Ma questa AMAZON come tratta gli uomini e le donne oltre che le merci?

Io capisco che se scrivo “Giungla” di Upton Sinclair, in pochi capite di cosa parlo e ancor meno sapete di cosa in realtà voglia parlare. In pochissimi intuirete, inoltre, che la mia mente va ad Amazon e alla sua organizzazione del lavoro. Ma è così: questo è l’abbinamento tra giungla e Amazzonia nella mia mente troppo semplice per pensare solo all’efficienza delle consegne.

Nessuno può immaginare che, in realtà, penso (commiserandola) ad una bella ragazza rumena che, quando non ero ancora stato marchiato con la lettera scarlatta, avevo mezzi economici perché venisse a dare una mano a casa e per quel che faceva, poco o tanto (ma in totale libertà di ritmo), veniva pagata almeno quanto, oggi in Inghilterra, ritiene di guadagnare presso gli stabilimenti di smistamento Amazon, appunto. Lavora nella “Giungla”, di Upton Sinclair, appunto, senza saperlo. Ma chi volete che lo abbia letto tra i miei lettori quel romanzo di denuncia dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo dove, per la prima volta, si da significato al termine “rottamazione” (nel senso degli uomini che progressivamente venivano invalidati alla catena di montaggio dai ritmi e dagli incidenti e poi buttati ai margini della società in quanto non più utili alla produzione capitalistica) e soprattutto quanti possono ricordare che, perché quel socialista sovversivo di Sinclair, non divenisse presidente degli USA, la MGM (proprio loro) orchestrò una campagna denigratoria contro di lui fino a farlo fuori politicamente descrivendolo, pur di non farlo votare, perfino come un, udite udite, pericolosissimo vegetariano, amico dei sovietici, nel Paese dei mangiatori di carne per eccellenza e patria dell’anticomunismo?

Siamo ormai alla Giungla Amazon (della Amazzonia quindi?) e in pochi lo stiamo capendo. Gli altri, inconsapevoli, considerano fico ordinare tutto l’ordinabile agli uomini che lavorano nella Giungla.

Oreste Grani/Leo Rugens


IENE, ROTTAMATORI E IL PERICOLO DEGLI INCOLTI (MATTEO RENZI) AL POTERE

“I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e clientela ma per noi comunisti la passione non è finita”.

Così rispondeva Enrico Berlinguer in una famosa intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari nel 1981.

Quella presunta diversità rivendicata dall’onesto segretario del PCI, è morta.

Le macchine dei partiti, tutte, si sono rotte e i comunisti con i loro valori sono archiviati per sempre.

Gli eredi di Lenin, Stalin, Beria, Togliatti a volte contraddittori e disinvoltamente pragmatici sempre subordinati nei loro comportamenti umani e sociali alle esigenze della rivoluzione e del Partito, una volta con approccio prevalentemente ortodosso, altre volte, senza escludere alleanze perverse con il loro nemico di turno, nella storia, hanno dato corso a spietate repressioni giustificate dalla ragione di Stato o dalla necessità di rottamare avversari interni alla loro stessa organizzazione.

Il sogno iniziale comunista muore nel momento stesso in cui da un’ipotesi di democrazia libertaria si trasforma nella cupa realtà della dittatura e dello Stato monopartitico voluto ed interpretato dal criminale dei criminali Iosif Vissarionovic Dzugasvili detto Stalin.

La burocrazia che ne ha ereditato i simboli e la residua passione politica, in URSS, nel mondo e in Italia, in particolare, è ormai, da anni, tutta impegnata, come dice Alberto Statera “… nella rude attività predatoria della riorganizzazione, business oriented, del Paese”.

Finchè c’è stato un business da taglieggiare.

E questa attività spietatamente ienesca (solo le iene cacciano con questa determinazione e in modo così coordinato) ci ha condotto oltre il cinquantesimo posto nella classifica del Corruption Perception Index, sempre per citare Alberto Statera.

Uno degli eredi della burocrazia formatasi a Mosca è Massimo D’Alema che è ancora in giro, nonostante lo scioglimento dell’impero sovietico. Baffino ci promette di riuscire a mettere insieme Pierferdinando Casini e Nichi Vendola per il benessere degli italiani.

Sempre a giudizio di D’Alema la persona più adatta per “rifare l’Italia” è Bersani.

Massimo D’Alema inoltre ci rassicura che “un grande partito, il PD, (sic!) quale noi siamo, deve riuscire a mettere insieme Casini e Vendola”. Pronto gli risponde Vendola, rinfrancatosi per la recente assoluzione: “Non rottamare D’Alema e riciclare Casini”. E questo sarebbe coniugare, come sostiene Vendola, modernità e libertà?

Perché dovrebbe essere salvifico per il Paese, stremato dalla speculazione internazionale, metter pace tra l’omofobo pseudo cattolico Casini e Vendola paladino dei matrimoni gay?

La sinistra rischia di non avere neanche i voti della lobby omosessuale che, in Sicilia, come si è visto, è stata tutta a favore di Crocetta e per nulla a sostegno del SEL.

Torniamo a Massimo D’Alema: “Figlio di partito per eccellenza. Nel senso, letterale, di essere figlio di militanti del Partito Comunista, da un padre che descrivono così diverso da lui per impulsività ed estroversione e da una madre che ancora oggi vigila con rigore, sia pur amoroso, sulle sue scelte politiche. Ma anche, e forse soprattutto, figlio di partito nel senso che il PC è tutto quello che ha conosciuto nella vita, dalla militanza giovanile alla lunga gavetta nelle sedi lontane da Roma. Questo è, in poche righe, quello che si è sempre raccontato di Massimo D’Alema, il ritratto fissato nell’opinione pubblica e rafforzato da una certa area di fastidio, da una sicura antipatia e, perché no, dagli ormai celebri baffi, che hanno permesso di coniugare il suo volto con quello di ‘carabiniere’, ‘finanziere’, ‘impiegato’ e così via – tutte variazioni dello stesso concetto: quello del funzionario di partito”.

Scriveva così nel dicembre del 1995 Lucia Annunziata, giornalista apprezzata in Francia fino a vedersi conferire, anche lei come Franco Bassanini, la Officier dans l’Ordre National de la Légion d’Honneur e stimata in Telecom fino a meritarsi, dieci anni dopo,100mila euro per una consulenza sull’Egitto.

Perché dovremmo affidarci per inoltrarci in un terreno ignoto come quello che si delinea nei prossimi anni per l’Italia e per l’Europa, a un impiegato dell’ex PCI prossimo alla pensione?

Il termine rottamazione è disgustoso e degno del violento mondo capitalistico prefigurato in uno splendido romanzo di Upton Beall Sinclair “La giungla” del 1906 sulla scandalosa condizione dei lavoratori ai mercati di bestiame di Chicago. Il libro, che fu definito da Jack London la capanna dello zio Tom degli schiavi salariati, fu recensito da Churchill e per esso Shaw ebbe parole di viva ammirazione.

L’incolto Matteo Renzi usa il termine “rottamazione” di cui non conosce l’implicita crudeltà ma nella sostanza ha ragione quando dice che è ora di liberarsi dei troppi D’Alema, Annunziata, Bassanini, Bersani.

E dei loro amici francesi.

Oreste Grani

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