Oggi narro, con parole d’altri, ciò che non accadde e, non accadendo, l’Italia sta come sta

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Oggi narro, con parole d’altri, ciò che non accadde e, non accadendo, l’Italia sta come sta. Nel racconto breve si tratta di tale Ugo Pecchioli e di un “complotto finanziario” mai avvenuto ma che sarebbe stato opportuno che avvenisse. Evocando Pecchioli, sono costretto a pensare a Domenico Minniti, detto Marco, che risulta essere il vostro Ministro dell’Interno dopo che, per anni, è stato il raccordo fra “servizi segreti” e Governo. Con quali risultati, ditelo voi.

Oreste Grani/Leo Rugens

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La Disfatta

Alle 8,02 la torre di controllo dell’aeroporto di Ciampino diede l’okay per l’atterraggio, l’EKET bianco, il bireattore dell’Avvocato, eseguita la manovra si fermò sul piazzale accanto al Mystère del petroliere Attilio Monti e ad un elicottero della Guardia di Finanza. L’Avvocato salì sulla “130” blu che infilò l’Appia antica, verso il centro della città.

Era di ottimo umore; l’indomani si sposava la figlia Margherita con il figlio del rabbino di Parigi; una cerimonia molto intima, un ricevimento senza mondanità nella villa di Villar Perosa e poi, tutti via: gli sposi, per il loro viaggio di nozze in estremo Oriente, e lui, l’Avvocato, per qualche giorno di riposo sullo yacht. In fondo, in tutto il mese d’agosto s’era riposato ben poco: due giorni di navigazione intorno alla Corsica, un altro in Sardegna e basta. Si sarebbe presa una settimana per godere il mare di fine settembre.

Durante i cinquanta minuti di volo da Torino a Roma, aveva letto attentamente il testo della conferenza stampa del direttore del Fondo Monetario Internazionale, Johannes Witteveen. Questi aveva annunciato, il giorno prima a New York, che i prestiti ai Paesi in via di sviluppo e soprattutto al Brasile, sarebbero aumentati nel corso del ’76 e che sarebbe stato rafforzato «il sistema finanziario relativo alle operazioni di prestito per l’oil-facility». L’Avvocato aveva sottolineato con la penna questa notizia «molto interessante». Poi, aveva dato un’occhiata al listino delle borse mondiali: sulla piazza americana l’indice Dow Jones dei valori industriali aveva fatto un gran balzo, un progresso di dodici punti; a “tirare” erano i titoli legati all’industria automobilistica Crysler, Firestone, General Motors. Una notizia ancora più interessante. L’aereo sorvolava l’Argentario quando l’Avvocato prese in mano il nuovo statuto della Confindustria. Per il pomeriggio era convocata la Giunta per approvare lo schema di riorganizzazione della Confederazione. Ai “patrons” dell’industria privata l’Avvocato avrebbe fatto un discorso “aperto” ma cauto verso la Dc e il governo. C’era stata una specie di rivolta nell’ultima riunione, quando aveva letto il testo troppo “asettico ed equidistante” preparatogli da Franco Mattei e Girolamo Colavitti. Gli industriali volevano essere tranquillizzati? E lui li avrebbe tranquillizzati. Un nuovo fronte, una nuova polemica non erano proprio necessari nel momento in cui i tasselli della sua strategia stavano andando tutti al loro posto. Dopo la pace in Kenia con il “dottore” e gli accordi di Odessa e di Washington doveva stringere i tempi in Italia.

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L’ultimo pezzo di questo mosaico sarebbe stato la proposta di un accordo “quadro” tra sindacati e Confindustria in modo da chiudere le lotte e le rivendicazioni legate al rinnovo dei contratti; era il famoso “patto sociale”, l’idea fissa dell’Avvocato negli ultimi due anni. Per questo era venuto a Roma e per questo si stava dirigendo in via delle Botteghe Oscure. Mentre l’automobile filava per le strade di Roma gli venne in mente una frase del nonno senatore: «Furbacion dal diaòl, furbacchione del diavolo, un giorno li metterai tutti nel sacco». “Furbacion” o “casinista” (come diceva la sorella Suni), questo giorno era arrivato.

