Cosa lega (e se le lega) Aurora Bolici e Annamaria Fontana come insinua un nostro “non anonimo” lettore?

annamaria-fontana

Un lettore, non in modo anonimo (e questo vale doppio!), apprezzando (e questo vale triplo, visto il narcisismo che mi contraddistingue) il mio modo di non farmi sfuggire la personalità complessa di tale Aurora Bolici e di suo marito tale Roberto Caltagirone, mi avverte di un legame rizomico/amicale tra la Bolici e la signora Annamaria Fontana, figura femminile altrettanto complessa al centro di una vicenda che la lega al rappresentante del M5S in Copasir, Angelo Tofalo.

Forse mi stanno dando un storta perché, preso da entusiasmo contro-informativo, commetta qualche grave errore e mi auto-sputtani dopo che cinque anni addietro mi hanno inutilmente indicizzato in rete come pendaglio da forca e persona pericolosa. Per quanto riguarda il mio grado di pericolosità, fanno fede i dossier istituzionali aperti nelle sedi opportune: se ne avete accesso, fate pure. Viceversa, per quanto riguarda la visione che ho io della mia eventuale pericolosità sociale, vi ripropongo, in calce a questo post odierno, quanto ebbi a scrivere, il 3 agosto 2012 (secoli addietro e letto da otto gatti), in un brano intitolato, appunto, “Un tipo poco raccomandabile”.

Questa premessa è funzionale ad avvertire chi fosse interessato ad esplorare, seguendomi, le grotte carsiche (in questo caso campane) della vicenda Fontana e le sue attività sussidiarie (?) a quelle che dovrebbero essere, tassativamente, prerogativa esclusiva degli organi dello Stato o di chi ne avesse specifica autorizzazione.

Trattare ogni tema attinente la geopolitica o le ipotesi di attività culturali diplomatiche non solo non è mai disdicevole ma, a mio avviso, auspicabile.

Anzi, mancano in Italia sempre di più luoghi associativi che si propongano statutariamente attività sussidiarie allo Stato in questi campi tanto delicati ma poveri di creatività e di iniziative intelligenti.

Se capisco dalle ricostruzioni giornalistiche, comunque, non di cultura si trattava quando la signora Fontana si proponeva o si mostrava concretamente operativa con il parlamentare Angelo Tofalo ma di contatti con personalità politiche istituzionali appartenenti a Paesi che certamente dobbiamo sapere essere al centro dell’attenzione di tutte le agenzie di intelligence del Mondo conosciuto. Forse, solo nei sette nuovi mondi appena scoperti a 40 anni luce dalla Terra, non si sa che Libia e Iran sono “tabù” per chi non è autorizzato a trattarne. Per chiunque, fosse anche per farsi esportatore di pizze Margherita, ci vogliono (o ci vorrebbero?) per mettere naso dei “nulla osta” si assoluta affidabilità istituzionale. Così, mi ricordo, dovrebbero andare le cose.

Se non fosse così e cioè che fosse – ancora una volta – difficile rintracciare le carte che consentivano alla Annamaria Fontana e a suo marito Mario Di Leva di frequentare l’ambiente legato a situazioni riconducibili alla sicurezza nazionale e soprattutto internazionale, ci troveremmo – ancora una volta – di fronte alla prova provata che qualcosa non funziona e che i tempi degli “ortaggi” (dentro e fuori le nostre Agenzie) non sono mai cessati. Anzi.

Ma avete idea per potersi interessare realmente delle cose che leggo voleva trattare o far trattare (armi o incontri con personalità di Paesi segnati da conflitti armati o da “sospetti” internazionali) la signora Fontana di quanti Cok Gizli, Gizli, Ozel, Hizmete Ozel ci vogliano? E non solo nella Turchia di Erdogan. Oppure, provate voi e vediamo se non vi trovano più (come io ritengo) ridotti come uno straccio come è capitato al nostro compatriota Sergio Regeni.

Quanto “danno di rivelazione”, comportamenti quali quelli ipotizzati della coppia Fontana – Di Leva possono arrecare alla collettività se lasciati tenere da personalità non animate da senso profondo dello Stato e dell’interesse superiore della Nazione?

