Da Mattei, passando per lo scippo della 101, si arriva alla morte di Moro e all’attuale declino verso il nulla

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Si avvicinano i giorni “anniversari” di quando (era il fatidico 16 marzo1978) Aldo Moro fu rapito e l’Italia rimase, per la seconda volta in pochi anni (la prima fu quando uccisero Enrico Mattei), schiacciata in una condizione di sudditanza da cui non si è più ripresa. Sigonella, successivamente, fu un bluff come tutta la “mossa” di Bettino Craxi e del mondo socialista che ruotava intorno, sia al PSI che all’Avanti. Mondo fortemente inquinato, per motivi di eredità storica (la Seconda guerra mondiale), da agenti al servizio di servizi segreti di Paesi terzi, da corruzione (e quindi da ricattabilità), da massoni e da massoncelli, ognuno rispondente a rizomi che si articolavano verso il fuori dei confini repubblicani, finendo solitamente dove qualcuno li filo-dirigeva. A cominciare da Francesco Gozzano, nome in codice “FRANK”, giornalista dell’Avanti, agente KGB, in contatto con Luigi Scricciolo, arrestato nel febbraio del 1982, quale brigatista, per complicità nel sequestro del generale americano Dozier, finendo al senatore Paolo Vittorelli, per un periodo anch’esso all’Avanti, certamente in carico agli inglesi del SIS o MI 6. Faccio queste affermazioni lapidarie con cognizione di causa avendo sposato (poi saggiamente divorziandone) un’esponente di quel mondo che, senza avvedersene (era un brava ragazza, vivace ma brava), mi riportava notizie e dettagli che non lasciavano adito a dubbi. Storie che non rendo note solo per una forma estrema di pudore nei confronti di quel passato e di quella convivenza. Tenete conto che il mio matrimonio con la signora era talmente coperto che, oltre 30 anni dopo, quando ebbi a dire all’ex ragazzo prodigio Claudio Martelli che il coniuge della sua compagna di direzione di partito ero io, stentò a credermi. Eppure Martelli, che ne aveva viste di tutti i colori, non era certo un ingenuotto.

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Torniamo a Moro e a cosa certamente è accaduto con la sua eliminazione.

Nel testo (prezioso) Il golpe inglese, Chiarelettere, Milano 2011, p. 338-339 scrivono gli autori  Mario Josè Cereghino e Giovanni Fasanella:

“Chi era Moro, che cosa rappresentava nella storia politica italiana? E, soprattutto, quali conseguenze ha avuto la sua morte per il nostro Paese?

Alla prima domanda, oggi è assai più agevole rispondere alla luce della immensa mole di documenti britannici che ci consentono di guardare al personaggio anche attraverso le lenti dei suoi “nemici”. Moro era l’espressione di quella parte del ceto politico democristiano – e della imprenditoria di Stato a esso legata – più autenticamente “nazionale”. Che aveva, cioè, un progetto di modernizzazione del Paese e del suo sistema politico-economico basato sul superamento delle due “anomalie” italiane del secondo dopoguerra: la condizione di sudditanza rispetto ad altre nazioni dell’Occidente e la presenza del più forte Partito comunista del mondo democratico. La strategia mediterranea  e terzomondista, da un lato, e il progressivo spostamento a sinistra dell’asse della della politica interna italiana, dall’altro, erano il prodotto di quell’esigenza di modernizzazione. E al tempo stesso, come abbiamo visto, furono la causa dei conflitti vissuti dall’Italia anche con paesi “amici”. Ecco perché Moro, come Mattei, si trovò al centro di quei conflitti. E, come Mattei, quando quelle linee di tensione finirono per inevitabilmente per intrecciarsi tra loro, ne pagò il prezzo rimettendoci la vita”.

