Caro Giuseppe Grillo da Genova senza “persuasione”, “condivisione” la leadership muore

Roma. Grillo in Piazza del Popolo

Caro Giuseppe Grillo da Genova, ti chiamo così da anni e questo appellarti affettuosamente e rispettosamente così, tra gli altri motivi, mi autorizza ad indirizzarti il mio pensiero. Nel web dove tutto può accadere, anche che tu mi legga. Tieni conto che l’altro che chiamo Giuseppe da Genova, è Mazzini! Credo che questo basti per dire quanto mi sei nel cuore e quanto stimi la tua azione politica essendo io un fervente (come si dice in questi casi) mazziniano. Forse, uno degli ultimi d’Italia. Inoltre, sei genovese e questo completa il mio legame con te avendo i miei più bei ricordi adolescenziali localizzati a Genova, a Quarto, a Quinto dove ho imparato a nuotare e a fare altro. Non bene come te che, per amore d’Italia, hai affrontato, a nuoto, lo Stretto di Messina, per mostrare agli italiani che nulla era impossibile. Sei quindi tutto questo e altro come ho scritto in tempi non sospetti nei post di cui è “infarcito” il mio blog.

Ma sei anche il leader del MoVimento 5 Stelle, e questo ti obbliga ad un atteggiamento estremamente responsabile. Non sei un Alfano qualunque che deve rispondere solo ai suoi “fedelissimi/spesso accoliti”. Tu, diversamente da un Renzi o da un Salvini, rappresenti oltre nove milioni di onesti italiani che, agendo elettoralmente e democraticamente, hanno mantenuto viva la speranza di un’Italia migliore.

Non puoi quindi rimuovere che un gruppo dirigente che sia pienamente tale deve evitare, mediante l’esattezza delle sue previsioni, informazioni, analisi, che un leader, a qualsiasi livello, si trovi in quella che viene chiamata l’alternativa del diavolo cioè l’obbligo di decidere tra due scelte ugualmente negative: se affossavi la Raggi andava male, se, come hai fatto, la sostenevi, apriti cielo.

Non lo dico io ma chi se ne intende di queste cose. Tra questi c’è uno scrittore (Frederick Forsyth) che eviterei di sottovalutare in materia di cose serie e complesse.

grillo a Roma

Solo a questa condizione (non far trovare il leader in questa alternativa) può delinearsi una leadership autonoma da condizionamenti e quindi in grado di esercitare la propria funzione. La leadership è quindi la capacità di guida in un procedimento decisionale consensuale e condiviso.

Essa si contrappone da un lato al caos delle miriade di impulsi di volizioni, interessi, proposte che provenendo da un qualsiasi contesto di forze in contrasto tra loro non trovano una mediazione e creano disordine, anarchia e una permanente conflittualità e, dall’altro lato, si oppone a un’imposizione autoritaria della volontà, che annulla o deprime la molteplicità delle idee e genera una rigida gerarchia tra “capo” e sottoposti. Con le degenerazioni che questo comporta: di conformismo, di ortodossia, di sclerosi del pensiero.

La pratica della democrazia è connaturata al concetto di leadership.

Tutte le idee vi trovano libera espressione, senza censure o autocensure, in un confronto aperto che arricchisce di utili apporti l’analisi delle situazioni e la ricerca dei modi di intervento.

Tu, caro Grillo, sei il leader di questo MoVimento ma, come mi permetto di cominciare ad evidenziare, la leadership è una “condizione” politica frutto di regole e di rispetto di queste regole.

Il leader, ad esempio, come nella mia marginalità l’intendo, dal dibattito appena evocato, ricava una propria indicazione di guida che trae autorevolezza dall’essere la sintesi di un processo di ricerca collettivo e insieme dal dare a questo processo una risposta motivata.

