L’intelligence è per persone intelligenti. Perché, potendo essere i migliori, dobbiamo prendere gli ordini dagli altri?

Fur_bearing_trout._Very_rare._(3793949065)

Devo ad alcuni lettori e ad amici certi, un po’ di teoria su tema del falso, del vero e dell’autenticità di una informazione.

Oggi mi appoggio, per farmi intendere in tempi di false notizie e di bassissimi tassi di affidabilità delle fonti (la Rete si porta dietro anche questo), ad un episodio (vero?) che chiamerò della “trota in pelliccia”.

Un’antica leggenda canadese del XVII secolo racconta che le acque dei Grandi Laghi erano popolate da una fauna ittica fornita di pelliccia. Negli ultimi decenni del XX secolo il signor Ross Jobe di Sault Sainte Marie, nell’Ontario, cerca di far diventare reale la leggenda e l’immaginario popolare. Nel suo laboratorio imbalsama alcuni tipi di pesci, prevalentemente trote, per ricoprirli poi con un folto strato di pelo di coniglio. Come ultimo tocco di credibilità, egli stesso diffonde un’originale tesi parascientifica secondo cui la crescita del pelo sarebbe connessa alla temperatura molto rigida delle acque dei laghi: “La fauna ittica si sarebbe così riparata dal gelo”.

Le creature di Jobe sembrano talmente reali da ingannare la buona fede di un ricercatore che, all’inizio degli anni settanta, porta un esemplare di “trota in pelliccia” al Museo di Edimburgo. Ma il museo, subodorando un inganno, ne rifiutò l’acquisizione. Nel frattempo, però, la notizia dell’esistenza di queste creature lacustri ha raggiunto una tale diffusione che il museo, poco dopo, è costretto a cedere alle pressanti richieste del pubblico che vuole vedere “la trota in pelliccia” e ricrea nei propri laboratori un esemplare identico per soddisfare la curiosità dei visitatori. La “trota in pelliccia” che ora si trova esposta al National Museums of Scotland è quindi un falso del falso.

Furry-Trout-630x420

Meditate gente, meditate.

Prima di credere agli asini che volano, o di sentirvi all’altezza di una attività investigativa complessa, impegnatevi sull’interrogativo su ciò che è vero e ciò che non lo è, tenendo conto che tale quesito è vecchio quanto la storia del pensiero, nell’ambito della quale, per secoli, si è sempre sovrapposto alla riflessione sulla realtà delle cose.

L’ambiente in larga misura (diciamo pure larghissima) artificiale in cui viviamo costituisce inoltre una sfida permanente ai nostri modelli consolidati di valutazione (se ne abbiamo di sufficienti alle complessità emergenti) della verità e della realtà delle nostre esperienze. Con quali criteri di verità giudicare dei materiali che possono sinceramente, quindi “veramente”, assumere qualsiasi tipo di immagine o verosimiglianza? Quali criteri di realtà adottare di fronte all’ambiente e agli oggetti simulati da un computer? Dove risiede l’esperienza (mi cominciate a capire?) del “vero” e del “reale” se una parte sempre maggiore degli stimoli sensoriali sui quali edifichiamo la nostra idea del mondo deriva da supporti microscopici manipolati in modo da produrre delle immagini? La difficoltà di rispondere a queste domande in fase di reclutamento, formazione e valutazione di personale da adibire, a sua volta, a investigare il Vero, il Falso e l’Autenticità delle Cose e dei Comportamenti, per arrivare infine ad estrarre dalla Realtà (?) ciò che c’è (?) ma non (?) si vede e, grazie a questa “estrazione” poter pre-vedere e quindi pre-venire i comportamenti degli altri da se, ci dà l’impressione di vivere in un mondo che perde sempre di più la sua consistenza, un mondo simulato dove ciò che ci appare gioca con i nostri sensi e il nostro giudizio simulando contemporaneamente la sua “vera realtà”. Un mondo ormai sospeso tra il vero e il falso, del quale possiamo dire “a cosa somiglia” ma non “ciò che è”.

Difficile, a queste condizioni date, pensare che chiunque possa divenire operatore d’Intelligence ed entrare nei “servizi segreti”, soprattuto se per entravi si ritiene che siano sufficienti le raccomandazioni di un monsignore (così pensava il mestatore Raffaele Marra), di un qualunque generale fellone, sproporzionatamente ambizioso e venale o del politico di turno, a suo volta personaggio raramente capace di allacciarsi le scarpe da solo.