L’automobile imboccò piazza Fiume; davanti al Ministero del Lavoro una delegazione di operai e sindacalisti dell’Alfa inalberava cartelli e striscioni rossi. Su uno di questi era scritto «Arese e Rivalta, uniti nella lotta». Rivalta. L’Avvocato aveva seguito ora per ora l’occupazione dello stabilimento. Gli operai e sindacati, occupando la fabbrica, volevano dare alla dirigenza della rinomata fabbrica d’automobili un assaggio dell’autunno, una specie di prova generale di ciò che a ottobre e novembre avrebbe potuto accadere.

Rivalta era “l’inferno” della Fiat, una struttura mostruosa dove trentamila operai e impiegati lavoravano secondo uno schema che lui stesso, l’Avvocato e il fratello Umberto avevano sempre ripudiato. Rivalta era il testamento tecnico, l’ultima eredità della vecchia guardia vallettiana, quella dei Bono e dei Garino che prendeva a schiaffi il sindacato e che aveva come unico modello di cultura quello di Ford e di Sloan della “company town”, della città che vive solo in funzione della grande azienda, dove la macchina è considerata più dell’uomo. Tutto era cominciato il giorno prima nella squadra dei saldatori: puntualissimi, alle dieci e trenta, costoro avevano incrociato le braccia. La parola d’ordine era passata alla squadra degli addetti alle piegatrici Bannic, dove si lavorava il tubo olio del motore, poi agli operai dei forni di brasatura e dei dischi a frizione. Un’ora dopo tutta Rivalta era occupata. Il direttore dello stabilimento, Ardissone, e il capo del personale, Annibaldi, s’erano precipitati in corso Marconi per ricevere istruzioni. L’Avvocato li aveva ricevuti all’ottavo piano e con calma aveva detto «Lasciateli fare, domani è tutto finito».

Era arrivato. La macchina si fermò nell’androne del palazzo di via Botteghe Oscure. Telmo Brondone, l’ex autista di Amendola, partigiano nelle Marche e adesso incaricato della vigilanza sugli uffici del partito, gli venne incontro per indicargli l’ascensore.

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Salirono al secondo piano, dov’era l’ufficio del Segretario del partito. Brondone indicò una porta. L’Avvocato l’apri: la poltrona dietro la scrivania, sotto il ritratto di Togliatti, era vuota; in piedi, accanto alla finestra, due uomini: Ugo Pecchioli ed Eugenio Peggio, uno dei maggiori responsabili della politica economica del partito comunista. Dopo i saluti Pecchioli spiegò che Berlinguer era partito improvvisamente per incontrare il Segretario del partito comunista francese Marchais a Parigi, tema dell’incontro: il Portogallo.

L’Avvocato rimase perplesso. Conosceva bene Eugenio Peggio, molto poco Pecchioli. Del primo, apprezzava l’intelligenza cartesiana, il modo di esporre le idee un po’ cattedratico e professorale («da scuola delle Frattocchie») ma sempre lucido. Nel governo-ombra del Pci, Peggio quarantasei anni, due figli di sedici e sei anni, una passione per la musica e il giardinaggio rappresentava una voce autorevole e ascoltata. Insieme a Scoccimarro e Manzocchi, Peggio era stato tra i primi a sviluppare le intuizioni politiche di Amendola: nel ’66 aveva fondato, in via della Vite, il Cespe, un centro di ricerche economiche che negli anni successivi s’era prodigato a dimostrare la tesi della convivenza pacifica del Pci con il sistema capitalista. Peggio era “il figlio naturale” di Antonio Pesenti, un cervello dell’economia marxista, e del filone ideologico della Terza Internazionale. Dopo il Congresso del ’72, dove Amendola era stato sconfitto da Berlinguer, la stella di Peggio s’era un po’ offuscata; salivano invece le quotazioni di altri uomini: Luciano Barca (“Barchetto”, come lo chiamava il banchiere Raffaele Mattioli) e Giorgio Napolitano, un fedelissimo di Berlinguer, preposto alla sezione Lavoro dopo il Congresso di Roma. Ma Peggio non aveva nessuna intenzione di essere accantonato; aveva fatto le sue brave virate intellettuali e aveva rimontato la china. S’era avvicinato a Franco Rodano e Claudio Napoleoni, le due teste più belle dell’area marxista, aveva sposato la «riscoperta del mercato da sinistra» e s’era guadagnato, nelle cene con Paolo Baffi alla Banca d’Italia, e nei pranzi nel ristorante sotterraneo dell’Iri, in via Veneto, con Leopoldo Medugno, il titolo di ambasciatore economico del Partito comunista.

