Contro la staticità del “segreto”: ovvero come in questo marginale blog si cominci a dialogare tra due lettori (Gennariello Fieramosca ed SC)

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Da tempo ricevo commenti a quanto “posto” (per alleviare la mia solitudine e inattività) da due lettori, a cui, ormai, tengo in modo particolare: sono i signori (maschi certamente) Gennariello Fieramosca ed SC. Ritengo che siano “due” che scrivono e non “uno”, quasi fosse un geniale Fernando Pessoa capace di essere, per anni, più intellettualità dialoganti tra loro, portoghesi o brasiliani che fossero. Da qualche ora, questi due lettori, hanno cominciano a comunicare direttamente e mi piace fare, del loro sc-amb(i)o, un apposito post. Se mi scrivono, ho pensato, mi autorizzano implicitamente a fare dei loro scritti quanto ritengo utile. Per il mio di piacere e quello degli altri 6/8 lettori di questo marginale ed ininfluente blog.

Corredo inoltre, le loro esternazioni ragionate, con due brani, di altra origine e diversa sostanza, ma che nella testa (nella mia e non nella loro quindi), si tengono, grazie al collante bituminoso che, evidentemente, impasta la mia memoria.

Primo ricordo/brano un po’ ad opera di Marcella Andreoli (lei una persona documentata) e un po’ del vostro Leo Rugens dotato semplicemente di una memoria elefantiaca:

“Le elezioni del giugno 1975 sono andate male, anzi malissimo, per i partiti di governo. La DC ha perso il 3 per cento, il PSI è al 12 per cento. Mentre il Partito Comunista Italiano ha guadagnato il 5,5 per cento dei voti, arrivando al 33,4 per cento. Un italiano su tre sta all’opposizione. Mino Pecorelli, giornalista anche legato ai servizi segreti (in realtà fu una coraggiosa, indipendente, appassionata “buca delle lettere”), dal suo settimanale OP, Osservatorio Politico, lancia un avvertimento”.

“La Democrazia cristiana è un partito vecchio, uno strumento arrugginito, rimasto indifferente al mutamento del Paese reale”. Come dargli torto?

E ancora:” L’Italia a Washington è all’ordine del giorno su tutti i taccuini importanti. Per mettere ordine nella nostra giungla politica, ora si aspetta la scadenza del dopo elezioni. È allora che si assisterà ai sommovimenti più clamorosi (…). Al solito, dopo Watergate, la tecnica della distruzione dell’attuale establishment politico sarà quella della rivelazione degli scandali e della corruzione del regime”.

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Parole davvero premonitrici/preveggenti che raccontano di Carmine Mino Pecorelli (e della sua tragica fine per mano di gentarella volgare, prezzolata, ignorante) un storia d’eccellenza. Tre mesi dopo, il 16 ottobre ’75, il settimanale Panorama rivelava che negli Stati Uniti era in gestazione lo scandalo Lockheed, dal nome della società produttrice degli aerei da trasporto Hercules C 130, aerei comperati anche dal nostro Paese. Come se oggi si ragionasse improvvisamente di F35 e di grandissime stecche intorno a queste carabattole obsolete e super costose. I C 130, almeno, erano dei cazzutissimi aerei da trasporto.