Settore delicato quindi quello dell’Intelligence dove, senza retroterra culturali complessi e transdisciplinari comprovati, consiglierei di non avvicinarsi. A meno che l’obiettivo sia la solita indennità di cravatta (bei soldoni) e non servire la Repubblica. Che, viceversa, per salvarsi e dormire la notte sonni tranquilli, in quei ruoli, ormai è certo, ha bisogno di intelligenze superiori e non di furbi o di ragazzi/e di buona volontà.

Il futuro, come al solito, mi darà ragione.

Oreste Grani/Leo Rugens che non dimentica di aver tenuto testa, nei propri uffici, per tre giorni, su questi temi, a Dan Shiloah, figlio della leggenda Reuven Shiloah, uno dei tre fondatori del mitico Mossad.


I “MIGLIORI” POTEVANO ARRIVARE SECONDI: IL MOSSAD LANCIA UN SITO DI RECLUTAMENTO ONLINE

Schermata 2014-09-28 a 19.40.01

Spero che questa notizia sia letta, capita e valutata, da tutte le donne e uomini, collaboratori e collaboratrici, di oggi e degli anni passati che mi hanno sentito, passo dopo passo, elaborare la teoria della fine del mondo dell’intelligence, nazionale ed internazionale, come era stato, fino a quel momento, inteso. Prima del caso Assange; prima di Snowden e delle loro rivelazioni. Spero che sia chiaro a tutti, anche ai miei più feroci detrattori (in buona o in mala fede che siano stati), a cosa lavoravo e cosa volevo raggiungere, prima di altri, per il nostro Paese. Quella che sta per iniziare, in Israele, è una fase talmente nuova per l’intelligence che potrebbe portarsi dietro, passato il tempo opportuno, lo scoppio della Pace. Sento il bisogno, il desiderio e il dovere, oggi stesso, di sottolineare che, se potessimo, come Paese mediterraneo, rispondere subito con pari (se non maggiore) qualità intellettuale (e saremmo in grado di farlo), l’Italia potrebbe ritrovare, inaspettatamente, un suo ruolo geopolitico e con essa la necessaria vitale sovranità nazionale. In accordo con Emanuela Bambara (vedi che adesso si può fare il nome per esteso?), grande personalità intellettuale, filosofa, studiosa della complessità e della transdisciplinarietà di cui mi sono potuto avvalere, misi a punto, nel lontano 2003, il ragionamento base dell’indispensabile cambiamento culturale nel settore della sicurezza e lo chiamammo, di comune accordo, “Ubiquità ovvero la dimensione necessaria di un Intelligence culturale“. Dopo quei primi spunti di riflessione sullo stato intelligente, passo dopo passo, tra mille difficoltà e qualche pericolo, pervenimmo passando per la cruna dell’ago (l’incontro con gli israeliani) che di seguito trovate accennata, al 23 marzo 2012, dando vita al convegno “Lo Stato intelligente i finanziamenti europei per l’innovazione e per la sicurezza” che avete spesso sentito citare in questo blog/zattera. In quel momento, con largo anticipo (anni) sull’annuncio, in queste ore, da parte del Mossad, stava iniziando il disvelamento del progetto nella sua interezza (quello era il primo di tre convegni) che ci doveva portare a far nascere, primi nel mondo (ora l’ho detta, la cazzata) una Scuola capace di formare, dopo averle anche reclutate per via telematica, le intelligenze pronte a difendere la Repubblica e, di fatto, a guidarne i comportamenti nelle complessità che sempre più, sin da quelle ore, si delineavano. Qualcuno pensò di fermarci in questa corsa a chi arrivava primo, il 14 febbraio 2012 (vero perfido Amalek?) e, a fare cose “ultra intelligenti”, sono arrivati prima altri da noi.

