A proposito di cattivi maestri e populisti ante litteram

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Quello che segue è una storia vera, falsa o autentica? Quella che segue, resa pubblica nel 1975, è la traccia di un “processo del popolo/davanti al popolo”, formalmente parte di un romanzo di fantaeconomia, che non solo anticipa i maldestri giustizieri delle BR (dopo poco cominciano a farne di tutti i colori compreso, pochi mesi dopo, a rapire, interrogare, giustiziare) ma sono un’ipotesi fantasiosa di quanto ancora molti italiani sognano, un giorno non lontano, possa avvenire.

Meditate gente, meditate soprattutto sul passo dove  l’avvocato Agnelli parla chiaro e confessa che i governi la FIAT se li faceva in modo da non dover chiedere cortesie a nessuno. Meditate e guardatevi intorno. Se volete fare domande su quelle vicende apparentemente lontane e molto fantasiose, fatevi sotto.

Oreste Grani/Leo Rugens

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«È vero che nel 1973, lei ha pagato per l’imposta di famiglia soltanto 540.000 lire?». Un silenzio profondo calò sulla piazza. I contadini delle prime file con piccole mosse furtive avvicinarono il panchetto che si erano portati da casa per assistere all’avvenimento. Al centro della folla, un uomo, seduto su una sedia impagliata si tergeva il sudore della fronte; tutto intorno vedeva soltanto facce ostili, visi duri di gente rotta dalle fatiche dei campi e della fabbrica.

Nino Rovelli, il potente padrone della Sir, uno dei grandi della petrolchimica italiana, l’uomo che, così si diceva, aveva osato dare la scalata alla Montedison rastrellando 119 milioni di azioni attraverso una banca svizzera, da più di un’ora era sottoposto a un duro interrogatorio.

A Ghilarza, un comune della Sardegna tra Oristano e Macomer erano arrivati tutti; la delegazione operaia degli stabilimenti della Sir di Porto Torres, i sindaci di altri piccoli comuni sardi (Arbus, Guspini, Villacidro. Pabillonis), i rappresentanti dei consorzi agrari, delle cooperative. dei braccianti. La rappresentanza più folta era quella del Partito comunista, guidata dal segretario Mario Birardi e dai deputati regionali. La decisione di “processare” pubblicamente uno degli uomini più avventurosi dell’industria privata, artefice di una colossale fortuna costruita con gli incentivi e dai soldi dello Stato, era stata presa a Roma. Pecchioli l’aveva annunciata al segretario generale della Camera, Cosentino, nell’ufficio di questi a Montecitorio. «Non faremo processi per i profitti di regime o per i profitti industriali», aveva detto, ma colpiremo esemplarmente dove si intrecciano la rendita parassitaria e la rendita industriale». Rovelli era l’uomo giusto per questa “lezione”. A Roma lo sapevano bene; per ciò avevano scartato l’idea di mettere sotto accusa Ursini della Liquigas (come voleva Luciano Barca), oppure Pellicanò, presidente dell’Assolombarda (che era odiato da Eugenio Peggio). Né l’uno, né l’altro avevano le caratteristiche e le debolezze del viceré di Sardegna, né l’uno, né l’altro servivano così bene allo scopo. Che non era di terrorizzare gli industriali privati (col risultato magari di un altro calo negli investimenti e di fughe di capitali a Chiasso) ma di far capire attraverso una figura atipica come quella dell’industriale lombardo, che era cominciato un “New Deal” capace di rimettere ordine dove ce n’era bisogno. La scelta di Ghilarza era stata unanime. A Ghilarza era cresciuto Gramsci e si conservava la casa-museo del pensatore sardo; una casa piccola, modesta, melanconica, in pietra, con pareti grosse e un minuscolo giardino. L’aveva restaurata l’architetto Marcialis e restavano conservati gli oggetti più cari di Gramsci: il bicchiere di corno, i libri letti in carcere, il forno rustico.