E l’anno successivo, il 5 febbraio 1976, a sette giorni dal varo del quarto governo di Aldo Moro impegnato ad aprire (ricordate i risultati elettorali a cui ho fatto cenno) col PCI, da Washington ecco arrivare lo scandalo più devastante, (e ancora oggi più misterioso), che abbia investito il nostro Paese. I responsabili della Lockheed avevano confessato, di fronte al sottocomitato per le multinazionali del senato americano, di aver pagato tangenti per 2 milioni di dollari, 1 miliardo e 250 milioni di vecchie lire (valore dei primi anni Settanta) a uomini politici, militari e faccendieri italiani per favorire l’acquisto da parte del nostro governo di 14 Hercules C 130, acquisto avvenuto nel 1970 e per il quale erano stati spesi oltre 5 miliardi. Una “bomba”, come se oggi qualcuno rivelasse cosa c’è dietro alla determinazione inamovibile dell’acquisto dei novanta F35 e quale dei nostri politici contemporanei ha preso calci in culo o stecche megagalattiche per comprarli. Nello stesso giorno in cui da oltre Atlantico (ma non esistono le regie, caro il mio Paolo Mieli, tanto meno le complessità, tanto è vero che tu, con un padre come ti era capitato in sorte, stavi a via del Bischetto, nella sede di Potere Operaio, a creare i presupposti perché, pochi anni dopo, la lotta armata “confondesse tutto”) giungono le indiscrezioni, iniziano a circolare i nomi dei politici sospettati quali il democristiano (innocentissimo) che uscirà assolto e il socialdemocratico Mario Tanassi che sarà il primo ministro italiano a finire in carcere, pur nella pluridecennale storia tangentizia di questa nostra Repubblica.

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La magistratura romana si muove con una celerità inusitata (eravamo in pieno “porto delle nebbie”) che non impedisce però ad altri sospettati (colpevolissimi), per esempio al presidente di Finmeccanica Camillo Crociani (vedi CHICCO TESTA, PERSONALITÀ PERICOLOSA, PER CONTO DI MATTEO RENZI, VUOLE FARSI RE DI VITROCISET. E INOLTRE VOTA SI!) e al consulente della Lockheed Ovidio Lefevre di darsi alla latitanza.

La commissione parlamentare inquirente – presto insediata – indagherà per mesi nel tentativo, andato a vuoto, di dare un nome al politico eccellente chiamato in codice negli Stati Uniti “Antelope Cobbler” e figura coordinatrice della super mazzetta.

Su questa storia di chi fosse in realtà “Antelope Cobbler”, una rete ignorante di tutto dovrebbe, tutti i santi giorni, chiedersi perché un tale Luca Dainelli (chi era costui e sarà ancora vivo?) il giorno del rapimento di Aldo Moro (16 marzo 1978!), con cronometrica puntualità, dichiarò di sapere per certo che il corrotto fosse proprio Moro e che questa “verità” la aveva appresa leggendo personalmente un appunto uscito da ambienti della segreteria del assistente del Segretario di Stato Henry Kissinger. Proprio lui signori, quello che, ancora adesso, vivo e vegeto, sparge veleni e da ordini perché la democrazia non abbia alcuna possibilità di tornare a vivere ovunque lui e i suoi accoliti decidano che non ci deve essere libertà.

A questi ricordi aggiungo un po’ di teoria (e che teoria!) sul cosa si debba considerare un segreto e come alcuni riescono a trattare la materia.

Il segreto (1990)

Il punto di vista più adatto per affrontare il tema del segreto è quello dell’agente doppio, cioè della spia. Perché la spia gioca fuori del sistema della verità e all’interno del sistema delle apparenze, e soprattutto perché l’agente doppio è un doppio agente segreto, nella posizione paradossale in cui entrambe le parti che serve contemporaneamente possono sapere benissimo che fa il doppio gioco e trovare il loro conto. Ora, il problema è come si possa, in condizioni come queste, stabilire un simulacro di verità attendibile. È questione di strategia, ed è questo l’aspetto strategico del segreto che sta sotto l’emblema (l’impresa, come avrebbero detto nel Rinascimento) dell’agente doppio.

Partirei quindi da un’immagine paradossale: da quella vertigine, inevitabile, che è l’escalation del segreto di strategia. Immaginiamo ad esempio che io sia interessato al fatto che tu abbia un segreto, e che scopra un segreto sul tuo conto, cioè che scopra qualche cosa che tu vuoi che io non sappia. Anche tu devi essere in qualche modo interessato al mio interesse per questa cosa, altrimenti non ci sono segreti, ma solo cose che non si sanno e, grazie al cielo, il mondo è pieno di cose che ignoriamo. Supponiamo che io scopra questa cosa. A questo punto è mio interesse strategico fingere di non essermene accorto e mantenere il segreto sul fatto che ho scoperto il tuo segreto.