Schermata 2014-09-28 a 20.08.09

Ma, non è detta l’ultima parola dal momento che, culturalmente, come italiani e “rinascimentali”, siamo ancora cinquecento anni avanti ai troppo stanchi e stressati specialisti israeliani che con il loro aver dovuto essere, per sessant’anni, sempre “in campana” nella “guerra tra la gente”, non è detto che come sosteneva, impropriamente omissis (se lo ricorda, dottore?) siano più pronti a questo grande cambiamento culturale, da noi ipotizzato, prima e meglio di loro. Noi, infatti, abbiamo Umberto Eco che ha saputo ancora scrivere “Numero Zero” testo che tra poco andrà in stampa per la Bombiani e a loro invece sono rimasti degli stanchi Netanyahu. Come abbiamo altre volte ricordato in questo blog, per arrivare ad essere certi che non ci stessimo sbagliando sul percorso culturale “rivoluzionario” intrapreso, invitammo, anni addietro, presso gli uffici di Ipazia, a palazzo Cenci, esperti israeliani considerati tra i più attendibili che in quel momento ci fossero sulla piazza e, grazie dottor omissis della Camera di Commercio italo-israeliana di omissis, fu possibile raggiungere ed invitare, a questa verifica concettuale, omissis, grande esperto e figlio, a sua volta, di una vera leggenda nel mondo dei servizi, cioè riuscimmo ad invitare l’erede di uno dei fondatori del Mossad stesso.

Schermata 2014-09-28 a 20.09.24

In altro post ho raccontato il confronto teorico che si svolse su tre giornate e le modalità con cui presentammo le nostre teorie e gli apprezzamenti che ricevemmo. La sola sottolineatura negativa degli israeliani al nostro progetto di reclutamento e scuola fu che “il nostro modello era troppo avanzato per i giovani italiani” considerati inadeguati a tanta complessità addestrativa. Su questo punto e su questo “giudizio” antropologico, le nostre posizioni si allontanarono. Non ho mai capito se avevano artatamente costruito questa velata offesa e sulla base di questa provocazione preparato una rottura. Rottura che ci fu, perché il dottor Omissis, dopo avermi frequentato per mesi, sempre accolto con la massima gentilezza presso i miei uffici (ci vedevamo solitamente il mercoledì, verso le 17:00, quando arrivava a Roma daomissis), in totale cordialità e intelligenti scambi di opinioni, con nulla che facesse presagire un tale voltafaccia, attraverso il faccendiere Gianfranco Prati, fece pervenire, a dei miei collaboratori, l’informazione (avuta, a detta del Prati, da funzionari del Mossad!) che io appartenevo a non si sa quale servizio segreto italiano deviato e, quindi, da considerare persona pericolosa da frequentare. Sparirono e basta.

Schermata 2014-09-21 a 09.16.05

Stavamo dimenticando di dire che la delegazione, alla fine dell’incontro, portò via tutti i materiali teorici e didattici (anzi, glieli facemmo pervenire, su loro richiesta, anche elettronicamente oltre che in forma cartacea) e non si fecero più sentire ne, risposero alle nostre sollecitazioni. Tenete conto che, tranne un biglietto aereo, le spese (Hotel Forum, pranzi, cene, traduzione simultanea in ebraico che non vollero però usare, spostamenti città aeroporto, sicurezza personale), furono tutte a nostro carico. Lo dico non per svelarmi tirchio ma, quella della loro maleducazione, dei loro silenzi e dell’appropriarsi del nostro lavoro teorico, è uno dei ricordi relazionali e professionali più spiacevoli della mia vita. Potevano farci fessi lo stesso ma, con più eleganza. Rimane il fatto che, con nostra grande soddisfazione, il cambiamento che oggi verifichiamo, scelto e fatto nascere all’interno del Mossad, coglie, sostanzialmente (il nostro, comunque è ancora di gran lunga più sofisticato e “complesso” intellettualmente), lo spirito della riforma culturale che da anni preparavamo per il nostro Paese: ridefinizione del concetto di segreto, fonti aperte e transdisciplinarietà. Noi, però, banalmente, questo processo teorico, per il reclutamento e l’addestramento nell’info sfera, l’abbiamo elaborato oltre dieci anni addietro e l’abbiamo illustrato, nelle sue linee strategiche, oltre cinque anni fa proprio a degli israeliani. Siamo certi che, non appena metteremo a terra il nostro “prodotto”, se ne vedranno la sua straordinaria unicità e qualità e, soprattutto, le “incursioni nel futuro” che ancora, oggi, dopo molti anni dalla sua “invenzione”, lo connotano.