Direi che ci troviamo di fronte a cose che un tempo sarebbero state classificate almeno come “riservatissime” e quindi nell’eventualità che si fosse “pisciato fuori del vaso”  l’entità del danno di “rivelazione non autorizzata” sarebbe stata classificata almeno “molto grave”. Invece, in Italietta, in molti, possono andare in giro a parlare, per mesi, con gli uomini che prioritariamente dovrebbero essere protetti dalle nostre strutture statutariamente preposte alla sicurezza della Repubblica, senza che nessuno intervenga allertando la personalità politica presa di mira dal male intenzionato di turno. Non è certamente il parlamentare (soprattutto a cinque stelle che si deve immaginare fresco e un po’ inesperto nella posizione istituzionale) che deve guardarsi le spalle da solo ma questo compito discreto lo deve assolutamente svolgere chi prende soldi dalla Repubblica, chi è stato selezionato a tal fine, chi è addestrato, con grande dispendio di risorse, proprio per fare questo. Punto.

Torneremo ovviamente sul “punto” che ormai lo avete capito ci sta particolarmente a cuore. Soprattutto per capire se il nostro lettore, quando lega Fontana alla Bolici descrivendole (in modo colorito e irripetibile) espressione di un solo ambiente, vuole indicarci un facile indizio investigativo. Giornalisticamente parlando, ovviamente.

Oreste Grani/Leo Rugens che si prepara a toccare fili dove c’è scritto la tradizionale frase di avvertimento.


16°/LA CALUNNIA – UN TIPO POCO RACCOMANDABILE

“Io non ci farei niente con quello”.
È questo un frammento di dialogo “rubato” in una sauna dove, prudentemente e saggiamente, un habituè consiglia a un altro frequentatore di non legarsi, ne casualmente ne sentimentalmente, con “qualcuno” perché affetto da gravi malattie veneree o perché di mentalità crudele?
No, niente di tutto questo!

Le parole (Io non ci farei niente con quello) sono quanto, solitamente, “gli amici degli amici”, i servitori infedeli dello Stato, le “barbe finte” ben informate, uomini e donne “d’ambiente” proditoriamente reclutati e cooptati da altri traditori del giuramento alla bandiera negli organici delle istituzioni democratiche necessarie alla sicurezza di tutti i cittadini, dicono di me.
Dicono che non ci si deve fidare di me che, invece, tra l’altro, per buona sorte o prudenza non ho mai avuto una malattia venerea come il mio stato di servizio militare e il mio sangue attestano.

Eppure, repellenti individui, parassiti annidati nei tessuti connettivi del Paese, con stellette o senza, senza avermi conosciuto direttamente o avermi frequentato professionalmente e umanamente, si sentono autorizzati a descrivermi come un uomo pericoloso e spregevole. “… da non frequentare”.

Si, è vero, è ora di confessarlo: sono pericoloso per tutti quelli che ritengono che la Repubblica Italiana sia cosa propria anzi, mafiosamente, “cosa nostra”.
Si, è vero, sono pericoloso per tutti i servi della partitocrazia e della immeritocrazia.
Si, è vero, sono pericoloso e lo sarò sempre di più, per quelli che, non trovando il coraggio di uccidermi, hanno ritenuto di potermi infangare impunemente.
Ora che si stanno per aprire gli archivi di Stato, sono cazzi vostri.
Ora che si stanno per aprire gli archivi di Stato, sfido chiunque ad accusarmi, facendo nomi, cognomi e circostanze di quando e come io abbia corrotto un dipendente dello Stato o indotto un imprenditore a corrompere un pubblico ufficiale o chiunque fosse preposto ad un ufficio acquisti in una qualunque realtà di pubblica utilità.

