Il Canale di Suez 27 – Pompeo De Angelis

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L’inaugurazione del canale di Suez fu fissata per il 16 novembre 1869. Lesseps supervisionava gli ultimi lavori nei cantieri, che rivelavano, ogni giorno, altre difficoltà. Ma in maggiori preoccupazioni, anzi in ambascia, viveva Ismail Pascià. Si era recato a Corfù e aveva invitato il re di Grecia all’inaugurazione del canale nell’istmo egiziano, ma quando cominciò a estendere l’invito ad altri sovrani, la Porta lo bloccò con una lettera del gran visir Aalì Pascià: “Vostra Altezza conosce chiaramente che l’invito a un sovrano indipendente di un paese straniero deve essere fatto dal sovrano indipendente del paese invitante. Dunque la forma adottata da Vostra Altezza è sotto tutti gli aspetti contraria al rispetto dei diritti sacri del nostro sovrano e rispetto agli augusti principi che S.A. si è proposto di invitare.

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Fu l’imperatrice di Francia a estendere gli inviti alle teste coronate: tutte le monarchie d’Europa assicurarono di voler prendere parte, o di farsi rappresentare, alla festa dell’industria sulla costa Sud del Mediterraneo. Ismail Pascià si rivalse invitando una folla di personaggi borghesi, come anticipando una stagione di belle epoque. Un altro disappunto provenne all’egiziano da Giuseppe Verdi a cui aveva commissionato un inno per le celebrazioni, offrendo un compenso di 80.000 franchi, ma il musicista rifiutò l’arte sua dicendo che non scriveva musica d’occasione. Invece accettò la rappresentazione, al teatro del Cairo, del Rigoletto, perché oltre il canale si apriva il teatro lirico della capitale. L’Aida, la cui marcia trionfale cantava “Gloria all’Egitto, ad Iside, che il sacro suolo protegge, al Re, che il Delta regge, inni festosi alziamo” ebbe la sua prima il 24 dicembre del 1871, come ultima eco dell’impresa dei costruttori della nuova era. Anche i tre fari sulle punte delle rive mediterranee, che il viceré aveva ordinato non furono pronti per il 16 novembre. Quindici giorni prima dell’evento un disappunto toccò a Lesseps: gli ingegneri lo chiamarono perché era emerso dal limo del canale tra i Laghi Amari e Suez, uno spuntone di roccia che le ganasce della draga non riuscivano a demolire. Era un masso che sporgeva di cinque metri e lasciava navigabile solo un passaggio di tre metri di profondità. “Andate a prendere un gran carico di polvere esplosiva al Cairo – ordinò il presidente – e se non potremo far saltare le rocce, salteremo noi stessi.

