È arrivato il tempo non delle mele ma della capacità di governare le complessità insorgenti

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Il MoVimento 5 stelle, deve scoprire, definitivamente, l’amministrazione delle cose dello Stato. Non perché con questo voglia dire che nel Movimento non ci sia il senso dello Stato. Anzi, ne parlo solo ed esclusivamente perché i cittadini autorganizzatisi nel Movimento ne hanno, e lo mostrano e lo testimoniano, come nessun altro.

Ma l’avvicinarsi del D-Day, cioè il giorno in cui si vinceranno le elezioni in modo eclatante (passeremo il 40%), obbliga a rendere questo impegno e questo sentire più esplicito, organico e coinvolgente quello che, per semplicità, anche in un luogo non partitocratico come il M5S, si chiama “gruppo dirigente”.

Si tratterà di passare – su larga scala – dalle formulazioni politiche ai fatti. Non perché non si debbano considerare i fatti un espressione politica. Questa, anzi, sarà la prova regina: saper fare scelte, i mezzi quindi, che sappiano anticipare le finalità perché come altre volte ci siamo permessi di dire, rubando la regola al grande stratega Gandhi, i mezzi anticipano il fine e non il fine giustifica i mezzi.  Espressione di sintesi che è tempo che diventi guida di questo Paese dove invece, troppo spesso, si è indotti a ritenere che il fine giustifichi qualunque scelta. E spesso neanche condizionata da pseudo “ragion di Stato” ma da semplici “cazzi propri”.

In questo pensiero che vi propongo (i mezzi anticipano il fine), certamente, vi si ritrova la consapevolezza che la “politica” non è, e non deve essere, tutto.

Come ci si può, infatti, illudere di costruire un mutamento profondo affidandosi esclusivamente alla decisione politica?

La politica non consiste soltanto nelle idee o nelle intuizioni (che nel MoVimento, è innegabile, sono state tante e quasi sempre quelle giuste), oppure, peggio, nella costruzione di alleanze e schieramenti, o nelle semplici adozioni di indirizzo alle quali soprattutto hanno il vizio di dedicarsi i soliti dirigenti, i soliti vertici, movimentisti o meno che siano, perché le cose si mettano miracolisticamente a funzionare.

Se ci si limita a questo, la politica, anche se non fosse quella partitocratica e opportunistica, finirebbe per esaurirsi nella declamazione dei propri fini perché governare significa al contrario anche gestire, costruire fatti, tradurre le idee in accadimenti reali e mostrarsi capaci di seguire la produzione processuale, graduale, compresa dalla maggioranza dei cittadini in tutte le sue inevitabili tappe e fasi.

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Questa incapacità è stata evidente soprattutto a Roma, sin dai primi giorni e solo ora, dopo il faticoso (pericoloso) slalom tra le trappole pre-disposte dai nemici della legalità, sembra che qualcosa si cominci a fare.

Se non si risolve questa questione del fare senza rimuovere l’etica e le finalità scelte (non lasciare nessuno indietro ad esempio), il progressivo distacco dai cittadini comincerà a colpire anche le donne e gli uomini pentastellati che si ritroverebbero come gli altri (meno colpevoli, ovviamente) in una politica verbosa che si avvita su se stessa chiudendo i propri circuiti (si sarebbe detto ai miei tempi “elettromeccanici”)  entro una rarefatta bolla separandosi dai fatti, dagli uomini comuni che ti hamnno scelto, amato invocato tra i quali invece di è sempre più diffusa una cultura fattuale che reclama soluzioni concrete (cum-cescere) in luogo di parole con cui si possono fare – impunemente – promesse.

Le grandi idee devono dimostrare la loro dimensione mostrandosi capaci di contenere un mare di cose.  l grande politica sostenuta da grandi idee ha sempre messo in moto processi reali. se così non fosse lo ripeto non solo sarebbe inutile ma quasi un gioco.Ma la vita non è solo ludus.

La sana amministrazione è maledettamente fatta di fatti quotidiani ed è il vero strumento riscontrabile della politica. Lo è soprattuto per una politica di progresso e votata all’equità e quindi alla sicurezza che solo nell’equità può vedere il suo futuro. I cittadini a cinque stelle che andranno a svolgere ruolo di promotori di progresso e di uguaglianza, si dovranno contaminare con l’amministrazione, seguirne il funzionamento, controllare i risultati, correggere le inevitabili distorsioni, mai da abbandonare a se stessa quasi fosse un comparto di specialisti.

Gli specialisti sono la morte della gestione delle cose complesse e la vita in collettività come vogliamo chiamarla se non complessa e necessitante di approccio transdisciplinare. Tanto è vero o la politica a cinque stelle sarà transdisciplinare o non sarà.

L’amministrazione non deve mai essere lasciata a se stante in quanto per definizione è lei stessa un groviglio di poteri poteri che si possono toccare con mano nei suoi uffici, dipartimenti, direzioni generali e le mille diavolerie in cui nei secoli si è strutturata.  Nelle sue forme e nei suoi organigrammi l’amministrazione (potete in alcuni momenti confonderla con la burocrazia), esercita potere, un grande potere.

E’ un dato ineliminabile perché l’azione degli amministrativi richiede tempo e loro, come è giusto e consolidato, sono padroni assoluti del loro tempo. E’ un dato ineliminabile. Dalle cose più apparentemente banali – come ad esempio il tempo che richiede il disbrigo di una pratica – fino ai suoi compiti istituzionali, come l’istruttoria tecnica di una decisione, l’apprezzamento di uno schema di un provvedimento o l’attuazione di un progetto: sempre (ne possiamo fare cento di esempi) l’amministrazione esercita un potere assai corposo.

Avete tutti provato dalla posizione di utente a chiedere all’amministrazione una qualche cosa e quasi sempre la prima risposta che avete ottenuto è “no, non si può fare”, oppure, se siete fortunati ” vedremo, ma ci vuole tempo”. Gli dovete essere simpatici o dovete averlo corrotto in qualche modo per veder risolto il vostro problema con rapidità e a regola d’arte. Non solo questo potere viene esercitato nei confronti del cittadino ma anche nei confronti del governante preposto.

È una storia quindi delicata quella della simpatia tra chi deve governare e chi ha il potere amministrativo. Per servire la Repubblica  e il popolo sovrano bisogna partire da questa santa alleanza e bisogna saperlo fare senza scendere a patti illeciti, a lisciamenti e senza rinunciare all’anticipazione nei mezzi della finalità. Bisogna avvicinarsi con cautela ma saldi nei principi perché l’amministrazione tende a vivere per se stessa, ad alimentare se stessa. L’utente che sia il cittadino o il governante sparisce dal suo orizzonte.

Dico cose che conoscete tutti ma spero che nessuno sottovaluti che senza questa capacità di dialogo intelligente e fermo sui valori la partita è persa in partenza. Che siano i Ministeri o le agenzie di Intelligence: senza che l’amministrazione si innamori del MoVimento, è meglio decidere – in partenza – che si rimarrà a vita all’opposizione. A meno che, per educarne cento, non si decida di fucilarne uno/due nei cortili delle sedi istituzionali. Ma la cosa mi appare altamente improbabile vista la vocazione sostanzialmente democratica del M5S. Al di là di quanto asseriscano i detrattori.

Oreste Grani/Leo Rugens che in realtà queste cose, parola più, parola meno, ricorda di averle sentite dire da quando era ragazzo ma è certo, al tempo, che nessuna forza politica ne abbia tenuto, in debita considerazione, le verità in esse contenute.

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