“Non mettete il Pd nelle mani di Matteo Renzi, sarebbe un grave indebolimento delle prospettive future di tutto il partito” Valdo Spini 2009

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Il 1 giugno 2009 (giorno prima della Festa della Repubblica), Alberto Statera, il fuori classe del giornalismo italiano, sale in cattedra e delinea, con un pezzo magistrale, la scena in divenire del Paese. Quello che oggi è in essere, dentro e fuori il PD, era già raccolto, elaborato, ben spiegato ai lettori di Repubblica che, all’epoca, erano ancora centinaia di migliaia, al giorno.

L’ex vicesegretario Psi Spini incognita a sinistra
Firenze, doppio ostacolo per il Bimbo l’anima rossa e i signori del mattone
di ALBERTO STATERA
FIRENZE – “Ah, ecco l’ultima spina!” esclamava alzando gli occhi al cielo Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze, quando incontrava Valdo Spini giovanetto insieme al padre Giorgio, grande storico protestante. Passato mezzo secolo, la piccola spina valdese è tornata fastidiosamente a infilarsi sotto il tallone di Matteo Renzi, poco più che trentenne cattolico rampante, ex boy scout di Rignano sull’Arno e adoratore del mito lapiriano. Tra pochi giorni il giovane presidente uscente della Provincia dovrebbe essere eletto sindaco della non più proprio rossa Firenze al primo turno contro l’ex calciatore della Fiorentina e del Milan, il pidiellino Giovanni Galli, esangue e tarda scelta berlusconiana. Se non ci fosse l’intralcio pungente di Valdo.

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Parlamentare da una vita, antico vicesegretario socialista, ministro col governo Ciampi, a sessant’anni più che suonati, Spini, attorniato da una nobile corte che espone un Rosselli e una Frescobaldi, ha deciso di dimostrare che ci può essere “un Partito democratico all’americana e non alla vaticana, come quello incarnato da un democristiano di ultima generazione”. Così, dopo lo psicodramma delle primarie fiorentine, quell’orrendo “mischiume” nel quale non lo vollero, che vide tutti contro tutti in una faida maledetta dall’affare speculativo di Salvatore Ligresti sull’area di Castello, si è candidato con l’appoggio di sette liste, compresi i verdi, i repubblicani della Sbarbati e Rifondazione. Accreditato almeno al 10% minaccia così di rovinare la festa dell’elezione al primo turno al candidato nomato “bimbo”. Da cui il calembour che va alla grande tra i vecchi del Pci fiorentino: “Prima i comunisti mangiavano i bambini, ora sono i bambini che mangiano i comunisti”.

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“A me non mi ha scelto Papi, ma le primarie!”, grida Renzi, belloccio sì, pur se lievemente pingue a differenza di Noemi, al Circolo Vie Nuove, cuore rosso e accaldato di Firenze, dopo essersi paragonato nientemeno che a Farinata degli Uberti. E Massimo D’Alema, trattenendo il celebre sorrisino di scherno sotto il baffo, è venuto a dargli il suo assist: “Matteo è come un ciclista che pedala un’ora davanti al gruppo, l’unico interrogativo non è se vince, ma se batte o no tutti i record”. E pensare che soltanto qualche settimana fa il boy scout lapiriano diceva che Massimo sì l’aveva chiamato dopo le primarie, ma che lui aveva il telefonino distante e non era proprio riuscito a rispondergli. Lo stesso trattamento riservato a Walter Veltroni e, poi, a Dario Franceschini, che il candidato democrat di lingua sciolta ha bollato come “il vicedisastro”.

Onore comunque di D’Alema a Valdo Spini: “E’ un vecchio compagno, troveremo il modo di lavorare insieme. La ricchezza del partito sono le diverse radici, per cui al vecchio compagno dico: serriamo le fila”. Per carità, non sia mai detto: “Vietato strumentalizzare le parole di Massimo su Valdo”, minaccia il segretario del Pd Giacomo Billi. E anche quelle dalemiane sul sindaco uscente Leonardo Domenici che “merita sostegno alle europee”, in vista di “un partito ritrovato che dopo le elezioni sarà più solido”.

