La conoscenza delle cose è la salvezza della Repubblica: al ristorante, con i pulitori di cessi, non ci si deve andare

tavola-apparecchiata

In questa vicenda CONSIP (ma come cento altre) c’è chi va a fare grigliate a casa del boss politico di turno (scrivo “di turno” perché, se non lo avete capito, in questo Paese, ormai, la Ruota gira spesso, anche quella che un tempo si chiamava “della Fortuna” e il ceto/referente politico dura una sola stagione o al massimo due), c’è chi va a giocare a tennis nei circoli ricreativi (con codazzo di mogli al seguito), chi si incontra alla partita della squadra del cuore e chi va, banalmente, per ristoranti. Mi chiedo – retoricamente – perché, nelle sedi istituzionali, dove lor signori risiedono per lavorare e dove percepiscono lo stipendio, edifici che costano “cari ammazzati” al contribuente fesso, nessuno vuole lavorarci e lì incontrare i questuanti o gli interlocutori, facendolo davanti ad una plateale videoregistrazione prevista ormai per “legge” e indire, prudenti e trasparenti, le riunioni con i collaboratori, lasciando, qualora fosse necessaria, prova tangibile della loro lealtà repubblicana? Io che sono notoriamente un marginale, inaffidabile, equivoco, pericoloso individuo, nelle mie sale riunioni, avevo fatto installare le telecamere e, a norma di legge, presentavo al mio ospite interlocutore un foglio stampato in cui ponevo formalmente il quesito: registriamo oppure no, quanto ci stiamo per dire?

Dalla risposta già si capiva chi cazzo avevo davanti. Perché chi teme di essere, con il consenso, documentato, si predispone o a volerti indurre all’illecito o, se stai trattando business, a fotterti, mancando la parola data durante gli incontri.

tavola-apparecchiata3

Ma perché dobbiamo costringere gli uomini (e le donne) dell’Arma, della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato (spesso utilizzando abili, creativi, specialisti civili della dissimulazione delle tecnologie investigative per poter sorprendere i manigoldi) a predisporre video registrazioni? Installiamo, per legge, in tutte le sedi istituzionali le tecnologie e vedrete che qualche pezzo di merda corruttore in meno lo ritroveremo in azione. Se non si vuole spendere troppo si decide che non-non-non (avete letto bene, amici del M5S o di altra forza politica che volesse mettere mano seriamente a cambiare i costumi repubblicani) si incontra nessuno, nell’espletamento della funzione pubblica, senza presente un banale Multi-Fuction HD Video Flashlight real Cigar Lighter. e cito uno dei mille marchingegni possibili. Io sono per le “direte” per cui dalla sala riunioni attrezzata si passa direttamente il materiale in un data base che poi andrà a finire banalmente nel futuro Archivio di Stato che, oltre che cartaceo, dobbiamo immaginare sarà elettronico e video-audio. E chi non vuole stare alle regole, decade dalla funzione o non viene neanche ricevuto. Mi sono rotto il cazzo di dover immaginare i dirigenti dello Stato a far grigliate a casa del boss politico di turno e a dovermi porre il problema se bevono o mangiano troppo, e se in vino (o nelle grappe) dovesse emerge quella veritas che per dovere andrebbe viceversa custodita.

Prevenire quindi e ripristinare la tassativa prassi dei costumi costumati: vietato andare a cena “fuori” o a casa di nessuno, pena la decadenza dalla posizione di responsabilità. A guidare la cosa pubblica, visto come si comportano gli uomini lasciati liberi, dobbiamo porre “monaci” che delle “regole” sanno cosa farne. Si fa comunella con altri, si gozzoviglia con chi si vuole ma non con quelli con cui si hanno rapporti istituzionali. Il divieto di prossimità deve essere tassativo non solo per i magistrati come era un tempo. La libertà di frequentazione, il comportamento etico liberamente scelto non per una classe dirigente reclutata, selezionata, formata per essere complice nella saccheggio delle casse dello Stato. Per tenere a bada questa gente “onnivora”, sempre a cena o pranzo, non sarebbe bastata la Stasi dei tempi migliori, figurarsi i “nostri” che sono – in gran parte – dei loro.

