A noi ci è sempre piaciuto di più fare sesso con la luce accesa

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In tempi non sospetti ci facemmo carico di sostenere, pubblicamente, che la sicurezza e l’autonomia degli Stati, dei Governi e delle Istituzioni erano (e sono) minacciate costantemente da fenomeni di dimensione internazionale, quali il crimine organizzato, la proliferazione di armi convenzionali e non convenzionali, la criminalità finanziaria e, non ultima, la corruzione, fenomeni tutti che chiamano in causa il ruolo dell’intelligence (e della sua lealtà verso la Repubblica e i suoi rappresentanti democraticamente eletti a prescindere a quale “partito”  appartengano), ma anche dell’etica  sociale, economica e politica.

Questo coacervo di fenomeni complessi ed in particolare le sfide che essi determinano devono essere affrontate con l’aiuto della tecnologia dell’informazione – in forma di prevenzione e di protezione – e di una nuova cultura dell’Intelligence e della sicurezza nazionale.

Da anni, consapevoli di questo scenario e stimolati da queste urgenze, alcuni Governi e istituzioni Occidentali hanno avviato azioni tese a rafforzare l’uso dell’Intelligence contro le nuove minacce. In particolare, l’Europa (difficile in quei momenti dire di quale Europa stessimo parlando ma usammo, lo stesso, anni addietro, questa espressione ambigua) si è distinta nell’azione sul terreno della ricerca e dell’innovazione tecnologica al servizio della sicurezza.

Ricordammo ai nostri interlocutori, dentro e fuori le Istituzioni e agli operatori del mercato di riferimento, già anni fa (era il 2012) che sin dal 2005, con la creazione dell’European Security Research Advisory Board (ESRAB) e successivamente con l’European Security Research and Innovation Forum (ESRIF), l’Europa (continuo a chiamarla così pur consapevole della fragilità del termine) ha, infatti, indirizzato il proprio sforzo nel settore dell’Intelligence e della sicurezza, non pochi fondi, garantendo – teoricamente – l’alleanza tra ricerca, scienza, industria, operatori di infrastrutture rilevanti per la sicurezza e le autorità stesse responsabili della sicurezza negli Stati dell’Unione Europea. Dichiarammo pubblicamente che tale impegno e tale visione aveva portato (e lo avrebbe ancora fatto negli anni a venire a causa delle complessità emergenti che non si potevano/dovevano pre-vedere) allo stanziamento di alcuni miliardi di euro (sembravamo degli esagitati profeti di opportunità e invece questi sono gli annunci di queste ore di cui ieri vi abbiamo riportato i termini e che appunto di 3 miliardi parlano) e all’attivazione di diverse linee di finanziamento per questo settore, nella consapevolezza che un Paese più sicuro, più avanzato tecnologicamente e meglio attrezzato per contrastare la corruzione, sarebbe stato anche un Paese più competitivo e capace di superare la crisi.

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Per rendere edotte le autorità politiche (quelle che ci volevano sentire da queste orecchie) ipotizzammo convegni e un progetto di costituzione di una scuola di formazione all’Intelligence culturale strategica capace di sostenere con metodologie didattiche adeguate la vera rivoluzione culturale che tali presupposti richiedevano. Avevamo immaginato che una tale mole di denaro (migliaia di milioni!) avrebbero fatto girare la testa a troppi e invece di essere utili alle finalità appena accennate, questo denaro sarebbe potuto diventare “torta” seduttiva per i soliti e per consentirgli di conservare le prassi per troppo tempo fatte consolidare.

Immaginare invece un’alleanza, in piena consapevolezza, tra pubblico e privato, tra mondo imprenditoriale civile e il mondo dei “militari” addetti ai lavori, per garantire le condizioni della sicurezza nazionale e internazionale e, quindi, al ruolo che le aziende operanti nel settore (e quelle che avessero voluto accedervi diversificando le loro asfittiche attività in settori obsolescenti) delle tecnologie avanzate potevano loro stesse svolgere il ruolo nel potenziamento delle attività di Intelligence, proprio “sfruttando” il sostegno finanziario della Unione Europea.

Un programma ambizioso ma “fico” come ebbe a definirlo il filosofo dell’informatica Luciano Floridi quando gli proposi di aiutarci in questo vasto progetto che definire strategico oggi mi appare riduttivo. Così come mi dissero che avevo ragione a tentare questa strada culturalmente audace visto che si sarebbe finiti (questa era l’aria che tirava a quella data) viceversa in una serie di labirintici vicoli ciechi Alessandro Zanasi

Security Research Advisor presso la Commissione Europea, da anni autorevole membro ESRAB e ESRIF, Liviu Muresan, Presidente della fondazione Eurisc, Laura Caserta, all’epoca analista e revisore di finanziamento presso la Commissione Europea (chissà in cosa la dottoressa è impegnata adesso che girano queste tonnellate di soldi pre-visti e pre-vedibili), la già citata altre volte Emanuela Bambara, dottoressa specializzata nelle radici della transdisciplinarietà  e di come questa “scienza delle scienze” possa essere tenuta in stretto rapporto con l’intelligence culturale, ubiqua, diffusa, partecipata che da anni andavamo vagheggiando.

