La politica estera è tutto. Nessuno ha come gli italiani la possibilità di ragionarne

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I pasticcioni statunitensi, dalla fina della Seconda guerra mondiale, non solo non ne hanno più vinta una, ma nel non vincerle, hanno combinato un mare di guai. A cominciare dalla Corea, ancora divisa in due dopo decenni e dove il “pazzarello” ha possibilità di fare da detonatore per il mondo intero. Gli unici paesi che stanno bene, sono quelli che li hanno sconfitti, a cominciare dall’eroico e ineguagliabile Vietnam. Faccio prima ad invitare qualche gentile lettore a elencarmi i successi degli USA militari e diplomatici. Niente, e dove il loro esercito è ancora impegnato, si intravedono solo macerie e odii eterni. Afghanistan, Iraq, Siria come primi esempi.

È ora di dirlo senza timori referenziali; è ora di ragionare di questi limiti culturali statunitensi; è ora di non temere di aprire una riflessione su “come” l’Europa debba ripartire; è tempo di dare risposte elaborate su “quale” NATO vogliamo mantenere in vita. Perché, che si debba avere una NATO o una qualche forma di struttura militare capace di non lasciarci nelle mani degli oligarchi moscoviti (vedi i 700 arresti di ieri) o dei revanscisti turchi (vedi i 30mila arresti in questi mesi), è certo. Parliamo quindi di politica estera come finalmente sentiamo che i cittadini pentastellati  sono arrivati a decidere essere la priorità assoluta se si vuole ipotizzare una qualche sovranità e quindi  una qualunque forma di vita associativa che chiameremo politicamente libera. Anzi, in questo blog, riteniamo che si debba, prioritariamente, nell’era dell’informatica, non dimenticare che la competizione si gioca nello spazio illimitato e nel tempo senza tempo, nell’ubiquità dell’universo dell’informazione e della comunicazione, più che sul terreno tradizionale della guerra guerreggiata e dei confini claustrofobici. Siamo dell’idea che nel tempo in cui siamo tutti, prossimi e interferenti reciprocamente (Stati, nazioni, organismi economici e culturali e soprattutto persone), si debba lavorare a che – prioritariamente – sia la rivoluzione informatica ad annullare i limiti territoriali, imponendo una nuova concezione della cittadinanza e dunque, della sicurezza, su scala mondiale. Le armi saranno quindi quelle della ricerca scientifica e della capacità di saper navigare/vivere sicuri nell’infosfera in cui sempre di più saremo immersi. Armi sole che sapranno difendere lo Stato a cui dobbiamo aspirare, immaginandolo organismo vivente evoluto, sistema complesso altamente intelligente.

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Il futuro “militare” della nostra Italia dovrà essere sempre di più un luogo culturale, una condizione mentale, che sappia scegliere, in piena consapevolezza dei suoi cittadini, di fare parte di un tutto (la NATO? L’Europa che sarà?) dove le realtà che lo compongono interagiscano costantemente tra loro, dando vita a sottosistemi a loro volta di varia complessità necessitanti di una collaborazione tra tutte le componenti, in termini di strutture e funzioni, per garantire la difesa, la stabilità, lo sviluppo, l’equilibrio armonico stesso della sua forma-stato scelta. Sulla cultura della sicurezza si fondano i valori della Costituzione italiana e della convivenza civile: la pace, la solidarietà, il lavoro, la famiglia, la salute, il progresso economico e culturale, la difesa del territorio da nemici interni ed esterni e per tanto questi valori dobbiamo saper suggerire, con autorevolezza e capacità egemone, agli altri Paesi europei. Su questi presupposti dobbiamo svolgere la nostra politica estera e disegnare quelle “convergenze evolutive” tra civili e militari che possono consolidare, in piena consapevolezza, il legame inscindibile che si deve saper instaurare nel corso del tempo tra società (l’insieme dei cittadini e dei popoli europei) e lo Stato Europa che va finalmente fondato.

Abbiamo scritto in questo marginale ed ininfluente blog, in tempi ormai lontani, che la politica estera è tutto e che è lei il terreno dove si misura la intellettualità di una comunità intelligente. Torniamo quindi oggi a ribadire quello che è il nostro pensiero da sempre, lietamente soddisfatti dei passi che vediamo intraprendere, in questa direzione, nel MoVimento pentastellato che ci sta a cuore.

