Ma questo Descalzi che, per ora, guida l’ENI, che tipo è?

il superpotere

Si avvicina l’ora della resa dei conti anche nell’Ente Nazionale Idrocarburi e sarebbe opportuno che il M5S, trovasse forza per non distrarsi di fronte ad un tale strategico turnover. Negli anni passati, quando si dovevano fare nomine altrettanto importanti (Copasir, Consip, Cassa Depositi e Prestiti, ENI, Finmeccanica/Leonardo, ENEL, Terna, Ferrovie, Poste, RAI), i nostri rappresentanti (intendendo dire cittadini “a cinque stelle” che, a sentire i delinquenti partitocratici, non dovevano neanche impicciarsi di tali questioni), erano ancora troppo freschi di meandri e oscuri labirinti del potere. Ora, osservando, studiando, capendo mi sembrano pronti ad entrare nei palazzi senza più alcun timore referenziale. E così devono fare. Meritocrazia prima di tutto e sottrazione di spazi di manovra per i corrotti e i corruttori.

A cominciare dall’ENI.

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Con la mossa dell’ENI si aprirebbe una stagione significativa rispetto a un chiarimento che non si può non avviare, paese dopo paese, dove si estraggono, si canalizzano, si trasportano idrocarburi, esaminando in quei paesi chi determina in sostanza le attività della Farnesina e dei “servizi di Intelligence”. Bisogna una volta per tutte chiarire chi comanda in Italia e chi, viceversa, opera, ben pagato, a svantaggio della nostra comunità.

Anzi, l’Intelligence deve essere ricondotta ad una funzione di vigilanza sui comportamenti che questi dipendenti dello Stato (tali devono essere ri-considerati i dirigenti delle realtà complesse come l’ENI) tengono, nella sostanza, riattivando una vera e propria attività di contro-spionaggio, capace di proteggere, in modo rigido e sostanziale, gli interessi repubblicani. Oggi siamo al paradosso che sono loro (i vertici dell’ENI) che guidano i servizi e li disinformano sulle reali situazioni dei paesi in cui le nostre maestranze operano. Bisogna rompergli il culo (mi faccio capire con il francesismo da cicisbeo di corte?), se vengono beccati a trescare con la concorrenza o a farsi, con i soldi della collettività, i cazzi loro.

Guardiamo, ad esempio, con la massima attenzione, questa storia della tangentona in Nigeria e da lì partiamo per decidere se è mai possibile che a fare le nomine, anche questa volta, siano i Luigi Bisignani, i Giancarlo Elia Valori, gli Alberto Bianchi o altra gente come loro.

Vorrei che ci fosse un dibattito approfondito su chi si deve fare da parte e da quale linea tirata dobbiamo ripartire. Ragazzi e ragazze pentastellati, questi promotori di super dirigenti da piazzare dovete incalzarli, dovete tenerli a briglia cortissima. Se vi manca l’ispirazione prendete esempio da uno spunto letterario delizioso che alcuni anni addietro ebbe grande notorietà e di cui oggi pubblico alcuni passi. Rimarrete letteralmente sorpresi se non conoscete il primo romanzo di fanta-economia italiano (Il Superpotere, scritto a quattro mani da Peter&Wolf, pseudonimo di copertura di due che il mondo dei super poteri lo conoscevano molto bene) nell’apprendere le cose che leggerete e in particolare da dove viene l’idea di istituire un tribunale pubblico per processare i traditori dello Stato e gli abbuffini della cosa pubblica. Non è stato, come vorrebbero far credere i suoi detrattori, quel populista di Grillo. Che invece ha fatto bene a proporlo, ma è, semplicemente, arrivato secondo. Nel giusto, ma secondo.

Divertitevi e meditate perché tra poco ci sarà poco da stare allegri se gli oligarchi riuscissero nuovamente a decidere loro chi deve comandare in Italia e a chi deve essere lecito tradire la Patria e voi tutti. Anzi, non solo lecito, ma pagando i traditori, milioni di euro.