Questo significa che tu ti comporterai come se questa cosa fosse segreta, mentre io ti guarderò sapendo, e quindi scoprendo, tutto quello che fai. Immaginiamo che tu ti accorga che io mi sono accorto; io, che ti guardavo di soppiatto, sono scoperto. Ma non sei affatto interessato a svelarmi questo segreto: sei interessato piuttosto a mantenere il segreto sul fatto che io ho un segreto sul tuo segreto. In questo modo, infatti, tu ti comporterai come prima ma, sapendo che ti controllo, mi darai quegli indizi che faranno sì che questo controllo non controlli nulla. A questo punto, io posso benissimo accorgermi che tu ti sei accorto che io mi sono accorto della cosa. E così via. Questo è un tipico fenomeno di escalation nell’ostilità – lo stesso della bomba atomica – e presuppone che il segreto sia l’oggetto di una posta, di un valore, attorno a cui ruotano due soggetti. Ma l’escalation di segreti reciproci fa sì che il segreto iniziale sparisca rapidamente come oggetto, che la posta, in pratica, si annulli. La cosa che inizialmente volevo sapere sul tuo conto diventa in realtà un pretesto per un gioco straordinariamente complesso di segreti. Ecco perché le poste delle guerre sono ridicolmente irrisorie viste a posteriori, in una prospettiva storica; ecco perché non ci ricordiamo mai perché litighiamo: le ragioni dei nostri litigi stanno in questa specie di vertigine, che mi piace dotare di un valore intellettuale, speculativo.

Detto questo, l’immagine del segreto cambia: non è più un’entità stabile, a partire dalla quale si possa definire la comunicazione, come hanno voluto alcuni autori che, comunque, hanno rovesciato in maniera corretta la vecchia proposizione, secondo la quale: «C’è un imperativo, assolutamente normativo, di comunicazione. Esistono delle zone oscure, delle linee d’ombra che vanno ridotte, perché in fondo la felicità e l’assenza di violenza vanno di pari passo con la comunicazione e la esplicitazione delle zone d’ombra». Il rovesciamento di quest’ipotesi è ben sintetizzato dai versi di Frost: «We dance around in a circle and suppose / the secret sits in the middle and knows» («Noi danziamo in un circolo, supponendo / che il segreto sieda al centro, sapendo»). È l’idea di una stabilità centrale del segreto, attorno a cui ruota la comunicazione. Il dato originario non sarebbe quindi la comunicazione, che determina delle zone d’ombra irriducibili, ma le zone d’ombra stesse. La comunicazione si definisce «in calco», dal vuoto di questo segreto che la abita.

È un’ipotesi molto interessante, ma non la condivido, perché presuppone la staticità del segreto. Si tratta di un’ipotesi statica e quindi pericolosa perché, pur rinunciando alla primitiva impostazione informazionale, continua comunque a praticare una riduzione radicale del segreto. Vediamo un esempio con la psicoanalisi. Winnicot per primo – e dopo di lui, soprattutto, la psicoanalisi più recente – insiste nel non realizzare l’imperativo freudiano classico del «bisogna dire tutto». Nella sua teoria, Freud dice che le pulsioni sono legate a qualcosa di mitico e di profondamente segreto ma, nell’interazione, la regola psicoanalitica è quella di dire tutto, di prosciugare il segreto alla radice.

Ora, gli psicoanalisti si sono accorti dell’aspetto profondamente anomico di quest’obbligo di trasparenza – di questa idea di dover «versare tutto» all’altro – che comporta dei sintomi supplementari. È quella che, negli anni Settanta, Baudrillard chiamava «l’oscenità della comunicazione», che significa mettere tutto «in scena», giocando scherzosamente su una falsa etimologia. Oggi, al contrario, secondo la psicoanalisi è necessario mantenere il segreto non come una zona d’ombra irriducibile ma come un gioco del linguaggio.