Liberarci, con il dovuto impegno e determinazione dei corrotti, che, spietate termiti, divorano le risorse della Repubblica, per dedicarci, anima e corpo, a capire cosa possa voler dire che il Dragone si è risvegliato, quale sia la sfida degli Ebrei, di quale tradimento parli Federico Rampini e a quali menzogne delle élite mondiale si riferisca, come ci si possa ribellare alla dittatura della burocrazia europea. È tempo di svolgere lo sguardo  alle complessità del Pianeta in prestito, scegliendo di osservarle facendosi “anche” assistere e consigliare dai “fratelli maggiori” (grandissimi esperti) che da 2000 anni vivono oltre il Tevere.

Di politica estera si ragiona meglio (e con maggior profitto) grazie al confronto con quelli che sembrano essere separati da tutto ma in realtà sono – come nessuno – uniti a tutti ed informati, intelligentemente, su tutto. Tra l’altro, nella nostra marginalità, pensiamo che la geopolitica del XXI secolo o sarà fortemente connotata da tutto quanto si richiama alla spirito o non sarà. Chi meglio quindi che leali interlocutori scelti tra gli allievi di Padre Robert Graham, l’americano (ma gesuita cresciuto in Vaticano, per anni residente a Roma nel palazzo di Civiltà Cattolica, in via di Porta Pinciana 1) capaci di lavorare con frusciante ed assoluta discrezione, senza ostentazioni ma con implacabile determinazione al dialogo come unica condizione per risolvere i conflitti.

Due autocitazioni quindi a corredo di questo post che mettiamo in rete oggi e non a caso. Come quasi tutto quello che facciamo.

Oreste Grani/Leo Rugens


LA POLITICA ESTERA PRIMA DI TUTTO: I CONTRIBUTI DI BEPPE GRILLO ED ALDO GIANNULI VANNO, IN MODO RASSICURANTE, IN QUESTA DIREZIONE

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Finalmente ritrovo nella rete il “grillo” che mi piace, che stimo, che ho sempre rispettato per la funzione di stimolo strategico che ha saputo svolgere nel momento di vero “vicolo cieco” in cui si trovava l’Italia, prima della nascita del M5S. Casaleggio e Grillo hanno saputo raccogliere, intorno al loro pensare e agire, cittadini di specchiata moralità che non deve suonare retorica definire “patrioti”. I numeri che descrivono la situazione economica/sociale del Paese sono quelli che Giuseppe Grillo da Genova ha postato in: “Va tutto bene, madama la marchesa?“.

Anzi, una grave crisi internazionale quale quella che è sotto intesa alla dissoluzione dell’Iraq, potrà solo che aggravarla. Il triennio (2012 – 2014) drammatico per l’economia mondiale ipotizzato da Aldo Giannuli, in tempi non sospetti, non si è ancora concluso. Anzi, la previsione del professore potrebbe dimostrarsi ottimistica e l’avvicinarsi del complesso periodo implicito nei meccanismi elettorali statunitensi (tra poco cominciano le grandi manovre per chi dovrà succedere a Barak Obama), potrebbe aggiungere benzina alla già tanto incandescente situazione internazionale. La scelta di ragionare con rappresentanti politici di una rilevante componente di opinione pubblica inglese (con le inevitabili complessità “culturali” implicite nella scelta fatta), mi sembra andare verso un rafforzamento di quella visione della dimensione internazionale dei problemi senza la quale l’Italietta non avrebbe alcuna possibilità di sopravvivere nelle tempeste in arrivo. Nel Mediterraneo e nel Golfo Persico. E senza una politica estera, come abbiamo sempre detto, capace di delineare ruolo e sovranità di questo nostro “sgarrupato” paese, si potrà solo essere terra di conquista e burattini nelle mani dei violenti e degli incolti.

Leo Rugens


CITTADINI DEL M5S: LA POLITICA ESTERA È TUTTO!