Nell’ottobre del 1975, chi avesse comprato il volumetto (e furono in migliaia) poteva leggere, a pagina 25, questo brano illuminante:

A questo punto si era alzato (si parla dell’avvocato Gianni Agnelli ndr) e, accarezzando con le dita la pesante cornice laccata in oro del “Tribunale dell’Inquisizione” di Goya, comprato quel famoso mattino a Parigi, aveva concluso con un accento energico che arroventava le sue “erre” strascicante: “La sede è la Confindustria, lo strumento è il processo pubblico. Sì, faremo i Tribunali confindustriali. Così, davanti a tutti, davanti al Paese, questi baroni dell’industria pubblica dovranno venire a dire le loro ragioni. I grilli tagliano la notte a millimetri; questi hanno tagliato l’Italia a suon di milioni! “.

In una settimana l’efficiente macchina di viale dell’Astronomia – dove tra orrende sculture piacentiniane sorge la sede della Confindustria, a Roma – preparò un’enorme documentazione sugli errori e le colpe dei maggiori esponenti dell’industria pubblica. Si mise a punto la tecnica processuale, che doveva risultare esemplare. Come Pubblico accusatore fu scelto un polemista famoso, caro all’Avvocato: Eugenio Scalfari. 

Sarebbe stato assistito, nella poderosa opera, da Giorgio La Malfa e dal professor Pietro Armani, un esperto economico del Partito repubblicano impegnato da anni a castigare le malefatte pubbliche e a difendere le ragioni “private” dal suo posto di consigliere dall’amministrazione dell’IRI (una specie di dottor Jeckyll e mister Hyde della dottrina economica). 

Si cominciò col discutere la lista degli imputati. Scalfari avrebbe voluto un processo gigante, quello che lui chiamava “la Norimberga dell’industria di Stato”, e insisteva per allineare sui banchi dei rei ben ottocentoventidue personaggi, grandi, medi, minori.

Ma l’Avvocato fececsapere discretamente che un kolossal dei processi come questo, una specie di “obbrobrio dello Stato” e di autoconfessione della repubblica, nelle dimensioni, nello stile e nel sapore di un film di Cecil B.De Mille, avrebbe guadagnato in estensione ma perso in profondità.

Per incatenare l’interesse della gente ed ottenere un risultato esemplare dal dibattimento, bisognava invece proporre pochi casi-limite, trascinare alla sbarra personaggi noti e di sicura infamia. Così dopo lunghi patteggiamenti si arrivò a scremare sedici nome davvero esemplari“.

E qui mi fermo facendovi però notare (in realtà amo portare le prove per far finire le chiacchiere) che non hanno cominciato i grillini/populisti/forcaioli con questa idea della Norimberga per portare alla sbarra i ladri di Stato.

Ladri di Stato che come vedete nella finzione romanzesca erano ritenuti “centinaia”, sin dal 1975.

“Mani pulite” di cui disserta, 25 anni dopo, qualunque cretino/prezzolato, organico agli esegeti della prassi corruttiva, aveva la sua ragione d’essere e solo nella “messa in scena” (migliaia o pochi casi esemplari da processare?) si può discutere per fare accademia.

Meditate gente, meditate.

Comunque, se vi dovesse piacere questo spunto della Macchina del Tempo, siamo a disposizione e, nei prossimi giorni, ci soffermeremo su altre illuminati pagine del romanzo fantaeconomico di quel lontano 1975, dedicate all’Alitalia, ad esempio, a Finmeccanica, ad esempio o proprio al mondo degli idrocarburi (ENI), quelli che Claudio Descalzi, decenni dopo, dovrebbe saper “comprare e vendere” negli interessi dell’Italia.

Ma che riteniamo che così non sia.   

