli austriaci nella battaglia di Sadowa. Dopo tre settimane di scontri, la pace di Praga permise alla Prussia di fondare la Confederazione della Germania del Nord con l’annessione dell’Assia-Kassel, del ducato di Nassau, dell’Hannover, di Francoforte e dei ducati danesi. L’Austria cedette il Veneto alla Francia, che ne lasciò il possesso all’Italia.

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Nel frattempo, Lesseps, aveva cercato di migliorare i rapporti personali con Ismail Pascià e insistette con lui affinché l’Egitto partecipasse all’Esposizione Universale di Parigi che si inaugurava l’anno dopo. Sembrò una ironia promuovere un tale avvenimento mentre il rumore delle armi riempiva l’Europa. Ma piacque ai popoli civili l’appello alle arti della convivenza che l’imperatore Napoleone rivolse loro. L’impero ottomano, spiegò Lesseps, avrebbe partecipato con un padiglione alla fiera e sarebbe stato importante la presenza autonoma dell’Egitto, per cui era bene che Ismail Pascià progettasse il suo ingresso nel “Parc des Nations”, indipendentemente dalla Turchia. L’iniziativa avrebbe innalzato il suo sotto regno al rango conquistato dalla modernità della sua politica, più occidentale rispetto a quella della Porta. Questo diceva Lesseps. La compagnia di Suez avrebbe costruito un suo padiglione nella Sezione Egiziana e molti interessi si sarebbero riversati sulla nazione, socia dell’impresa più universale del pianeta. La vanità del khedivé venne esaltata e Lesseps partì soddisfatto, Il 5 luglio, da Alessandria. A metà mese giunse a Parigi, dove, il 1° agosto, sempre nella Sala Hertz, aprì l’Assemblea generale degli azionisti del 1866.

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Fu un meeting di compiacimento. Il presidente della Compagnia, nella sua relazione, mise in evidenza la conversione del Regno Unito: “L’illustre signor Gladstone ha detto, in pieno Parlamento, che l’opposizione del governo inglese al canale di Suez, ha fatto più danni al suo paese di dieci rivolte in India, L’opposizione si è spenta per sempre e siamo felici di darvene certezza.” Un altro ostacolo scompariva: “Esistono i migliori rapporti tra il governo di Sua Altezza principe Ismail e il vostro presidente. Non solo Sua Altezza eseguirà con la fedeltà, che egli mette sempre nell’adempimento dei suoi impegni contrattati, ma possiamo contare sulla sua operosità ferroviaria nella Provincia dell’Istmo. … Il governo ottomano, da parte sua, si è dimostrato desideroso di cancellare ogni traccia delle incertezze passate.” Voisin Bey lesse il rapporto sullo stato dei lavori e fu consegnato ai presenti un volume di carte e piani sul come si aprivano le porte del canale marittimo; in allegato i testi delle nuove convenzioni con l’Egitto, il firman del sultano e i calcoli sulla delimitazione dei terreni receduti al viceré. A Porto Said, le opere avanzavano: la gettata Ovest dei blocchi artificiali che doveva costituire un muro di 2.500 metri di lunghezza era realizzata per 2.200 metri di cui m. 1900 sopra il livello dell’acqua; la gettata Est prevista di una lunghezza di 1800 metri era già costruita per metri 950; la messa in opera di altri blocchi procedeva in ragione di 30, 40 di essi, al giorno; il completamento di tutte le gettate poteva avvenire per la fine del 1868: ne sarebbe risultata una profondità del bacino di m. 5 su una superficie di 25 ettari, dei quali 11 ettari dovevano essere dragati per portare anche questi alla maggiore profondità. Il bacino commerciale di una superficie di 4 ettari di m.5 di profondità veniva dragato per portarlo a m. 6. Il Mediterraneo penetrava, attraverso il canale largo tra i 100 e i 140 metri, fino al lago Timsah riempiendolo con 80 milioni di acqua salata. Il livello del bacino al centro del canale era adesso pari a quello dei due mari. Lo scavo proseguiva tagliando le colline della soglia di Serapeum. L’altipiano roccioso era attaccato da otto grandi draghe che aprivano la via verso i Laghi Amari. Entro l’anno, il flusso marino sarebbe arrivato fin lì, avendo percorso 89 km. da porto Said. All’estremità sud dei laghi Amari le scavatrici a secco incontravano la soglia di Chalouf e su una porzione di 28 km. di canale marittimo, abbattevano gli spuntoni di roccia che avrebbero ostacolato le draghe. A gennaio del 1867 sarebbe entrata l’acqua salata nella piana di Suez e avrebbero operato le gigantesche macchine subacquee. Intanto, quattro grandi draghe lavoravano, da qualche mese, a approfondire la darsena di Suez, che avrebbe alloggiato gli scafi galleggianti con le pompe a valvole di ritegno. Stava per entrare in funzione la quinta draga. Alla data del 15 maggio 1867 restavano da estrarre 48 milioni di metri cubi per liberare il canale alla grande navigazione. 18.000 operai lavoravano nei cantieri, 8.000 erano europei e gli altri 10.000 erano arabi, siriani ed egiziani, e tutti, di qualsiasi provenienza, ricevevano lo stesso trattamento.