Un solo nome, una sola cifra riscontrabile ed io, in omaggio al libro che ho editato (grazie ad un grande intellettuale quale è A.M.) di Catherine Millot “Gide, Genet, Mishima, intelligenza della perversione” “mi toglierò la vita strappandomi dal ventre aperto con un rasoio le budella in un minuto”. Se mi dimostrerete che ho indotto qualcuno a tradire l’Italia mi suiciderò in pubblico prendendo esempio dal sommo poeta Mishima.
Viceversa saranno cazzi vostri. Come è successo nel tempo a tutti i nemici di Ipazia.

La verità è un’altra: i luridi diffamatori che appartengono alla casta dei taglieggiatori di imprenditori, mi odiano perché da sempre, esercitando un mio diritto alla consulenza di direzione strategica finalizzata a che le imprese svolgano “servizio” al bene comune e secondo una concezione del mercato come supporto al miglioramento della qualità della vita e per il raggiungimento di giuste finalità al contempo economiche ed etico-sociali, spingo e stimolo culturalmente gli uomini e le donne che si dedicano alle imprese industriali a non utilizzare la scorciatoia della corruzione.

Certo, con questo approccio, non sono un uomo comodo, pronto per tutte le stagioni. Mi colloco, infatti, nel mondo dell’agire e del fare impresa secondo un modello non tradizionale. Sicuramente sono nemico degli schemi in base ai quali la degenerazione partitocratica e la corruzione diffusa hanno operato, in Italia e nel mondo, negli ultimi 60 anni depredando le casse dello Stato.

Certo, sono un uomo pericoloso per i promotori di accordi vessatori per il popolo italiano quale, ad esempio, fu quello per cui avremmo dovuto versare 5 miliardi di euro nelle mani del dittatore Gheddafi e della sua corte di terroristi assassini. Accordi fatti e celebrati senza che le strutture d’intelligence avvertissero il nostro Governo dell’imminente drammatica fine del dittatore e della sua famiglia.

Certo, era opportuno, dopo che mi ero rifiutato di assecondare affari con la Libia di Gheddafi, dire di me che ero un “uomo dei servizi deviati o di non so quale consorteria” spaventando i miei onesti collaboratori.

Tornerò su questo episodio con nomi e cognomi e dimostrerò che i miei calunniatori, pur essendo italiani, sono loro in realtà agenti al servizio di paesi terzi.
Io ero e sono solamente uno che, tra i pochissimi, ha previsto con precisione la fine del lurido terrorista Gheddafi.

Certo, io sono la persona che il 26 agosto del 2011 alle ore 11:05 ha dato la disposizione di pubblicare sul sito di Ipazia Preveggenza Tecnologica (la società di cui il perfido Amalek invita a non fidarsi) il pensiero che segue: “Come forse sapete noi di Ipazia abbiamo più volte omaggiato Roger Abravanel nel nostro sito con interviste e citazioni.
Abravanel è stato anche nei nostri uffici e ho avuto il piacere di illustrargli le finalità di Ipazia Preveggenza Tecnologica e il senso della scommessa culturale ed economica che stiamo realizzando.
Ho raccolto curiosità e complimenti da parte di Abravanel.
Alcuni di voi, mi risulta, non lo stimano quanto me. Questa è la ricchezza di Ipazia e del suo terreno di cultura.
Io lo stimo, invece tra l’altro, perché ha salvato l’EL AL dal fallimento quando i passeggeri di tutto il mondo non volevano viaggiare con la compagnia di bandiera israeliana perché a bordo di quegli aerei ci si moriva. E non per cattivo servizio.
Lo stimo perché, ad esempio, se avessimo accolto le sue indicazioni/proposte al posto di quelle dell’imbarazzante ex ministro Fantozzi, l’Alitalia non sarebbe fallita e mio suocero non avrebbe perso gli unici suoi risparmi. E uno di voi non avrebbe visto svanire nel nulla un credito di oltre 1.500.000,00 di euro per aver lavorato per l’Alitalia credendo alle rassicuranti promesse di Berlusconi e Gianni Letta.