Oreste Grani/Leo Rugens           


“DESCALZI È AI MIEI ORDINI”, DICE IL POPOLO ITALIANO. “MANCO PER NIENTE”, RISPONDE IL RAIS NIGERIANO. E FA PURE RIMA

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L’11 e il 12 settembre 2014  abbiamo detto la nostra sull’ENI, sulle bande di gaglioffi che da decenni lo depredano (impoverendo il Paese e sottraendogli, così, sovranità) e su quanto tutto questo condizioni una necessaria Strategia di Sicurezza Nazionale. Ora, la gola profonda di turno (l’espressione non vuole essere minimamente offensiva), incastra i vertici (e non solo quelli) dell’Eni, in questa oscena vicenda nigeriana. Passo dopo passo, si capisce a cosa è ridotta la politica estera di questo nostro bellissimo Paese. Per aver consentito, a pseudo letterati (scrisse in gioventù un romanzetto giallo), quali Luigi Bisignani, di fare e disfare, in un demenziale gioco di potere, le sorti dell’Italia, andremmo tutti decapitati dai seguaci dell’ISIS di turno (questo ci meriteremmo) ma, con minor spargimento di sangue, potremmo ancora scegliere di “concentrare”, in luoghi opportuni, tutta questa teppaglia di traditori della Patria (pronti a prendere ordini da tutti, come si legge, tranne che dal Popolo Italiano) e metterli a zappare per coltivare, in orti intelligenti, zucchine e patate per il resto della collettività. Parlo di condannarli, all’ergastolo, a svolgere lavori socialmente utili.

Rimaniamo in attesa di un’illuminante conferenza stampa (sull’argomento “rais nigeriani che danno gli ordini ai vertici dell’ENI) della signora Emma Marcegaglia, oggi presidente dell’ENI e in passato “preveggente” Presidente della Confindustria. Diciamo “preveggente” perché, come tutti ricorderete, la “dilettante allo sbaraglio”, fu tra i sostenitori della fine certa della crisi recessiva, nel lontano 2009 (47°/La Calunnia – Via i ladri, gli ignoranti, gli incapaci e … le Emma Marcegaglia). Quella stessa recessione che ancora non è finita.Alla faccia della blateratrice di facili speranze!  Cosa vi devono fare di più, prima che vi ribelliate?

Oreste Grani/Leo Rugens


 

AD OGNUNO IL SUO “11 SETTEMBRE”: VENGONO GIÙ LE TORRI GEMELLE SCARONI/DESCALZI

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Per anni (da molto prima che nascesse questo blog), abbiamo sostenuto essere necessario che ai vertici (e non solo) delle aziende quali Finmeccanica, Eni, Telecom, Enel, Ferrovie, Poste, Terna, Autostrade andassero donne e uomini competenti, dotati di una moralità intelligente ma, soprattutto, portatori di una visione strategica sinergica con gli interessi della Nazione. Di per se è una difficile condizione da soddisfare quella dell’individuazione di una risorsa umana all’altezza delle complessità implicite nelle organizzazioni di cui parliamo, figurarsi in presenza di una vera e propria dittatura oligarchica partitocratica, che per decenni ha oppresso il Paese.  Affaristi dediti solo ad alimentare i propri stili di vita (scelti tra i più dispendiosi e, implicitamente, tra quelli più “ricattabili”) più che cercare i vantaggi per la collettività del proprio Paese (spesso queste figure sono veri e propri agenti al servizio di paesi terzi) hanno, ognuno al proprio livello, attaccato l’asino dover il “vero padrone di turno” voleva che fosse appeso.

Mai quindi una scelta “libera” e ponderata in funzione dell’altro vero padrone che dovrebbe essere, ci risulta, il popolo sovrano.

