Ma voi a uno come Alfredo Romeo o Aurelio Voarino rilascereste un Nulla Osta di Sicurezza?

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Buon giorno a tutti, amici lettori e nemici ancora incazzati perché non sono riusciti ad oscurarmi o a farmi congelare illecitamente.

Come vedete e leggete, sono ancora qui e mi godo i miei accessi record.

Quello che vi preparate a leggere è il pezzo che riprende il ragionamento impostato nel “MA COME FANNO I NETTATORI DI CESSI A DIVENTARE TANTO RICCHI? SEMPLICE: LI FANNO PULIRE AD ALTRI PER UN TOZZO DI PANE!

Se qualche giornale oggi è costretto ad evidenziare il paradosso implicito nel fatto che Alfredo Romeo viene interrogato dai PM dipendenti di quello stesso Stato che si fa fare le pulizie dalle ditte di Romeo (nel caso specifico anche i cessi del Palazzo di Giustizia di Piazzale Clodio) qualche problemuccio, sul piano di cosa si debba intendere per sicurezza, dalle nostre parti, ci deve pur essere.

Intendo dire che, pur essendo da anni quel lestofante noto alle cronache giudiziarie, le gare, il prode Alfredo, le vinceva “regolarmente” proprio con il Gruppo Romeo, difficilmente non riconducibile a lui. Chi pulisce quasi tutti i palazzi della Repubblica infatti? Lui.

E da lì, trae i margini per investire in altro. Perché, come vi ho detto e titolato, sul fare pulire i cessi per un tozzo di pane si guadagna abbastanza per riciclare denaro in altri affari.

E come vogliamo chiamare se non “riciclare” quando si incassa denaro dentro un’architettura di business appositamente costruita perché a valle non vengano pagati i contributi?

Veramente pensate che non sia quello dei nettatori di cessi, un mondo tutto fatto di subappalti dei subappalti e del nero che più buco nero non si può? Il laziale Lotito ha dovuto dilazionare per 23 anni la sua evasine fiscale!

I vantaggi per cui formalmente queste volpi (non solo lui e i suoi sgherri quindi ma tutte le realtà imprenditoriali che compaiono in queste indagini sono improntate ad un codice di malaffare) sono entrate nel mercato-pollaio, è la riduzione dei costi operativi per l’impresa o ente che appalta. Obiettivo apparentemente lodevole se qualcuno, in fondo alla catena, non viene fottuto e ricattato pur di poter lavorare.

Un altro vantaggio – teorico – è la possibilità, sempre per l’impresa/ente che appalta, di una maggiore trasparenza dei costi sostenuti.

Il che non si capisce proprio bene ma comunque questa furbata viene spacciata dai massimi teorici (perché, cari ormai numerosissimi lettori, esistono i “massimi teorici” di queste furbate e si possono rintracciare gli esegeti di queste stronzate di cui parleremo quando ci sentiremo con l’animo disposto e con lo “stomaco” forte) come un vantaggio.

Certamente per quelli che si sono organizzati per trarre vantaggio da questo luogo/mercato oscuro.

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Alcuni di questi mascalzoni apripista (parlo dei teorici di queste scelte organizzative) sostengono che dare lavoro ai Romeo o ai Bigotti migliora la qualità dei servizi! Migliora, secondo me, solo il circolante nelle tasche dei controllori del mercato dei nettatori di cessi.

Gli stessi apripista arrivano a dire che le volpi hanno – tra i loro dipendenti-schiavi – la disponibilità di competenze professionali altamente qualificate.

Ma mi faccia il piacere“, direbbe Antonio de Curtis se tornasse in scena!

Ho letto in un testo elaborato appositamente per “indagare” questo mercato frasi tipo: “…la programmazione e il controllo delle attività esternalizzate avviene anche in tempo reale” e da giorni mi chiedo che cazzo volesse dire questa allocuzione!

Leggo sempre nello stesso testo un’altra perla dedicata all’ottimizzazione dell’organizzazione dei servizi di interfaccia da parte del facility manager (sarebbe il capò dei pulitori dei cessi) tramite help desk o call center.

Altre organizzazioni-trappoloni per riciclare, sfruttando i poveri disperati in cerca di lavoro, a volte ancora disoccupati dopo la seconda laurea o giù di lì.