Tavolo-51

Emanuele Saltalamacchia, a conferma di ciò, nella visione renziana della “cosa pubblica”, era destinato ai Servizi segreti in modo che di segreto non rimanesse più nulla visto come il signor generale riteneva di dover informare gli indagati che qualcuno li attenzionava. Non me ne voglia, generale, oggi tocca a lei, ieri, questo calvario, è toccato ad altri; domani, se non intervengono gli amici a cinque “stellette”, chissà a quanti altri ancora, perché il potere, è notorio, fa girare la testa. Se mi sono sbagliato e lei non è mai stato usuale frequentatore di Matteo Renzi con cui si da cordialmente del tu , le chiedo scusa oppure pago a norma di legge la mia leggerezza disinformativa. Oppure in coerenza con il motto dell’Agenzia che avrebbe aspirato dirigere ribadirò che “la conoscenza delle cose è la salvezza della Repubblica”. Perché questo vuol dire “Scientia rerum Reipublicae salus“.

Suvvvviaaa (detto alla toscana, speriamo per un’ultima volta!!), togliamo dall’imbarazzo questi “sor tentenna” della fedeltà alle istituzioni repubblicane e installiamo le video camere non solo nelle stazioni della metro, sui treni che vanno a Fiumicino, lungo i percorsi dei cortei di protesta, fuori e dentro gli atrii dei Ministeri. Basterà vigilare che sulla maxi commessa non stecchino nuovamente quelli preposti in CONSIP. Perché fino a quanto non ci saranno, come deterrente, le sante registrazioni audio video, dobbiamo sorbirci gli Ezio Bigotti, i Tiziano Renzi, i Flavio Carboni, gli Alfredo Romeo, i Lele Mora che vanno per ristoranti o a cena a decidere come far in modo che, con questa stronzata, ad esempio, del Global service o Facility management,  si possa fottere meglio il denaro della collettività. Perché, spero che nessuno di voi abbia un dubbio, a nessuno di questi interessa un cazzo di niente della quadratura dei conti della Repubblica. Se proprio li dovessimo torturare (che non mi sembrerebbe una cattiva idea visto il male che fanno e lo stile di vita che mantengono con il frutto del male fatto) scopriremmo che sono tutti “monarchici”, tanto odiano gli interessi dei cittadini loro ultimi datori di lavoro.

Tornare a Gandhi quindi che aveva intuito che ciascuno doveva essere spazzino di se stesso e smettiamola subito con questi risparmi di Maria Calzetta del Global Service.  Le pulizie (e il resto) si fanno fare, a prezzi equi, a decine di piccole realtà che finalmente faranno ri-circolare un po’ di onesti soldini tra i lavoratori, sfatando questi business plan presentati alle amministrazioni complici da questi “sola ripuliti”, agghindati nei loro vestiti di sartoria e deambulanti vanagloriosi con i loro orologi scintillanti, le loro cravattielle di seta, con le loro scarpette artigianali.

tavola-apparecchiata4

Ci saranno dei limiti organizzativi, un po’ meno di para-efficenza, o di pseudo-sterilizzazione dei cessi, ma preferisco mille volte questi limiti che pensare che il problema delle Istituzioni repubblicane mentre avanza la guerra tra la gente, mentre le ondate immigratorie crescono per numero e drammaticità, mentre l’ignoranza gli stereotipi i pregiudizi si diffondono il problema sia se Bigotti Ezio (cominciamo a scriverlo così e a leggerlo in quest’ordine perché, come dice il pre-veggente Leo Rugens, non si sa mai) sia trattato bene o male nella spartizione delle torte in CONSIP.

Perché di questo, al ristorante Il MORO a Trastevere, si è discusso, secondo le carte processuali. Al ristorante, nella Nuova Repubblica che auspichiamo, non ci si va con i fornitori e con i pulitori di cessi. Oltre a tutto, non è igienico.

A questi consigli igenico-mentali-giudiziari, ne aggiungo altri bonariamente già postati il 16 ottobre 2016, più legati ala materia (l’intelligence e la sicurezza della Repubblica) a cui si dovrà mettere le mani ancor prima di raggiungere quel 41,8 % rivelato in esclusiva ieri stesso e che risolverebbe la partita democraticamente senza bisogno di costringerci, un giorno, a usare le mani.