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CONDANNIAMO HAMAS E LA SUA POLITICA DI VIOLENZA HA DETTO SOSTANZIALMENTE LUIGI DI MAIO NELLA  RECENTE VISITA INTELLIGENTE, OPPORTUNA E PREVIDENTE, IN ISRAELE. E PRIMA DEL PSEUDO GOLPE TURCO.

FORZA, PENTASTELLATO NOSTRO, DOPO AVER OPERATO CON LEALTÀ NELLA TERRA DELLA STELLA DI DAVID A SMENTITA DEFINITIVA DI TUTTE LE AFFERMAZIONI CALUNNIOSE CHE IN TROPPI – PER TROPPO TEMPO – HANNO VOLUTO FARE NEL TENTATIVO VANO DI FERMARE GIUSEPPE GRILLO DA GENOVA E LA CRESCITA CONSAPEVOLE ED ESPONENZIALE DEL MOVIMENTO A CINQUE STELLE. CINQUE LE NOSTRE PIÙ QUELLA DI UNO STATO ISRAELIANO PACIFICATO E IL MEDITERRANEO – A SEI STELLE – VERDRÀ UNA STAGIONE DI PACE E BENESSERE IRRIPERìTIBILE.

VICEVERSA, SE NON SI INAUGURA SUBITO UNA VERA OFFENSIVA DIPLOMATICA, NON CI SARÀ NEL FUTURO PROSSIMO NULLA DA GOVERNARE. ITALIA COMPRESA.

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Durante la troppo breve visita in Israele, Luigi di Maio, nella sua duplice veste di cittadino e di uno dei possibili futuri governanti di questa travagliata Italia, non ha avuto certamente tempo e modi di andare a fare visita alla residenza dove ha vissuto David Ben Gurion, uno dei padri fondatori dello Stato di Israele. Certamente sarebbe rimasto colpito dalla sobrietà degli ambienti e dalla presenza, in una delle stanze della casa del creatore di Israele, di un grande ritratto del massimo teorico della non violenza e stratega indiano, il Mathama Gandhi.

Nel kibbutz di Sde Boqer, a pochi chilometri da Beersheba, David Ben Gurion, condottiero militare, ha voluto lasciare in eredità del suo travagliato e guerriero (per necessità) popolo, un testamento spirituale elevatissimo appendendo quel ritratto. È sembrato dire che lui stesso riteneva la strada vincente del futuro quella del “non violenza”  in cui finalmente il genio che è in ogni uomo troverà modo di esprimersi. Non poteva sapere (così come nessuno ad oggi sembra saperlo) che il punto di partenza di questo lungo percorso di pacificazione sarebbe stata quella casa nella sua oasi.

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Casa in cui si deve tornare a riflettere che l’unica strategia vincente è quella che anticipa nei mezzi il fine dimenticando il fuorviante “il fine giustifica i mezzi”. E questo “dettaglio” dei mezzi che si devono scegliere e adottare in coerenza con le finalità superiori è l’elemento che più caratterizza i cittadini che si sono organizzati nel M5S. E questo tassativamente al di là delle stupidaggini che per troppo tempo si sono fatte artatamente girare nella Comunità Ebraica Italiana/Romana preferendo agli onesti “grillini”, dei gaglioffi neo nazisti alla Gianni Alemanno.

