Grillo – a Xena (Genova) – ha fatto ciò che doveva fare e ciò che ci aspettavamo facesse

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Giuseppe Grillo da Genova: io sono Grillo il marchese (e comando io) e se non vi sta bene, voi che non siete un cazzo, andatevene e fatevi un partito per conto vostro. Parafrasando indimenticabile interpretazione di Alberto Sordi, ieri, Beppe Grillo ha dato, a tutti, una lezione di leadership e di egemonia.

In parole povere ha mostrato, dopo un periodo di eccessivo democraticismo, che cosa si deve intendere per leadership. Cioè la capacità di guida in un procedimento decisionale consensuale e condiviso ma autonoma da eccessivi condizionamenti e quindi capace di esercitare la propria funzione.  Che non è quella di far fare a tutti quello che vogliono. La leadership, che ci piace da queste parti, è quella che si contrappone da un lato, al caos della miriade di impulsi di volizioni, interessi, proposte che, provenendo da un contesto di forze che potrebbero anche essere in contrasto tra loro (e questo è nella natura delle cose e del comportamento umano), non trovano una mediazione e possono creare disordine o l’inizio di una permanente conflittualità (cosa che mi sembra stesse per delinearsi a Genova), e dall’altro lato si oppone a un’imposizione autoritaria della volontà (questo è il confine grigio che definisce la qualità della guida e della funzione di “garanzia”) che annulla o deprime la molteplicità delle idee e che potrebbe, se non esercitata con il giusto equilibrio e ad arte (mi sembra, in realtà, che il MoVimento non venga “depresso” da questi interventi d’autorità) degenerare nel conformismo, nell’ortodossia, nella sclerosi del pensiero.

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Mi sembra che Grillo faccia bene a ricordare a questi ignorantoni che si mimetizzano nelle pieghe della partitocrazia oligarchica (se non tirannica) che la pratica della democrazia è connaturata al concetto di leadership e che in questa pratica trovano spazio tutte le idee in libera espressione, senza censure.Ma è bene ricordare che passati per il confronto aperto che arricchisce di utili apporti l’analisi delle situazioni e la ricerca degli eventuali modi di intervento, è la sintesi del processo di ricerca collettivo che conferisce pienamente alla volontà del leader la sua funzione di guida. Altrimenti è spontaneismo assembleare e bordello finalizzato al vaniloquio. La leadership è sinonimo dunque, nella concezione di noi Leoni Ruggenti, di egemonia, cioè di una preminenza esercitata nell’ambito della qualità delle proposte. La leadership a cui ci piace pensare è essenzialmente laica nel significato più ampio del termine. Mai ipocrita. Per noi di questo marginale ed ininfluente blog, essere laico significa commisurare le decisioni esclusivamente sulla qualità dei fini e sulla congruenza dei mezzi per raggiungerli. I mezzi anticipano il fine e non il fine giustifica il mezzo. E questa della congruenza dei mezzi mi sembra essere la ricchezza prima del M5S e della leadership egemonica di Giuseppe Grillo da Genova.   

Che ha fatto bene (ma chi siamo noi per dire questo?) a fare, a Xena (Genova), ciò che ha fatto. Tornado ad essere un leader degno di questo nome. Se ha sbagliato, si vedrà. Comunque penso sempre che uno che ha attraversato lo Stretto di Messina, a nuoto, alla sua età (che è anche la mia) per dare corpo e azione al suo pensiero politico, ha mostrato, fino in fondo, con l’esempio, cosa si intenda per azione e guida consapevole. Non solo metaforicamente parlando.

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Bravo Grillo perché se non avessi fatto ciò che hai fatto, ci saremmo dovuti cominciare a preoccupare.

La leadership implica per sua natura un elemento utopico cioè una prospettiva di cambiamento. Una semplice conservazione dello stato delle cose, segnato da una elevata dose di movimentismo e di frazionismo (ma come parlo e soprattutto perché non mi faccio i fatti miei?)  non esigerebbe una capacità di guida ma semplicemente una sorta di accordo diplomatico tra interessi che si vanno definendo se non consolidando. Guidare un gruppo (e il MoVimento è anche un super “gruppone”), un partito (e il MoVimento è anche un partitone), un’istituzione (come si comincia a vedere – bene o male – in giro per il Paese), significa interpretare il loro divenire, le loro energie emergenti, le loro potenzialità di progresso finalizzandone le espressioni migliori a un disegno ordinato razionalmente e responsabilmente governato.

Per fare questo è necessario spostare in avanti, in un luogo altro (ecco l’essere “oltre” di cui si è sentito spesso parlare nel M5S)  la linea del consenso il che implica sia la critica alle situazioni esistenti sia un positivo orientamento verso forme innovative. Guai  a far prevalere (e a Xena questo stava per succedere) la conflittualità quotidiana di interessi particolaristici, abdicando al dovere di una prospettiva di sviluppo nel futuro (per questo tra l’altro è nato il MoVimento) com’è nella natura della mente umana (non di tutti ma certamente di moltissimi) e nelle inarrestabili conquiste della scienza, del senso positivo della vita e della sua fruizione. Favorire le quali è primo compito di una politica rivoluzionaria. Il resto, viceversa, è noia.

Oreste Grani/Leo Rugens sempre più convinto che se non ci fosse stato Grillo, lo si doveva inventare, per sperare di poter uscire dalle paludi partitocratiche. Paludi malariche e mortifere. E poi, viva Xena. Sempre. Qualche volta, viva Sampdoria.

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