Basterebbe per avere certezze di chi incula chi, confrontare lo stile di vita della famiglia Tripi (Almaviva e i suoi ormai agonizzanti call center) con quelle dei loro rispondi-chiamate!

Ma per quale motivo se non per creare artatamente la possibilità di fare ciò che le aziende che si volevano spartire i 2.700.000.000 euro volevano fare (cioè macroscopici utili), si è messo su tutto questo baraccone denominato pomposamente prima Global service e poi Facility management?

Per supportare, direte voi che ne sapete più di me, i processi di servizio per rendere più confortevole e soddisfacente la permanenza nei luoghi di vita quotidiana, di lavoro, di viaggio o di ricreazione come sono i complessi residenziali e i condomini, le amministrazioni pubbliche e private, gli uffici tutti, le scuole e le altre istituzioni educative, policlinici e case di cura, treni e mezzi di trasporto in genere, palestre, stadi e qualunque altro posto voi possiate pensare. Qualcuno sporca e qualcuno pulisce.

Un giorno queste volpi hanno cominciato a pensare che avrebbero banalmente messo in difficoltà (strozzato?) le molte piccole imprese che operavano nel settore impedendo loro di essere competitive nell’intervento parcellizzato. Molto spesso i soggetti imprenditoriali che si sono prefissi di fare piazza pulita (vi piace questa?) in questo settore fornendo servizi integrati sembrano rappresentare una giovane e brillante (vi piace quest’altra?) imprenditoria ma, in realtà, sempre di spietati negrieri si tratta. Filtrati ma di negrieri.

Provate a chiederlo a quelle piccole e medie imprese anche artigianali che hanno operato per decenni nel settore se non hanno subito la logica spietata del sub-sub-sub appalto vedendosi impedire, dai “riciclatori in grande“, qualunque opportunità di crescita economica e professionale sia per loro stesse che per i loro lavoratori?  Senza banche dietro e senza prezzi onesti, la complicità tra appaltatori e grandi riciclatori è stata la vera mangiatoia di questi ultimi venti anni.

Ci sono ovviamente difficoltà a proteggere la piccola e media impresa e favorire la sua messa in rete per la gestione a cominciare dal patrimonio delle pubbliche amministrazioni ma se non si è mai voluto, e vengo al punto, progettare e realizzare un programma formativo nazionale (ora l’ho detta la mia ovvietà) per aumentare la competitività di lavoratori e imprese e prevenire, quanto più possibile, crisi occupazionali e fuoriuscita dal mercato delle imprese più piccole e deboli anche e soprattutto immaginando un partenariato pubblico, da questo cesso di situazione non se ne uscirà mai. Più Stato formatore, quindi, vigile controllore e nume tutelare dei suoi cittadini che non devono essere sfruttati dai Lotito, dai Bigotti, dai Romeo.

Scrivevano, qualche anno addietro, degli analisti incaricati dal sottoscritto di capire il settore (e che volete fare, questo marginale e ininfluente blogger, anche di questa merda si è interessato):

Oggi, la corsa verso il basso è ben evidenziata dalla crescita delle denunce per irregolarità, in particolare per i piccoli appalti. Ma non è questo l’unico fenomeno irregolare; in parallelo alla riduzione del grado di trasparenza (che cosa vuole dire in italiano secondo voi? ndr) della pubblica amministrazione (di cosa si parla oggi in CONSIP per 2.700.000.000,00 euro? ndr) nella gestione degli appalti , sono in crescita anche i fenomeni di corruzione e concussione.

Ma veramente? Non posso credere ai miei occhi! Ed era il novembre del 2010.

Tempo sufficiente se abbinato a quanto, nel giugno 2009, il preveggente e documentato Alberto Statera scriveva di Alfredo Romeo (e di quelli come lui). Solo i ciechi, i sordi e i muti (fattisi complici) non sapevano che prima o poi la questione della CONSIP sarebbe scoppiata.

Non solo come problema legato alla corruzione ma dico io, nella mia marginalità, al tema della responsabilità sociale legata a questo bordello che ora è sotto gli occhi di tutti e a questa giungla di violenza e sistematico abbattimento dei diritti.