Su questo tipo di ipotesi penso si possa inserire l’idea che ci sta a cuore, quella di un segreto tattico, strategico, la cui caratteristica più appassionante è la continua mobilità dell’informazione segreta, che si sposta costantemente in funzione del linguaggio. Simmel, nel suo articolo sulle società segrete, diceva: «Si potrebbe sostenere il paradosso che l’esistenza umana collettiva esiga una certa dose di segreto che semplicemente cambia i suoi oggetti: abbandonando l’uno, si impossessa dell’altro, e in questo andirivieni mantiene la stessa quantità». Insomma, dobbiamo immaginare il segreto come una quantità finita e irriducibile, come una coperta troppo corta: se scopriamo qualcosa immediatamente copriamo qualcos’altro, e viceversa.

Rappresentarsi il segreto in movimento significa, a mio avviso, rompere con l’immagine tenebrosa dello scheletro nell’armadio e renderlo più un «segreto di Pulcinella», cioè segreto derisorio, reso vano dal suo spostamento. Da questo punto di vista ogni segreto è un segreto di Pulcinella. La cosa curiosa è che ciò che lo rende derisorio è proprio la sua scoperta, che non significa scomparsa, ma semplicemente spostamento.

La profondità dell’analisi di Simmel affonda le sue radici nella tradizione delle società segrete dei secoli scorsi: non è una banalità dire che la Rivoluzione Francese è il prodotto dei Lumi, ma anche delle società segrete alla cui straordinaria proliferazione sono forse legati i movimenti politici dell’Ottocento. La tipologia delle società segrete, dalle più antiche a quelle contemporanee, può avere architetture di grande complessità, ma tutte hanno un tratto in comune che ne garantisce il funzionamento. Non si tratta tanto del segreto in sé (la massoneria è una società i cui nomi sono noti a tutti, i cui fini sono riconosciuti pubblicamente), quanto l’atto del giuramento, l’impegno a mantenere il segreto. Il motore di queste società che funzionano «a segreto» – come si direbbe di un congegno che funziona «ad acqua » o «a benzina» – è proprio il giuramento di fedeltà all’altro, che è nello stesso tempo un giuramento di conservare il segreto. Il giuramento altera radicalmente i rapporti sociali: crea la più intensa relazione di fedeltà e allo stesso tempo la più radicale e minacciosa relazione con l’altro che si possa immaginare. Nel momento in cui si giura di condividere un segreto si diventa il solo in grado di tradirlo. Automaticamente, il traditore – che, come sappiamo, è l’uomo grazie al quale esistono tutte le storie: non ci sarebbe narrativa se non ci fossero traditori – è la persona che ha giurato a qualcuno di essere fedele a un segreto condiviso.

Quindi la persona che vi è più vicina è contemporaneamente il vostro peggior nemico.

Credo che questo fenomeno non solo spieghi tutti i gruppi «a segreto», cioè i gruppi che condividono un sapere esoterico, ma costituisca la loro paradossale relazione di fedeltà e di sterminio. Basti pensare alla dimensione scissionista dei gruppi di estrema sinistra.

Ritengo che sviluppando la riflessione sulla visione strategica del segreto – del segreto in movimento, del segreto come gioco di linguaggio – capiremmo sul suo funzionamento cose che, considerate sotto altri punti di vista, sembrano contraddittorie. E evidente che molto del nostro modo di parlare non trasmette informazioni compiute ma frammenti di informazioni che un altro dovrà ricostruire, e che si costituiscono quindi come strumenti per escludere dei terzi incomodi.

Penso all’allusione, la figura retorica con cui creiamo una complicità – cioè la condivisione di un segreto qualsiasi – attivando un numero limitato di tratti linguistici. E ciò che Derrida chiama la shibboleth (dall’ebraico: «ciò che ti fa riconoscere i tuoi»), quel pezzo di moneta che ti farà immediatamente riconoscere il possessore dell’altra metà il giorno che lo incontrerai. Ecco, il segreto è qui, in questa moneta spezzata e distribuita fra due soggetti: non c’è niente di segreto, ma solo un farsi segno allusivamente, un cenno d’intesa.