Lo stimo perché ha ben posto il problema (in particolare in Italia) della meritocrazia e delle regole.
Lo stimo soprattutto perché, come potete leggere di seguito, ha saputo, secondo gli insegnamenti del grande maestro Lao Tze, dal pericolo e dalla negatività degli avvenimenti di quaranta anni fa crearsi un’opportunità.
Amo l’ottimismo e il rigore di queste sue parole:

“La mia Libia d’oro profanata dal Raìs

Ho lasciato la Libia più di 40 anni fa, quando l’ascesa al potere di Gheddafi portò all’espulsione degli ebrei libici, che si aggiunsero all’«esodo silente» di più di un milione di ebrei cacciati dai Paesi arabi, solo per il fatto di essere ebrei (un numero simile a quello dei palestinesi che persero la propria terra). In Libia gli ebrei furono particolarmente perseguitati: ricordo che una delle prime iniziative di Gheddafi fu quella di costruire una strada sul cimitero ebraico dopo avere buttato a mare con le ruspe le ossa dei morti (tra cui quelle dei miei nonni) e che ci furono diversi pogrom. In quell’occasione perdemmo tutti i nostri beni. Ma anche molti altri, e soprattutto gli italiani, persero tutto in Libia e divennero profughi nell’arco di pochi giorni. Alla fine però, un evento così traumatico si rivelò una fortuna per me: perché mi offrì l’occasione di partecipare allo straordinario sviluppo economico e sociale dell’Occidente degli ultimi quarant’anni. Non è stato così per i milioni di cittadini libici che, invece, hanno visto ristagnare la loro economia, arretrare la società e regredire la propria cultura, senza poter sfruttare le grandi opportunità che offriva loro una terra, ricca e bellissima, come la Libia. Non ci sono più voluto tornare da allora, per non dover sostituire questi bei ricordi con le immagini della Libia di Gheddafi. Conoscendo questo passato, ho assistito con sgomento alle cerimonie che hanno accolto Gheddafi al G8 all’Aquila e all’Eliseo a Parigi. Essendo pragmatico, capivo che Gheddafi rappresentava un valore economico e politico, ma la prudenza avrebbe dovuto, per lo meno, frenare l’entusiasmo di tanti politici e uomini d’affari occidentali. Collaborare senza «benedire» sarebbe stato più saggio, conoscendo il personaggio. Gli stessi cortigiani di Gheddafi di pochi mesi fa sono diventati i mandanti dell’intervento militare Nato e, oggi, si posizionano come i migliori amici dei ribelli. Ma nessun Pr di grande livello può mascherare al pubblico informato il grave errore che hanno commesso. La vera buona notizia è che la deposizione di Gheddafi offre una grande opportunità alla «primavera araba»: un modello di democrazia. Grazie alla sua posizione geografica e, soprattutto alla sua storia e alla sua cultura, la Libia potrebbe diventare un riferimento per i 350 milioni di arabi che, nei 100 anni dalla caduta dell’Impero ottomano, hanno potuto scegliere solo tra il torpore fatale della dittatura laica e la delusione dell’estremismo islamico. Dopo 40 anni, oggi, il popolo libico ha finalmente la libertà di scegliere. Potrà perseguire la strada del fondamentalismo xenofobo e antisemita, che lo porterà inevitabilmente a un isolamento politico e a una stagnazione economica, forse anche peggiori che ai tempi di Gheddafi. Oppure potrà ricreare quella società tollerante e multietnica che ricordo ai tempi di re Idris; magari riuscirà anche a recuperare il tempo perduto e a offrire alle nuove generazioni opportunità straordinarie. Come molti altri profughi italo-libici, osserverò con trepidazione queste scelte. Per 40 anni ho voluto dimenticare le mie radici, anzi: doverle di tanto in tanto rammentare, come quando Gheddafi divenne azionista della mia adorata Juventus, spesso mi irritava. Ma, come molti dei miei connazionali, so che al primo segnale di una Libia veramente libera, il desiderio di riscoprire le mie radici e rivivere i momenti straordinari della mia fanciullezza sarà fortissimo. ”

Abravanel Roger

Pagina 11 (26 agosto 2011) – Corriere della Sera

Viva la Libia veramente libera!
Viva il Mediterraneo colto, ricco, libero e pacificato nel nome di Ipazia alessandrina!
Viva il Mediterraneo futura Patria tollerante di tutti noi cristiani, ebrei, mussulmani, agnostici, atei, pagani!

