Se Manlio Di Stefano (M5S) dovesse divenire Ministro degli Esteri non dimentichi di recarsi, per prima visita, ad Astana

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La Stampa di Torino, già quotidiano della FIAT, disinteressatamente (ne siamo certi?) ha pubblicato una ipotesi di governo ombra a Cinque Stelle. I ragazzi e le ragazze, in rodaggio per l’assunzione di responsabilità a cui sono destinati dopo le future elezioni (quando proprio non potranno non farvi ri-votare per la gara nelle urne che il MoVimento vincerà con il fatidico 41,08% da noi profetizzato), se lo dovevano aspettare un puerile tentativo di cominciare a far girare queste ipotesi per generare le comprensibili e umane piccole gelosie e cercare di montare la panna delle rivalità. Ultima speranza della partitocrazia, per non essere clamorosamente sconfitta. Montare artatamente rivalità e sperare che gli ingenui ci caschino. Dovendo comunque fare ipotesi, hanno delineato organigrammi e possibili incarichi. Una di queste ipotesi non mi dispiace proprio. Anzi. Ed è quella di Manlio Di Stefano alla Farnesina. Su questa ipotesi e su questo nome, ho deciso di raccontarvi l’incipit di una storia ancora più incredibile di quelle che solitamente questo cazzaro provetto vi rifila. È una storia che si è svolta dietro le quinte del Caso Shalabayeva, episodio di per se già complesso e, per molti versi, molto simile, addirittura, ad una spy story affascinante.

Di Stefano, fresco eletto al Parlamento repubblicano, ha fatto parte, ormai anni addietro, della intraprendente, coraggiosa, intelligente delegazione che si recò ad Astana a verificare in quali condizioni di trattamento fossero tenute le “rapite” Alma Shalabayeva e sua figlia.

Scelta saggia e da uomini di Stato quella fatta dai cinque (come le stelle), preoccupati della figura indecorosa appena fatta dalle nostre autorità competenti, che fossero quelli che facevano capo al “coniglio” Angelino Alfano (si nascose dietro i collaboratori che ancora pagano per lui) piuttosto che alle strutture dei nostri Sevizi, o della distratta Farnesina. Certo, in tutto il mondo informato, facemmo una bella figura di merda. Come non solo le carte (false) artatamente e consapevolmente costruite nei giorni della ridicola azione continuano a testimoniare ma l’esito del processo a Perugia confermerà.

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Dicevo Manlio Di Stefano è candidato a fare il Ministro degli Esteri (secondo i ben informati) in un futuro governo a guida 5 Stelle, e questa non può che essere una buona notizia. Comunque, uno che ha avuto la sensibilità e l’intuizione (era agli esordi) di recarsi ad Astana a vedere come stavano le cose ed, eventualmente, “a metterci una pezza”, ha mostrato subito intraprendenza, senso del dovere, capacità di stare nella parte, visione geopolitica. Senso dello Stato, si sarebbe detto un tempo. Schiena dritta con gente cazzuta come i kazaki deve aver pensato il nostro (certamente insieme agli altri quattro che non nomino non per sottovalutazione ma perché oggi di lui si parla) ed è partito. E ha fatto benissimo perché, come auspichiamo, se un giorno sarà lui il nostro italiano alla Farnesina chi di dovere se lo ricorderà e apprezzerà che di un patriota intelligente stiamo parlando.

