Gli Stati Uniti d’Europa ovvero l’occasione mancata

dittatura europea

Nella quarta di copertina del volume “La Dittatura Europea” di Ida Magli, si legge: “L’Europa doveva abolire la storia. La storia ha abolito l’Europa”. E questo – si dice – lo abbia detto Lucio Caracciolo, ideatore e direttore di LIMES, l’unica rivista italiana di geopolitica.

Certamente sin dal gennaio 2006, l’autorevole mensile di considerazioni e di scenaristica, sentenziava: L’Europa è un bluff; nel continente europea ognuno fa per sé e nessuno per tutti e avvertiva che, in realtà, tutto poteva ridursi ad un sogno di Putin che si riduceva, partendo dalle strette economiche in cui si trovava Mosca a quella data, in un piano/comportamento per recuperare un rango di potenza globale. E così è stato. La strategia del Cremlino è consistita in un legame sempre più stretto (tramite il gas e altre seduzioni/ricatti) con tutto il Vecchio Continente, scavalcando i suoi infidi ex paesi satelliti. Riuscendo nell’intento che si era prefisso. Oggi, addirittura sembra essere il puparo del Presidente degli USA. Cosa bizzarra e insolita. Comunque unica nella storia mondiale

L’Unione Europea, proposta appunto sessanta anni fa come un grande passo verso il futuro, invece  appunto è un bluff che ci stato imposto, a più riprese, come un processo giusto e inesorabile. Oggi, anniversario della “fondazione”, i risultati dovrebbero essere sotto gli occhi di tutti, eppure in molti faticano ancora a vederli, perché la macchina degli interessi politici ed economici che l’ha messa in moto ha censurato, per decenni, molte coscienze, anche di italiani, che accettano l’Unione come un dato di fatto, e con essa la perdita dell’identità nazionale, così come diversi diritti personali.

Gli Stati Uniti d'Europa

L’antropologa Ida Maglie, per ribadire la sua opposizione all’Unione, risale all’origine di questo disastro, andando a cercare, nella storia e nei suoi incontri, i principali colpevoli, senza fare sconti a nessuno, dalla cattiva politica alla Chiesa, agli intellettuali pavidi, passando per i banchieri avidi pronti ad imporre su tutti la loro legge spietata. Il risultato di questa attenzione da parte di Maglie al groviglio complesso che chiamiamo Europa è un libro che racconta di come un progetto nato solo su carte geografiche e nella mente di una oligarchia, abbia contribuito a renderci più poveri, meno sicuri, e certamente meno liberi.  E alla mercé del dittatore russo.

Più poveri (certamente), meno sicuri (cosa è oggi la NATO?) e quindi meno liberi perché, in povertà e incertezza militare, tali si è. Avremmo dovuto fare ben altro e comunque non rimuovere che ogni realtà “statale” non dovrebbe negare la profonda unità e la mutua interdipendenza dei destini dei singoli e della collettività in generale. E questo non è accaduto per responsabilità di chi si è fatto guida. In questa Europa è assente la solidarietà (condizione spesso violentemente contrastata da forze che si combattono nella speranza di un dominio assoluto) che, viceversa, si imporrebbe come la scelta più saggia e anche la più redditizia sul piano economico. Soltanto infatti in funzione del bene comune è possibile tutelare l’interesse individuale a lungo termine. Perché ciò fosse stato possibile, però, sarebbe stato necessario costituire un sistema di rappresentanza politica capace di incidere (e condizionare con fermezza) sul potere decisionale che invece in questa condizione di sostanziale apatia (sono pochi anni che il dissenso contro l’oligarchia di re, regine, governatori, banchieri si è manifestato), in cui ha potuto operare, ha fatto come cazzo ha voluto. Più che rinunciare all’Europa, va rifondata, a cominciare da un’attività di comunicazione e di mediazione che sia ferma e pienamente consapevole della complessità dell’iniziativa da intraprendere contro l’autorità politica e giuridica autoreferenziale che si è “piazzata” al comando dei popoli europei e dei cittadini tentando sostanzialmente di farne degli schiavi da sfruttare e mungere. È ora di creare un collegamento tra i cittadini dei diversi popoli, dando vita a figure di mediazione capaci di dotare di identità sociale le iniziative che appartengono alla gestione della quotidianità secondo un progetto politico definito, condiviso, assunto in piena consapevolezza.  Ci vogliono luoghi di pensiero (un tempo erano i partiti, oggi che siano i MoVimenti) diffusi.  Ce ne vogliono centinaia di queste “think tank”, bacini di pensieri, di idee, di progetti ad alto potenziale. Si deve tornare ad impegnarsi in vere e proprie battaglie di civiltà, consolidate da chiara eticità nella conduzione di questi scontri. Che vanno attuati con la dovuta energia e senza timori reverenziali.

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Ci si deve impegnare, se si vuole arrivare ad unirsi in un grande stato confederato, a creare le condizioni psicologiche, giuridiche perché si favoriscano cambiamenti di mentalità che possano generare benefici a lungo termine per la società nella sua totalità. Si tratta di promuovere, da zero, quei valori che sono a  fondamento di una società libera, costruita e rafforzata dal ruolo attivo e propositivo della comunità civile. Le persone devono avere certezza di contare e di essere inizio e fine di tanto agire.

Invece domani, al massimo, figure ambigue (gli uomini in nero), mai chiarite nella loro reale appartenenza (ma ci dite se sia hanno elenchi certi di questi fantasmi che compaiono e scompaiono durante i cortei e che con troppa facilità possono scatenare l’inferno nelle città europee appunto?),  faranno casino. Ma non si fanno cadere le dittature facendo “casino”. Anzi, solo casino. Anzi, facendo solo “casino” si rafforzano le dittature che spesso hanno alimentato artatamente il “casino” per reprimere a buon diritto gli oppositori.

Andare urgentemente quindi oltre il “casino”.

La società libera prevede un movimento dal basso verso l’alto (non è stato questo che è avvenuto), con il reciproco controllo (manco per niente) e il bilanciamento (zero assoluto) di tutte le sfere che compongono il variegato insieme delle esperienze politiche, economiche, culturali, religiose che caratterizzano la società contemporanea e in particolare quella che insiste dentro i confini europei e mediterranei. Le istituzioni che si sono autopiazzate a guidare l’Europa, non hanno promosso un bel niente, tanto meno il dialogo politico e la libera economia imprenditoriale. Tantomeno il pluralismo culturale. Anzi, chi si è proclamato Re d’Europa (tenendo conto che già il Continente è infestato di vere regine e re) nulla ha fatto di tutto questo, rimuovendo totalmente che la cultura è la linfa della società sempre ma in particolare nell’era dell’informazione. E questo vuoto che gli va imputato prima di ogni altra grave responsabilità: l’aver buttato nel gabinetto il patrimonio culturale dei singoli paesi che si volevano fare Europa e in questo “buttare nel cesso” si è persa ogni speranza di assurgere a Stati Uniti d’Europa, esempio per l’intero Pianeta quale si poteva essere.

Vediamo dopo le “Celebrazioni” di domani, sorelle del “casino”, che cosa si debba fare se vogliamo non rimanere esclusivamente terreno di conquista dello ZAR Putin che, invece, di “casino” non ne tollera un grammo.

Oreste Grani/Leo Rugens

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