Oreste Grani”

Certo che sono un uomo pericoloso per quegli ambienti militari e non che campano di spese, inutili e obsolete, che vengono fatte fare alle esangui casse dello Stato.

Certo perché, tra l’altro, sono l’autore del pezzo scritto il 15 giugno 2011 alle ore 18:17 in cui dico come la penso sull’uso artificioso che si è fatto di un possibile attacco turco alla Grecia:
“Kleftes, kleftes” “ladri, ladri”. In queste ore nella terra di Pericle rimbomba l’urlo degli indignati autoconvocatisi via Facebook.
Un anno fa, in questi giorni, eravamo a Terni al Centro Multimediale e il nostro A. P. leggeva le immortali parole di Pericle anticipando il problema dei problemi della fase della collettività internazionale: la democrazia. La Grecia, secondo alcuni denigratori, è ormai un paese di cicale. La Grecia è un paese di cicale dove quasi tutti gli abitanti fanno la dolce vita o è, anche, uno stato che spende il 5% del suo bilancio per la difesa? Avete letto bene. Il The Times dell’08/07/2010 sostiene che la Grecia è “il secondo paese al mondo compratore di armi”. Chi ha il potere di comprare armi per l’esercito greco se non politici greci, burocrati greci, militari greci? E in quale scenario geopolitico (la Turchia nemica della Grecia?) vengono comprate tante armi? Chi produce in maggior misura queste armi che i greci devono comprare? Produttori tedeschi e francesi! Ah, ecco! La Grecia quindi spende il 5% del suo bilancio, da quarant’anni, per armarsi e prepararsi alla difesa da un possibile attacco turco. Vediamo di capire meglio. La Grecia economica e politica, quindi, passa parte del suo tempo da oltre quarant’anni, a far girare tangenti a ministri e militari. Questo è il problema! Non formiche o cicale. Inoltre, come tutti gli imprenditori di buonsenso sanno, se ci sono dei corrotti ci sono dei corruttori. I francesi e i tedeschi vendono, con le loro ditte produttrici, armi allo stato greco. Stato che paga queste armi con i soldi avuti in prestito dalla stessa Francia e Germania. Sì, proprio così, la virtuosa Germania, scandalizzata dai trucchi di bilancio dell’amministrazione greca, è lei che vende armi inutili alla Grecia. Germania e Francia, dopo aver dissanguato uno stato membro dell’Unione Europea con superflui acquisti e dopo non aver mai promosso o favorito un dialogo costruttivo nel Mediterraneo per la pace fra tutti i popoli rivieraschi (in particolare tra Turchia e Grecia), ora si “pappano” le infrastrutture, porti e aeroporti, della povera Grecia cicala.
Oggi avevo voglia di dirvi questa cosa delle armi inutili alla Grecia. Anche per riflettere, come insieme facciamo da tempo non sospetto, sul destino dell’Italietta prima di assistere inermi a una fine simil-greca. Anche noi con le nostre quarantennali tangenti, con il groviglio dei nostri corrotti e corruttori, abbiamo bisogno come europei e mediterranei di indignarci e preparare la nostra primavera dopo aver assistito a quella araba.

Altro che respingere i marocchini, gli algerini, i tunisini, i libici perseguitati. Dobbiamo imitarli. Altro che rimborsare per danni di guerra i corrotti accoliti di Gheddafi preparando così i giri di tangenti con i berlusconiani, a corollario di oltre cinque miliardi di euro. Altro che servili baciamani e l’umiliazione dell’arma dei Carabinieri obbligata ad accogliere nei propri quartieri le scorte arroganti del dittatore.
La Grecia cicala aspetta ancora i rimborsi per danni della seconda guerra mondiale da parte della Germania nazista. Altro che moralismi economici e amministrativi ai bevitori di ouzo e ai danzatori di sirtaki. Ragioniamo invece su come la cultura del dialogo può fermare questa deriva demenziale di sciacallaggio di un paese sull’altro. A. M. è andato recentemente a Cipro all’assemblea annuale di Copeam anche per capire se ci sono margini per azioni politiche, culturali ed imprenditoriali di cui Ipazia Preveggenza Tecnologica, Ipazia Promos, Ipazia web tv si possono fare promotrici. Noi pensiamo di sì e nei prossimi giorni vi diremo quali.
Buon lavoro
Oreste Grani”

Certo che sono indigesto agli uomini che ritengono che il lavoro di “compratori per conto dello Stato” sia una loro opportunità professionale e con questa arricchirsi.