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Chimera dalemiana preelettorale il partito più solido e unito, mentre la guerriglia intestina divampa qui quasi in bocca alle urne. Lapo Pistelli, candidato cattolico sconfitto alle primarie fiorentine, ma responsabile Esteri del Pd, non firma armistizi rispetto al guanto lanciato: “Per concorrere a una posizione di responsabilità occorrono sia amore per la funzione per la quale ci si candida, sia empatia con gli elettori ai quali si chiede una delega a rappresentarli: entrambe precondizioni che non vedo realizzate in Leonardo Domenici”. E Sergio Staino, candidato alle europee di Sinistra e libertà: “Pistelli ha ragione”. Smaliziati i commenti a D’Alema nella platea rossa nel forno del Circolo Vie Nuove: “L’è sempre il migliore Max. Il capo l’è lui. Tu vuoi vedè che il 7 giugno fa il sù partito?!”. Domenici non c’è in questi giorni a Firenze, colpito un po’ dalla sindrome Cofferati, la disaffezione della città che lo esaltò. Si vede poco, impegnato com’è nella campagna elettorale per Strasburgo. Ha un po’ metabolizzato le amarezze di uno che si sente vilipeso, nonostante sia quello che “più a lungo ha governato Firenze dalla fine del Settecento”, come garantisce. E con buoni risultati. Primi fra tutti il nuovo palazzo di giustizia e la linea 1 del tram. Sfiorato ma non toccato dallo scandalo Castello – l’area su cui al posto di una “cacata” di giardino, come egli stesso la chiamò, si voleva realizzare lo stadio della Fiorentina all’insaputa dei fiorentini – che ha coinvolto il suo vice Graziano Cioni, l’anima cittadina naif, si è sentito incompreso da un “partito romanizzato che ha dato l’idea di voler tagliare i rami fronzuti su cui era seduto”. Lo confessa: “Ho sofferto con Walter. Io ho ancora la visione ottocentesca di un partito pesante, strutturato, con gli iscritti, con le sezioni, che non rinunci al suo ruolo di direzione politica, non un partito liquido, ectoplasmatico”. Quanto a Renzi gli aveva “consigliato” di non candidarsi in una città nella quale per essere eletti servono 105 mila voti.

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Su 37 mila votanti alle primarie, il bimbo ne ha presi 16 mila. Ce la farà a diventare sindaco, ma a che prezzo? “Posto che la piazza di Firenze è piazza della Signoria, cioè una piazza laica e non religiosa, Matteo è bravo e disinvolto. E sono certo che per le primarie non ha fatto accordi con poteri e poterini”. Ma poi? Che cosa non dice Domenici? Il fatto è che di quei 16 mila voti alle primarie la leggenda metropolitana vuole che più di 3 mila siano venuti da destra, dalle truppe cammellate di Denis Verdini, cui pare che Renzi sindaco stia benissimo e che proprio per questo ha scelto un avversario debole come Galli, nonostante potesse disporre di un nome migliore come quello di Gabriele Toccafondi. Il leader della destra locale, per di più coordinatore nazionale del Pdl, king maker del sindaco del Pd. Possibile? “Certo”, conferma pro domo sua Valdo Spini, che avverte: “Non mettete il Pd nelle mani di Matteo Renzi, sarebbe un grave indebolimento delle prospettive future di tutto il partito”. Ma come? Non era il piccolo Obama di Firenze? L’alito di Denis, magnifico clone di Adolfo Celi in “Amici miei”, soffia nella Firenze massonica e non. Non c’è solo la maledizione di Castello, che già vent’anni fa ad opera di Achille Occhetto costò la testa a un’intera classe dirigente comunista, su cui Ligresti vuole fare un’operazione da un miliardo e Della Valle la Cittadella Viola con lo stadio della Fiorentina. Ci sono le cooperative e soprattutto la BTP, acronimo che designa Baldassini, Tognotti e Pontello, i regnanti immobiliari della città. La loro banca è il Credito cooperativo, di cui è presidente e signore Verdini. Accusato anni fa di aver violentato una sua avvenente correntista, fu assolto dall’accusa di violenza sessuale, ma rinviato a giudizio per rivelazione di segreto bancario, violazione della privacy e diffamazione, perché rivelò notizie sull’esposizione della signora, di suo marito e dei loro amici.