Ora si possono cogliere i confini (e il valore) di quanto, sapendo collaborare/dialogare con l’amica rete e con i motori di ricerca (Google,Yahoo, Bing) e i loro algoritmi, abbiamo saputo fare, nonostante i complici di Amalek ci avessero messo, di fatto, con il nostro laboratorio, in mezzo ad una strada. Abbiamo scalato le classifiche di posizionamento (siamo ovunque primi sui motori di ricerca con i nostri post sull’argomento “servizi segreti” e come ci si arruola negli stessi) e siamo in grado, in automatico, di suggerire a chi si volesse candidare ad entrare nei servizi italiani, quali parametri valoriali e culturali devono esserci alla base dei criteri di reclutamento, selezione, valutazione del personale. Soprattutto, siamo in grado di argomentare sui necessari prossimi cambiamenti all’interno delle nostre Agenzie di analisi. Altro che chiedere, esclusivamente, “Quanto si guadagna nei Servizi Segreti? “A quanto ammonta l’indennità di cravatta?”. Chi è rimasto con me, dopo l’attacco proditorio, oggi, non solo sa che non ha sbagliato a non abbandonarmi ma, si gode la prima e la più grande delle soddisfazioni: quella di chi aveva avuto ragione ed ora i fatti gli renderanno omaggio. “Onori” all’intelligenza e alla lealtà. Grazie a tutti.

Oreste Grani/Leo Rugens

Schermata 2014-09-28 a 20.03.20

Schermata 2014-09-28 a 20.03.44


INVIDIA OVVERO: DOVE SEI MOSSAD?

Ha Mossad

ל מודיין ו ל תפקידים מאיוחדים – L’intelligenza e i ruoli speciali.

monaco-72-terrorismo-palestinese-settembre-nero-focus-on-israel

Qualcuno si meraviglia che i nostri investigatori fossero sotto strettissima sorveglianza quando si sono recati al Cairo. Qualcuno si meraviglia che non appena un cittadino egiziano stabiliva un contatto con le nostre autorità veniva “prelevato” e portato in caserma pronto per essere “ripassato” modello Regeni. Qualcuno si meraviglia che sul caso Regeni si comincia, timidamente, a combattere la battaglia della sovranità nazionale. Qualcuno (ma per chi lavorate, vermi?) ritiene eccessivo tutto questo clamore per uno che lavorava per gli inglesi o che, coglione, se la era andata a cercare. Ripeto: ma per chi lavorate vermi schifosi? Se solo il sacrificio eroico di Regeni servisse a stanare tutte le talpe, i sorci, che operano impunemente in Italia, già l’atroce episodio non sarebbe stato vano. Torniamo alla cronaca emozionati perché si intravede, in alcuni saggisti, un inizio di elaborazione di quanto era sotto inteso all’agire (consapevolmente o meno come diciamo dal primo giorno) intelligente e utilissimo di Regeni. Torniamo alla cronaca scontata.

2663509-300x225

Figurarsi se ci consegnavano i tabulati elettronici (le prestazioni obbligatorie) che ci avrebbero consentito di ricostruire buona parte degli avvenimenti, degli spostamenti, delle complicità operative che hanno preceduto il sequestro di Giulio Regeni! Ero certo che ci avrebbero trattato come i famosi scolaretti di cui altre volte avete letto in questo marginale e ininfluente blog e, per questo, da giorni, suggerivo, di dare, preventivamente, un opportuno avvertimento a quegli schifosi che si sono acquartierati intorno a Al-Sisi. Bisognava, dalla terra dove sono nate la Mafia, la Camorra, la ‘Ndrangheta far partire un avvertimento durissimo che, questa volta, non ci avrebbero piegato con la solita “moneta” con cui, anche i corrotti/corruttori egiziani, sanno che si rendono malleabili gli italiani. Per una volta facevamo – a fin di bene – i mafiosi.