Come si dice negli ambienti ben informati, sognare non è reato ma consente di prefigurare il possibile.

Oreste Grani/Leo Rugens


NON TUTTI I “NO” SONO UGUALI, OVVERO COME SIA URGENTISSIMA UNA RIVOLUZIONE CULTURALE NEGLI AMBIENTI (CHIAMIAMOLI COSÌ) DEI SERVIZI SEGRETI!

6106163301_b853e06729_b

In molti – se non tutti – sapete che Massimo D’Alema, uno che al “sistema partitocratico” ha dedicato tutto il tempo che fino ad oggi gli è stato dato di vivere, è contrario ad accentrare ulteriori poteri nelle mani di uno come Matteo Renzi  (ritengo quindi anche di tutti gli ambientini disinteressati che sospingono/manovrano il linguacciuto toscanello) per cui si prepara a votare e far votare “No”, al referendum del prossimo 4 dicembre.

Questa cosa di D’Alema a favore del NO, “non porta bene” alle ragioni di chi volesse (tra l’altro approfittando di una eventuale vittoria del NO) mandare a casa il pericoloso aspirante tirannello toscano, perché le attività semistituzionali di “baffino”, nei decenni, alla fine, tranne ad alcuni, limitati e circoscritti, amici suoi, non sono risultate proficue per la Repubblica.

Tenete conto che, come vi diciamo dal primo giorno di attività di questo marginale ed ininfluente blog, ad esempio, il Presidente del Consiglio, in Italia, ha responsabilità esclusiva su tutta la materia dei “servizi segreti”, pur potendosi avvalere di un Sottosegretario (suo fedelissimo comunque) e dell’opera del DIS – Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza (alla cui direzione un presidente del Consiglio un po’ mascalzone potrebbe tendere a metterci un’altro suo fedelissimo) nelle funzioni di coordinamento. Per aver chiaro cosa dico, immaginate che il Sottosegretario con delega ai Servizi, ai tempi di Berlusconi, era tale Gianni Letta. Culo e camicia come “educatamente” si sarebbe detto.

imagen-7460009-1

Ebbene, questi assetti simbiotici e questo riassumere in poche mani l’infinito potere implicito in un non corretto uso degli apparati destinati alla “difesa” della Repubblica e dei suoi cittadini, prende sostanza e forma definitiva quando Massimo D’Alema era molto potente in questo Paese (oggi lo è dimeno ma non che sia un “nanetto di Biancaneve”) e in modo particolare quando i suoi (oggi molti sono ex dalemiani) erano ben piazzati nei ranghi di tali strutture. Perfino l’attuale sottosegretario  con delega ai Servizi è tale Marco Minniti, ex dalemiano di ferro. D’Alema, non lo rimuovete, è stato anche, fino a pochi anni addietro (era il 2013), Presidente del COPASIR. Poi, in accordo proprio con lui, a presiedere tale delicatissimo organismo ci è andato il “patriota/secessionista/leghista Stucchi invece del predestinato Angelo Tofalo M5S.

Con la legge n. 124 del 2007 (spero di non sbagliarmi, vista l’età e il dilettantismo che mi contraddistingue) di operazione bipartisan si trattò e il “baffino” di cui sopra non fu immune da responsabilità. Oggi spero che onestamente (!!!!????), solo con se stesso, quando si libera l’intestino nell’intimità di uno dei suoi sfavillanti saloni da bagno, Massimo D’Alema si renda conto della “stronzata” (siamo in tema) che ha fatto a far divenire così potente e libero di agire anche uno come Matteo Renzi. Ora è tardi pentirsi e comunque, non sta a lui, capo di cacicchi e di mascalzoni di ogni tipo, mettere mano, con la dovuta risolutezza, al contrasto a queste derive antidemocratiche che appunto cominciano e si annidano proprio nelle pieghe delle riforme ideate e volute da tipi come lui. Speranzoso, in realtà, all’epoca di usufruire, per primo, di tali assetti di potere.