In politica estera e nella troppo trascurata diplomazia conta la stima personale e come, sia pur in rappresentanza di un Paese in difficoltà quale siamo, ci si pone. Senza aspirazioni di sovranità, ti tratteranno sempre come uno scendiletto. Senza atteggiamento e sostanza patriottica sempre cercheranno di corromperti e di fari fare ciò che è utile al loro Paese. Se Manlio Di Stefano va con la mente a quei giorni, forse ricorderà (se tale è stata per lui e per gli altri) la sensazione di una accoglienza – da parte delle autorità kazake – estremamente rispettosa del ruolo che la delegazione italiana interpretava. Forse ricorderà che – inaspettatamente – rispetto al clima (e non parlo del freddo meterologico) tutte le richieste dei nostri parlamentari furono esaudite. Tutte, anche le più insolite per quel Paese dal passato sovietico e dove qualcuno, pochi mesi prima, aveva dato l’ordine di rapire (o di ammazzarlo ovunque si trovasse in giro per il mondo) Ablyazov e la sua famiglia per fargli pagare un prezzo che possiamo immaginare proporzionato al tradimento che il Presidente Nazarbayev riteneva di aver subito. Invece fu consentito l’uso delle tecnologie, compresa la diretta via Internet, che tutti i media ricorderanno. Certamente una dirigenza politica che fino a pochi giorni prima avrebbe fatto di tutto, con ruvidezza e ogni mezzo illecito, per catturare Ablyazov, dovette sembrare straordinariamente duttile (e inaspettatamente intelligente) agli osservatori/cultori di questa materia.

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Se un giorno Di Stefano dovesse – con onore – divenire il nostro Ministro degli Esteri, gli suggeriamo rispettosamente di approfondire il perché di quella accoglienza andata nel migliore dei modi. Consentendo a loro, grillini pentastellati, invece di vedersi trattare come dei pericolosi rompicoglioni, come le avanguardie di un nuovo ceto politico italiano che sarebbe stato opportuno, sin da quel primo contatto, non sottovalutare, destinati come erano a divenire futura classe dirigente del nostro Paese. I kazaki, ipotizziamo, non avevano mai visto degli italiani come quei ragazzi per bene! I kazaki, ipotizziamo, abituati come erano a quelli dei nostri che non vedevano l’ora di farsi corrompere, facendosi infilare belle ragazze dalla pelle vellutata nei letti, e buste gonfie nelle tasche, dovettero rimanere stupiti. Italiani preceduti, riservatamente, da buona fama invece delle solite confidenze imbarazzanti sui nostri limiti e vizi. Niente tentativi di ammorbidire o intimorire i cittadini a cinque stelle; massimo rispetto per il loro MoVimento; mostrasi, se necessario, interessati a quello che di nuovo rappresentavano; dare la massima disponibilità alla diretta che sarebbe stata certamente richiesta vista la “cultura tecnologica” a cui appartenevano i parlamentari italiani. Così andò e, con onestà intellettuale, sia da Astana che al ritorno in una apposita conferenza stampa, i cinque testimoniarono, senza troppi giri di parole la serietà rispettosa e il clima collaborativo in cui avevano operato. La soluzione del Caso Shalabayeva comincia il quel momento, grazie ai parlamentari a Cinque stelle e non con le mediazioni dei soliti super stipendiati (da Nazarbayev) consulenti d’affari non più da ritenersi italiani ma banalmente esponenti del Partito della Pagnotta pronti a servire sotto tutte le bandiere. Tranne che il Tricolore.

Quell’esperienza ad Astana, sono certo, tornerà utile qualora (ma sarà così) il Movimento (dopo strenua lotta) assumerà la guida dell’Italia.

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Di Stefano (e i suoi compagni di spedizione), se lo ricorderanno in Kazakhstan e questo ricordo e questo rispetto reciproco sarà alla base di importanti rapporti diplomatici tra i due popoli che non possono essere, viceversa, regolati esclusivamente dagli accordi che si intrattengono intorno al business del gas, del petrolio, delle armi. Il Kazakhstan è un grande paese e il suo popolo è ancora più importante e complesso per gli assetti euroasiatici. Gli italiani non sono tutti come Angelino Alfano, Aurelio Voarino o Ezio Bigotti.  Così come i kazaki non sono tutti come Nurlan Kassen.

Oreste Grani/Leo Rugens pronto, se richiesto, a “cacciare” le carte

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