Vi sarà chiaro per ciò perché, in modo ossessivo e senza avere risposte, chiedo, da queste pagine elettroniche, chi diede l’ordine a Domenico Spinella di arrestare (intempestivamente e senza concordare con me l’operazione),  era fine gennaio del 1978, Luigi Rosati (marito di Adriana Faranda la Br più famosa con cui aveva una figlia allora piccola – 5/6 anni – che veniva gestita, alternativamente, dai suoceri di entrambi), Giancarlo Davoli (legatissimo sin dai tempi di Potere Operaio a Valerio Morucci) e molti altri (tra cui persona di assoluta fiducia sia mia che di Morucci, essendo loro cresciuti insieme nello stesso quartiere e frequentando lo stesso istituto scolastico tutti e tre noi) appartenenti ad un gruppo romano dedito alla lotta armata che, certamente, non erano stati attenzionati, penetrati nella loro forma organizzativa, controllati quotidianamente, perché venissero “bruciati” senza un vero valido motivo ma espressamente (così avevo preparato e concordato l’operazione) perché avrebbero potuto portare, con un po’ di abilità (ma noi eravamo anche abili) nel cuore della Colonna Romana delle BR, a ridosso di quell’evento clamoroso che era nell’aria e che, se si fosse agito con la prudenza che consigliavo da mesi, sarebbe stato vanificato da una risposta pronta e mirata invece di quelle mille e mille attività di facciata, spesso sconclusionate e finalizzate solo, ormai ne sono certo, a fare in modo che Moro non tornasse a guidare il Paese.

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“Quanto alle conseguenze della sua morte – continuano gli autori de Il golpe inglese – non è azzardato dire che cambiò il corso della storia italiana provocando effetti a catena nell’arco dei decenni successivi. Eliminato Moro, le BR continuarono colpendo i morotei. uno dopo l’altro, caddero o furono intimiditi molti tra i più importanti dirigenti periferici che si ispiravano alla linea del leader scomparso. Lo stillicidio degli attentati accompagnò le martellanti campagne di stampa contro i vertici politici-istituzionali del partito. Il presidente della repubblica Giovanni Leone fu costretto – ingiustamente – a dimettersi. Perso il Quirinale, la DC finì per perdere anche la Presidenza del Consiglio e la sua centralità nel sistema politico italiano, a favore delle componenti più anglofile dello schieramento laico-socialista. Accadde proprio quello che Moro aveva previsto (altro che mancanza di lucidità! ndr) nelle lettere scritte nella “prigione del popolo” durante i cinquantacinque giorni del sequestro: fuori gioco Fanfani per motivi anagrafici, la leadership del partito fu assunta da Giulio Andreotti e con tale boss al comando la “solidarietà nazionale ” fini un anno dopo la morte di Moro. Nel partito dello scudo crociato tornarono alla carica gli antimorotei e tra questi ebbero un ruolo fondamentale due vecchi “clienti” dell’IRD (Information Reserch Department): Carlo Donat-Cattin (il padre della creatura in armi Marco Donat-Cattin ndr) e Flaminio Piccoli.

Nel congresso del 1980 (due anni dopo la morte di Moro), passato alla storia come il congresso del preambolo, Donat-Cattin fu il promotore di un documento di poche, ma pesanti, righe in cui si indicava il collante di una nuova alleanza all’interno del partito: la chiusura di ogni dialogo con il PCI.”

Così le pagine illuminanti de Il Golpe Inglese.

A questo punto della nostra opportunistica operazione REI (Ritaglia e incolla), per continuare il ragionamento su chi ha tratto vantaggio dalla morte di Moro (e di Enrico Mattei prima) ci viene in soccorso la scienza di Giole Magaldi che ci descrive, con dovizia di particolari, cosa fosse questo IRD a cui erano affiliati sia Donat-Cattin che Piccoli.

L’IRD, istituito nel 1948 dal massone Christopher Paget  Mayhew (1915-1997 affiliato alle Ur-Lodges “Pan- Arabia”, ” Atlantis-Aletheia”,” Leviathan” e ” “Thomas Paine”, dalla quale invero fu espulso nel 1974) fu fondato essenzialmente (con centinai di altri organismi) per contrastare la propaganda filosovietica. Tale struttura (era un vero e proprio dipartimento, interno al Foreign Office britannico), negli anni Cinquanta, fu un certo periodo guidata dal massone John Rennie affiliato, a sua volta, alla “Three Eyes” della prima ora.

Ambienti tosti e tutt’uno con i servizi segreti di Sua Maestà, la regina d’Inghilterra.     

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Come è andata con la morte di Moro tutti lo sappiamo ma è difficile immaginare cosa sarebbe successo, viceversa, con una sua liberazione in una situazione alla generale americano Dozier?

