Onore al Popolo degli Yazidi. Maledetti, nei secoli dei secoli, gli aguzzini dei pacifici veneratori del Pavone

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Onore al Popolo degli Yazidi! Onore e pensiero memore per la loro storia, la loro millenaria cultura! Ammirazione senza limiti per la capacità che hanno avuto, nel tempo, di custodire i loro segreti sapienziali, ignorati dal mondo intero fino a quando gli assatanati violatori di donne, vecchi e bambini, artatamente organizzati questa volta nell’ISIS, sguinzagliati per il mondo dai veri mostri di crudeltà, cultori della guerra, pupari residenti – al sicuro – chissà dove, perché la pace, che non consuma proiettili, non arrivi a regnare neanche un’ora tra gli uomini di buona volontà. Maledetti loro e i loro padroni. Accendiamo oggi un ricordo e una luce, da mantenere sempre vivi, per il bel popolo degli adoratori del Pavone.   

Oreste Grani/Leo Rugens

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500 YEZIDI SONO STATI SEPOLTI VIVI DA QUEI “MAIALI”, FALSI CREDENTI IN DIO, DELL’ISIS. GLI YEZIDI SONO IN FUGA E A RISCHIO DI GENOCIDIO. CON ESSI SONO IN PERICOLO LE RADICI SPIRITUALI DELLA MASSONERIA STESSA

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Come spesso accade un nome, una popolazione, una dinamica “territoriale” particolare assurgono, da un giorno all’altro, alla fama mondiale grazie ai media che cominciano a parlarne. Così sta accadendo con la popolazione degli Yezidi, fino a ieri sconosciuti ai più, nonostante la loro storia millenaria.

Ritenevo di aver citato, qualche mese addietro, questo popolo tra le tante righe scritte. Alla ricerca elettronica attuata all’interno del blog, non risulta questa citazione che pensavo di aver fatto a conferma che, nella mente di un uomo che ha vissuto troppo, qualcosa comincia a non tornare. Metto tanta attenzione a questo ricordo fallace perché il nome degli Yezidi, non solo si porta dietro uno spaccato della tragedia che è in corso in IRAQ ma appartiene a quel groviglio dei saperi che a pochissimi è dato di conoscere e di voler esplorare. Ritengo di suscitare con ciò che potete leggere di seguito qualche polemica tra gli addetti ai lavori ma, avvezzo come sono a sentirmi attribuire espressioni denigratorie, sfido ancora una volta la rete. Luogo che, fino ad oggi, dopo un primo momento spiacevole, mi è sempre stato amico. La rete, potrebbe, ancora una volta e in questo caso essere amica, non tanto mia, ma della verità. Lascerò, quindi, nell’oceano telematico, alcune riflessioni/informazioni che ad un primo esame sembreranno “senza capo ne coda”. Viceversa, a chi ha strumenti sapienziali altri dai miei (limitati e rozzi), il compito di negarne qualunque valore o di approfondirle, concorrendo così a non far ritenere – ai navigatori ignari – che la persecuzione degli yezidi sia casuale e tutt’uno con il “banale” caos bellico in essere in IRAQ.

Veniamo alle riflessioni/informazioni: nel tempo e nelle sedi opportune, si è fatta l’ipotesi che quel che oggi è conosciuto come “Massoneria” debba anche molto alla spiritualità degli Yezidi! Affermazione forte di cui, come al solito, mi assumo la responsabilità avendo chiaro che provare ad immettere, in una realtà italiana caratterizzata da un dibattito culturale che si limita a capire se oltre a Matteo Renzi anche la moglie è stata “coccinella” (scout al femminile); se il violentatore Denis Verdini sia o meno fratello di qualcuno e in qualcosa; se a Berlusconi Silvio sia lecito fottere le minorenni “emancipate”, un elemento di rivendicazione così complesso per le implicazioni filosofiche, religiose, geopolitiche che comporta è una vera e propria sfida al “sentire comune”.