Bisogna quindi motivare le decisioni e non solo comunicarle. La decisione finale non viene imposta di autorità dal vertice (altrimenti cambia nome e classificazione nei testi di storia e non si chiama più leadership) ma si forma attraverso un lavoro in comune, che si conclude tuttavia in una scelta univoca (come mi sembra ti sia determinato a fare anche in queste ore sulla vicenda ancora oscura romana), ma impegnativa per tutti i nove milioni di italiani (se non per tutti-tutti), scaturita da un metodo di “persuasione” che stento, questa volta, a scorgere negli avvenimenti.  Anzi, me sembra che non ci sia nessuna “persuasione” intorno alla vicenda Raggi/Marra. Mi sembra, inoltre, che questa assenza di “persuasione” non faccia un buon servizio a nessuno, tantomeno alla stressata e attenzionatissima Virginia.

ELEZIONI: BEPPE GRILLO A TORINO

L’Italia ha bisogno di più gruppi dirigenti e che questi gruppi dirigenti facciano “sistema” ma questa essere gruppo dirigente non può non scaturire, prioritariamente, oltre che da dei criteri di reclutamento, selezione, formazione (che platealmente nel caso di Roma sono mancati) dalla partecipazione alla formazione delle scelte in cui tutti sono corresponsabili della loro attuazione.

Solo questo metodo di coinvolgimento conferisce alla volontà del leader pienamente la sua funzione di guida. Altri percorsi, altre procedure, non solo non fanno accendere la lampadina (non si fa luce dove prima erano le tenebre del malaffare senza “scienza e coscienza”) ma appaiono come atteggiamenti che non tengano in alcun conto la qualità del pensiero dell’altro da se.

La leadership è quindi sinonimo di egemonia, cioè di una preminenza esercitata, nell’ambito di una libera consultazione ma sempre ed esclusivamente sulla base delle proposte e delle decisioni formulate. In ultimo ma non ultimo.

La leadership è essenzialmente laica nel significato più ampio del termine. Viceversa la dipendenza, nel processo decisionale, da un credo ideologico (o da una fiducia senza elementi basati su oggettivi riscontri) vanificherebbe la libera ricerca, prefigurando o condizionando fin dall’origine la formazione delle scelte. Essere un leader laico (e non di altro tipo), significa commisurare le decisioni esclusivamente sulla qualità dei fini e sulla congruenza dei mezzi per raggiungerli. I mezzi anticipano il fine e non il fine giustifica i mezzi e questo non lo dice il tuo appassionato ammiratore ma il saggio stratega Gandhi.

Nella qualità dei fini (a quello i nove milioni di italiani, con maggiore o minore consapevolezza, vi hanno chiamati) entrano molte componenti: accanto alla liceità etica (questo volevano i nove milioni di italiani), alla fondatezza scientifica (che si applica anche e soprattutto nelle scienze sociali), al progresso tecnologico (che non deve essere solo la possibilità “veloce” di votare non si sa cosa telematicamente), rivestono pari importanza la convenienza economica e l’utilità pratica sia al livello del gruppo che ne è promotore, sia a livello dell’interesse generale e della qualità della vita della collettività. La leadership implica, per sua natura, un elemento utopico (qui nessuno poteva dirci niente e come vedi per la prima volta utilizzo il plurale), cioè una prospettiva di cambiamento. A Roma – da mesi – le scelte fatte sono risultate utili solo alla conservazione dello stato delle cose. Ma per conservare le cose non c’è alcun bisogno di avere una reale capacità di guida e questo lo si deve ammettere con limpidezza di intenti, Virginia Raggi è li a dimostrarlo.

Perché nulla cambi, non c’è bisogno di un gruppo dirigente come mi sono permesso di descrivere ma è sufficiente una sorta di accordo diplomatico tra interessi consolidati.

Andava bene Giachetti per mantenere Francesco Gaetano Caltagirone e Sergio Scarpellini al potere. 770.000 cittadini romani hanno votato Raggi perché incarnasse l’elemento utopico e quindi il cambiamento.