Ma nel Paese dove si è trattato più volte con la Mafia, più volte con la Camorra (con la ‘Ndrangheta non abbiamo trattato perché è lei che non ci vuole e perché, per fortuna, c’è Gratteri che sa come trattarli con la giusta durezza) nessuno a saputo organizzare “un segnale”, un “avvertimento”, un atto ritorsivo. Se non eravamo capaci di fare il giusto con i nostri “super addestrati”, avremmo potuto chiedere utile consiglio a quelli che dovremmo contrastare quotidianamente. E, finalmente, una figura meno barbina l’avremmo fatta. Perché, che ci avrebbero preso in giro, solo Gentiloni poteva credere che non sarebbe successo. Ho già detto ieri, in altro post, che quasi tutti gli italiani onesti avrebbero apprezzato un “ragionato” gesto che avesse colpito gli ambienti egiziani mandanti dell’assassinio di Giulio Regeni. Questa risposta sarebbe stata la base su cui ricostruire la credibilità del nostro Paese e l’inizio di un percorso per tornare ad avere (semplicemente “per avere”, senza “tornare”, perché, dall’estate del ’43, non l’abbiamo mai avuta) una sovranità.

1389.9 Holocaust A

Il Mossad, di cui vi riempite la bocca e le dita quando scrivete, nasce, non formalmente ma sostanzialmente, come struttura temuta e invincibile, quando rapisce Adolf Eichmann e quando cerca, trova, elimina tutti, nessuno escluso, i terroristi che avevano insanguinato le Olimpiadi di Monaco, uccidendo proditoriamente degli atleti israeliani.

Chi mi conosce sa quanto ammiri Israele (quando dovetti testare culturalmente l’approccio che avevo scelto per dare vita ad una scuola di intelligence culturale chiesi e ottenni una visita di Dan Shiloah, figlio di uno dei tre fondatori del Mossad) e le sue strutture di sicurezza pensate e addestrate perché mai più si ripetessero gli orrori che gli ebrei avevano dovuto subire nella Seconda Guerra Mondiale. Ma, se uno ammira (come mi sembra che nel Governo renzi in molti si dichiarino ammiratori di Israele), deve anche saper trarre insegnamenti da questo sentimento emulativo. Io, ai protervi egiziani, li avrei colpiti, trasversalmente, nelle stesse ore in cui erano riuniti a Roma e li avrei, con la forza, trattenuti fino alla consegna delle 1970 pagine, “mancanti” rispetto a quelle promesse. Tabulati compresi. Se non spuntavano le “prove”, li facevo rimanere, modello marò, a vita, nostri ospiti. Non mi sembra che per i marò sia scoppiata la Terza Guerra Mondiale che invece scoppierà sicuramente se non mettiamo un freno ai tipetti alla Al-Sisi e ai loro esegeti matteo renzi. Ma ve la immaginate una presa di posizione ferma nel Paese che per primo al Mondo (1° al Mondo!) era corso a leccare le suole delle scarpe degli stivali militari del generale Al-Sisi? Mai il suo amico renzi avrebbe saputo/voluto autorizzare il gesto ritorsivo e, come sapete, è renzi il capo dei Servizi Segreti italiani. Come Berlusconi poteva solo baciare la mano a Gheddafi, renzi può solo, visto gli affari in corso, leccargli il culo. Scrivo con modalità volgari come, ormai, si sentono, intercettati, parlare gli esponenti del Governo. Se non arrestate/censurate loro perché non dovrei essere autorizzato io allo stesso gergo malavitoso?

Oreste Grani/Leo Rugens


MONACO 1972 LONDRA 2012

Oggi mi allontanerò dai soliti argomenti che il violento e stupido Amalek mi ha costretto a trattare. Voglio, in ore così difficili, offrire ai pazienti lettori di questo sito e, in modo indelebile, alla memoria della rete, una riflessione sui Giochi Olimpici e il loro ruolo per l’Umanità.

A giorni si vedrà se l’Olimpiade è ancora in grado di svolgere il ruolo di ultima oasi di pace fuori dai torbidi coinvolgimenti della geopolitica nelle sue ultime forme di “guerra tra la gente”.

Vedremo se a Londra prevarrà la fratellanza, sopra gli odi di parte.

Capiremo se il “Gioco innocente e neutrale” praticato nelle misure dell’armonia dei corpi e dello spettacolo colorato, avrà la meglio sui rancori generati dai monoteismi e dalla povertà di troppi.

Vedremo se prendere atto della graduatoria delle Nazioni classificate per prestigio del numero delle medaglie, rimuoverà lo spettro dei collaterali immondizia in scadenza.