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Tutte straordinarie personalità di scienziati che si coalizzarono in quel (per me indimenticabile) 23 marzo 2013, dando vita ad un momento pubblico finalizzato a prefigurare il possibile nel settore della Strategia di sicurezza, area di cui solo ora, in campo nazionale, si cominciano a fare timidi accenni di passi concreti. Dovevamo essere messi nella condizione di non nuocere in quanto ci preparavamo ad interferire chiedendo trasparenza e lealtà verso la nostra gente “sovrana” e la muta dei cani fece il lavoro sporco. Ma come a volte accade (raramente), salvandoci dagli azzanni e dai latrati, siamo qui a raccontare la vicenda e quali fossero i moventi sordidi di quegli attacchi velenosi.

L’antidoto evidentemente sapientemente pre-ingerito più la pozione magica di Asterix (l’amore per l’Italia), ha fatto il resto.

La fase quindi, oggi a distanza di un lustro (cinque anni per chi non lo dovesse sapere!!!!!!!!) è resa ancora più delicata per l’irrompere di tanti soldi e questa dei tanti soldi come movente per togliere di mezzo chi volesse (come noi avremmo voluto sin dal 2012) fare ordine rendendo trasparenti i flussi, è cosa esplosiva. Molte degli avvenimenti accaduti in Italia da qualche mese a questa parte (Matteo Carrai e i suoi per prima o azzeramento dell’Hacking Team o “polpette avvelenate” di ogni tipo e grandezza),  potrebbero avere, alla fine, solo e unicamente questa posta in gioco.

Oggi ampia premessa, più del solito, ad una riflessione che non si poteva non fare alla luce degli annunci (soldi e comitati tecnico-scientifici) e che, quindi, ho fatto.

Se fossimo (e non lo siamo per storia personale, formazione culturale e politica, statura morale, spessore da cittadino irreprensibile quale lui è ed io non sono certamente mai stato) in Angelo Tofalo, deputato a cinque stelle, membro sia COPASIR che della Commissione Difesa della Camera, oggi metteremmo mano, con prudenza ma senza nulla temere, a questa storia di essere stato indotto da Anna Maria Fontana a interessarsi di cose quali quelle che lo vedono oggi doversi giustificare, nelle sedi opportune (cosa fatta con tempestività e con trasparenza di intenti) della magistratura e dinanzi alla pubblica opinione, con una determinazione e con modalità inusuali ma necessarie per il Parlamento, ormai reso luogo quasi senza “peso”.

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Ho scritto “quasi” perché il Parlamento comunque non lo è del tutto “senza peso” e, comunque, così non dovrà essere considerato, né oggi, né mai.

È ora quindi di alzarsi in piedi alla Camera e ovunque, e cantargliela a chiunque avesse sperato di inibirlo nella sua attività, evidentemente considerata destabilizzante e fastidiosa (se non pericolosa per alcuni ambienti) da quelli stessi a cui, da troppo tempo, consentiamo, impunemente, azioni contro gli interessi della Repubblica.

In questo nostro stanco Paese, da decine di anni, ogni volta che riesce a venire a galla uno dei mille scandali per corruzione di cui riusciamo ad avere informazione, sempre (diremo, per correttezza formale, “quasi sempre”) si trovano coinvolti, a vario titolo, uomini o donne che appartenevano ai servizi segreti o a istituzioni dello Stato ad essi riconducibili.

Decine di episodi disonorevoli svelano e dimostrano l’esistenza di inconfessabili e incontrollabili meccanismi di potere, visibili e invisibili, a cui troppi uomini, spesati dalle istituzioni, si sono prestati. Anzi, ogni volta che si riesce a far venire a galla un po’ di questa schiuma putrescente e maleodorante, non si trovano abilità raffinate, coraggio senza limiti, fedeltà ai giuramenti, tensioni ideali da prendere ad esempio ma esclusivamente piccoli opportunismi, storie di carrierette da dover difendere, rivalità tra colleghi che si disistimano a prescindere, e che si considerano pericolosi ma solo per la propria carriera. Una pletora di raccomandati che dovrebbero essere formati per raccogliere notizie utili alla salute della Repubblica e che invece vengono indirizzati sistematicamente per mettere in difficoltà i nemici di quello o di quell’altro, a seconda di chi, in quel momento, sembra essere al comando.