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Nella piazza centrale, quella dove adesso inquisivano Rovelli, il giovane Antonio prendeva ogni giorno la diligenza alla volta di Santo Lussurgiu, dove frequentava il ginnasio dai preti. Adesso Ghilarza era più grande ma conservava sempre i tratti di un grosso paese agricolo con la campagna intorno spoglia e piena di stoppie. E appena a 20 chilometri di distanza, c’era il comune di Ottana, il centro chimico dell’Eni, un’altra civiltà. Era giusto processare Rovelli a Ghilarza e non a Ottana o Porto Torres: i suoi errori e le sue colpe, che poi erano le colpe di un certo capitalismo, sarebbero apparsi più evidenti. «Noi», aveva cominciato Birardi, il segretario regionale comunista, «diciamo che questo tipo di sviluppo non è stato voluto, è stato imposto. Si è puntato ciecamente all’industrializzazione per l’industrializzazione. E oggi, con tutta quest’industria fasulla ci troviamo con un piccolo monte-salari senza che nessun strato sociale sia stato coinvolto nell’operazione. La Sardegna è diventata una colonia, una copertura democratica, una mediatrice. E questi uomini », aveva proseguito puntando il dito su Rovelli che lo guardava beffardo, «sono come gli indiani. La Sardegna è il forte da assaltare, la diligenza, dove al posto dell’oro, ci sono gli incentivi e i pareri di conformità». A questo punto, estraendo un foglio spiegazzato, aveva cominciato a leggere: «Ecco che cosa scriveva il compagno Gramsci al fratello Gennaro nel 1929: “Adesso che l’energia elettrica del Tirso è arrivata, c’è maggiore commercio? È avvenuto qualche miglioramento?”. Capite, nel ’29, e noi dovremmo ancora aiutare i figli adottivi del denaro pubblico perché facciano le cattedrali nel deserto. Le hanno fatte le cattedrali, eccome! A Vaduz, nel Liechtenstein, con le loro finanziarie. A noi hanno lasciato il deserto». Il pubblico assiepato nella piazza seguiva senza fiatare. I sardi per costume non battono mai le mani (ne sapevano qualcosa i grandi della politica nazionale quando scendevano nelle piazze della Sardegna per i comizi elettorali).

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Rovelli, forse interpretando questo silenzio come un segno di disapprovazione verso l’oratore, era scattato in piedi. Invano, un suo collaboratore, il giornalista Silvano Reina che da anni gli curava le relazioni pubbliche nella Regione, aveva cercato di trattenerlo. «Ohè, ohè,» aveva esclamato «ma siamo matti? Ma dico, dove siamo finiti? A me venite a dire queste cose, al Rovelli che è sbarcato dal continente nel ’48 e ha fatto dei gioiellini che ci invidiano in tutto il mondo. Ma, lei dico, sa cos’è il fenolo? No, vero? Ebbene, nel ’63 a Porto Torres, io, il Rovelli, il figlio adottivo del denaro pubblico, ho fatto un impianto a Porto Torres che se lo sognano ancora adesso, in altri Paesi. E l’alchibenzolo? Sa cos’è l’alchibenzolo? Per questo prodotto abbiamo costruito uno stabilimento che è il più grande d’Europa. Ma, vi rendete conto che se non venivo io qui, la Saras, la Rumianca, l’Eni, il signor Cefis e tanti, tanti altri non sarebbero mai venuti nel deserto? Certo non nego d’essere stato aiutato ma, domando: esistono le leggi? Si! E allora, io me ne servo, a mio rischio e pericolo. Guardate i giapponesi e i tedeschi: insegnano che un’industria se vuole espandersi deve ricorrere all’indebitamento. Le banche ci hanno aiutato, lo Stato e la Regione pure: verissimo anche questo. Andate a chiedere se è mai successo che un nostro impegno non sia stato onorato. Mai! E poi, quali sono le imprese che non sono indebitate con le banche? Il signor Cefis ha duemila miliardi, dico duemila miliardi, di debiti tra breve e lungo termine. Perché non chiamate anche lui in piazza? Io non ho paura di niente, lavorare mi diverte e ad arrendermi non ci penso. Siccome sentivo odor di polvere nel ’74 mi sono tenuto leggero sul breve; ho contenuto la mia esposizione con le banche al minimo possibile. E poiché non credo, nonostante tutto che il paese vada a ramengo, non ci andrò neppure io. Con buona pace di chi ci spera».