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Sulla riva della Senna lavoravano 26.000 operai (molti di più di quelli dell’istmo di Suez) a riempire i vuoti e a spianare la collina del Trocadero per costituire il parco di Champ de Mars: una superficie di cinquanta ettari a cui aggiungere i venti ettari dell’isola di Billancourt. Vi sarebbe sorta una costruzione effimera, un edificio ovale di 490 metri di lunghezza e di 380 di larghezza. Attorno a questo edificio principale venivano creati i giardini tra i quali sarebbero apparsi un centinaio di padiglioni nazionali, o industriali. Tutto doveva essere pronto per la primavera del 1867, quando ogni paese del mondo avrebbe mostrato la sua storia, le sue macchine d’avanguardia, i suoi prodotti, i suoi paesaggi e le elucubrate architetture dei padiglioni nazionali, nell’Exposition Universelle de Paris, definita un “Museo della storia del lavoro” da Frederic Le Play, l’ideatore e direttore della gran fiera.

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L’evento lo aveva voluto la Casa di Francia come l’apogeo del Secondo Impero. Gioachino Rossini aveva ricevuto l’incarico di comporre “l’Hymne à Napoleon III et à son vaillant peuple”, che divenne la musica ufficiale dell’Expo. Nella primavera del 1867, le teste coronate (regina del Portogallo, il principe di Svezia, il re del Belgio, lo zar di Russia, il principe di Galles, il re di Prussia, il sultano ottomano, il khedivè d’Egitto) si inchinarono di fronte alla nazione del progresso civile.

Rossini – Hymne à Napoléon III et à son vaillant peuple

Per la élite venne rappresentata l’opera buffa “La grande duchesse de Gerolstein” musicata da Jacques Offenbach. Nel palazzo ovale al centro del parco gli espositori furono 52.226. Le novità assolute della mostra furono, nei padiglioni industriali, la comparsa di un metallo molto leggero e resistente, l’alluminio; le prove dell’olio combustibile da petrolio come nuova fonte di energia; l’ascensore americano a freno di sicurezza indispensabile per i grattacieli. Tra i visitatori si incontravano Hans Christian Andersen, che si ispirò a quel che vedeva per scrivere “Dryade”, uno dei suoi racconti; e Jules Verne, davanti all’acquario gigante dell’Expo che conteneva 800 specie di pesci, ammirando lo scafandro della Compagnia sottomarina di New York, concepì il suo romanzo “Ventimila leghe sotto i mari”; e Gustave Eiffel, che aveva organizzato la Galleria delle Macchine, elaborò la sua idea per la Tour a tralicci di ferro del Champ de Mars della futura Esposizione. In quella del 1867, fu calcolata una cifra di diecimila visitatori paganti. Si poteva passeggiare per la strada egiziana e nella piazza turca: luoghi pittoreschi.

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La Sezione Egiziana, progettata da Auguste Mariette, fece esclamare ai commentatori che era apparso un paese nuovo sulla carta del mondo, dopo l’Egitto dei faraoni e dei mamelucchi, che non rinnegava niente del suo passato, ma che rivelava la ricchezza del suo futuro. Nel Parco Egiziano erano costruiti quattro edifici: il tempio di Athor, con un viale fiancheggiato da sfingi; il selamlik ; l’okel; il Pavillon Suez. Il tempio era un museo in cui venivano esposti, per la prima volta in Europa, i tesori archeologici messi a disposizione dal Servizio delle Antichità Egiziane, tra cui i gioielli di Iahhotep, scoperti nel 1959, incantarono l’imperatrice Eugenie. Quel tempio modellato ecletticamente sui più antichi templi, fu la maggiore attrazione della folla che varcava il recinto dell’Esposizione Universale. Vicino, si elevava il palazzo d’estate (selamick) rievocante le stanze lussuose e confortevoli di un Bey, in mezzo a un giardino, in cui i ricchi ricevevano gli ospiti di riguardo. Del selamick, Ismail Pascià fece la sua dimora quando visitò l’Expo. Il caravanserraglio (okel) ricordava gli alberghi, i magazzini e i bazar dell’Alto Egitto e del Cairo, collocati intorno a un cortile su cui si affacciavano i ritrovi, che offrivano gratuitamente il caffè e il narghilé. Al piano superiore dell’okel era esposta, nella sala di antropologia, una collezione di cinquecento teste mummificate e qualche mummia nel sarcofago. Lì vicino, l’architetto Alfred Chapon aveva costruito un padiglione rettangolare decorato, nella facciata, da sei colonne in stile egittizzante e da un fregio, in cui era scritto “L’Isthme de Suez”. All’interno della rotonda era esposto un plastico della valle del Nilo. Intorno erano in mostra le fotografie dei cantieri della Compagnia, le maquette delle macchine, i campioni geologici di terreno dell’istmo. Nella rotonda, i decoratori dell’Opera di Parigi mostravano le scene affrescate del lavoro dell’ultimo anno, quello con le macchine e non con la corvée. La mostra si chiuse il 3 novembre 1867. Nella prefazione alla Guida dell’esposizione, Victor Hugo scrisse: “Nel ventesimo secolo ci sarà una nazione straordinaria. Questa nazione sarà grande, ciò che non le impedirà di essere libera. Sarà illustre, ricca, pensante, pacifica, cordiale con il resto dell’umanità. … Una battaglia fra italiani e germanici, tra inglesi e russi, tra prussiani e francesi apparirà come a noi appare una battaglia fra piccardi e borgognoni. … Questa nazione avrà per capitale Parigi, ma non si chiamerà Francia, si chiamerà Europa.

Pompeo De Angelis

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