Ti sembra che la corvina avvocatessa sia stata capace di incarnare l’Utopia?

grillo_genova_1dicembre2013

Guidare un gruppo (e a Roma i cittadini organizzati nel M5S erano un gruppo), un’istituzione (cosa altro è il Comune?), perfino un’azienda (Acea, Atac, AMA) significa interpretare il loro divenire, le loro energie emergenti, le loro potenzialità di progresso, finalizzandone il movimento a un disegno ordinato, razionalmente e responsabilmente governato. Per fare questo (e qui viene il difficile da pensare e da scrivere perché mi addolora pensarlo e scriverlo) è necessario spostare in avanti, in un luogo altro (ecco l’utopia quale modello ideale ma realizzabile) la linea del consenso che, mi dispiace dichiararlo, è evidente che non hai da parte mia, perché il consenso implica sia aver dimostrato che si consente la critica alle situazioni esistenti sia un positivo orientamento verso forme innovative.

La scelta fatta di considerare Raggi avulsa da gravi responsabilità e gravi inadeguatezze al compito, è una scelta ortodossa e come tale tendente alla rigidità e all’ideologismo. E questo trattamento il MoVimento non lo meritava perché il pensiero laico, che vi ha fatto “salire”, si contrappone alla rigidità e alla ortodossia. In più quella fatta è una scelta senza conforto culturale mentre la cultura è il vero nutrimento della leadership. E dove, da mesi, è spuntata la cultura (e non parlo dell’intrattenimento veltroniano-rutelliano) a Roma a sostegno della fase drammatica che non si poteva non prevedere e che era stata largamente prevista?

Senza cultura, senza idee, senza riflessione critica, senza responsabilità etica, senza espansione della vita e della sua fruizione, senza meritocrazia alla base della selezione del personale politico (perché di questo si trattava dovendo affrontare il Gattopardo in persona) nulla era possibile.  E così è stato.

Oreste Grani oggi addolorato e Leone che preferiva tacere piuttosto che ruggire contro il suo MoVimento.


BEPPE GRILLO SI È FORMATO IN TEATRO. QUESTA È UNA DELLE GARANZIE DELLA SUA SERIETÀ

Questa mattina, 12 gennaio 2013 al mercato comunale di Casal de’ Pazzi ho trovato una lieta sorpresa: invece dei soliti tristi, inaffidabili, arroganti rappresentanti della partitocrazia c’erano dei bei cittadini (molti erano dei giovani) che distribuivano materiale propagandistico del Movimento 5 Stelle di Roma.

Ho scambiato delle parole con loro e ho lasciato 5 euro (questo mi posso permettere ora) come libero e onesto finanziamento. Mi hanno chiesto se mi piacesse Beppe Grillo. Ho risposto di si. Ora approfondisco il mio pensiero.

Se Beppe Grillo non fosse stato prima di tutto un uomo di teatro non lo avrei mai preso in considerazione, come uomo politico.

Il teatro, infatti, possiede nel suo intimo il senso della protesta, la forza di usare la negazione come atto creativo. Il teatro è il luogo in cui da millenni si pronuncia il NO alle convenzioni e alle leggi che negano la pietà, la dignità e la libertà. Il teatro è il luogo dove gli uomini hanno appreso a coniugare etica e responsabilità. Nessuna etica è possibile senza responsabilità. L’agire etico comporta infatti la possibilità di scegliere, di decidere liberamente tra alternative. Esso riposa dunque su una conoscenza responsabile, che è tale proprio perché collega in un rapporto inscindibile e di reciproco nutrimento la dimensione conoscitiva dell’uomo con la dimensione etica. Fino a quando alla globalità e all’interdipendenza dei fenomeni dell’economia, dell’ambiente, della salute, come di ogni altro aspetto della vita dell’uomo, non si associ una coscienza dei problemi corrispondente alla loro reale complessità, nessuna grande crisi potrà essere prevista per tempo, nessuna calamità planetaria potrà risparmiare al genere umano i propri devastanti effetti.

Cari cittadini a 5 stelle, mentre vi auguro per il bene del nostro Paese di essere votati dalla maggioranza degli italiani, continuo, come faccio da tempo, a documentare la serietà e il “lungo corso” del pensiero di Beppe Grillo.

Oreste Grani

(LeoRugens.wordpress.com)

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