Si sedette sulla sedia di paglia, lisciò i baffi alla Clark Gable, tirò il fiato e incoraggiato dal silenzio sempre più profondo continuò con voce accattivante: «Vedete quella stella lassù», disse puntando un dito verso il cielo, «è la mia. Sono nato come un animale-imprenditore, in provincia, a Olgiate Olona. Mio nonno era contadino, come voi, mio padre aveva una “butega”, una fabbrichetta di cotone idrofilo. A quindici anni facevo il fattorino di Brusadelli: portavo i pacchi e le fatture e parlavo solo in meneghino. Poi, ho cominciato a trafficare nell’industria. Vedete quella punta lì – indicò con il dito la punta della scarpa destra – è lucida, lucida come uno specchio. Ho cominciato gli affari con il lucido Brill, si quello della rèclame del vecchietto che si guarda la punta delle scarpe in piazza del Duomo. Brill, ero io! Adesso ne facciamo 120 mila scatole al giorno. E produciamo i tappi della Coca-Cola e della birra, il Vetril per pulire le finestre, la cera Solex quella di carosello, e la Sir, la Rumianca, Porto Torres: sono tutte opera mia. Nel’49 avevo 125 dipendenti e un

fatturato di 300 milioni, adesso ne ho più di 10.000 e investiamo 1500 miliardi, dico 1500 miliardi di palanche! Tutto questo grazie al petrolio. Se ho scelto la Sardegna è per la natura del prodotto che volevamo lavorare; il petrolio. Dal petrolio viene fuori tutto. È come il maiale per i contadini: è benessere, è sicurezza. Del maiale non si butta via nulla, così dal petrolio tiriamo via il carburante, il cherosene, i bitumi, i detersivi, i concimi, le resine, la plastica… Ma non c’è solo il petrolio. A Porto Torres abbiamo costruito un impianto per desalinizzare il mare che fa piangere gli arabi d’invidia….. ». «Fa piangere anche noi!».

La voce veniva dal fondo della piazza. Rovelli rimase un attimo sorpreso. Si aprì un varco e venne avanti un uomo, un contadino con il berretto tra le mani.

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«Sono Agostino Congiu, lavoro la terra nella piana della Nurra, tra Sassari, Porto Torres e Alghero. Un tempo questa era la zona più fertile di tutta la Sardegna. Adesso non cresce più niente perché d’acqua sottoterra non ce n’è una goccia. L’avete pompata tutta voi, ingegnere per lo stabilimento».

Parlò per altri dieci minuti. Dimostrò che il livello della falda dell’acqua sotterranea era sceso in modo allarmante, che i pozzi degli agricoltori stavano per esaurire le scorte e che il lago di Baratz, l’unico lago naturale della Sardegna era destinato a morire. «Tutto questo per il dissalatore».

Era il segnale della tempesta. Dopo Congiu parlò Sanna, presidente del Consorzio agrario di Sassari, poi altri contadini della zona del fiume Mannu e di Alghero. Tutti ripetevano la stessa accusa, aggiungendo notizie, cifre, citazioni (uno di loro citò un classico di Vittorini Sardegna come infanzia, un altro evocò lo scrittore inglese Lawrence, che malato di tisi era venuto a cercare luce e ossigeno nell’isola). Rovelli prese ad agitarsi sulla sedia di paglia, aguzzava la vista nel nero della folla per cercare di riconoscere i volti dei suoi accusatori, ogni tanto si piegava a parlottare con l’assistente tecnico Teo Peleologo, oppure con il direttore generale della Sir, Renzo Edefonti. Si alzò il segretario regionale del Partito socialista, Giuseppe Catte. Fece un discorso durissimo, parlò di demagogia, di “abbaglio industriale” e concluse: «Come fa ingegnere a prendere sonno la sera quando va a dormire?». Rovelli ebbe un ultimo guizzo. «Dico un’Ave Maria per mio padre, giro il fianco e mando tutti a farsi benedire». Le ultime parole le pronunciò a bassa voce, l’arroganza di prima s’era incrinata.