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Poi c’è la Fingen (“fashion, retail e real estate”) dei fratelli Corrado e Marcello Fratini, soci della cordata berlusconiana dell’Alitalia, che detiene oltre 600 mila metri quadri, tra cui quelli di Sesto Fiorentino, che potrebbero essere l’alternativa a Castello per lo stadio e la Cittadella viola. Ne è presidente Jacopo Mazzei, cugino di Lorenzo Bini Smaghi della Banca centrale europea, ma soprattutto figlio di Lapo Mazzei, straordinario produttore di Chianti e grande capo dell’Opus Dei.

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Ex democristiani ed ex comunisti, massoni e legionari di Cristo.
In fondo che differenza fa? La città è scossa dalla prospettiva delle linee 2 e 3 della tramvia, che liscia i monumenti, e dall’esercito di quasi mille vigili urbani, vecchio feudo di Graziano Cioni, lo sceriffo che tanti guai ha procurato a Domenici e al Pd fiorentino, i quali impazzano con cascate di multe.
Ma la partita vera, forse meno evidente ai fiorentini, è quella urbanistica: “Firenze ha toccato il fondo – garantisce l’urbanista Vezio De Lucia – si è omologata al peggio nazionale: la rendita fondiaria comanda sul futuro della città”. E comanderà sempre di più se il bimbo che non è stato scelto da Papi non glielo impedirà.

Il testo oggi è di più facile comprensione di quando Statera lo ebbe a scrivere.

Io, nella mia semplicità, ci ho messo dei richiami e delle sottolineature basandomi su altri riferimenti che Alberto mi aveva personalmente fatto sulla complessità toscana e in particolare sulla funzione carsica del mestatore Denis Verdini e degli accordi di sostanza che, sin da allora, facevano di Matteo Renzi l’erede del “mondo berlusconiano”.

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Matteo Renzi fu infatti scelto da un mondo massonico e “centrista”, certamente non di sinistra, con in odio, tra le altre, proprio la parola “compagno” che ieri gli avete sentito, ipocritamente, pronunciare al Lingotto.

Renzi è sempre stato un margheritino, cioè anche un rutelliano, se per rutelliano si intende uno ceto politico uscito da un mondo di trasformisti organizzatisi per aderire alle scelte politiche fatte da Francesco Rutelli (da qualche settimana anche architetto) quando la Roma papalina, palazzinara, laziale, guidata segretamente da uomini rigidi dell’Opus Dei e un sacco di ingenuotti romani, lo scelsero come sindaco del Giubileo, ma non a caso sempre marcato a vista da personaggi alla Cristina De Luca (oggi addirittura senatrice subentrata a Mario Gasbarri nel frattempo deceduto), a sua volta fedelissima di mons. Renato Boccardo, oggi vescovo di Spoleto.