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«Le è piaciuta l’America?», gli chiese l’Avvocato alludendo al viaggio appena concluso dall’esponente comunista, che aveva “ufficialmente” seguito a New York i lavori dell’Assemblea del Fondo monetario. «Ho visto molta gente. Un’esperienza interessante». L’Avvocato lo sapeva benissimo. Chiusano gli aveva dato l’elenco di tutte le persone che Peggio aveva incontrato in quel viaggio: Samuelson, alcuni economisti democratici, sociologi come Norman Birnbaum, La Palombara della Harvard University. Aveva partecipato anche ad un party offerto da David Rockfeller del quale erano ospiti in quei giorni i figli di Leone, Mauro e Giancarlo.

Peggio continuò a parlare della crisi mondiale: «I tedeschi e gli americani considerano l’Italia un lattonzolo». Con la voce monotona, lineare come un elettrocardiogramma piatto, il piccolo Giap dell’economia comunista spiegò il progetto americano di un Ente di stato per il petrolio. Mentre Peggio descriveva la strategia dell’autosufficienza energetica degli americani, l’Avvocato teneva un occhio addosso a Pecchioli. Il senatore comunista, in piedi, accanto alla scrivania, seguiva l’esposizione del compagno. L’Avvocato notò la sobria eleganza del vestito verdognolo, la fede all’anulare, gli occhi di ghiaccio. Gli venne in mente l’incontro di Odessa, quando il ministro degli esteri russo, Gromyko si era affacciato dal ponte del “Puskin” e gli aveva detto «Mi saluti Pecchioli».

Suonò il telefono. «Vuoi elencare lentamente, compagno?» disse Pecchioli all’uomo che stava dall’altra capo del filo. Aveva preso foglio e matita; mentre scriveva ripeteva lentamente: «Singer di Torino, 2000; Ranco Controls di Como, 773; Korting di Pavia, 1000; British Leyland di Milano, 2500; Elah di Genova, Autovox di Roma, Richardson di Napoli… » la sequenza continuò per alcuni minuti, accanto ad ogni nome, Pecchioli scriveva dei numeri. «Grazie, compagno» concluse abbassando il ricevitore. L’Avvocato con un mezzo sorriso accattivante gli disse: «Sembra il listino della borsa di Wall Street». «È l’elenco degli operai che saranno licenziati dalle ditte multinazionali in Italia», rispose Pecchioli. Era il biglietto da visita del senatore comunista. L’Avvocato misurò la risposta. «Per le multinazionali l’Italia è fuori gioco». «E per lei?», chiese calmo Pecchioli. L’Avvocato espose il suo punto di vista: «Il ’76 segnerà la ripresa della produzione e degli investimenti, lo dicono in America e lo diciamo alla Confindustria anche noi sulla base di calcoli molto precisi. Restano pesanti ipoteche negative: in uno studio della First National City Bank si legge che la nostra industria manifatturiera produce il 47 per cento in meno di quella americana» e prese a snocciolare una serie di percentuali, cifre e previsioni, tutte a memoria. Poi concluse in questo modo: «Ci troviamo di fronte a una triplice esigenza: recupero complessivo d’efficienza del sistema, ristrutturazione dell’apparato produttivo, nuova intesa fra imprenditori e sindacati, quello che lord Bologh e altri hanno chiamato “new social compact”, patto sociale. Il resto, viene da sé. Voglio dire che, fatti salvi questi tre punti, lo scirocco del basso Adriatico può smettere di soffiare».

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Era un modo elegante per dire: “Moro può anche andarsene” Fece una pausa. poi continuò: «Se queste tre condizioni non si verificano, gli imprenditori italiani tireranno le loro conseguenze» .

Era un modo altrettanto elegante per dire: “Chiuderanno bottega” «Magari facendo ricoverare le loro aziende all’lri» disse Eugenio Peggio. L’Avvocato annuì gravemente: «È una eventualità che può diventare una necessità». Aveva finito; per il momento non aveva altro da dire. Se poi gli avessero chiesto le sue idee su quale governo fare, per che cosa e con chi, avrebbe detto la sua.

«E Rivalta?» chiese all’improvviso Pecchioli rompendo il silenzio che era calato nella stanza. «Rivalta», rispose l’Avvocato, «è un episodio importante ma tutto sommato marginale… ». « No », disse pacato Pecchioli, «l’occupazione di Rivalta è il modello per un milione e mezzo di metalmeccanici». L’Avvocato sorrise: questo Pecchioli che ricorreva alle giaculatorie populiste era patetico e meno furbo di quanto gli avevano detto Chiusano e Lucio Libertini, il vice presidente comunista del Piemonte.