Tra le quattro categorie in cui Carlo Cipolla divide gli umani (gli sprovveduti, gli intelligenti, i banditi e gli stupidi) a guidare l’Italia, in una miscela  putrescente, rarissimamente ci sono capitati gli intelligenti ( dopo un po’ i banditi li hanno fatti fuori, in tutti i sensi) e maledettamente spesso,  sprovveduti e stupidi manovrati dai banditi. Se guardate la storia dei vertici delle Gruppi produttivi elencati, troverete sempre questa formula esplosiva: banditi che hanno fatto fare a sprovveduti e a stupidi ciò che più gli necessitava. In mano a tale feccia di classe dirigente è già un miracolo che possiamo ancora raccontarne la storia e ipotizzare un percorso/sogno di cambiamento verso la libertà. Giorno dopo giorno, guidati da tale “gentarella”, l’Italia ha perso sovranità, ricchezza e possibilità di divenire una terra dove il bello e l’equità regnassero.

Prima di dover ancora una volta leggere, ascoltare, venire a sapere che il vertice dell’Eni deve rispondere di reati gravissimi per le implicazioni geopolitiche che si portano dietro, non era meglio, poche settimane addietro, dargli un taglio con queste storie e scegliere persone competenti e non condizionate dagli strascichi di questi comportamenti illeciti che non potevano non emergere essendo storie attenzionate da anni? Matteo Renzi, da chi è stato consigliato quando ha dato continuità alla politica Scaroni/Berlusconi/Bisignani ed altri, nominando Claudio Descalzi AD dell’Eni?

Come può un tale sprovveduto guidare un paese? Secondo il Cipolla, escludendo che Renzi possa essere intelligente, potrebbe essere un bandito o uno stupido. Altro, non è dato. Decidete voi. Rimane il fatto che in troppi hanno fatto in modo che a guidare l’Eni rimanesse la solita gente (è stato allontanato solo Stefano Lucchini, direttore relazioni internazionali e comunicazione) sbarrando la strada al merito e alla competenza, ad esempio, impedendo una nomina quale quella dell’ing. Leonardo Maugeri, scelta che avrebbe comportato un vero cambiamento epocale. Oggi parliamo dell’ENI ma domani potrebbe capitare agli altri sprovveduti/e, banditi/e, stupidi/e messi, in continuità, a guidare il resto della Rete delle Reti. Senza dirigenti intelligenti e senza una rinnovata (soprattutto culturalmente) intelligenza di Stato, i nostri “11 settembre” saranno all’ordine del giorno. Per destabilizzare e “papparsi” un paese come l’Italia, non c’è bisogno di dirottare aerei e far esplodere grattacieli, basta continuare a far credere che Matteo Renzi sia i nuovo che avanza. Gli sprovveduti e gli stupidi faranno il resto. e i banditi continueranno ad  imperversare. Fino all’arrivo di un auspicabile (passatemi la metafora) Prefetto di Ferro che li snidi, casa per casa, anfratto per anfratto, buco nero per buco nero.

Anche oggi ci siamo quindi beccato un bel “11 settembre”: a chi, gli aerei dirottati e a chi gli “immortali” Paolo Scaroni.

Oreste Grani/Leo Rugens

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DESIDERARE LA MORTE (CIVILE) DI LUIGI BISIGNANI, DI PAOLO SCARONI E COMPAGNIA CANTANDO, NON È PECCATO

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Quando da anni chiediamo di fare tabula rasa di questa banda di mascalzoni impuniti siamo dei vecchi patrioti esagerati o, anzi, dei moderati troppo garantisti? Questa storia dell’ENI in Nigeria (siamo in attesa di capire meglio cosa sia successo in Algeria, in Kazakistan e  nel resto del Mondo dove si estrae anche una sola goccia di petrolio italiano) è la millesima che si è consumata dentro e intorno all’ENI. Vi diamo una mano a ricordare gli ultimi decenni che vedono, costante e permanente, l’intreccio tra petrolio/P 2-3-4 e traditori della Nazione.

Cominciamo!