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In quel momento, sua cugina Eugenia de Montijo, moglie di Napoleone III, era ospite di Ismail Pascià a Guézireh, il palazzo vicereale di eleganza europea al Cairo. Visitava la moschea, il gran bazar e il museo delle antichità egizie. Era sbarcata il 22 ottobre ad Alessandria. Era partita da Parigi alla fine di settembre, arrivata in treno a Venezia il 2 ottobre, aveva reso omaggio alle tombe della battaglia di Magenta e ricevuto il baciamano del re Vittorio Emanuele II. Da Venezia al Pireo, a bordo dell’Aigle, un panfilo di 99 metri di lunghezza e 18 di larghezza, raggiunse Atene, visitò il Partenone e sbarcò a Costantinopoli dove l’accolse con enorme fasto il sultano, il quale ufficializzò il suo ruolo di madrina mondiale del canale di Suez. Mentre si tratteneva al Cairo, non rinunziò a godere l’emozione delle piramidi. Ismail Pascià fece costruire una strada per i 13 km della la piana di Gisa, dove esisteva solo un sentiero sassoso. L’imperatrice e il viceré percorsero un tratto del cammino in calesse fendendo una folla di indigeni, tra cui i beduini con i loro somari. Vedendo cavalcati quei servizievoli animali, l’imperatrice prese la bizzarra iniziativa, alla maniera delle eroine della contessa di Sègur, di usarne uno e ciò obbligò il viceré a fare altrettanto, suscitando lo scandalo degli arabi che lo giudicarono degradato in simile equipaggio. Infine il 12 novembre, Eugenia Montijo riprese il viaggio con l’Aigle, salpò da Alessandria, scortata da bastimenti da guerra, e, in corteo, si diresse a Porto Said. La traversata, costeggiando, mostrò spiagge basse, sabbiose, senza dune e una tinta gialla che si estendeva a perdita d’occhio. Qualche tamerice senza foglie verdi accentuava la solitudine di quelle plaghe. Ma a bordo si ballava nella sala da ricevimento. A Porto Said, il 14 novembre era arrivato Lesseps con due suoi figli e una giovane donna sconosciuta al suo fianco. Il khedivé d’Egitto, con il suo lussuoso yacht Mahroussa, circondato da tutti i suoi ministri e alti funzionari lo seguiva. Il 15, aveva gettato l’ancora la Grief con a bordo l’imperatore d’Austria; all’alba del 16, era entrato in porto il vapore delle Messaggerie Imperiali che ospitava i membri del consiglio d’amministrazione della Compagnia; alle 8 dello stesso giorno era presente la nave del principe reale di Prussia e al limite dell’orizzonte comparve l’Aigle. Agli occhi dell’imperatrice, superato l’ultimo capo, apparve un grande bacino di acqua blu, circondato da officine e da magazzini in cui si elevavano gli alberi di centinaia di battelli; sui bordi, riposavano le draghe e le gru come giganteschi animali, si muovevano locomotive sui binari, cioè si presentava una scena del teatro dell’umanità civilizzata. Accolta da spari di cannone, l’Aigle avanzò lentamente in porto, fra gli hurrà di tutti gli equipaggi. L’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe I°, in grande uniforme, a capo scoperto, in piedi sul ponte posteriore della Grief, salutò marzialmente l’imperatrice, mentre una orchestra intonava l’aria della Reine Hortensia, l’inno nazionale della Francia, che sostituiva, in modo non ufficiale, la Marsigliese negli ultimi anni del Secondo Impero. La musica, si diceva che l’avesse composta Hortensia Beauharnais, prima moglie di Napoleone il Grande.

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Erano presenti 72 navi di stato, tra cui, con la bandiera della rappresentanza sovrana, la squadra egiziana con 6 navi, la squadra francese con 6 navi, la squadra inglese con 12 navi, la squadra austrica con 3 navi, la squadra della Confederazione della Germania del Nord con 5 navi, la squadra russa con 2 navi, la squadra dei Paesi Bassi con 2 navi; una svedese; una nave norvegese, una nave danese. La nave italiana, comandata dal duca d’Aosta, era rientrata alla notizia di una malattia grave del re Vittorio Emanuele II, ma 6 navi commerciali battevano il tricolore bianco rosso e verde. Altri 75 vascelli commerciali alzavano i vessilli delle nazioni intraprendenti d’Europa. Una nave portoghese arrivò qualche giorno dopo. Furono contate 150 navi. Partecipavano oltre l’imperatore asburgico, Beust presidente del Consiglio dell’Austria e Andressy presidente del Consiglio di Ungheria, l’ammiraglio Tagethoff e Prothesch ambasciatore a Costantinopoli; il principe prussiano Federico Guglielmo; il principe Henry e la principessa d’Olanda; l’ambasciatore di Russia a Costantinopoli generale Ignatieff; l’ambasciatore di Gran Bretagna a Costantinopoli sir Elliot. Il governo egiziano aveva invitato 6.000 persone, intellettuali, artisti, giornalisti, ingegneri, amministratori, politici da mettere al riparo e nutrire. Erano stati costruiti degli hangar con le mense sempre rifornite e servite da 500 cuochi e 1000 domestici fatti venire da Trieste, Genova, Livorno, Marsiglia. Ismail Khedivé e il presidente Lesseps si recarono per primi a bordo della capitana francese e porsero il benvenuto a Eugenie Bonaparte. Pochi minuti dopo, salì a bordo Francesco Giuseppe, che offerse il braccio all’imperatrice per farle porre piede a terra, in mezzo a decine di migliaia di persone acclamanti, arrivate dalla Siria, da Assuan lungo il Nilo, dalle città e dalle campagne del delta. L’augusta madrina inviò un telegramma in Francia: “16 novembre 1869. Sono arrivata a Porto Said in buona salute. Ricevimento magnifico. Non ho mai visto niente di simile nella mia vita.” A terra, si svolsero due riti religiosi, con gli altari uno di fronte all’altro. Il Khedivè volle ribadire la fraternità degli uomini davanti a Dio: l’ulema, dopo la preghiera, lesse un discorso e i chierici cristiani cantarono il Te Deum. Nella notte, esplosero i fuochi d’artificio.