Intorno al radicale, trasgressivo, anticlericale Francesco Rutelli si gioca, in quel momento delicatissimo per la Chiesa (il Giubileo del 2000), una strana partita che ancora oggi si continua a giocare (Gentiloni è legato a Rutelli e non a Renzi come si tende a semplificare) senza soluzione di continuità. Rutelli, accompagnato versa la Porta di S. Anna (lo ricordo a Loreto, il 3/4 settembre 2004, in prima fila, assistere, ormai convertito e convinto, alla messa solenne celebrata davanti a Giovanni Paolo II, in difficoltà oggettive di salute, accompagnato proprio dalla fidatissima Cristina De Luca e da Renato Boccardo) si converte e si affida alla capacità di uomini di potere ecclesiale (e non solo), personaggi di difficile lettura che fanno di alcuni uomini e donne legati a Comunione e Liberazione (in realtà più alla Compagnia delle Opere e ai suoi business) i punti di riferimento di realtà che appaiono di natura associativa ma diventano tutt’uno con una concezione mafiosa del Potere.

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Non a caso la Compagnia delle Opere, da chi sa intelligentemente e con esperienza investigare viene classificata, soprattutto nei rizomi calabresi e lombardi, un associazione che indulge all’affarismo più spregiudicato se non criminale. Basterebbe chiedere a Giocchino Genchi e a Luigi De Magistris chi siano realmente alcuni personaggi margheritini/rutelliani che si capirebbero molte/troppe cose dei grovigli bituminosi che stupiscono per la loro complessità e che, da anni, pervadono la cronaca giudiziaria.

L’API rutelliano è stato un altro passaggio organizzativo parapolitico dove episodi di difficilissima lettura si sono inanellati.

Basterebbe guardare da vicino gli eventuali legami tra chi ospitava le manifestazioni rutelliane a Labro, presso l’ex Convento della Madonna della Neve, e i riscontri appurati tra ecomafie siciliane e la criminalità rumena, mi sembra proprio, a suo tempo approfonditi dall’attuale capo della Procura di Roma quando guidava quella  palermitana.

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Solo per inciso e per, come si dice, questione personale, i fratelli Giuseppe e Sergio Pileri sono anche stati amici fraterni (e di business in particolare) del mio nemico giurato Aurelio Voarino, personaggio da me indicato, senza ombra di dubbio alcuno e senza possibilità di alcuna smentita, come il factotum di Ezio Bigotti (oltre che troppo intimo e al servizio di Nurlan Khassen, nella caccia al patriota Mukthar Ablyazov e nel rapimento della moglie Alma Shalabayeva), l’uomo di Pinerolo (questa provincia italiana che non smette mai di stupirci!) che le cronache investigative giudiziarie stanno cominciando a far conoscere al grande pubblico in quanto personaggio di primissimo livello nel mondo del Global service (la pulizia dei cessi, tra l’altro), rivale (se così dovesse risultare) di Alfredo Romeo e individuato, per anni, come la termite che da dentro al Gruppo Siram-STI si faceva un po’ troppo i cazzi suoi. Provando a fottere i suoi soci. Cose complesse di cui ancora si discute, perfino a Parigi, riguardando gente come Vincent Bolloré (conoscete il padrone di Havas?) e il vertice del colosso francese Veolia che, a uno come Ezio Bigotti, pare l’abbia giurata. Ma c’è a chi piace vivere pericolosamente (i kazaki non sono teneri e neanche i bretoni alla Bollorè) per cui se fossi il mio nemico Voarino più che andare in giro a pietire indicando in Grani un uomo pericoloso, o chiedere a seri avvocati di farmi tacere azzerandomi il sito che state leggendo, mi porrei il problema di quando quelli che ha ingannato gli presenteranno il conto. E non con qualche ben riuscita indicizzazione nei motori di ricerca della rete, come da non violento (con l’eccezione degli schiaffoni al suo complice, il ravennate  Paolo Pasi), ha deciso di fare il sottoscritto. Era meglio farsela con il vecchietto, squattrinato, un po’ troppo patriottico, Grani che con quelli a cui continua a pestare i piedi, inconsapevole dei guai che procura a se e al suo padrone.
Ma è inconsapevole o è quello che in realtà si prefigge di fare? Perché, con i doppiogiochisti come Voarino, sempre bisognosi di soldi, non sai mai per chi lavorano e chi alla fine vogliono fottere. Fin che dura.

Oreste Grani

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