La centralità investigativa di Salvatore Buzzi

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Io mi sarei chiesto (ma a che titolo dico questo?), in sede investigativa, quali potessero essere i rapporti tra Salvatore Buzzi e Amedeo Gennaro Raniero Matacena, siciliano e non calabrese, basandomi sul pezzo uscito sulla rivista ufficiale della rivista della Gruppo di Cooperative che facevano capo alla mitica 29 Giugno. Me lo sarei chiesto e avrei esteso la mia curiosità ad altri rizomi carsici che sembrano legare personaggi di non minore conto nelle vicende di questa tormentata seconda/terza repubblica. Nomi che non vanno letti alla rinfusa e che potrebbero, se messi al loro posto nel mosaico, rivelare complessità che ad oggi si intuiscono ma su cui si sente sempre di più il bisogno di fare chiarezza.

Cosa lega in realtà Claudio Scajola a Matacena, oltre che la frequentazione di Chiara Rizzo?

Cosa lega in realtà Amedeo Matacena ad Alberto Dell’Utri oltre che si sono, negli anni, accompagnati con la stessa signora (Alessandra Canale)?

Non certo l’età perché i Dell’Utri sono decisamente più anziani di Matacena.

Un rapporto eventualmente poteva esistere, per età, con il padre, Amedeo Matacena senior, industriale e presidente della Reggina calcio. Grovigli che si sono comunque consolidati in Forza Italia e nella Sicilia/Calabria, partendo dal vecchio mondo del risorgimentale Partito Liberale da cui provengono i Matacena. Con qualche leggerezza, addirittura uno con le cattive frequentazioni come Matacena figlio, fu cooptato nella Commissione Difesa, al pari di uno come Claudio Scajola che addirittura divenne Ministro dell’Interno.

Tutta gente, uomini e donne, che durante il berlusconismo si davano molto da fare e che, diciamolo, contavano non poco.

Un tipo che – in teoria – non doveva avere alcun contatto con Salvatore Buzzi.

Eppure il boss delle “pulizie dei cessi” di mezza Roma si interessa di evidenziare le vertenze giudiziarie di Scajola e Matacena, più la disinvolta Rizzo.

Ma la mia curiosità non si ferma a questo evidente groviglio bituminoso e si spinge a chiedermi perché mai uno come Matacena (figura con non pochi scheletri nell’armadio e frequentazioni che poi si sono rivelate mafiosissime) decidesse di mettersi a pestare i piedi, fin dal 1995, ad un emergente calabrese del PCI, come il complesso Domenico Minniti detto Marco, andandolo a ferire nell’orgoglio e negli affetti, rivolgendo formale interrogazione al Parlamento della Repubblica al fine di avere chiarimenti su vicende personalissime che riguardavano la famiglia (la giovane moglie, per l’esattezza) dell’avversario politico che svolgeva attività nello stesso collegio in cui venivano entrambi eletti sia pure in partiti diversi. Una faida di territorio, la chiamerei che, evidentemente, ad un certo punto si è risolta a danno del Matacena che non solo è stato, anni dopo, pizzicato ma, quando ha provato a mettersi al sicuro, è stato individuato dai nostri servizi segreti e fatto arrestare a Dubai.

Sapere quale fosse la posta in gioco tra i due o tra i loro ambienti di riferimento, sarebbe utile agli interessi superiori della Nazione. Perché Matacena, ad  esempio, è arrivato ad odiare a tal punto Minniti, da violare un vero e proprio codice che tra gente del Sud – immagino – dovrebbe esistere, indicandolo come qualcuno che, per una disgrazia in famiglia, aveva dovuto compiere atti illegali a salvaguardia della persona amata, è veramente molto, molto, molto strano. Cose complesse, dolorose e, per i comuni mortali, illecite ma non, evidentemente, a detta di Amedeo Matacena, per l’erede di Ugo Pecchioli.

L’insinuazione che sembrava supportata da documenti ineccepibili era che Domenico Minniti detto Marco, per proteggere sua moglie, aveva frequentazioni con ambienti che, solo per amore, ci si può decidere a frequentare, nonostante si sia puliti personalmente rispetto a certi vizi.