Vedremo se l’apologia dei successi nazionali basterà a coprire, durante il periodo dei Giochi, le vicende reali che stanno dietro la facciata festosa.

I sussulti del mondo in trasformazione, loro si veri terremoti distruttivi rispetto alle falde geologiche in movimento, disveleranno nei prossimi giorni quanto sono profondi i solchi che dividono i popoli e quanto l’eccentricità del Mondo non sia ancora un valore prezioso da perseguire?

La strage di innocenti turisti israeliani in Bulgaria ad opera di uno svedese suicida già prigioniero nella atipica base USA di Guantanamo a Cuba, Damasco in fiamme, la Nigeria senza pace, una sala cinematografica a Denver trasformata in un mattatoio, Bagdad e Kabul senza futuro, l’Egitto tormentato dopo la rimozione di Mubarak; la Grecia (patria delle Olimpiadi) svenduta, la fiera Spagna pronta alla rivolta sono prologhi di una tragedia che potrebbe scoppiare facendo saltare l’uso politico, quale valvola di sfogo per la gente, che la maggioranza dei Governi affida alle Olimpiadi e a manifestazioni similari.

Per non farvi ingenuamente sorprendere e con l’augurio che tale evocazione sia taumaturgica, vi riporto alla memoria la sequenza degli avvenimenti dell’assalto alla residenza degli atleti israeliani nel villaggio olimpico di Monaco, nell’efficientissima Germania, il 5 settembre 1972.

Martedì 5 settembre, ore 5:10: due postini, passando nei pressi del villaggio olimpico, vedono alcuni giovani che stanno scavalcando la rete di protezione. Sono otto persone in tuta, con sacche sportive in mano. I postini tirano dritto, pensando che siano atleti reduci da una scappatella notturna.

Ore 5:15: i giovani si dirigono frettolosamente verso la palazzina al numero 31 di Connollystrasse, dove sono alloggiati gli atleti di Israele, di Hong Konge dell’Uruguay. Ventimila poliziotti sono addetti al servizio di sorveglianza del villaggio olimpico, ma nessuno ferma gli otto giovani.

Ore 5:20: una donna delle pulizie sente un colpo di arma da fuoco e grida l’allarme. Il capo della delegazione di Hong Kong si affaccia sulla porta che dà sulle scale e vede un uomo con il mitra in mano e il viso mascherato. Subito dopo sente altri colpi di arma da fuoco, grida, gemiti, e rumore di lotta.

Ore 5:30: l’allenatore della squadra israeliana di sollevamento pesi si cala, in pigiama, da una finestra e riesce a fuggire. Fornisce le prime notizie alla polizia e ai funzionari: gli otto giovani sono un commando di guerriglieri, probabilmente feddain.

Ore 6: nel villaggio olimpico scatta l’allarme generale. Arrivano poliziotti, autoambulanze, «pantere». Ma nessuno sa, ancora, che cosa sia successo nella palazzina numero 31.

Ore 7: un uomo dal viso mascherato si affaccia dalla finestra del terzo piano, e mitra in mano ordina a tutti di stare lontano. «Abbiamo nove ostaggi israeliani, vivi. Se vi muovete o sparate, li facciamo fuori tutti», intima. Non resta che aspettare.

Ore 8: un barelliere ha il permesso di rimuovere il corpo del primo israeliano, un lottatore, ucciso dai guerriglieri nel parapiglia dei primi momenti dell’irruzione, un altro israeliano, ferito nello scontro con i palestinesi, muore poco dopo.

Ore 9:30: parte da Bonn per Monaco, con un aereo speciale, l’ambasciatore israeliano in Germania: ha appena ricevuto una lista coi nomi di 200 guerriglieri palestinesi che si trovano nelle carceri di Israele. Il commando del villaggio olimpico, che fa parte dell’organizzazione dei feddain, Settembre nero, ha posto l’alternativa: se entro le 12 i palestinesi non saranno liberati, gli ostaggi verranno uccisi.

Ore Il:30: giungono al villaggio olimpico quattordici tiratori scelti dell’esercito tedesco, chiamati d’urgenza dal distaccamento di Wisesbaden.

Ore 12:05: il capo della polizia della Baviera annuncia, in una conferenza stampa, che gli ostaggi sono ancora vivi e che sono in corso trattative tra guerriglieri e autorità.