Certo che sono pericoloso soprattutto se uno è oggettivamente quinta colonna di interessi anti-italiani e teme che lo “incastri” per i suoi comportamenti illeciti.
Se io fossi loro eviterei uno che opera secondo questi principi: il 23 settembre 2011 alle ore 19:01 scrivevo sotto il titolo “Catastrofe al rallentatore” le parole che seguono.

“Mai come oggi l’umanità dolorante e piegata ha bisogno di medici. Ma di medici veri e propri. Ci intendiamo.
E’ un secolo che Giuseppe Mazzini scriveva queste chiaroveggenti e stimolanti parole: “lo vedo un immenso vuoto in Europa, vuoto di credenze comuni, di fede e quindi di iniziative, di culto del dovere, di solenni principi morali, di vaste idee, di potenti azioni, a pro’ delle classi che più producono e non di meno sono più misere. E pensai che l’Italia, risuscitando a salvar l’Europa, avrebbe fin dai primi palpiti della nuova vita detto a se stessa e agli altri: Io riempirò quel vuoto. Poco m’importa che l’Italia, in un territorio di tante miglia quadrate, mangi il suo frumento o i suoi cavoli a miglior mercato; poco mi importa di Roma, se da essa non deve venire una grande iniziativa europea. Quel che m’importa è che l’Italia sia grande e buona, morale e virtuosa, e che abbia a compiere una missione nel mondo”. Così Mazzini. Il non averlo ascoltato è il nostro peccato di tracotanza. Lo stiamo espiando.
Ernesto Bonaiuti (1944)

Ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti voi (in particolare, il dissolversi dell’Europa) ha origine nel fallimento del progetto della “comunità europea di difesa (1954)” che affossò la prospettiva di una unificazione politica e militare e aprì la strada della progressiva (maledetta concretezza!) integrazione economica attraverso la costituzione della Comunità economica europea (CEE), del MEC, della CECA, dell’EURATOM. Arrivammo così al 1979 e alle prime elezioni a suffragio universale per il Parlamento europeo, senza sogno, e senza la volontà di divenire gli Stati Uniti d’Europa. Da quegli inutili e sterili atti di volontà popolare non nacque niente. Nessuno volle pensare alla lingua unificante europea che consentisse la formazione di una opinione pubblica e di un sistema condiviso di mass media. Non fu avviata un’operazione culturale (parolaccia inutile, questa, per gli economisti). Si decise di essere “concreti”.
La moviola al rallentatore di tanta idiozia è sotto gli occhi del mondo.
Dice, chi ne sa più di me, che in presenza di monarchie parlamentari, repubbliche presidenziali, repubbliche parlamentari variamente modulate, Stati federali, Stati regionali, pensare ad una stessa concezione di “bene comune” è impossibile. Non esiste la possibilità di una reale politica comune senza una unione politica e, quindi, senza una condivisa forma di “Stato sovranazionale”.
Così, siamo arrivati, come Unione Europea, a non avere una politica estera comune: alcuni Stati fanno parte della NATO, altri (sei) dell’Unione Europea ma non della NATO, alla NATO aderiscono altri sette Paesi (uno è la Turchia) che non fanno parte dell’Unione Europea, altri fanno parte della NATO ma non seguono la leadership USA. Infine, ma non ultima, esiste nella UE una cosa che si chiama UKUSA (i cinque Paesi anglofoni) cui fa riferimento il sistema di intercettazioni Echelon, accusato tra l’altro di aver spiato le stesse istituzioni europee.
E da tutto questo bordello-carosello vorremmo che emergesse una politica comune?
Sull’unificazione monetaria stendo un velo pietoso. Per non tediarvi, vi ricordo solo che molti consideravano l’euro un gioco di prestigio ora impietosamente scoperto. Nel 2001, ogni “statista” raccontò le sue c…..e al suo popolo di riferimento. I tedeschi volevano l’appoggio degli altri europei per la “loro” riunificazione, i francesi volevano mettere le briglie e la mordacchia ai tedeschi riuniti, gli italiani volevano proteggere la liretta che, all’epoca, in 130 anni di Unità, si era deprezzata di quasi “seimila volte”. Tutti gli altri piccoli Stati sentivano arrivare il mare in tempesta della globalizzazione. Opportunismi senza sogno.
Nei primi sei mesi di vita, tutti ricorderete che l’euro si deprezzò rispetto al dollaro del 25%. Ci vollero le demenziali complessità della seconda Guerra del Golfo e la corsa folle del debito americano per rimontare il gap.

