Ci vediamo a Filippi, amici palazzinari, con voi e con il vostro capo

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Paolo Scarpellini (il corruttore di Marra), come da giorni dico, parla. Anzi, è un vero fiume in piena.  Scarpellini è anziano (anche affaticato) ma dicono sembrare quasi divertito di questo ruolo di narratore. Racconta, con cifre e circostanze, la questua e come ha soddisfatto, per decenni, le termiti partitocratiche. Non i grillini.

Siamo a Roma, amici cari, nella Roma che duemila anni addietro ascoltò Cicerone esibirsi in un arringa, la Pro Milone, in difesa di un senatore che s’era fatto pagare un mucchio di sesterzi da un costruttore. Ma, è doveroso ricordarlo, non risulta negli annali che il senatore fosse a Cinque stelle. Ma che il corruttore fosse un “costruttore romano”, quello sì.

Forse (è questa l’unica accusa che si può rivolgere a quei cittadini che stanchi dell’andazzo, hanno reagito e si sono organizzati sotto il cielo pentastellato) non tutti gli esponenti del MoVimento sanno chi sia stato Cicerone ne, tantomeno, Milone. Anche se nella vita si sono fatti avvocato.

Ma soprattutto, i nostri ingenuotti, sembrano non sapere + chi siano i “costruttori romani” eredi di tante abilità corruttive e i frequentatori dei circoli sportivi che si dispiegano lungo le rive del Tevere e dell’Aniene.

Troppo semplici i nostri amici a cinque stelle per farsela con questa banda di farabutti che, pre-occupati di cosa sarebbe potuto accadere nella loro Roma, non potendo piazzare in discontinuità/continuità sulla sedia di sindaco uno dei loro come avevano fatto con il trittico Rutelli-Veltroni- Alemanno (questa è stata l’abilità del gattopardo siciliano Francesco Gaetano Caltagirone facendo in modo che chiunque stesse in Campidoglio per decenni nulla cambiasse), hanno tramato perché la vita fosse resa difficile a chiunque fosse stato eletto democraticamente.

In qualche caso certamente possono anche aver fatto il tifo per il più fragile dei candidati.  Anzi, la loro abilità è stata quella di opporre ai Cinque stelle gente bruciata come Marchini o Giachetti, in modo che non potesse succedere – in alcun modo – che il trappolone non scattasse.

Solo loro sapevano come il vincitore avrebbe trovata la Capitale infetta e soprattutto che, come cantava la signora Sarkozy un tempo (che fine hanno fatto le sorelline Bruni?), chi mette la faccia “non è nulla”, chi “mette la testa” è tutto. Bisogna che nella “tragedia romana” (in essere prima, durante e, temo, dopo l’amministrazione Raggi) si trovi chi ha messo la testa, per, prima o poi, trovatolo, tagliargliela, pronti a uno sforzo notevole perché il mostro potrebbe avere cento teste. Se bastano. Direi comunque che si potrebbe cominciare da quella più pensante di tutte. Sempre metaforicamente parlando, ovviamente.

Io un indizio per capire chi comandava il campo avverso al M5S quando è scattato l’attacco ce lo avrei: basterebbe sapere chi fece scrupolosamente bonificare il proprio “Comando Generale”, prima di sferrare l’attacco, per essere sicuro che nessuno potesse ascoltare le reazioni dei propri “ufficiali” sotto l’effetto emotivo dei primi successi. Tanta prudenza e tanta lucidità me l’aspetto da una mente raffinata che, ammettiamolo, lasciato libero di tramare, ha saputo vanificare dieci anni di sacrifici e di entusiasmi della parte sana di un popolo che non si sarebbe meritato questa imboscata. E di questo scempio, prima o poi, dovrà rispondere, perché, come ho detto in altro post, ci vediamo a Filippi.

Oreste Grani/Leo Rugens

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