Perseguire l’impossibilità del possibile, progettare e costruire ciò che oggi è invisibile

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Sono certo di aver – mesi addietro, se non anni – lasciato scritto, da qualche parte ma anche in questo marginale ed ininfluente blog, che l’Europa, era ed è, un grande bluff. Almeno come, fino ad ieri, è stata “proposta” e “imposta” dai banchieri e dai loro accoliti.

Il 25 marzo 2017, 60 anni dopo, finalmente, a Roma, l’Amica Storia si è seduta a tavolino ed è andata “a vedere” le carte della U.E.!!!!

Quello che si è scoperto non è stato un semplice ma, in fin dei conti, coraggioso bluff perché le carte dei 27 oligarchi, quasi sotto effetto di una magia, sono risultate “bianche”: 5.000 rappresentanti delle Forze dell’Ordine e, ad essere buoni, 4.999 manifestanti, in tutto, fra chi era pro e contro la morte o la vita di una ideologia (quella europeista) che non infiamma neanche più i cretini mascherati, sfascia vetrine.

Anche gli “orologiai” hanno avuto timore/pudore di far partire, “a orologeria”, le solite devastazioni.

Una storia straziante di solitudine e di autoreferenzialità per un’oligarchia svuotata di ogni significato tanto da non avere neanche diritto ad essere contestata o ad un po’ di notorietà, a costo di fioriere e cassonetti dell’immondizia rovesciati.

Platealmente in scena, quindi, i dittatori ma senza il pubblico dei sudditi. In scena i pupazzi di re,regine, banchieri ma senza il popolo da sbeffeggiare con la propria protervia imbellettata.

2017-03-25Papa Milano

La rappresentazione del bluff è stata resa ancora più evidente (spero che nessuno provi a raccontare un’altra storia), dalla “scala reale massima di cuori” di Papa Francesco, a Milano, circondato dall’affetto, dalla stima, dal soccorso di almeno un milione di persone, giovani e vecchi, accorsi per festeggiarlo ed omaggiarlo, riconoscendogli quella leadership, ricca di elemento utopico, di cui, da anni, vagheggiamo, in Leo Rugens e ovunque ci sia consentito di esprimere la nostra opinione.

Ieri, in tutti i momenti milanesi (a cominciare dal carcere di San Vittore) ha preso sostanza (ma lo sapevamo da tempo) la capacità di guida di Bergoglio, forte di un procedimento decisionale consensuale e condiviso, preparato e attuato negli anni (l’azione di semina del cardinale Martini si vedeva tutta e ovunque Francesco passasse), libero da condizionamenti e da scelte opportunistiche (eravamo anche nella terra di Comunione e Liberazione). Ieri, Francesco, ha imposto, con dolcezza ma con fermezza, la propria funzione di esempio evangelico. Ieri il Papa, come era suo dovere e possibilità fare, ha risolto quella che viene chiamata l’Alternativa del Diavolo (cioè l’obbligo di decidere tra due scelte ugualmente negative) è ha indicato, senza se e senza ma, la soluzione al disordine, all’anarchia, ai conflitti permanenti, agli interessi particolaristici continuamente contrapposti, generanti il caos di una miriade di impulsi che spesso (se non sempre) sfociano in un’imposizione autoritaria che annulla o deprime la molteplicità delle idee e sacrifica affogandolo nel sangue vitale il diritto alla vita. Ieri, chi era presente a Milano, era ben felice di esserci, in piena consapevolezza. Ma anche noi, che eravamo a distanza, ci sentivamo lieti (e commossi) perché liberi dal conformismo, dalla sclerosi del pensiero, dalla ortodossia che si respirava a Roma, emanati da burocratini/e, senza autorevolezza e credibilità alcuna.

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Mi sono sentito laicamente milanese, io che amo Roma da quando ho avuto il privilegio di viverci.

È tempo di dare a Roma (intendendo con questo all’Italia e non al Campidoglio che – in qualche modo – una sua opportunità ora ce l’ha) una leadership politica, etica, culturale capace di dialogare con la statura morale, etica, culturale che lo Stato Vaticano, nella figura di Bergoglio papa, mostra di avere.

È ora di “sfruttare” il privilegio che in Italia c’è lo Stato Vaticano e che lo Stato Vaticano, oggi, provvidenzialmente, vive una stagione di qualità, anche politica, come da tempo non era dato di vedere.

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È tempo di cominciare a lavorare, in politica estera (finalmente sento citare il vero spazio in cui, sotto il cielo pentastellato, si devono saper prendere decisioni) con disponibilità assoluta alla tolleranza, al dialogo, alla comprensione dell’altro da sé.

Bisogna perseguire l’impossibilità del possibile (così si è espresso ieri Francesco) che viene offerto come terreno di fratellanza e di prospettiva di cambiamento.

Cos’altro è il perseguire l’impossibilità del possibile se non quell’elemento utopico che da queste parti (e non solo) vagheggiamo da tempo non sospetto?

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L’Utopia, modello ideale ma realizzabile, ci obbliga a spostare in altro luogo la linea del consenso o della critica. Ieri, nel Gran Teatro del Mondo di berniniana memoria (era temporaneamente dislocato a Monza ma sempre di “quel colonnato lasciato aperto” si tratta), è andata in scena la prefigurazione del possibile. Chi non volesse vedere, in politica estera, appunto, quale debba essere il tavolo per lavorare, con determinazione e onestà di intenti, al trasferire la convivenza tra gli uomini a ogni livello, dalla conflittualità belluina quotidiana alimentata da interessi particolaristici, alla prospettiva di sviluppo in pace, nel futuro, com’è anche nella natura della mente umana e nelle inarrestabili conquiste della scienza, sarebbe colpevole di auto accecamento e di diabolica occasione perduta.

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Oreste Grani/Leo Rugens

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