Una interrogazione violentissima, nella forma e nella sostanza, che gli Archivi di Stato, custodiscono. Non mi interessa assolutamente quella vecchissima vicenda (comportamenti forse tenuti nel 1990 e dintorni e la interrogazione è del 1995) ma a cosa mirasse il giovane Matacena (aveva poco più di 31 anni quando chiedeva conto in Parlamento della vita privata di Minniti), quello sì.  Per poi capire su-su, fino al legame con i Dell’Utri, con le cosche reggine, con il Ministro di Polizia, Claudio Scajola.

Per capire soprattutto perché, anni dopo, il magazine di Salvatore Buzzi aveva tanto a cuore questi grovigli putrescenti. Anzi, di tutta la merda a cui ho solo accennato, questo dato oggettivo (il box uscito sulla testata della 29 giugno) è quello che, a cerchi concentrici, indagherei. Ma io  – come è notorio – non sono nessuno per avere titolo ad investigare su niente o su qualcuno.

Bonifazi (PD) facce ride. Buzzi docet. A destra, come a sinistra.

Oreste Grani/Leo Rugens


QUALI POSSONO ESSERE GLI INTERESSI CHE LEGANO CLAUDIO SCAJOLA, AMEDEO MATACENA E LA DI LUI MOGLIE CHIARA RIZZO CON L’ORCO ROSSO, SALVATORE BUZZI?

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Che minchia c’entra l’articolo del “magazine” della 29 Giugno (che riproduciamo) con quanto è dato di leggere a proposito di Salvatore Buzzi? Perché un uomo che, in segreto, appare interessato solo al “soldo” (così Buzzi sembra emerge in tutta questa vicenda), si propone di capire cose di natura così particolare e lontane dai suoi interessi quotidiani? Cosa ci vuole dire, l’orco rosso, quando si fa garante dell’onorabilità e della fedeltà coniugale della signora Chiara Rizzo, moglie del fascistissimo calabrese Amedeo Matacena? E che dire dell’incursione a difesa di un atteggiamento giudiziario atipico quale è quello (anche in questa ennesima vicenda) di Claudio Scajola, già Ministro dell’Interno e super utilizzatore (anche in modo illecito) di dossier? In questa vicenda della “29 giugno”, l’aspetto che più mi comincia ad intrigare, dopo la cattiva e inaspettata sorpresa sulla sua “doppia natura”, è cercare di sapere chi dava ordini a chi, prima della retata. Mi intrigano più i rapporti tra Gianni Letta e Salvatore Buzzi, che quelli ovvi tra Riccardo Mancini,Massimo Carminati e Gianni Alemanno. Oltretutto, Riccardo Mancini è già fuori. Mi interessano più le relazioni istituzionali (Ministero di Giustizia) tra Emanuela Bigitti (già tra le persone che decisero di uccidere il 12 maggio 1980, Alfredo Albanese, responsabile, all’epoca, della Sezione antiterrorismo veneziana della Polizia di Stato, ritengo scelto perché, con dedizione e intelligenza, stava indagando sull’altro delitto efferato messo a punto negli stessi ambienti terroristici veneti contro Silvio Gori detto Sergio, alto dirigente della Montedison di Porto Marghera) e la “burocrazia” che deve sorvegliare la regolarità dello sconto delle pene alternative affidando, i “condannati”, proprio alla 29 giugno.

Più che un mondo di redenti, i vertici della 29 Giugno”, alla luce degli accadimenti rispetto al Ministero di Via Arenula, appaiono come il “Diavolo e l’Acqua santa”. Oppure, no e sono io che non capisco più niente? Mi son fatto vecchio e ancora mi sorprendo! Come Giancarlo De Cataldo, anch’io avrei giurato sulla buona fede della ex-brigatista Emanuela Bugitti. Alla Bugitti era stata fatta un’intervista (lunga e articolata), poco tempo addietro, dal periodico femminile per eccellenza della sinistra, testata di vecchia data e tradizione,”Noi Donne”. Un giorno vi riproduco il pezzo e mi saprete dire se si poteva sospettare della signora.

È proprio vero che, invecchiando, ci si rincoglionisce. Ho ben 12 anni meno di Gianni Letta, 11 meno di Silvio Berlusconi e 22 meno di Giorgio Napolitano eppure, loro sono lucidi e io, rincoglionito. Deve dipendere dalla vita che ho fatto, rispetto alla loro.

Oreste Grani/Leo Rugens

PS: mi permetto di segnalare al “cinese” Sergio Cofferati l’interesse che il galantuomo Salvatore Buzzi mostrava per il ligure, grande elettore di Raffaella Paita, Claudio Scajola.

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