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Fu una notte difficile sul canale marittimo. Un panfilo francese, la Salamandre e una corvetta egiziana, il Latif scesero il canale per esplorare il tragitto da Porto Said a Ismailia. Era stata data la direttiva dall’ing. Voisin a tutti i capitani delle navi che non dovevano navigare nel canale le imbarcazioni con più di 5 metri di pescaggio, ma questo valeva soltanto per il punto in cui la roccia, a Serapeum, seguitava a sporgere troppo nonostante le mine l’avessero limata. Invece nel tratto iniziale, il migliore, all’altezza di Kantara, il Latif sbagliò la manovra e andò ad arenarsi di traverso. Il khedivè in persona andò a dirigere le operazioni di disincaglio, finché il canale tornò libero. La mattina del 17, alle otto del mattino, l’Aigle entrò, sotto un arco trionfale, nel canale marittimo. Vicino all’imperatrice c’era Lesseps, due suoi figli e un’amica sconosciuta. Seguivano le altre navi, ognuna distanziata di cinque-dieci minuti dall’altra. L’ultimo vascello sarebbe giunto al lago Timsah all’ora di sera. Chiamati a raccolta dal viceré, tutti i capi dei villaggi e la loro gente con i cammelli carichi di viveri, di tende e di utensili stavano accampati sull’altopiano di El-Guisr da dove scorgevano qualche chilometro della via d’acqua marina. Saranno state circa centomila anime. Per gli europei, i funzionari egiziani avevano alzata una fila di tende a più letti, lungo il canale d’acqua dolce. L’Aigle entrò nel lago alle quattro e mezza del pomeriggio. L’accolse il saluto dei cannoni di tre navi da guerra egiziane che avevano navigato da Suez. L’imperatrice appariva stanca, ma salì fino alla residenza di Lesseps ad Ismailia, dove l’attendevano, per il pranzo, le dame della buona società di quella città di frontiera. La donna che accompagnava costantemente Lesseps fu presentata alle altre signore: si chiamava Louise Helene Autard de Bragard, amica dell’imperatrice. Figlia di un magistrato dell’isola Mauritius, sua madre, Emmeline de Cernac, era la bella creola cantata da Baudelaire: “Si vous allez, Madame, au vrai pays de la gloire/ sur le bords de la Seine ou de la verte Loire/ belle digne d’orner les antiques manoirs/ vous feriez, a l’abrides des ombreuses retraites/ germer mille sonnets dans le coeur del poetes/ que vos grands yeux rendraient plus soumis que vos noires.” Anche lei era molto attraente, aveva ventuno anni. Era arrivata in Francia, con il padre nel 1859, dopo la morte della madre. Quando ebbe diciannove anni, l’ammiraglio Bouet Willaumez la presentò a corte. L’imperatrice la fece partecipare ai suoi salotti letterari del lunedì, protetta da madame Hubert de l’Isle, dama d’onore. Lesseps la conobbe alle Tuillerie, a fianco della sovrana sua cugina e la invitò, con suo padre, all’inaugurazione del canale. Ma non fu un invito come tutti gli altri. Dal 25 ottobre di quell’anno, si trovavano affisse sulla porta degli uffici dell’8° arrondissement, rue d’Anjou Saint-Honoré, le pubblicazioni del matrimonio fra il signor Ferdinand de Lesseps e la signorina Louise Helene Autard de Bragard.