Si tirò indietro sulla poltrona e muovendo la mano come per scacciare un pensiero, esclamò: «Senatore, Torino non è Leningrado!». «Non è nemmeno San Francisco», replicò tagliente Pecchioli. «Lei, Avvocato, ha sempre fatto dell’élite una vita, ma ci sono le masse, sono loro che oggi decidono. E ogni episodio di lotta organizzata è l’inizio di un processo unitario che… ».

L’Avvocato lo interruppe ancora: «Lei scambia Rivalta per il Palazzo d’Inverno». «E lei crede che i conflitti del ’75 siano identici a quelli del ’69, quando gli operai lottavano per mangiare alla mensa e non dentro il “barachin”». Pecchioli continuò: «Ne è passato di tempo da quando l’operaio Dozzo annotava sul suo diario “Il termometro segna 10 sotto zero… ci è consentito di accendere il fuoco”. La classe operaia non accetta più la logica di Valletta, Scelba e di madamin Fava, la segretaria più potente della Fiat. Come non c’è più margine per un sindacato debole, svuotato e comprato. Lama non è Boniperti. Oggi, gli operai hanno capito il disegno tecnocratico di socializzare le perdite e privatizzare i profitti e non accettano compromessi né sul piano della difesa dell’occupazione, né su quello della svendita dell’apparato produttivo».

L’Avvocato un po’ infastidito disse con ironia: «Mi spieghi meglio», Pecchioli si mise da parte e lasciò la parola a Eugenio Peggio, l’economista. Questi rifece la storia della Fiat degli ultimi anni, citando più volte il giornale del partito, i fondi di Diego Novelli, di Adalberto Minnucci e Trentin, i critici più duri del «modello paleogiapponese imposto allo sviluppo italiano». Dimostrò che la Fiat aveva scelto una logica di gruppo multinazionale, non disposto ad affrontare le incognite di nuovi investimenti ma proteso soltanto a trasferire all’estero la capacità produttiva e le risorse finanziarie. « Ecco qua, le dichiarazioni di suo fratello Umberto: “II nostro programma è di trasformare la Fiat in un’holding che controlli varie società operative… L’operazione è compie sa per ragioni fiscali… poi raggrupperemo in tre o quattro società le attività del Gruppo”. Un disegno preciso» , continuò Peggio, «che conosciamo anche nei dettagli». Tirò fuori da una cartellina un foglio su cui era disegnato un organigramma. « Questa è la Fiat che lei ha in testa, Avvocato. Costituire venti società autonome che fanno di tutto, dagli ospedali agli alberghi, con sede ad Amsterdam e a Bruxelles per sfuggire il fisco. La polpa all’estero, l’osso in Italia. Se le società vanno bene, se cioè producono nuova ricchezza, se l’azionariato è ringalluzzito e il mercato tira, tanto da guadagnare per lei e per la sua famiglia; se invece perdono, allora una ad una si scaricano allo Stato, magari all’Iri e alle partecipazioni statali».

L’Avvocato era davvero annoiato. Questa litanìa più che sorprenderlo lo disturbava profondamente. Dove voleva arrivare questo piccolo Galbraith? E, quell’altro, che lo guardava immobile, con l’occhio più vitreo di un funzionario del Cremlino? Allargò le braccia e disse: «Mi stupite, signori. Il sindaco di Torino, Diego Novelli, dichiara al “Time” che non vuole bolscevizzare la mia città ma rendere il capitalismo più intelligente, e voi, fate questo discorso» .

Ugo Pecchioli

Pecchioli non raccolse la provocazione e continuò imperterrito: «Vi siete scambiati i ruoli, lei e suo fratello. Lui fa il duro, accende la polveriera, lancia proclami da ultima spiaggia contro i sindacati e sfida il Pci torinese. Lei, gioca la carta del manager illuminato che dice ai sindacati: siamo qui, mettiamoci intorno al tavolo, rinunciate alle lotte e facciamo un bel patto all’inglese. Suo fratello parla di irizzare la Fiat, lei attacca le partecipazioni statali; suo fratello vuol fare della Fiat una superpotenza finanziaria, lei, pensa alla Confindustria come a un superpartito per un bel governo di salute economica. Tutto questo lo hanno capito anche gli operai di Rivalta! Stalin diceva che l’uomo è il capitale più prezioso. Capisce, Avvocato? Il pensiero e il lavoro umano sono le risorse più importanti da gestire. Questa è la vera eredità della tradizione marxista, non il compromesso tattico con i sindacati e con la rendita illuminata!».