Sarà un iscritto alla P2, Giorgio Mazzanti (fascicolo numero 826, che disse di aver aderito «per disperazione»), a presiedere l’Eni nel primo grande scandalo, la tangente Eni-Petronim del 1979, e nel periodo delle vicende del Conto Protezione che, secondo indagini, legava Craxi al sistema di Licio Gelli. Eugenio Cefis era ormai uscito di scena, nel 1977 si era ritirato a vita privata in Svizzera. I suoi sistemi e la sua rete, però, erano duri a morire, anzi le cronache dei decenni successivi in qualche modo dimostreranno che non erano mai morti. Il meccanismo della tangente Eni-Petronim, per la quale Mazzanti venne prosciolto, era semplice. L’Eni pagò ai sauditi una tangente del 7% su un contratto di fornitura petrolifera, circa 100 miliardi. Con una complicazione: quasi tutti i soldi tornarono indietro andando a finanziare in parte i partiti, in parte – come sostenne lo stesso Francesco Cossiga anni dopo – il Fronte di liberazione palestinese, il segretario del Psi Bettino Craxi accusò, in una audizione al parlamento nel 1984, che una quota di quei quattrini era giunta alle correnti di Sinistra del suo partito per finanziare la sua defenestrazione, non riuscita, al congresso del 1979. Particolare: uno degli esponenti di spicco di queste correnti, il lombardiano Fabrizio Cicchitto, era affiliato alla P2 (fascicolo numero 945). Oggi è ancora spesato dalla collettività, in uno dei rami del Parlamento, nominato dentro ad uno dei partiti berlusconiani.

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Dettagli dell’affare Eni-Petronim emersero all’inizio degli anni Ottanta dopo i sequestri in casa di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi. Spuntò un dossier scomparso dal ministero del Commercio con l’Estero del democristiano Gaetano Stammati (fascicolo P2 numero 543), presentato a una riunione con il presidente del Consiglio Francesco Cossiga e i ministri Siro Lombardini, Partecipazioni Statali, e Antonio Bisaglia, Industria. Si indagò su tre membri della sua segreteria per spionaggio politico: Giuseppe Battista, Lorenzo Davoli e Luigi Bisignani, tutti della P2 rispettivamente fascicolo numero 518, 659 e 203. Nel documento, un diario della vicenda scritto di pugno da Stammati, c’erano gli elementi che permettevano di scagionare l’Eni, costretta solo a pagare la tangente, dagli intrighi politici successivi. Compresi molti dettagli sui quali il presidente del Consiglio Cossiga aveva imposto il segreto di Stato. Non li conoscevano i magistrati, non li conosceva la commissione inquirente in parlamento. Erano ben chiari a Licio Gelli.

Durante la presidenza Mazzanti l’Eni venne anche considerata una sorta di bancomat. Lo racconterà ai magistrati Florio Fiorini, ex direttore finanziario dell’Eni. Portando allo scoperto quelli che fino a quel momento erano sospetti e cioè l’esistenza di un conto corrente nella disponibilità di Bettino Craxi dove confluivano tangenti e finanziamenti non proprio trasparenti, il Conto Protezione. Tutto comincia a svelarsi con la perquisizione a Castiglion Fibocchi. Fra le carte di Gelli c’è un appunto: Protezione, 633369, Craxi, Martelli. È un duplice riferimento a un conto aperto presso l’Ubs da Silvano Larini nel 1979. Un conto privato diventato la cassaforte della maggioranza del Psi dopo il 1980. Ci arrivano soldi dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, si suppone una parte dei 50 milioni di dollari di un credito inesigibile che l’Eni cede a un certo punto al banchiere piduista. Si suppone che, dopo aver finanziato l’opposizione a Craxi con le briciole della tangente Eni-Petronim, Gelli intendesse così rinsaldare i rapporti con il leader. Si suppone perché la Svizzera non aprì i forzieri delle banche e perché la verità giudiziaria ha prosciolto per prescrizione Claudio Martelli il 27 febbraio 2003, dopo tre appelli e precedenti condanne. L’accusa era di peculato verso l’Eni, coimputato fra gli altri Bettino Craxi, morto il 19 gennaio 2000.