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Affermazione forte quella che faccio perché, tra l’altro, la filosofia yezida è tramandata oralmente. Ci sono pochissimi scritti yezidi. Tradizione orale che spesso si accompagna, nella storia dell’uomo, alla necessità di mantenere protetta e segreta la sostanza della “comunicazione del sapere”. Non a caso la summa del pensiero yezida si trova, più che altro, nei loro “inni”. I qewwal – i musicisti e cantanti sacri yezidi – li imparano e li tramandano. Poi li eseguono accompagnandosi con tamburi e flauti. Negli inni è racchiusa la loro filosofia spirituale e quanto la “contemplazione” sia il principale strumento di conoscenza. Contemplazione e meditazione, in particolare, sull’atto della Creazione. Nei loro canti, la Creazione ha inizio con una perla e dalla perla nascono “le pietre angolari”. Per addivenire, dalla perla ad “altro”, secondo gli Yezidi, ci vogliono le volontà e le azioni di tre architetti: c’è Dio, che ha creato la perla da cui derivano tutte le cose; poi c’è la “parola eterna”, vale a dire il pensiero di Dio nella sua Creazione; la “parola eterna” è chiamata anche, “architetto interiore” in quanto presente in tutte le cose; “terzo” architetto è l’Uomo.

La parola interiore è lo spirito delle cose; presente ma, invisibile. (Chi sa di cose che mi appartengono riconoscerà il queste parole il significato, più ad Oriente, del kami).

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Per gli Yezidi la parola è il principio segreto e nascosto della Creazione, nel più piccolo atomo, nel pianeta più grande, nei soli, nell’occhio che consente di vedere. Oggi diremmo che la “parola” per gli Yezidi è come i geni che segnano la doppia elica del DNA. La parola, il logos, è lei stessa l’architetto interiore, la guida, il programma “segreto”, il codice che fa funzionare il tutto come la parola di accesso ad un computer (scusatemi la similitudine “blasfema”) e che tiene in sintonia armonica la parte con ogni altra cosa, dove la parte più piccola riassume l’intero e l’intero è l’unione delle parti. Secondo gli Yezidi c’è un’unica parola in tutte le cose. Come in ogni concezione mistica “tutte le cose sono uno”. Questa visione porta gli Yezidi a credere che questa parola sia l’architetto (l’uno) che gli uomini non vedono a meno che non lo cerchino. Questo comportamento “investigativo” è lui stesso il secondo architetto. Il terzo architetto, ormai vi è chiaro, è l’Uomo. Per la filosofia yezida, l’uomo si trova fra il Grande Architetto e la parola o architetto interiore. E racchiude l’architetto interiore nel suo essere, perché Dio è in lui. E’ così che l’uomo diventa architetto nel senso del termine oggi conosciuto, anche metaforicamente. E’ così che la sua mente si allarga attraverso l’applicazione della geometria. Per gli Yezidi l’uomo stesso diventa un microcosmo geometrico che riflette in modo costante e permanente il più grande universo. Cose che spesso si sentono dire (forse, anche, da troppi) ma che gli Yezidi tramandano oralmente da millenni. Prima di Stefano Bisi! Prima di Gustavo Raffi! Secondo gli Yezidi (di cui non sento prendere le difese consapevoli da parte di nessuna “consorteria dopolavoristica” italiana), il regno dei cieli è dentro ogni uomo ma l’uomo ha bisogno di prenderne coscienza per aprirsi alla sua identità interiore e per guardare attentamente dentro di sé. L’uomo deve cercare l’armonia con questa “parola dinamica” deve trovare il verbo fatto carne come ritroviamo indicato nel Vangelo di Giovanni, capitolo 1°.