Ciò che interessa non è quindi tanto l’ontologia del segreto, la sua strategia di verità, quanto la sua forza retorica, la sua capacità persuasiva. Un altro esempio potrebbero essere i sistemi di decrittazione, che mi è capitato di studiare insieme al matematico Rosensthiel. Tutta la cultura occidentale è attraversata da una questione ossessiva: «Come sia possibile trovare un modo di codificare l’informazione che garantisca il segreto assoluto», un po’ come si dice «l’arma assoluta».

Per me questo mito è analogo a quello di un falso esatto quanto la verità. La falsificazione gioca in una strategia continua tra il falsario che copia perfettamente e l’altro che immediatamente ricostruisce una cosa ancora più infalsificabile. E un gioco che non va verso la verità ultima, ma verso l’impossibilità esponenziale di una verità definitiva. Nella decrittazione, abbiamo esattamente lo stesso fenomeno con i «sistemi a chiave rivelata», organizzazioni numeriche estremamente facili da codificare ma difficili da decrittare anche per un computer molto potente. Il segreto sta soltanto nel cono d’ombra provocato dal tempo di calcolo della macchina.

Troppo spesso il segreto viene pensato nello spazio, come l’invisibile nascosto da ciò che fa barriera all’occhio o all’orecchio (grotta, cassaforte, tenda o schermo). Nei codici a chiave rivelata tutto è pubblico, ma si stabilisce un tempo di calcolo insostenibile: il messaggio cifrato può essere calcolato per intero, ma ciononostante resta invulnerabile, dato che le operazioni potrebbero durare migliaia, se non miliardi, di anni. Inoltre, non appena si rischia che i tempi di soluzione si avvicinino, si può sempre cambiare rapidamente il codice, e il segreto (di Pulcinella) resterà inviolato. Quindi, nuovamente, il segreto è in corso, è in movimento, è nascosto nel cono d’ombra del tempo.

Un altro esempio, che aiuta a capire tutta una serie di pretese apparentemente contraddittorie, è quello degli scienziati, i divulgatori più accaniti, che pretendono che tutte le loro scoperte vengano «messe in chiaro». Ma basta pensare a tutte le grandi corse contemporanee verso la scoperta per accorgersi di come qualsiasi laboratorio usi tutte le tecniche di «messa in segreto» e «messa in codice» per non far sapere quello che sta facendo al laboratorio concorrente. Quindi, per gli scienziati è assolutamente ovvio pretendere il massimo di segretezza nelle loro operazioni e il massimo di divulgazione nei loro risultati.

Chi ha visitato un grande centro di ricerca sa che i laboratori funzionano con i testi già pronti sulle telescriventi mentre ancora si fanno i calcoli, per battere sul tempo i laboratori avversari in modo da potersi aggiudicare nuovi fondi per la ricerca. E, nello stesso tempo, chi pensa che potrebbe perdere questa corsa è già pronto a riorganizzare la dimostrazione dei risultati per orientarli altrimenti. L’aspetto strategico è tale che se riducessimo la problematica del discorso scientifico alla relazione ontologica fra la verità e l’essere, perderemmo di vista quanto accade di appassionante.

Ho già pubblicato questo brano ma era il 21 agosto del 2012 e potete immaginare quanti lettori potesse avere questo marginale e ininfluente blog.

Lo avevano letto poche decine di persone come le mie statistiche mi confermano.

Ma questo era il geniale Paolo Fabbri.

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Ora e solo ora vi evidenzio (e vi consiglio di leggere e valutare) i due brani a cui ho fatto riferimento parlandovi in apertura del dialogo tra Gennarino Fieramosca ed SC.