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In quegli anni molti trafficavano con il petrolio, del resto. E nelle carte dei magistrati, con varie accuse spesso difficilmente dimostrate -tanto che si finiva con raffiche di assoluzioni come era accaduto per la Banca Romana – c’era sempre qualcuno della P2. Come lo «scandalo dei petroli» emerso nel 1980 dopo un’inchiesta del quotidiano «la Tribuna di Treviso». Truffa all’erario per 2.000 miliardi per uno scarto fra il carburante denunciato e quello effettivamente prodotto. Nell’inchiesta incapparono il generale Raffaele Giudice, comandante generale della Guardia di Finanza (fascicolo P2 numero 535) e il generale Donato Lo Prete, all’epoca dei fatti capo dell’Ufficio I, i servizi segreti delle Fiamme Gialle, poi capo di Stato maggiore della stessa arma (fascicolo P2 numero 482). Il nome di Giudice porta verso due altri incroci inquietanti, sui quali indagheranno sia la magistratura sia il parlamento. Nominato alla Guardia di Finanza nel 1974, quando Giulio Andreotti era ministro della Difesa, fra i primi atti di Giudice c’è la rivoluzione dell’Ufficio I, al quale cambiò tutti i vertici. Si sospetta perché i vecchi responsabili avevano redatto un dossier sui rapporti fra Gelli e lo statista democristiano. Contatti sempre smentiti nonostante esistano prove fotografiche quanto meno dell’inaugurazione dello stabilimento Permaflex, diretto da Gelli, in provincia di Frosinone, collegio elettorale di Andreotti.

Le pressioni di Andreotti per la nomina di Giudice emergono all’indomani della morte del giornalista Mino Pecorelli (fascicolo P2 numero 235), direttore della rivista «Op», antesignano cartaceo dell’odierno Dagospia. Sono contenute nelle intercettazioni di un dossier del Sid, il servizio segreto che ha sostituito il Sifar nel 1966, di Gianadelio Maletti (fascicolo P2 numero 499). Il nome del fascicolo è Ml.FO.Biali, acronimo per Mario Foligni Libia. Raccoglie soprattutto intercettazioni telefoniche e prove documentali messe insieme fra il 1974 e il 1975. Riguardano sia i tentativi di costituire il Nuovo partito popolare, che secondo le intenzioni del fondatore Mario Foligni doveva contrastare la Dc da Destra, sia la costituzione di fondi attraverso traffici di petrolio con la Libia.

Sciolta la P2 con la Legge Anselmi del 1982, l’Eni, il settore petrolifero e la chimica continuarono a non avere pace. E a suscitare appetiti di ambienti massonici considerati deviati dal Goi. Si ripensi alla tangente Enimont, pagata da Raul Gardini per uscire dalla fusione fra Eni e Montedison. Al di là della complessità della vicenda e della consistenza della tangente – sulla quale non ci sono state mai certezze assolute nonostante la vicenda sia stata al centro di tutta Tangentopoli negli anni Novanta – la questione Enimont vede ricomparire parecchi personaggi fra cui Luigi Bisignani, redattore dell’Ansa dopo aver lasciato la segreteria politica di Stammati. Per l’agenzia di stampa si occupa proprio di massoneria. È lui a dare la notizia dei sequestri in casa di Licio Gelli, compreso quello della lista dove compare il suo nome. Lascia il giornalismo e va a lavorare per Cardini, è responsabile di editoria e comunicazione in Montedison. Lo accuseranno di essere il postino della tangente Enimont, divisa secondo un Cencelli del malaffare fra tutte le forze politiche della maggioranza di pentapartito. Arrestato, condannato in via definitiva dalla Cassazione nel 1998 a due anni e sei mesi, nel 2002 l’Ordine dei giornalisti lo radia.