Pietro Casu, un volenteroso romanziere di fama locale, disse che dopo Grazia Deledda la Sardegna aveva avuto una storia di disgrazie, «compreso l’Aga Khan e Gigi Riva». S’era dimenticato Gramsci, il concittadino più autorevole. Intervenne con prontezza Birardi, il segretario comunista a rimediare alla gaffe dello scrittore. Birardi infilò una serie di domande sempre più difficili. L’outsider della chimica italiana, l’uomo che si vantava di vivere e morire per il petrolio (nella sua villa di Capri teneva una serie di quadri a soggetto unico, la raffineria), prese a sudare e a scomporsi. Birardi ricostruì la “vera” storia dell’ingegnere da quando aveva trovato sulla sua strada Stefano Siglienti, il prestigioso presidente dell’Imi che gli aveva aperto i cancelli del credito pubblico, fino alla misteriosa scalata alla Montedison.

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«Quante sono le società fantasma che ha usato per saccheggiare gli incentivi?». Risposta, flebile: «Cinquantuno». «Ce ne indichi qualcuna». Rovelli cominciò a sgranare: «Sarda, Sardox, Sardea, Sardoil, Sardar, Siram, Sirion, Siref, Sirtil, Siral…».

«Quante sono le fiduciarie svizzere che coprono le sue operazioni valutarie?». «Non so», piagnucolò l’ingegnere, «credo un’ottantina». E ricominciò il rosario; «Astrolen, Astrovit, Belgona, Bocalo, Bolsa, Velta, Cadore, Euramerica, Nicofìco… ». Birardi lo interruppe sprezzante: «Nicofico! Ecco una storia educativa, all’italiana. Ci parli della scalata alla Montedison che fece dal marzo ’73, all’ottobre ’74. Chi le ha dato i 71 miliardi per quell’operazione,

di chi era la Banca Commerciale di Lugano che acquistò i titoli?». Rovelli con un ultimo sforzo alzò il tono della voce. «Chi mi impediva di comprare quelle azioni? Il mio motto è sempre stato vivi e lascia vivere. Il signor Cefis non la pensa cosi. É lui che vuole venirmi addosso perché gli do fastidio. Quelle azioni sono il mio parafulmine. lo mi difendo con un temperino. Tutti dicono, anche voi comunisti, che il nostro dev’essere un sistema pluralistico. Non m’intendo molto di queste cose: ma mi par di capire che non c’è uno solo a far tutto» .

«Infatti», replicò il Segretario comunista, «vogliamo sapere chi c’è dietro di lei». L’ingegnere ammutolì. Questa era una “vera vaccata” altro che la domanda sui rapporti nel ’39 con il podestà di Olgiate.

Birardi incalzava senza tregua. «Ci interessa anche sapere chi l’ha messa in contatto con le multinazionali dell’acciaio, con la United Steel, ad esempio. Non vogliamo conoscere le sue protezioni politiche. Quelle», e sottolineò con forza il dimostrativo, «le conosciamo bene, tutte. Ci interessano le sue protezioni industriali e finanziarie. Il suo garante chi è, ingegner Rovelli?».

Nella piazza di Ghilarza la vita s’era come fermata. Nessun rumore, nessun alito rompeva l’incredibile silenzio.

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Nella macchia scura del popolo sardo solo una lampadina tirata a un filo in mezzo alla piazza, oscillava lentamente. I bagliori di luce andavano a sberciare qualche faccia contadina e un manifesto giallo sul quale era scritto “SanFrancesco da Paola taumaturgo, proteggi i nostri emigranti”.

Il viceré della Sardegna, l’uomo che amava «il petrolio più dello sci, le “Ferrari” e i films di 007» reclinò il capo sul petto e con un urlo quasi disperato gridò: «L’Avvocato».