Gennariello Fieramosca

(17 ore)
Generalmente non mi piace commentare le opinioni di altri lettori, ma ho l’impressione che Lei Sc dia per scontato che Trump, che ha da sempre frequentato il top delle donne bellissime, ricche ed eleganti, appena arrivato a Mosca abbia avuto il bisogno, come un carneade qualunque al primo viaggio estero della sua vita, di contattare delle prostitute di strada-hotel-appartamento. Questa è chiaramente una notizia fake confezionata oltre manica, che è quel luogo, dove si sono rifugiati tutti i mafiosi-oligarchi russi che fanno la guerra proprio al governo di Putin. Gli oligarchi russi, più che attenzionati in quanto pericolosi, sarebbero invece selezionati e ingaggiati per il loro riconosciutissimo antiputinismo.
Ritornando a Trump, come si fa in matematica nelle dimostrazioni per assurdo, ammesso che sia stato coltivato, che capacità organizzativa e di infiltrazione avrebbe dovuto avere Mosca per arrivare a candidarlo battendo la bellezza di decine di agenzie di intelligence e niente popodimenoche tutto l’arco politico dai democrat ai repubblicani che lo hanno osteggiato apertamente?
E’ chiaramente una “pezza a colori” per coprire un po’ di cose, vediamole:
1) gli ingenti sovvenzionamenti dei terroristi fratelli musulmani al partito democratico, altro che rubli a Trump;
2) la presenza della Abedin nell’inner circle della Clinton, altro che golden showers moscovite;
3) la sconfitta delle intelligence usa in teatri come l’ucraina e la siria, destabilizzati a mezzo di eserciti di terroristi composti cosi: pazzi autoctoni armati e drogati di captagon con profilo tecnico-militare basso, rinforzati da mercenari professionisti con profilo tecnico alto il tutto coordinato da ufficiali di intelligence occidentali. Altro che Assad cattivone e Putin sanguinario e tutto questo ormai è sotto gli occhi di tutti e detto apertis verbis anche da Trump… ecco perché tanto scalpitio mediatico…perché buttarla sulle femministe che devono tenersela ben stretta, è proprio il genere di reazione che fa comodo e che tenta di ingenerare proprio chi quelle marce, soros, le organizza. Vedasi come l’immissione ingente di immigrati ha un duplice intento: alterare il quadro sociale dell’europa e contemporaneamente spingere all’insorgenza di movimenti xenofobi per aggravare tale alterazione. Questo si chiama “caos controllato” ed è strategia intelligence-militare. Altrimenti come si spiega che un superfilantropone come soros sostiene i nazisti ucraini xenofobi e contemporaneamente propaganda e organizza l’invasione immigratoria di massa?
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SC

(11 ore)
Anche io non credo alle “fake news” fabbricate nei laboratori dei servizi americani.
Che Trump ed altri uomini influenti USA siano attenzionati, non significa che si sia necessariamente trombato donne dei servizi segreti ex oltre cortina, come giustamente ricordava.
Ho solo detto che la vita sessuale di Thomas Jefferson, Cleveland, Roosvelt, Kennedy, Foure, Clinton, Strauss-Kahn (intruso nell’elenco ma non meno importante) o Trump non mi interessa: anzi sono contento per loro, la loro salute ed il loro equilibrio mentale.
Ben diverso sono coloro che violentano o sono pedofili (ad esempio su Potesta e la prediletta “pizzeria” c’è più di un qualche indizio che le voci e le casualità siano vere… con al corrolario un attore che spara un colpo in aria a pizzeria vuota..).
Per il resto dell’analisi concordo pienamente con lei.
Ed aggiungo che un po’ di sano nazionalismo nel rispetto dei trattati internazionali è sano e spinge alla sana competizione tra popoli contrapposto ad un globalismo oltre-massonico (ovvero di chi dirige e finanzia la massoneria di entrambe le correnti).
Ovviamente tutto questo come al solito non verrà recepito per cui si rischia di diventare da protettorato tedesco (con l’euro unico) a protettorato francese (con il così detto euro a 2 velocità)
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Gennariello Fieramosca