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Uno degli ultimi arresti di Bisignani risale al giugno 2011, per l’inchiesta che i giornali ribattezzeranno P4. Ancora una volta viene chiamato in causa per vicende di dossieraggio e uso disinvolto delle informazioni. Ancora una volta nell’inchiesta spuntano i soldi dell’Eni. Interrogato dai magistrati napoletani che indagano, il presidente Paolo Scaroni anziché chiarire perché chiedeva consiglio a Bisignani su che cosa dire al premier Silvio Berlusconi (fascicolo P2 numero 625) a proposito delle pretese della russa Gazprom, fortemente sponsorizzata proprio dal governo Berlusconi, preferisce far emergere un’altra storia: le pretese del regime di Gheddafi per il rinnovo della fornitura di gas libico ali’Italia: «Direi quasi una concussione». Inpiù non manca di segnalare che l’uomo che spingeva sull’Eni per «attività sociali in Libia», l’ambasciatore Abdulhafed Gaddur, è buon amico di Bisignani e si è schierato con i rivoltosi che l’Italia appoggia contro il regime del Colonnello. Le «attività sociali», detraibili poi al 70% dalle tasse che l’Eni deve pagare sui profitti, sono costate al rinnovo del 2005 150 milioni di dollari, beneficiaria la fondazione Gheddafi. Solo nel Paese nordafricano. La pratica, ha assicurato Scaroni ai magistrati, vale per tutti i Paesi in via di sviluppo. Come se l’Eni esistesse per essere una diplomazia parallela e finanziaria.

Questa documentata ricostruzione la si deve al lavoro di Lucia Visca. Questo racconto lo trovate, con altri “dettagli”, in un libro (Propaganda – Castelvecchi) che si prefigge, ricostruendo gli intrecci di un comitato che da oltre un secolo avvelena la politica italiana e inquina gli apparati dello Stato, di ricostruire la storia della P1, immaginandola precedere la P2, e le sgangherate (ma esistenti) P3, P4.  Tranne che nella P1, in tutte le altre vicende riconducibili alle “Propaganda” successive, troviamo Luigi Bisignani.

Voglio finire con una considerazione che più di altre mi spinge a non dismettere il tentativo, fino a quando avrò vita, di denunciare le attività losche di questi traditori del mio Paese: leggete e rileggete cronache giudiziarie, documenti di legge, intercettazioni telefoniche ed ambientali e mai, dico mai, sentirete parlare , questa gentaccia, degli interessi degli Italiani. Anzi, sempre di più, il loro linguaggio è circoscritto a: “cazzo“, “inculare“, “roba“, “duro“, quasi fosse tutta una storia di accoppiamenti insani e mai di questioni riguardanti la ragione di Stato e l’interesse superiore della Nazione.

Perché mi dovrei sentire in colpa nel sentirmi sempre di più un sostenitore  della necessità assoluta della durezza delle pene da applicare a questa feccia antitaliana? Perché mi devo sentire io un amorale se penso che se morissero domani, non farebbero un soldo di danno? Anzi, potremmo cominciare a sperare di avere l’approvvigionamento di petrolio a prezzo equo. Così come ce lo hanno continuato a procurare costa sempre di più e mai di meno. Con i loro amici vivi o morti. Forse è meglio che la Provvidenza intervenga. Vuoi vedere che il prezzo della benzina e del riscaldamento potrebbe anche scendere invece di salire sempre?

Oreste Grani/Leo Rugens

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One thought on “Ma questo Descalzi che, per ora, guida l’ENI, che tipo è?

  1. e Mario Resca? cosa centra un paninaro con chi produce idrocarburi? costerà meno la bolletta del forno? questo signore, passa dagli hot dog alle belle arti, ai progetti di riso in Suriname; imprenditore ubiquitario! Ma con consorte Iraniana soggiornanti sulle ridenti colline oltrepadane.

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