Al comando di una cosa che non ha niente a che vedere con quella che ciascuno di voi ritiene sia la “cosa pubblica” ma, semplicemente, “cosa nostra” e utilizzo con imbarazzo – quasi vergognandomi – questa espressione. Ma la verità è che ogni caso che poi si viene a conoscere nelle sue pieghe e dinamiche recondite, la prima cosa che rivela è che i dirigenti dei servizi beccati con le mani nel sacco (se non nella marmellata dei fondi), consideravano l’Istituzione “cosa loro” e cioè “cosa nostra”. Certo che non mancano le eccezioni e a testimoniarlo c’è, ad esempio, la fine fatta da Nicola Calipari, generale di divisione del SISMI, ucciso da soldati statunitensi a Bagdad il 4 marzo 2005 (a giorni saranno dodici anni!!!), dopo aver risolto, con abilità e rischio personale (e si è visto quanto) la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena.   

È un esempio confermato dal particolare che ancora, così si dice, nel servizio esistono persone che non dimenticano Calipari (e quanto gli è stato fatto) e persone che vorrebbero che si dimenticasse la figura morale e la statura professionale del signor generale. Per non parlare/scrivere di un’altro anniversario, tra poche ore, della morte in servizio di Pietro Antonio Colazzo (nome ancor meno noto al grande pubblico di quello di Nicola Calipari), caduto a Kabul il 26 febbraio 2010. Per continuare a ricordare, con deferenza, tra poche settimane (il 4 aprile) qualcuno (ma chi?) potrebbe provare a ricordare agli italiani la figura del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, ucciso dalla mafia siciliana, quel giorno del 1992. E il maresciallo fu ucciso dopo che da anni era lui, ancora fuori ruolo dal Sisde, che schedava vita, morte e miracoli di non poche cosche radicate in Sicilia occidentale, fortissime nel traffico internazionale di stupefacenti. Fu ucciso quando ormai qualcuno sapeva che stava per cambiare vita (e funzione?) entrando formalmente nel Servizio.

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A fronte di alcuni nomi citati quali esempio, ci sono liste troppo lunghe di abbuffini, di culi di piombo, di ammiccatori (“sono dei servizi, capisci a me!”) che disonorano ogni giorno la “divisa degli uomini invisibili” che dovrebbero, viceversa, saper portare l’onore, ancor più alto, del tacere il proprio ruolo e la propria identità.

Ad anni di distanza dai fatti scandalosi che segnarono i servizi, in molti cercano di difendere l’illecito che veniva commesso sotto la giustificazione dell’appartenenza a strutture coperte e sostenendo che la deviazione (chiamiamola così) non era altro che “il mancato riconoscimento di un’attività di intelligence compiuta con modi poco ortodossi”. E questa è la vera “sola”, oggi per ieri, fatta a discapito degli interessi della Repubblica. Sono tutte cazzate: il novanta per cento delle operazioni che poi vengono scoperte e definite dai magistrati frutto di deviazioni, lo erano realmente e non avrebbero portato da nessuna parte secondo nessuno dei criteri in base ai quali si dovrebbe operare nel servizio.

Se fosse possibile torturare (situazione paradossale se non ironico-blasfema) questa gente non potrebbe/saprebbe ricondurre le loro marachelle, i loro millantati, le loro piccole prepotenze a nessun vantaggio finalizzato a difendere la sovranità della Nazione.

Vi faccio qualche esempio poco conosciuto.

Nel Paese dove la corruzione dilaga, al di la di come voglia raccontare questa condizione il Foglio di Giuliano Ferrara provandola a semplificarla e a ridurla nella portata, qualcuno, negli anni, è riuscito a comprare una barca (la Islamorada!) con i fondi riservatissimi del servizio e farne un’alcova per non si quali “paracule” finalità.

A distanza di anni si potrebbe togliere il segreto di Stato e sapere a cosa sono serviti quei 580 milioni di vecchie lire se non a fare “ai mezzi” (sarebbe come dire steccare) con chi allo Stato/Sismi aveva venduto la barchetta con splendide camere da letto?

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Se qualcuno ci dice che a bordo si organizzavano trappole e messe in mezzo per terroristi e trafficanti d’armi, siamo pronti a scusarci e a rimangiarci queste disfattiste insinuazioni.  Forse un nome come ISLAM-Morada era lui stesso la trappola per qualche islamico fessacchiotto. Forse. O forse no.  Oppure, se qualcuno mi convince che i lussuosi resort Parelios (a Tropea nel cuore del cuore dei territori vibonesi controllati dalla criminalità calabrese!!!!!!!!!) servivano per finalità di servizio, io mi rimangio tutto.