Ben Gurion ha vissuto la sua vita mentre di sviluppava in tutta la sua forza “creativa” l’era delle scienze informatiche che, a loro volta, hanno inaugurato l’ “era dell’intelligenza” i cui strumenti operativi oggi sono a disposizione di ogni giovane. Su questo terreno tecnologico si basa la forza intelligente di Israele, compresa la sua difesa militare e le attività dei suoi servizi di intelligence; sul governo e l’uso sapiente di questo tessuto connettivo elettronico si è basata la vittoria del M5S. Grazie a questa condivisione strategica (che è prioritariamente culturale) si deve dare vita ad una relazione intelligente, costante e permanente, tra intellettuali ebrei e quei previdenti cittadini italiani, organizzatisi nel (e grazie) al M5S. I temi trattati devono essere tutti attinenti al fine ultimo superiore che è quello di fare scoppiare la pace. Prioritariamente nel Mediterraneo. Gli scambi epistolari, ad esempio (oggi favoriti dalla posta elettronica che certifica i contenuti e, se si vuole, rende pubblica ogni affermazione impegnativa) furono intensissimi tra David Ben Gurion e Gandhi e, da anni, il professore Ilan Troen li ha “religiosamente” classificati e conservati. Non c’è nulla di male ad organizzare una lettura, anche a distanza, di tale  corrispondenza e ispirarsi nei ragionamenti politici e diplomatici a quella offensiva di pace che mi permetto di suggerire e che ritengo essere indispensabile. Questa sarebbe l’inizio di una politica estera sofisticata ma “concretissima” nel significato etimologico profondo del termine: con-creto = cum crescere, cioè crescere insieme. Senza un’Israele colta e responsabile non ci sarà Pace nel Mediterraneo. Amici pentastellati, il vostro dovere di futuri (imminenti!) governanti del nostro popolo è quello di lavorare, con anticipo, all’amicizia tra l’Italia e Israele, legame saldo basato prioritariamente su certezze culturali.

Ispirandosi ai pensieri di quei due grandi, Gurion e Gandhi, G&G, ci si può ritrovare a scrivere di letterature, medicina, arte, filosofia, scienze e soprattuto di agricoltura e di acqua. E scrivendo e confrontandosi su tali temi, creare i presupposti di una “diplomazia intelligente” senza la quale nulla sarà possibile. Che l’emozione certamente provata durante la fugace visita da Luigi Di Maio non rimanga “lettera morta”. Che di morti ammazzati da quelle parti se ne contano anche troppi. Che tacciano gli esplosivi e che “scoppi” la Pace.

Anticipando il fine nei mezzi, cominciamo a mettere in un cantuccio i troppi Marco Carrai che di dialogo e cum crescita sembrano sapere troppo poco. Ci sembrano più ferrati nel “tornaconto personale”.

Oreste Grani/Leo Rugens


COSA C’È DA SPIARE IN VATICANO?

Cari lettori, abbiate la pazienza di rileggere o leggere, se già non l’avete fatto, il seguente post, giacché pensare che le dimissioni di Sua Santità Benedetto XVI non abbiano relazione e attinenza con gli assetti del mondo e un rapporto stretto con i servizi di intelligence del pianeta, è sbagliato.

Oreste Grani

20.11.2012

Cosa c’è da spiare in Vaticano?

Quando Ignazio di Loyola morì il 31 luglio 1556, la Compagnia contava un migliaio di aderenti, di cui solo una trentina erano “professi” e da questa informazione, miei cari lettori che non siete più trenta, potete dedurre quanto dura fosse la selezione.

Dalla Scuola di Ignazio di Loyola uscivano uomini che da soli e senza un soldo (anche Ignazio viveva di un pugno di noci e di un tozzo di pane) affrontavano interminabili traversate su precarie navi per andare a fondare nel continente americano, in Cina, in Giappone, in India (Goa) le succursali della loro organizzazione.

“Non contentatevi di formare le menti degli allievi. Accaparratevi le loro anime, che siano nostre per sempre”. Così i Gesuiti, su insegnamento di Ignazio, diventavano i mentori, i confidenti, i direttori di coscienza delle più grandi famiglie europee, comprese quelle regnanti.

Ignazio aveva detto anche che le virtù cui dovevano ispirarsi erano lo zelo e la prudenza ma, dovendo scegliere, la prudenza è più necessaria dello zelo. La Storia presenta pochi casi di una creatura così somigliante al suo creatore e che sia rimasta nei secoli altrettanto marchiata dalla sua personalità. Ignazio non aveva dato alla Compagnia solo una struttura organizzativa, le aveva anche dettato il modello umano e fornito, con il suo stile di vita, l’esempio della suprema dedizione.

Nei secoli l’intelligence dei gesuiti è divenuta esempio di abilità strategica intellettuale e di coerenza con le finalità “statutarie”. Nessuno come i gesuiti, nella Chiesa, ha saputo raccogliere informazioni e sviluppare capacità di analisi geopolitica. Vi pubblico di seguito un saggio dell’indimenticabile e insuperato Padre Robert Graham che “Gnosis” ha pubblicato nel numero del 4 gennaio-aprile 1996.