I compagni di Ghilarza si alzarono e tornarono alle loro case con gli sgabelli sottobraccio.

Erano le tre di notte. Nella casa di Chiusano in corso Re Umberto, a Torino, squillò a lungo il telefono. Vittorino e la moglie Rossana dormivano profondamente. La sera prima erano stati a una cena del Rotary Club, al Ristorante “Cambio”, dove mangiava Cavour quando Torino era capitale d’Italia. Anche l’Avvocato e il fratello Umberto erano habitué di quella cucina. Chiusano aveva incontrato le solite facce: i Rossi di Montelera, Vallarino Gancia, Orfeo Pianelli, Emanuela Savio. Aveva mangiato: tajarin alla langarola, bolliti misti, brasato al barolo. L’avvocato Jona dell’Istituto San Paolo, la seconda banca cittadina, gli aveva sussurrato in un orecchio: «Novelli e i comunisti vogliono due posti nel consiglio d’amministrazione dell’istituto». Era atterrito. «Poveraccio, non ha capito niente» aveva pensato Vittorino. Il telefono trillò ancora, senza tregua. Vittorino, a tastoni, cercò nel buio di afferrare il ricevitore sul comodino, vicino all’abat-jour e alla foto dello zio di Biella. Rossana con un gemito affondò la testa sotto il cuscino. Le parole venivano da molto lontano, confuse, interrotte da scariche continue di rumori. Era la voce di Girolamo Colavitti, il monumentale direttore delle relazioni pubbliche della Confindustria, uno dei fedelissimi dell’Avvocato. Vittorino capì, non senza difficoltà, che l’altro gli telefonava da un comune della Sardegna, Garza o Ghilarza, dove c’era la casa di Gramsci. Un nome solo giunse chiaro: Rovelli. Colavitti lo ripeté quattro o cinque volte, insieme alla parola “comunisti”. Alla fine, il concetto fu chiaro. Chiusano capì che non era colpa del telefono se si sentiva così male; erano la commozione e la paura di Colavitti. Costui, infatti, non appena aveva saputo dai suoi amici sardi (e ne aveva tanti) che l’ingegnere di Olgiate Olona aveva accettato la “confrontation” con i comunisti dell’isola, s’era messo in aereo e da Alghero era arrivato all’imbrunire sulla piazza di Ghilarza.

Troppi legami antichi e recenti lo legavano all’ingegnere, sin dai tempi in cui si dedicava in Sardegna alla programmazione economica. E anche quando era saltato a Roma per dare una mano ai consiglieri dell’Avvocato, il ventricolo destro aveva sempre pulsato in direzione dell’isola e dell’industriale della chimica. Chiusano lo invitò a calmarsi e chiuse. Accese una sigaretta. La moglie, con voce piena di sonno chiese: «È morto Gramsci?». «No» rispose Vittorino. «Meno male, a quest’ora poi… », e si riaddormentò, lei sola.

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Alle sei, Chiusano chiamò l’Avvocato. Riteneva un dovere e un piacere, dargli per primo le notizie importanti. Alle otto e trenta tutto lo staff del Presidente della rinomata fabbrica d’automobili salì all’ottavo piano di corso Marconi 10, sede della Direzione Generale. I quattro consiglieri Chiusano, Gabetti, Rossignolo, De Benedetti furono introdotti nella sala delle riunioni, accanto all’ufficio dell’Avvocato.

Un ambiente freddo, tipicamente manageriale, con mobili d’acciaio della ditta Duina-Siderurgica e un paio di scaffali; una pianta di plastica era l’unico contatto con la vita.

L’Avvocato li fissò a lungo, uno a uno. Erano muti, si sarebbe detto che ardessero dalla voglia di rimpicciolire. Ma il grande salone con la sua vastità, produceva addirittura l’effetto opposto. Li proiettava come su un palcoscenico. Più cercavano di nascondersi, più l’inerme desolazione risultava ingigantita.