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Alla fine del pranzo, l’imperatrice prese da parte Lesseps e gli confessò che soffriva di un cerchio alla testa perché aveva immaginato, durante il percorso, l’urto del suo yacht su qualche scoglio ed era terrorizzata dall’idea che un tale incidente avrebbe compromesso l’onore della bandiera francese. Scoppiò in singhiozzi. Ma la sera, nel salone della residenza del viceré Ismail, si mostrò raggiante, in una delle sue gran toilette senza crinolina, e diede inizio al ballo a cui erano state invitate quattromila persone. I pascià arabi assistevano sbigottiti alla danza che scambiava le coppie reali fra di loro come fossero senza regni distinti. Il 19 a mezzogiorno riprese la navigazione verso Suez, con tappa ai Laghi Amari, dove i sovrani i principi e gli ambasciatori avrebbero trascorso la notte, a bordo delle loro imbarcazioni. Il tratto di Serapeum con la roccia sporgente fu superato senza difficoltà e nel pomeriggio quindici panfili si ancorarono sotto il faro; la sera si scambiarono le visite, mentre transitavano le altre navi verso la meta. Il 20 novembre, alla sette e un quarto, l’Aigle riprese il viaggio e alle ore undici e mezzo entrava nel mar Rosso. Il panfilo imperiale aveva percorso il canale in sedici ore. Durante la giornata l’intera flotta partita da Porto Said fu radunata a Suez. Nel pomeriggio, il Khedivé, l’imperatore d’Austria, il principe di Prussia, gli ambasciatori d’Austria, di Russia e d’Inghilterra partirono in treno per il Cairo, dove li attendeva il Rigoletto ed altri festeggiamenti. Il 21, l’Aigle riprendeva il canale per Porto Said.

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L’imperatrice e Lesseps si salutarono a Ismailia, il presidente rimase e Eugenia Bonaparte fu accolta in Europa da un mondo che gridava la gloria della Francia. Non ci fu un solo paese che non celebrasse l’opera di Lesseps a favore dell’umanità. Victor Hugo vide nell’apertura della strada più breve tra Occidente e Oriente e l’Australia un invito alla pace fra i popoli: “Meravigliare l’universo con grandi cose che non sono le guerre. Questo bisogna conquistarlo? No! È vostro. Appartiene alla civiltà. Vi attende. Andate. Fate. Marciate.” Un altro scrittore, non ancora celebre, che esercitava la professione di corrispondente dall’Egitto, Emile Zola, scrisse su Le Figaro: “Il signor di Lesseps, dopo aver sposato il Mediterraneo al mar Rosso, sta per sposarsi lui stesso.” Il matrimonio fra l’uomo più celebre del mondo e la giovane Helene fu celebrato nella chiesa di San Francesco di Sales, a Ismailia, il 25 novembre e ritrascritto nel registro dello stato civile dell’8° arrondissement il 28 febbraio 1870. Lasciato l’Egitto, la coppia si stabilì alla Chesnaie. Intanto, il canale di Suez veniva transitato: una nave in novembre, 9 in dicembre, 16 in gennaio, 28 in febbraio, 52 in marzo. La Compagnia chiudeva i conti con 300 milioni di passivo, ma il valore del canale in terreni, strutture e infrastrutture, materiali e macchine era stimato in 532 milioni. Il grande giuoco di Fernand de Lesseps finì in quel momento, appena in tempo prima del precipitare degli eventi dei paesi civili. Napoleone III indisse un referendum per confermare il suo impero parlamentare. Il quesito diceva: “Il popolo approva le riforme liberali operate dall’imperatore con il concorso dei grandi corpi dello stato.” L’8 maggio 1870, il plebiscito diede il risultato di 7.358.000 per il SÌ e di 1.538.000 per il NO. Gli astenuti furono 1.900.00. Si disse che i francesi avevano scelto fra l’impero e la rivoluzione. Quando tutto sembrava tranquillo, appena tre settimane dopo, scoppiò la guerra fra la Francia e la Prussia e la disfatta napoleonica di Sedan, l’ultimo giorno di agosto, tolse il trono a Napoleone, lo costrinse all’esilio e oscurò la sua memoria. Nella Terza Repubblica, Lesseps visse ritirato nella sua campagna ed ebbe da Helene la felicità di dodici figli, sei femmine e sei maschi. La sua vita non conosceva requie.

Pompeo De Angelis

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