(9 ore)
Ero certo che lei non credesse alle fake news o polpettine rancide che dir si voglia. Quello che volevo sottolineare è che grossi shows emotivi come le marce colorate hanno tra gli obiettivi proprio quello di spostare l’attenzione su aspetti off topic, nel caso femministe vere o presunte contro maschilisti veri o presunti, piuttosto che sul vero focus della questione ovvero se gli USA debbano continuare a fare guerre ibride utilizzando pazzi squinternati come da politica Bush, Clinton-Obama previsto. La diavoleria di ambienti come quelli di Soros non si ferma qui: dipingendo Trump come un privo di reputazioni di ogni genere, stupido, maschilista rozzo, razzista comprato dai russi ecc. ecc. si cercherebbe per contrasto di sabotare proprio l’unico score per cui, apparati dissidenti 100% usa, avrebbero scelto la carta Trump, ovvero uscire con l’artificio della “diplomazia elettorale” da quella palude del terrorismo in cui gli usa hanno sguazzato per decenni. Insomma a una marcia indietro di chi riconosce gli errori passati e presenti corrisponde un’altra marcia, quella di chi ama le guerre ibride dei nazisti ucraini e dei folli dell’isis e che soprattutto non riesce ad accettare il ravvedimento pragmatico di certi network di potere connazionali. Facendola breve e potabile l’indirizzo strategico russo del trasformare i nemici in neutrali, i neutrali in amici, gli amici in amici di altri amici ha vinto sul programma statunitense di considerare gli amici servi, i nemici nemici dei propri servi e i neutrali amici dei nemici.

Certamente, solo a me, le cose che dicono sembrano un tutt’uno con quanto la mente mi ri-porta a galla in queste ore putiniane/trumpiane.

Sempre a Yalta, alla fine, mi sembra tutto debba essere riconducibile. Yalta di ieri – ovviamente – e quella di oggi che i diarchi (USA-URSS/Russia) ci vogliono imporre. Rivelando eventualmente, questa volta, chi si è beccato le stecche per gli F35 o il grasso/sangue che cola dal petrolio nigeriano.

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O perché Angelino Alfano, ministro degli Esteri, vada ad Hammamet ad omaggiare un criminale come Bettino Craxi. O perché, lo stesso Alfano, ma quella volta nella veste di ministro dell’Interno, dovesse non accorgersi che il suo Capo di Gabinetto Procaccini prendesse ordini dallo 007 Khassen. E inserisco (così mi va di fare) un’affermazione gravissima in questo bizzarro (più dei soliti) post: è opportuna la sigla (007) perché il kazako, a sua volta referente e amico di merende/cene/colazioni/pranzi di Aurelio Voarino, la licenza di uccidere Ablyazov l’aveva.

Andiamo a finire l’interminabile post.

Come forse ricorderete, sono stato ragazzo di bottega in OP (quella della prima ora) e, evidentemente, quell’aria formativa, a suo tempo respirata, mi suggerisce, ancora oggi, che “un travolgente scandalo” (o una serie di…?)  potrebbe, ancora una volta, mettere in riga tutti i peggiori esponenti di quella partitocrazia che ancora guida il nostro marginale ed ininfluente Paese.

Alla fine di questo sconclusionato (ancor più dei soliti) post mi chiedo: ma non sarebbe opportuno impedire ai nostri politici di farsi corrompere in modo da disinnescare il metodo basato sui SEGRETI RICATTATORI ORIGINATI DALLE LORO DEBOLEZZE? NON SAREBBE FORSE ARRIVATA L’ORA DI FARE PIAZZA PULITA E, ALMENO PER UN DECENNIO, DI RIAPPROPRIARSI DI QUELLA SOVRANITÀ CHE UN PO’ DI ONESTÀ POTREBBE OFFRIRCI?

Oreste Grani/Leo Rugens

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