«Let’s talk business! Veniamo al sodo» disse a bruciapelo l’Avvocato, che, come sempre gli accadeva nei momenti di nervosismo, si rifugiava nella lingua di Miss Parker e rivolto a Chiusano con un’occhiata severa: «Si è procurato la documentazione su quanto è accaduto?».

Vittorino porse la striscia di un interminabile telescritto. «Mi è arrivato or ora». C’è tutto l’interrogatorio di Rovelli, minuto per minuto disse con zelo compiaciuto.

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Cominciarono a leggere passandosi di mano in mano la striscia. Soltanto il volto dell’Avvocato sì manteneva statuario, senza ombra di emozione; per gli altri invece, il rivivere le fasi attraverso cui era passato il signore della Sir scatenava reazioni contrastanti: allarme, spavento, ma anche sottile divertimento per la mortificazione inflitta a un uomo che non era mai stato simpatico, euforia subito sopraffatta dal timore di dover subire la stessa sorte. I bei lineamenti di Rossignolo si erano avvizziti in una sorta di smorfia; la testa di Gabetti ciondolava senza sosta; Chiusano emetteva lunghi soffi da mantice; De Benedetti aveva richiuso le corolle della sua prudenza, accasciandosi nella poltrona, sotto un quadro informale (omaggio degli anziani Fiat alla famosa signorina Rubiolo).

«Bello spettacolo!», esclamò l’Avvocato lasciando cadere il telex, «la disperazione dell’amante abbandonata». C’era solo disprezzo nella voce. «Il segnale è chiaro; ci stanno attaccando ».

«Non c’è dubbio», confermò sveltamente Chiusano «è una mossa politica ma la sua importanza è solo periferica».

«Non c’è niente di periferico nel centralismo democratico dei comunisti!», sentenziò con secchezza l’Avvocato e aggiunse: «Colavitti dov’è? All’estero?». Nessuno rispose. Carlo De Benedetti azzardò la sua tesi: «Questo è un colpo del Dottore». L’Avvocato sibilò tra i denti; «Lo escludo nel modo più assoluto». Nessuno parlava. Fu Chiusano a rompere il silenzio: «I comunisti hanno cambiato tattica», Rossignolo mandò giù un po’ di saliva, poi sfoggiando una timidezza che era tutto il contrario di lui disse: «Hanno infranto le frontiere della legalità. Arrivati a questo punto, il mio suggerimento è che dobbiamo muovere il governo, chiedere che ci aiuti… ». Non l’avevano mai sentito ridere così. Anzi, forse non l’avevano mai sentito ridere. Ed era uno spettacolo, a sua volta, pauroso. La risata dell’Avvocato era elettrica, nervosa, sconvolgente. Aveva la secchezza martellata dei colpi di mitragliatrice e il gorgoglio di un ruscello. I consiglieri, sorpresi, non sapevano a che cosa attribuire quell’ilarità che non accennava ad arrestarsi.

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«Per vent’anni i governi sono stati fatti con noi», disse soffocando la risata, «e adesso mi suggerite di appellarmi al governo! Bravi!». Riprese fiato e continuò: «La mia famiglia ha cessato di chiedere favori al governo dai tempi di Giolitti. La Fiat era occupata dagli operai, nel 1920, e il nonno chiese al vecchio di Dronero di sgomberargliela. Giolitti era un politico, ma era pur sempre un piemontese, della stoffa di quelli che avevano fatto l’Italia: gente che aveva saputo servire i Savoia e che dunque avrebbe dovuto servire gli Agnelli. E cosa disse invece quella vecchia volpe al nonno, che in fondo era un ingenuo? “Vuole che le liberi la Fiat, senatore? Ma certo! Ho proprio qui nei dintorni un reggimento d’artiglieria: domattina lo faccio salire su queste colline e gli faccio bombardare la Fiat”, No, no, si affrettò a gridare il nonno spaventato per la sua creatura. Da quel giorno, la legge della nostra famiglia fu che il governo ce lo saremmo fatto da noi. Era più sicuro».

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