Ore 15: parte da Bonn per Monaco il cancelliere Brandt.

Ore 16: il commando dà un ultimatum: se entro le 18 le richieste non saranno accolte gli ostaggi saranno uccisi.

Ore 18:10: anche questo ultimatum scade e non succede niente . Seguono ore di trattative convulse.

Ore 22:30: si apre la porta alla speranza: il capo della delegazione olimpica egiziana si presta a’ fare da mediatore tra i feddain e le autorità.

Alle 23 scadeva l’estremo ultimatum dei guerriglieri rinviato, di fronte all’intransigenza israeliana e per salvaguardare fino al limite le vite degli ostaggi, di ora in ora, a cominciare dalle 12 di mattina. A un certo momento i guerriglieri asserragliati nella palazzina avevano nelle loro mani il ministro degli Interni e alcuni suoi fidi, tra cui il borgomastro di Monaco e il ministro degli Interni bavarese. Avrebbero potuto prendere in ostaggio anche lui: una garanzia assoluta di sopravvivenza. Ma prima di iniziare le trattative con questo personaggio, gli avevano dato la parola che avrebbe potuto allontanarsi vivo. Il ministro aveva giurato ai guerriglieri che avrebbero preso indenni l’aereo per i paesi arabi. Alle 22 un camion militare arrivava davanti alla palazzina e caricava i feddain e i loro ostaggi. Dopo 200 metri li trasbordavano su due elicotteri che dovevano portare israeliani e palestinesi all’aeroporto militare di Fuerstenfeldbruck, a 50 km da Monaco dove era in “attesa un aereo pronto a partire per Tunisi, per il Cairo o per qualsiasi capitale araba i feddain avessero deciso. Un terzo elicottero accompagnava la spedizione.

Alle 22:30 i tre elicotteri atterravano. Dal primo elicottero scendono due feddain, e il pilota, e si avvicinano all’aereo. Di colpo si accende una accecante batteria di riflettori e i cosiddetti «tiratori scelti» aprono il fuoco all’impazzata.

Un feddain cade crivellato, cade pure il pilota dell’elicottero. L’altro feddain corre verso il secondo elicottero. Ne scendono alcuni uomini, certamente il pilota, qualche guerrigliero, forse qualche ostaggio. I feddain rispondono al fuoco. Ma la mitraglia dei tiratori scelti continua come una grandine. Sparano alle ombre sul suolo, agli elicotteri, ai «terroristi», agli ostaggi, ai piloti tedeschi. Salta per aria anche l’elicottero con gli occupanti. A questo punto sono morti quattro feddain, i nove ostaggi, un pilota d’elicottero, un poliziotto colpito dai guerriglieri. Altri due poliziotti sono feriti. Un palestinese riesce ad allontanarsi, ma viene preso poco dopo. Fuori dall’aeroporto alcune persone lo vedranno passare col viso pieno di sangue, stretto fra due agenti, in macchina. Poi udranno una raffica. Anche il quinto guerrigliero risulta, nei notiziari, «morto nella sparatoria». Gli altri tre guerriglieri vengono presi prigionieri. A questo punto gli organi di informazione di massa ricevono e trasmettono l’annuncio che il potere propone: salvaguardato l’ordine, fatta giustizia: tutti i terroristi sono stati uccisi, tutti gli ostaggi sono salvi. Mezz’ora dopo lo scontro all’aeroporto, in una conferenza stampa, il portavoce del governo federale annunciava raggiante: «I terroristi sono stati sgominati. Mai avremmo permesso che lasciassero il territorio tedesco. Lo avevamo deciso fin da stamane. La nostra azione ha avuto il successo sperato.» Il portavoce aggiungeva elogi per le forze dell’ordine e, ad un giornalista che chiedeva la sorte degli ostaggi; rispondeva: «Sono salvi.»

Alle ore 3:17 del mattino il sindaco di Monaco invertiva la rotta dichiarando ai giornalisti : «È terribile ! Tutti gli ostaggi sono stati uccisi. I terroristi hanno fatto saltare un elicottero. È impossibile fare un bilancio esatto di quanto è accaduto.» I radiocronisti potevano urlare ai microfoni la nuova notizia, ma le rotative dei giornali continuavano ancora per pagine intere a proclamare l’esultanza per la morte dei «criminali» e la salvezza degli ostaggi.