Si doveva, banalmente, lavorare, da anni, per colmare le lacune della nostra legislazione in merito alle condizioni di lavoro, di sicurezza e ambiente, nel luogo in cui deve essere effettuata la prestazione. Si è rovesciata (come sempre accade in questo Paese non più culla del diritto tanto è vero che Romeo è laureato in legge così da poter fottere meglio la Repubblica e la povera gente che sfrutta nelle sue aziende da buon ex comunista quale è) l’intuizione del global Service come soluzione capace di rispondere sia alle sfide competitive che alla tutela e alla promozione dei diritti e della crescita professionale dei lavoratori del settore. Ma quale crescita professionale dei lavoratori e quali diritti se il ministro del Lavoro, il furbo Poletti, andava a cena con Buzzi che, dello sfruttamento dei lavoratori adibiti a pulire i cessi, aveva fatto, con la 29 giugno, la sua idrovora dell’illegalità, in combutta con il fascistissimo e criminale (si può dire criminale?) Carminati?

Sempre nel 2010, chi approfondiva per me questi temi, mi scriveva:

…non vanno nascosti i “lati oscuri” dell’esperienza del Global service, che ad un certo punto con la CONSIP (ma parliamo di una bella ragazza con cui uscire o di quel luogo dove ora si gioca la partita, sette anni dopo? ndr) HANNO RAGGIUNTO LIVELLI INIMMAGINABILI; dove ai tagli per la riduzione dei servizi e alle gare al MASSIMO RIBASSO si sono aggiunti i tagli più che onerosi che il general contractor imponeva alle imprese cui appaltava i diversi servizi.

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Perché non si ritenga che il vostro millantatore/truffatore/inaffidabile/marginale blogger – anche questa volta – la spari grossa, ho riprodotto la pagina del report che commissionai (parlo del ottobre-novembre 2010 appunto) dedicato allo scenario di riferimento del settore delle pulizie, servizi integrati e multiservizi ritenendolo, sin da allora (in realtà è cosa che pensavo dal 1999 quando mi posi il problema dello strapotere della CNS e della sua pervasività nel “pulire/penetrare” in luoghi che andavano dal Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, fino ai porti o alle stazioni ferroviarie), settore delicatissimo per la sicurezza nazionale e per come venisse trascurato il fatto che chiunque potesse entrare per primo (o per ultimo) in una sede di lavoro spesso delicatissima per le attività che vi si svolgevano. Perché, amici cari, veniamo al punto, i cessi si puliscono anche a Forte Braschi, a via Lanza, a palazzo Chigi o, come oggi i soloni della stampa scoprono, nel Tribunale stesso dove verrà interrogato il capo dei pulitori di quei cessi.

Vorrei che si parlasse di questo oltre che del fatto, certo, che la volpe di Posillipo, sia un corruttore e che intorno ai Renzi, padre e figlio, si aggirano loschi figuri alcuni certamente al servizio di interessi estranei alla Nazione. Da sempre.

Mi interessa di più, molto, molto di più, che, attraverso rizomi invisibili, persone inaffidabili come Romeo (ma anche a uno come Ezio Bigotti che fa il console per un Paese terzo, per sette anni, senza mai farci niente di serio e che si tiene in ufficio, strapagandolo, uno come Aurelio Voarino che di sicurezza viceversa ne capisce anche troppo, essendo il miglior amico “italiano” del kazako Nurlan Khassen, regista, non lo dimenticate, del rapimento della signora Shalabayeva, io ci penserei due volte a rilasciargli un nulla osta di segretezza che a mio modestissimo avviso dovrebbero avere i titolari – e non solo – delle imprese che vanno a fare le pulizie negli edifici sensibili) possano mettere naso o tecnologie utilizzabili per l’ascolto o la ricognizione in quei luoghi che dovrebbero far ripristinare per il giorno dopo e di quei risultati farne un uso spregiudicato e spesso spregevole. Che ne so io in realtà per chi lavorano personaggi con il pelo sullo stomaco come Alfredo Romeo o il manager di Ezio Bigotti, l’ambiguo Aurelio Voarino?

Posso solo ricordare che Voarino e Bigotti, imprenditorialmente, si sono interessati di aziende che “faceva business” con le intercettazioni telefoniche ed ambientali.

Mi chiedo come si possa passare dal servire le Procure della Repubblica per cercare prove di reato a pulire cessi spacciandosi per degli specialisti del secondo “mercato” e non so darmi risposte soddisfacenti.

Questi sono i NOS di nuovo tipo (molto mirati e molto ragionati) a cui bisogna pensare se la Nuova Repubblica, a cinque stelle, dovesse vedere l’alba.

Oreste Grani/Leo Rugens

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