Non a lui spettava (e non spetta quindi a maggior ragione oggi) il Grande Cambiamento Culturale ma, certamente, spettava e spetterà, alle forze politiche che si sono affermate proprio quando al COPASIR c’era ancora D’Alema che, come Dini Lamberto, fece di tutto perché alla Presidenza di tale delicatissimo organismo non andasse (come era previsto dalla legge vigente e dalla prassi parlamentare) un esponente del M5S appena eletto e in rappresentanza di oltre 9 milioni di italiani incazzati e resi diffidenti anche da decine di anni di scandali, deviazioni, attività eversive avvenute all’interno dell’ambiente della Sicurezza (i paradossi italiani!) dello Stato.

img907

La legge 124 aveva tra le righe, comunque, alcune significative novità, non solo formali, che se fossero state attuate, con un po’ di onestà lungimirante, non avrebbero determinato quanto, da quella data, è continuato ad avvenire (di cosa altrimenti sentite raccontare dalle pagine del quotidiano Il Tempo di Roma, diretto dal super informato in materia Luigi Bisignani?) e ad avvelenare la vita, sotto il pelo dell’acqua, della comunità repubblicana.

“La conoscenza delle cose è la salvezza della Repubblica” (Scientia rerum Reipublicae salus) recita lo splendido motto dell’AISI.

Risponde, con un’altro capolavoro di sintesi e lungimiranza, l’AISE: “Intellego ac tueor”, cioè “Comprendo e difendo”.

Con cotanta scelta colta potevamo immaginare che dopo circa altri dieci anni stavamo messi come stiamo messi e cioè che le Agenzie e il loro coordinamento sono tristemente (e spaventevolmente!) riconducibili alla “teoria dei tre ombrelli” illustrata, con ironia ma straziante inequivocabile lealtà democratica repubblicana, dal prof. Aldo Giannuli, in uno dei convegni opportunamente organizzati dal cittadino Angelo Tofalo, eletto al Parlamento repubblicano nelle fila del M5S e oggi animatore di quel luogo di riflessione che trovate nella rete a questo indirizzo http://www.angelotofalo.com?

schermata-2016-10-14-a-07-48-31

Straziante ma verissima questa lettura dei “Tre ombrelli” che pone il tema complesso che la riforma del 2007, senza il contestuale azzeramento della classe dirigente (si fa per dire!) partitocratica che da allora non ha mai smesso di controllare l’intero Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica, non inizierà (così è successo a mio marginalissimo ed ininfluente giudizio) a produrre alcun cambio di paradigmi culturali. Senza cambiamento radicale non sarà possibile affrontare sfide e pericoli che ormai connotano la infosfera in cui tutto è immerso. Tagliatori di gole compresi e piccoli mascalzoni che, quinte colonne all’interno del Paese, ancora vogliono taglieggiare imprenditori che si candidano a fornire tecnologie evolute alle istituzioni repubblicane.

img973

Perché anche di questo modo di frenare il cambiamento (corruzione e concussione hanno bisogno che “nulla cambi” per mantenere flussi e consuetudini) sarebbe opportuno che i cittadini del M5S si interessasse.

Cambiamento nei criteri di reclutamento quindi (previsti dalla riforma del 2007 ma timidamente attuati) preceduti da una vera e propria epurazione (?) unita all’idea che solo una cultura della complessità (contenta?), speculare alla complessità del mondo attuale, si prospetta quale sola efficace chiave di comprensione del reale e che, nutrita e orientata dal paradigma della transdisciplinarietà (ancora più contenta?) – che è il metodo di pensiero della complessità – può dotare il nuovo patriottico operatore di intelligence delle qualità intellettuali e professionali in grado di porlo all’altezza dei suoi compiti.

Il resto sarebbero repliche dei Broccoletti, Belmonte, Finocchi, Malpica, Martucci, Musumeci, Pompa, Salabè, Sasinini, Titta saltandone, ma non dimenticandone nessuno, una “cifra”, come direbbero a Roma.

Oreste Grani/Leo Rugens, anziano e stanco ma sempre rispettosamente ed paternamente pronto al dialogo costruttivo con chi volesse, in queste ore drammatiche, servire la Repubblica, attraverso la comprensione delle cose, pervenendo, grazie a questa doverosa azione, alla difesa prima e salvezza dopo degli interessi del Popolo sovrano.

Annunci