La vicenda di sangue di Monaco resta ormai come un «contropiede» da manuale per l’informazione giornalistica. La notizia nasce al momento giusto: l’allarme alle prime luci dell’alba, poi via via il crescendo degli avvenimenti. In redazione hanno il tempo per studiare accortamente la tattica per aggredire il fatto. I cronisti sono al posto giusto, si riesce a spedirne un altro a Tel Aviv, si chiedono ai corrispondenti le reazioni a caldo dalle varie capitali, mentre le agenzie battono migliaia di parole.

Quando la macchina redazionale entra nella fase di confezione del giornale, il materiale appare ormai abbondante, anche se il «fatto» sembra segnare il passo. I margini di tempo cominciano a ridursi, si arriva verso la mezzanotte.

La prima edizione deve chiudere: a Monaco non accade ancora niente di definitivo, in tipografia la pagina si avvia verso le rotative. Ma ecco l’inizio dello scioglimento: un pullmino con guerriglieri ed ostaggi ha lasciato gli alloggi, sembra si diriga verso l’aeroporto. Prima modifica, ma l’ufficio diffusione preme per il via. Il giornale va in macchina. Sono appena arrivate le prime copie quando la situazione precipita in pochi minuti. Gli inviati telefonano: sparatoria all’aeroporto, le agenzie confermano.

Spazzato via il commando, salvi gli ostaggi, precisa il portavoce del governo tedesco. Rifacimento immediato; poche righe in neretto, un titolo. Parte la seconda edizione, mentre Monaco resta sempre in linea: i particolari si accumulano, le notizie trionfali coincidono pur nella confusione fomentata dalle centrali che hanno in mano la regia del dramma. I giornalisti sono esclusi dall’aeroporto militare, nessuno riesce a controllare le informazioni direttamente. Il messaggio trionfale si propaga in un lampo.

Dalla capitale israeliana l’inviato, appena sceso dall’aereo, riesce a telefonare al giornale le scene di giubilo degli israeliani incollati alle radioline. La prima pagina si gonfia in maniera sostanziosa, con un titolo a nove colonne, quasi di beatitudine per lo scampato pericolo. Con l’anticipo di mezz’ora sul tempo concesso dalla «diffusione», parte la terza edizione. Siamo a posto, l’Ordine ha vinto. Ma ecco che le telescriventi tornano a chiamare: una corsa in corridoio, un pezzo di carta: «Tutti gli ostaggi sono stati uccisi», dice il sindaco. Ma che credito dare a questa voce solitaria? I giornalisti piombano in una conferenza stampa in cui il governo non vuol confessare i fatti, tira per le lunghe, e solo dopo un’ora giunge alla conferma. E nasce la quarta edizione. All’edicola, ai quattro angoli del mondo, il lettore fiducioso nella voce dei mezzi di comunicazione di massa compra dalla stessa fonte, a breve distanza, i due opposti messaggi.

Il tutto nell’efficientissima Germania, prima dell’unificazione.

Se ci saranno profanazioni della pace nell’oasi di Londra, è perché a tanti anni di distanza da quegli avvenimenti poco o niente è stato fatto per rimuovere le cause del massacro di Monaco ’72. Anzi.

I monoteismi intolleranti, in qualunque modo si sono mascherati, l’avidità maniacale degli speculatori finanziari, il cieco agire della maggioranza dei governi a discapito dei più e a favore di pochi “alieni”, hanno l’opportunità di stravincere impadronendosi di tutto il medagliere.

Fuori da metafora, mentre alcuni si impadroniscono di quante più ricchezze possibili, a tutto il resto dell’Umanità vengono lasciati, inavvertitamente, i libri e i loro contenuti millenari.

Approfittiamo di questa distrazione temporanea dei potenti ignoranti ed arroganti, organizzando una rivolta culturalmente consapevole scuotendo i popoli dall’indifferenza e dalla rassegnazione sua alleata.

Perfido Amalek, a questi pensieri ero intento quando hai ritenuto che io fossi un pericolo per gli uomini e che fosse giunto il tempo di inibirmi nelle mie azioni, diffamandomi.

Oreste Grani

Pubblicato il 21 luglio 2012

Advertisements