L’Avvocato balzò in piedi: «Sui piazzali di Mirafiori abbiamo un terzo della produzione invenduta. Il portafoglio degli ordini è sceso del 40 per cento in questo mese. Questa è la realtà! Stalin non c’entra e non c’entrano nemmeno Keynes, Sraffa, Napoleoni e Galbraith. La cassa integrazione è alla fine. Ditelo ai vostri compagni di Rivalta, che dopo la cassa e il patto sociale c’è una cosa sola: il marciapiede!».

Il tono era seccato e beffardo, per lui la partita era chiusa. Era venuto a Roma con l’atteggiamento di quel carpentiere della tragedia di Shakespeare che fa vedere agli spettatori la metà del suo viso attraverso la criniera del leone e intanto sussurra: «Se voi pensate che sono venuto come un vero leone sarebbe increscioso.. . non tremate; la mia vita garantisce per la vostra».

La lezione dei due “compagni”, pesante e inattesa, mutava completamente la situazione. Quasi vicino alla porta ebbe un sussulto d’orgoglio e disse guardando fisso i due interlocutori: «Il capitalismo è morto, ma spero sia ancora vivo il principio per cui l’imprenditore è responsabile della sua azienda». Eugenio Peggio taceva imbarazzato, l’Avvocato stava ormai aprendo la porta. «Non è più il suo caso!», scandì Pecchioli lentamente.

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La mano s’irrigidì sulla maniglia; l’Avvocato si girò su se stesso, sul viso c’era soltanto stupore: «Prego, non ho capito… ». Era tornato un passo indietro. Pecchioli lo fronteggiò senza imbarazzo: «Il partito ha compiuto l’unica scelta possibile nell’interesse dei lavoratori». L’Avvocato corrugò la fronte: «Volete dire che… ». «Esatto!», rispose prontamente il responsabile dell’organizzazione nel partito comunista, «lei non è più padrone della Fiat!».

Il presidente della rinomata fabbrica torinese tornò alla poltrona, un leggero pallore tradiva la maschera bruciata dal sole di Saint Moritz e di Bastìa. «L’Ufficio politico del partito» spiegò Pecchioli, «ha scartato molte soluzioni. La difesa del posto di lavoro non si può fare con la cassa integrazione, con la fiscalizzazione degli oneri impropri o con la camicia stretta del patto sociale. Non è rimasta che una sola strada… ».

«Quale?» domandò ansioso l’Avvocato.

«La scalata al pacchetto azionario della Fiat!».

L’emozione era grande. Eugenio Peggio, con un fazzoletto si tergeva il sudore della fronte. Soltanto Pecchioli sembrava conservare intatta la sua freddezza. Ci fu un lungo attimo di silenzio. Pecchioli proseguì: «Abbiamo individuato i novantaseimila azionisti che detengono il 65 per cento delle azioni ordinarie della Fiat; la macchina del partito ha fatto il resto, attraverso due società finanziarie…».

«Con sede a Vaduz?», sussurrò l’Avvocato.

«No, con sede a Bologna rispose Pecchioli». Il rastrellamento delle azioni è finito ieri alle 14. Il partito possiede adesso quasi l’80 per cento del capitale azionario della sua azienda». «Non è possibile», balbettò l’Avvocato, «I piccoli azionisti arrivano al massimo al 65 per cento». «Questo è vero», spiegò Pecchioli, «ma sono avvenuti altri passaggi…».

«All’interno della mia famiglia?».

«Esatto. Le nostre finanziarie hanno rilevato il 5 per cento in mano alla Sai, il 3,41 per cento di Pirelli e qualcosa si è mosso anche dentro il 25 per cento di azioni che è in mano all’Ifi, cioè alla sua famiglia» .

L’Avvocato si alzò lentamente, era esterrefatto. Aveva perso lo scatto felino di sempre, lo sguardo andava per suo conto. Guardò Pecchioli, guardò Peggio. Si fermò un attimo sulla soglia e uscì senza dire una sola parola.

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