Eppure la squadra degli investigatori impegnata prima e durante i 55 giorni era sostanzialmente la stessa, a cominciare da Umberto Improta, passando per Calogero Profeta, Ansoino Andreassi e lo stesso Mimmo Spinella. Invece, nel caso del dirigente democristiano, quelli che ci avrebbero portato alla prigione di Moro erano stati sbattuti in galera poche settimane prima dell’evento drammatico, messi “al sicuro” e inutilizzabili come elemento investigativo coperto. Con quegli arresti inutili, diciamolo senza pudori, tutti quei personaggi che avevo scelto e frequentato per mesi/anni, perché, al momento opportuno fossero, eventualmente, anche ricattati e “spremuti” furono bruciati. Se dico cose inesatte, invece di tenersi vicino-vicino Valeriuccio Moruccetto, Mario Mori potrebbe chiedergli se quanto dichiaro sia vero o frutto di fantasia esibizionistica: lui e la sua compagna Adriana Faranda, ormai semilatitanti, a poche settimane dal rapimento Moro erano arrivati a premere Rosati perché gli lasciasse libero un appartamento che la coppia dei pericolosi innamorati pensavano coperto e dove invece viveva la mia esca. Trentanove anni addietro, in questi giorni, in quell’appartamento che avremmo dovuto adibire a ben altra trappola, la Polizia di Stato,  inutilmente  arrestò il marito della Faranda.

Basta guardare le date dell’operazione intempestiva e del rapimento di Aldo Moro e si ha chiaro chi ha tradito chi e chi ha vanificato cosa.

“Dopo Moro, nulla è rimasto come prima. Il sistema basato sui grandi partiti di massa ha cominciato a incrinarsi. Il paese si è avvitato su se stesso, precipitando in una crisi sempre più grave e profonda. Lo stallo della politica – continua il duo Fasanella-Cereghino – ha investito via via anche la sfera istituzionale e quella morale, toccando perfino il cuore delle regole fondamentali del funzionamento della vita pubblica. Ormai priva di leader capaci di attuare strategie lungimiranti, l’Italia ha perso l’occasione del riscatto offerto dalla caduta del Muro di Berlino. Il vecchio regime non è sopravvissuto alla fine della guerra fredda. E dopo nessuno (tantomeno Berlusconi con i suoi limiti, le sue complicità, le sue debolezze. ndr) è stato più capace di costruirne uno nuovo. Nel vuoto si sono inseriti comitati d’affari che hanno occupato lo spazio della politica e invaso quello dell’economia. (Aggiungo io, portandosi al traino, proprio in Inghilterra, la criminalità calabrese, la sua forza “militare” e finanziaria). Tutto è andato in pezzi. a cominciare dalla grande industria di Stato (l’IRI) svenduta alle banche d’affari o passata (non a caso ndr) sotto il controllo di capitali prioritariamente londinesi”.

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Leggiamo, rileggiamo e vediamo, in queste ore, di interpretare quelle che possono sembrare pochezze, inadeguatezze, miserie umane nell’agire contemporaneo. Spesso ci troviamo davanti a gentarella ma spessissimo siamo in presenza di marionette. A tenere i fili, viceversa, ci sono menti sopraffine.

In quegli anni, quindi, ci misero sotto in modo violento e non certo per colpa di Giuseppe Grillo da Genova che faceva soldi nei teatri e in TV.

La Repubblica fu privata dell’apparato industriale pubblico e con esso le punte d’eccellenza che ci avevano fatto diventare, per una stagione, la quinta potenza economica del mondo. E avevamo perduto la guerra e ci avevano fottuto la 101 di Olivetti (il primo personal computer) e oscurato intelligenze alla Leonardo Sinisgalli con la sua “Civiltà delle Macchine“.

Morto Mattei, battuto il pensiero di Adriano Olivetti, ucciso Aldo Moro in Italia sono rimasti ad operare i Michael Ledeen, i Giorgio Napolitano, i Mario Draghi, i Romano Prodi, i Giancarlo Elia Valori, i Luigi Bisignani e alcuni figli di ex agenti di servizi segreti stranieri.

Platealmente meno capaci dei padri.

Oreste Grani/Leo Rugens

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