Ribadisco: la cosiddetta Europa è sogno, e non trova nella sua storia e nel suo magazzino culturale le armi strategiche del suo futuro. Il mio maestro Giuseppe Mazzini chiamò le sue associazioni Giovane Italia e Giovane Europa. L’Unione Europea è ormai vecchia nei suoi dirigenti e nei suoi comportamenti. E’ un cadavere senza possibilità di rianimazione miracolosa. Dobbiamo sognare un nuovo sogno. Ecco perché ho scelto e amo Ipazia alessandrina e mediterranea. Ecco perché, sia pur poveri come siamo, sosteniamo ogni pensiero colto che ci appaia protettivo per il futuro della nostra Giovane Futura Patria Europea Mediterranea.

Viva le donne coraggiose del Mediterraneo. Viva i giovani coraggiosi delle mille piazze in rivolta. Dobbiamo prepararci all’unica soluzione che può salvare le vite, comprese le nostre, di milioni di esseri umani. Altro che far annegare nel mare in tempesta (non solo metaforicamente) i nostri fratelli africano/mediterranei. Dobbiamo consapevolmente spezzare l’area geografica, politica, finanziaria dell’Euro. E noi italiani dobbiamo dedicarci subito al sud di questa area.
Ecco il danno di aver scelto alleati come Gheddafi, Mubarak, Ben Ali, per vivacchiare senza futuro e senza speranze. Abbiamo leccato le mani, e non solo quelle, a morti viventi, a orridi zombie catatonici. Ecco la responsabilità dei Governi italiani di destra, di sinistra, di centro. Per vendere un po’ di armi e arricchire un po’ di più qualcuno.

A questo punto della nostra vicenda comune, spero che nessuno mi possa contestare la capacità di pre-vedere. Ora, vi prego, facciamo piccoli passi concreti (nella mia accezione del termine) per crescere insieme (cum-crescere) verso la forma giuridica che consenta di varare l’arca di Noè, CasaNova24. L’appello è rivolto a tutti. Nessuno escluso. Anche a quelli che in questo momento potrebbero sembrarmi più lontani o con cui le divergenze sono state per ora insormontabili. Che nessuno sia tanto presuntuoso da pensare di poter affrontare i prossimi anni da solo. A meno che non vi sentiate dei tappi di sughero. Se uno è stato mazziniano una volta lo sarà per tutta la vita. Parimenti anche quelli che sono stati ipaziani tiepidi o solo per una stagione possono esserlo per sempre. E’ ora di mettere a vantaggio comune le nostre diversità e anche le nostre incomprensioni.
Nella verità, la pace.
Oreste Grani”

Altro che truffatore.
Da questo momento in poi racconterò di chi e di come mi ha raggirato violando oltre che l’amicizia e la fiducia riposta, l’articolo 2043 del codice civile che definisce illecito qualsiasi fatto, doloso o colposo che cagioni ad altri un danno ingiusto.
Ma, cosa più grave, di come, così facendo, ha distrutto le vite di tanti leali, entusiasti, fidati collaboratori.
Tradendo l’Italia

Oreste Grani

Annunci