Robert A. GRAHAM

Il Vaticano e lo spionaggio*

1. Premessa

Da qualche tempo gli addetti ai lavori preferiscono usare il termine intelligence invece di “spionaggio”. Non solo, i principali agenti di questo settore un tempo clandestino sono pronti a venire allo scoperto, fino al punto di apparire in pubblico senza nascondere la loro vera identità. Infatti l’estate scorsa, in Spagna, si è svolto un Simposio internazionale su “Il potere e i servizi segreti”, al quale ha partecipato un nutrito gruppo di ex responsabili dell’intelligence di diversi Paesi, con lo scopo di esporre, secondo il loro punto di vista, il significato e la giusta funzione di ciò che si definisce “la seconda più antica professione del mondo”, rifacendosi persino a radici bibliche. Si è trattato di una tavola rotonda di tre giorni, organizzata alla fine di agosto all’Escorial di Madrid dal “Cursos De Verano” dell’Università Complutense.

Il rango degli invitati provenienti dai servizi segreti rappresentava una garanzia di serietà ed attendibilità. Tra coloro che hanno preso la parola c’erano l’ex capo della DST (Direction de la Surveillance du Territoire) francese; l’ex vicepresidente della Bundesverfassungsschutz di Bonn; l’ex capo dei Servizi di Sicurezza di Stato del Belgio e l’ex capo del Mossad d’Israele. Avevano accettato l’invito anche un generale sovietico del KGB e un ex capo della CIA (Central Intelligence Agency) statunitense, ma ambedue vi hanno poi rinunciato (era l’epoca del colpo di Stato a Mosca). Era presente l’ex capo della Defense Intelligence Agency (esercito statunitense) che ha preso la parola. Non mancava infine anche l’ex capo dei servizi segreti italiani (SISMI), l’ammiraglio Fulvio Martini, intervenuto anche lui al dibattito. Al termine del Simposio, l’attuale direttore generale dell’intelligence militare spagnola (CESID), Emilio Alonso Mangiano, ha fornito la sua analisi sulla missione dell’intelligence.

La presenza di una rappresentanza così sorprendentemente numerosa significa di certo che, nell’ambiente dell’intelligence, ci si è trovati d’accordo sulla necessità di offrire al pubblico una presentazione autorevole relativa al lavoro dei servizi segreti. Ciò non vuol dire che i partecipanti abbiano fatto rivelazioni indiscrete. In genere, sono sembrati d’accordo nel sostenere che lo stile Mata Hari, eredità della prima guerra mondiale, è ormai superato, in quanto improduttivo, controproducente e pericoloso. Questo, nonostante all’Escorial fosse stata allestita una sessione speciale dedicata al ruolo delle donne nello spionaggio e benché il presidente dell’assemblea fosse una donna, ex agente dell’OSS (Office of Strategic Services) statunitense in Spagna durante la guerra. Nessuno ha fatto cenno a James Bond o a Smiley, forse perché al Simposio non ha partecipato nessun esperto di intelligence britannica, a meno che non si voglia considerare Christine Keeler (coinvolta nel caso Profumo), la quale nelle dichiarazioni alla stampa ha però detto di essere una prostituta e non una spia. Tutti i presenti si sono trovati d’accordo nel sostenere che la sfida lanciata dal terrorismo internazionale richiede una stretta collaborazione fra i Servizi segreti, compreso quello sovietico. Per una volta, organismi normalmente in competizione fra di loro hanno individuato un comune obiettivo in virtù del quale unire i propri sforzi.

2. Lo spionaggio entro il Vaticano

L’attentato alla vita di Giovanni Paolo II, compiuto dal terrorismo internazionale, ha attirato sul Vaticano il più vivo interesse dei servizi segreti di tutto il mondo. Ma è un interesse che precede l’ascesa del terrorismo. Negli ultimi mesi, la vigilanza da tempo esercitata dai servizi segreti sul Vaticano è diventata un fatto di dominio pubblico. L’estate scorsa non abbiamo forse letto che Robin Robinson, fino a poco tempo fa uno dei capi dell’intelligence britannica, ha dichiarato di fronte a un vasto pubblico televisivo inglese che “molte volte” i servizi segreti inglesi hanno intercettato le comunicazioni della Santa Sede? Un fatto simile non ha probabilmente stupito nessuno in Vaticano. Il telefono, infatti, è notoriamente il tallone d’Achille della riservatezza. Grazie al progresso tecnologico, le intercettazioni telefoniche sono diventate sempre più facili e quindi le comunicazioni telefoniche sono maggiormente soggette a intromissioni, in particolar modo attraverso il raggio laser.