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Spero che, da soli, stiate trovando le assonanze, le similitudini, gli elementi metaforici che indicano nel popolo degli Yezidi un “bene prezioso” per l’Umanità intera ma soprattuto per chi aspira ad appartenere alla “Fratellanza Universale”. Per gli Yezidi non possiamo compiere l’intero viaggio quando siamo ancora nello stato dormiente (!), confuso o, a volte, semi addormentati. Per questo popolo in fuga perseguitato dal fanatismo che oggi ha la forma dell’ISIS, esiste la pietra perfetta o, come viene chiamata, “la pietra d’angolo luminosa”. Per lavorare la pietra non ritengo opportuno elencare gli strumenti che gli Yezidi, metaforicamente, indicano alla bisogna. Spero di non dover arrivare ad offendere la vostra intelligenza con questi particolari comprovanti la tesi suggerita in esordio di post. Preferisco riferirmi a quanto si dice nell’inno “Sceicco angelico” dove la guida è chiamata “capomastro” e dove si arriva a cantare, “tu sei il capomastro e io l’edificio”. Tengo a precisare che la datazione certa di questi pensieri “cantati” la si può trovare studiando la biografia di Sheykh Adi, docente e maestro di cammino spirituale, sicuramente vissuto  intorno al 1100, e considerato dagli Yezidi un vero angelo riflesso del “divino”, sulla Terra. “Tu sei il capomastro e io sono l’edificio” anticipa in pieno i temi che dopo il 24 giugno 1717, in troppi, hanno voluto trattare. Così come in altro inno quando si parla delle quattro pietre angolari che sono in realtà, “uno”. Anticipazioni di saggezza e di elevazione spirituale e come tali vanno rispettate e ricordate. “Un’unica pietra angolare per uomini che tendano al sacro”: questo tramandano gli uomini oggi odiati dai carnefici dell’ISIS. “Pietre angolari” che in altro “canto” (l’Inno della fede) vengono assimilate ad angeli visti anche come fasci di luce. In quello stesso canto inoltre si chiede: “Qual’è il colore della luce?” Si risponde in altro verso dell’inno: “La Luce è la parola pre-eterna!” Vogliamo abbandonare questo popolo (e la sua spiritualità), “affidandolo” ai violentatori delle loro donne, camuffati da “califfi” o ai droni statunitensi? Vogliamo dimenticare e abbandonare gli Yezidi nel frastuono del rombo dei “bombardieri” o di urla di sirene evocanti strazio di corpi e menti? Se la Massoneria ha le sue radici nelle tradizioni gnostiche e se nei secoli ha voluto assumere il ruolo di Istituzione capace di difendere ad oltranza il principio di tolleranza delle varie tradizioni spirituali e religiose, ora è il momento di mostrare tutta la sua forza. Se, ne ha ancora una.

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Sheykh Adi fu definito un eretico per aver detto in “suo” inno: “Per la tua colonna (!), sarò una buona pietra d’angolo”.

Questo è il linguaggio che la Massoneria spirituale dovrebbe usare se “ricordasse” le proprie origini e il proprio fine. Gli Yezidi sono tra gli ultimi continuatori della tradizione gnostica oggi in via di sparizione in un mondo votato al materialismo e alla sopraffazione che mira a fare i più schiavi di pochi fanatici. Gli Yezidi, oggi in fuga, sono costretti ad abbandonare la loro “valle sacra”, Lalish, che considerano da sempre, “pietra angolare per l’Umanità”. Quelle donne e quegli uomini, oggi violati, ritengono saggiamente che il destino stesso del’Umanità dipenderà da quella valle”. Il che, potrebbe anche essere vero, ora che siamo, come non mai lo siamo stati, vicini alla “terza guerra mondiale”. Certamente è ora, dopo aver fatto, inutilmente, per il petrolio mille guerre sanguinose, che la “fratellanza”, ovunque sia qualcosa di diverso da una lobby finalizzata alla prevaricazione dell’uomo sull’uomo, si mobiliti per sconfiggere i persecutori dei nostri fratelli in spirito. Che si muovano, subito, con ogni mezzo, in soccorso delle donne dei bambini, dei vecchi yezidi, “i poteri forti” americani, francesi, inglesi. Se esistono ancora; se ancora sono forti “per sapienza, spiritualità ed etica”. O tacciano per sempre, dedicandosi, da oggi in avanti, nelle logge, a qualche bicchierata tra “nostalgici”. Con questo, ho detto la mia, risolvendo così, una volta per tutte, la curiosità che accompagna, dalla nascita, questo blog: chi c’è dietro a Leo Rugens e chi sia, in realtà, il suo “redattore”. Sono uno yezida e considero gli yezidi, miei fratelli. Vado oltre: li considero, oggi più che mai, “patrimonio dell’Umanità”.

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Oreste Grani o Leo Rugens che dir si voglia

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