Per continuare, pescando nei ricordi, si troverà mai qualcuno capace di fare formazione agli allievi recentemente reclutati nelle università, spiegando loro perché nei documenti ufficiali del servizio, per anni (regnava Capemuorto Coliandro) di Olof Palme (premier svedese ucciso il 28 febbraio del 1986) si parlava come di un tal “Palmer” storpiandone il nome, al pari di quello di George Bush, sistematicamente scritto “Busch”?

Si parla in queste ore di vitalizzi da non dover riconoscere a parlamentari felloni! E che dire di tale gentaccia incompetente a cui, invece, per anni era affidata la sicurezza della nostra gente?

Ma voi pensate che, in quegli anni, qualcuno realmente abbia formato (a spanne, molti sono ancora in servizio strapagati a fare danni) il personale trasferendo agli arruolati/cooptati/raccomandati una idea chiara di cosa serva alla Repubblica per stare al sicuro?

Voi pensate quindi che oggi, personale che si vedeva comandare da gentarella tanto ignorante e impreparata come lo erano molti che in quegli anni  facevano il bello e il cattivo tempo, oggi, se sono ancora in servizio, possano essere tanto meglio dei loro comandanti o reclutatori/benefattori dell’epoca?

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Secondo voi, oggi, si sa cosa, nel servizio, cosa si vuole conoscere? Veramente pensate che ci siano in giro molti esempi di “intelligenza umana” (o, come la si suole chiamare, “humint”) grazie ai quali acquisire informazioni attraverso relazioni sociali, che generino fonti sistematiche se non dei collaboratori?

Veramente vogliamo credere che un tale clima di pressappochismo e di fellonia, degli anni ’80-’90, non abbia lasciato traccia? Fate un po’ di conti sui millesimi e vi renderete conto da quale situazione imbarazzante sono emersi i vertici attuali. Allievi/maestri, amici, siamo nei guai!

Chi custodisce chi? Chi pedina chi? Chi infiltra chi e a che scopo? Temo, che si siano preparate sostanzialmente (in maggioranza)  figure capaci di analizzare comportamenti che possono divenire, se risaputi e documentati, strumenti di “gestione” dell’attenzionato.

Ma l’attenzionato, tranne qualche necessaria attività antiterroristica (e ci mancherebbe pure!) è sempre un rivale di partito, corrente di potere, collega che potrebbe farti le scarpe.

Veniamo, ad esempio, alla cronaca e alla macchina (para-statale?) che ha prodotto la misura attiva che recentemente ha tentato di colpire la figura istituzionale di Angelo Tofalo.

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Sarei curioso di sapere chi, negli anni, aveva reclutato la signora Anna Maria Fontana, perché la signora, a quanto le osint ci fanno intendere, si sapeva muovere e le notizie che trapelano (che da anni si conoscevano di lei e delle sue “compagne di merenda”) dicono che era d’ambiente se non, addirittura, funzionale ed organica alle provocazioni. Storia quindi oscura (a giudizio di questo marginale ed ininfluente blogger) riconducibile alle peggiori tradizioni di quel filone che ho solo cominciato ad accennare e che ha sempre disonorato il Paese. Vediamo questa volta di scoprire rapidamente chi è il puparo e a quale corrente/banda/consorteria appartiene.

Le comint potrebbero essere utili ma – forse – basterà un po’ di naso tradizionalmente inteso. Basterà andare “a naso”, appunto, e troveremo chi voleva fottere il rappresentante del M5S in Copasir e, fottendolo, fare ancora una volta disinformazione contro la legge non risultandomi che il servizi debbano agire a favore di una parte politica rispetto ad un’altra.

Ma perché dico una castroneria del genere quando lo so – per racconto che mi fece personalmente Randolfo Pacciardi – che fu proprio il “suo” SIFAR a fotterlo, corrompendo i delegati del “suo” partito in modo che la “sua” mozione fosse “democraticamente” battuta al congresso del PRI grazie all’attività mestatrice del giornalista Lando dell’Amico e di un capitano dei CC, sotto mentite spoglie, con una borsa piena di 50 milioni di lire che, nel 1962, furono una cifra sufficiente per cambiare il corso della vita politica italiana?

Sconfissero Pacciardi che era stato Ministro della Difesa, fondatore dei Servizi segreti del dopoguerra, figurarsi oggi come riescono a trarre in inganno le Raggi e il sia pur attento (ma non a sufficienza evidentemente) Angelo Tofalo.

Tempi duri per i troppo buoni. Ma anche – dico io – per i mestatori maldestri che lascino tracce bavose del loro agire contro gli interessi della Repubblica.

Oreste Grani/Leo Rugens pienamente consapevole che “se la rischia” a scrivere con questa “chiarezza” di cose tanto “oscure”.

Ma – come diciamo spesso – la chiarezza è più sexy dell’oscurità. A noi, da sempre, è piaciuto fare sesso … con la luce accesa. Come si sa, però, tutti i gusti sono gusti.

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