Due recenti pubblicazioni meritano di essere citate per cercare di comprendere la ragione effettiva dell’interesse nutrito dall’intelligence nei confronti del Vaticano. Negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, l’OSS statunitense, a capo del quale era il generale William J. Donovan, inviò un suo agente in Vaticano con l’ordine di indagare sulla eventualità di un contributo da parte della Santa Sede al processo di pace che si cercava di realizzare nel Pacifico. L’agente fu quasi sul punto di portare a termine con successo la missione, grazie all’aiuto di un officiale della Segreteria di Stato pontificia. Le vicende di questo drammatico periodo sono narrate in un libro (1) scritto dall’agente stesso, intitolato Pace senza Hiroshima. Operazione segreta in Vaticano nella primavera del 1945. L’autore è Martin S. Quigley, attualmente editore a New York. Egli riuscì a convincere l’allora mons. Egidio Vagnozzi, futuro cardinale, a trasmettere alla rappresentanza diplomatica giapponese, presente in Vaticano, l’esistenza di una possibilità di negoziare la pace con gli Stati Uniti. Il contatto riuscì. Il delegato speciale giapponese, ambasciatore Ken Harada, dopo una comprensibile esitazione, comunicò le informazioni al suo Governo. Se i suoi superiori le avessero prese in considerazione, sia al Giappone sia agli Stati Uniti sarebbe stato risparmiato l’incubo di Hiroshima e Nagasaki.

La storia di tali contatti è stata rivelata per la prima volta alla nostra rivista (2) . Una piena conferma si è avuta successivamente, quando sono stati resi noti i documenti sia statunitensi sia giapponesi. Quigley rende un servizio alla storia mettendo insieme, dopo tanti anni, i pezzi di questo complicato puzzle riguardante gli sforzi compiuti per la pace. È raro che la storia di un tentativo segreto per raggiungere la pace sia documentata in maniera tanto convincente. L’autore del libro scrive che la sua esperienza dimostra come sia difficile rendere efficaci tali tentativi.

La seconda pubblicazione (3) è ugualmente interessante, anche se per ragioni diverse, ovvero per la conoscenza dell’ambiente dell’attività d’intelligence in Vaticano. Gli autori sono un americano, John Loftus, e un australiano, Mark Aarons. Ambedue hanno la passione d’indagare sulla fuga di veri o presunti criminali di guerra dall’Europa. La loro tesi appare però piuttosto sconcertante. Nella prima parte del libro sembra infatti che il Vaticano sia accusato di essere nelle mani dei nazisti. Nella seconda, invece, il Vaticano appare manovrato dai sovietici. Gli autori hanno compiuto ricerche eccezionalmente approfondite negli archivi segreti dei servizi segreti statunitensi nel tentativo di sostenere le loro opinioni. Ma potremo tornare su questa ipotesi suggestiva in un’altra sede. Per il nostro scopo ora, questo nuovo libro rappresenta solo un’ulteriore prova dell’interesse manifestato nei confronti del Vaticano, allora come oggi, da parte dei servizi segreti.

3. Cosa c’è da spiare in Vaticano?

Gli organizzatori del Simposio su “Il potere e i servizi segreti” hanno invitato anche osservatori, storici, giornalisti e altri. Uno dei contributi (consegnato da chi scrive) s’intitolava: “L’intelligence straniera e il Vaticano. Come le nazioni hanno spiato il Vaticano e perché”. Per i fini che ci proponiamo è ora utile tracciare a grandi linee alcuni dei punti riportati nello scritto.

Cosa c’è in realtà da spiare in Vaticano? È possibile che questa domanda venga posta dall’osservatore profano. Un modo per rispondere e spiegare tale apparente anomalia è quello di ricordare che la maggior parte dei Governi ha una missione diplomatica accreditata presso la Santa Sede. Il loro compito ordinario consiste sostanzialmente in un lavoro d’intelligence in senso “normale”, ovvero nel fornire ai rispettivi Governi, con cognizione di causa, rapporti attendibili e sicuri, relativi alle questioni che interessano i rispettivi Paesi. A volte, specialmente in tempo di guerra, la situazione critica e il bisogno di informazioni vanno oltre le legittime possibilità dell’ambasciatore. A questo punto entrano in scena i servizi segreti con i loro metodi clandestini. Il famoso detto di Clausewitz sulla guerra potrebbe essere riadattato così: “L’intelligence è il proseguimento della diplomazia con altri mezzi”. Lo stesso ambasciatore, agli albori della diplomazia, era considerato niente più che una “spia”. Questa professione è poi diventata uno strumento rispettato e riconosciuto della società internazionale. È possibile che anche per l’intelligence si stia avviando lo stesso processo di legittimazione?

Nell’ambito dell’intelligence mondiale il Vaticano, e quindi la Santa Sede, occupa un posto molto piccolo. Questo non rappresenta comunque una consolazione per il Papa, che vede i suoi affari confidenziali esposti agli occhi di estranei e i suoi intimi disegni frustrati perché venuti a conoscenza dei suoi nemici. Nell’esperienza storica della Santa Sede è possibile individuare quattro aree e situazioni particolari di cui oggi si conoscono i dettagli. Esse riguardano: 1) l’Italia durante la questione romana (1870-1929) e sotto il fascismo; 2) la Germania nazionalsocialista; 3) l’Unione Sovietica; 4) gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.

4. La Santa Sede e l’Italia prima della seconda guerra mondiale

Con una clausola segreta all’interno dell’articolo 15 del Trattato di Londra, stipulato nell’aprile del 1915, la monarchia italiana era riuscita a ottenere dalla Gran Bretagna, dalla Francia e dalla Russia zarista la promessa che la Santa Sede non sarebbe stata ammessa a partecipare a una eventuale conferenza di pace. Una simile eccessiva preoccupazione tradiva il nervosismo esistente nelle alte sfere della politica italiana. Non c’è da meravigliarsi che il Governo nutrisse forti sospetti nei confronti delle manovre di Benedetto XV e dei suoi rapporti con le potenze centrali. Il Governo in qualche modo era entrato in possesso del cifrario del Vaticano e leggeva regolarmente i messaggi del Papa.

Si tratta di un’abitudine mantenuta dal successivo regime fascista. “Noi leggiamo tutto”, disse con franchezza il ministro degli Esteri Ciano al Nunzio nel 1940. Il Governo ebbe un gran daffare con le presunte attività spionistiche di un officiale della Segreteria di Stato pontificia, mons. Rudolf von Gerlach, un bavarese che aveva continui contatti con la Germania e con l’Austria. Non fu difficile imputare alcune sconfitte militari e navali a presunte informazioni che sarebbero state passate da Gerlach. In effetti il prelato fuggì in Svizzera e non fece mai più ritorno in Vaticano.

La posizione geografica del Vaticano, situato nel cuore di Roma, rappresentava al tempo stesso un vantaggio e uno svantaggio per i servizi segreti. La Città del Vaticano era un’autentica vasca per pesci. Dopo l’ultima guerra è stata pubblicata la lista degli agenti della polizia, che ha permesso di verificare quanti uomini dell’OVRA (l’organizzazione di spionaggio del regime fascista) fossero all’opera in Vaticano. Uno di esse altri non era che il capo degli stessi servizi vaticani di sicurezza. Con il suo aiuto sarebbe stato un gioco da ragazzi per il SIM (Servizio Informazioni Militare) mandare, per esempio, propri uomini nella stanza dei cifrari della Segreteria di Stato pontificia durante la notte. Un fatto è certo: il Governo italiano era in possesso del cifrario della Santa Sede.

Gli ambasciatori dei Paesi in guerra con l’Italia (negli anni tra il 1940 e il 1944) correvano anche loro dei rischi. Infatti il SIM reclutava senza difficoltà personale tra i domestici dei diplomatici nemici. Essi erano in grado di riferire quali ospiti venivano ricevuti a colazione e anche i brani di conversazione che riuscivano a cogliere. Nel 1943, il SIM fece in modo che l’ambasciatore inglese, sir d’Arcy Osborne, prendesse al suo servizio uno dei suoi uomini in qualità di maggiordomo. Secondo le istruzioni ricevute, questi – un italiano – rubò dal suo nascondiglio tutto il materiale attinente al cifrario in possesso del diplomatico, mentre il suo padrone era uscito per portare a passeggio il cane. Poi lo consegnò a un agente del SIM che ne fotografò i contenuti. Informato (come?) che i suoi messaggi indirizzati a Londra non erano “sicuri”, Osborne rese la pariglia agli avversari, inserendo nei suoi dispacci al Ministero degli Affari Esteri affermazioni false e fuorvianti, sapendo che sarebbero state lette dagli italiani. Questi telegrammi volutamente menzogneri sono ancora conservati nel Public Record Office e rappresentano una trappola per gli storici alle prime armi, i quali troppo facilmente sono pronti ad accettare i documenti ufficiali per ciò che sembrano, senza essere consapevoli del loro background o dei trucchi usati dai servizi segreti.

5. La Santa Sede e la Germania nazista

La storia dello spionaggio nazista in Vaticano, sia prima sia durante la guerra, è insolitamente ben documentata, almeno a confronto di ciò che sappiamo dei servizi segreti di altri Paesi. I nazionalsocialisti consideravano la Chiesa cattolica, sia in Germania sia nel suo centro mondiale a Roma, un nemico (Staatsfeind) da combattere e da estirpare. Il Papa era per loro il vertice (Spitze) di quello stesso “cattolicesimo politico” che attaccavano in patria. Per i capi nazisti era indispensabile essere a conoscenza di ciò che avveniva nella Chiesa, per poterne meglio neutralizzare le mosse. Tale compito era affidato a Reinhard Heydrich, capo dell’efficientissima e temuta Reichssicherheitshauptamt (RSHA). Questo genio del male impartiva ai suoi agenti istruzioni molto particolareggiate. Una delle prede più ambite era la corrispondenza fra i vescovi e il Vaticano. Le linee di comunicazione fra Roma e il Reich dovevano essere tenute sotto controllo e, se possibile, infiltrate. Dovevano inoltre essere annotate e segnalate tutte le divergenze e le tensioni tra i vescovi, o tra i vescovi e il nunzio pontificio a Berlino, nonché tutte le personali debolezze degli uomini di Chiesa. Le relazioni quinquennali inviate dai vescovi a Roma, se potevano essere intercettate, erano particolarmente gradite. Heydrich non esitava neppure a introdurre nei Seminari giovani nazisti da lui ritenuti idonei al compito di infiltrati. Se qualche candidato veniva notato dagli uomini della Gestapo locale, questi avevano l’ordine d’informare Heydrich.

Si potrebbe dubitare che questi ordini venissero eseguiti scrupolosamente dai vari agenti di Heydrich? All’Archivio Federale sono reperibili i protocolli di numerose riunioni della Conferenza Episcopale a Fulda. È quindi evidente che il pensiero dei vescovi tedeschi veniva rivelato alla polizia segreta, che così poteva individuare i punti forti e deboli della loro tattica difensiva. Come potevano queste disastrose informazioni cadere nelle mani di Reinhard Heydrich? Certamente non per circostanze fortuite.

La situazione a Roma, dal punto di vista dell’intelligence, non era favorevole al Reich. Le persecuzioni volute da Hitler in Germania contro la Chiesa gli avevano alienato la maggior parte del clero tedesco. Gli studenti erano stati richiamati sotto le armi, ma rimanevano tuttavia inevitabilmente persone più anziane, dai sentimenti nazionalistici particolarmente forti. Per alcuni di loro Hitler era solo un fenomeno passeggero, che sarebbe stato soppiantato presto da un altro regime, magari proprio dal ritorno degli Hohenzollern, dei Wittelsbach o degli Asburgo. Tra questi “nostalgici”, come è risaputo, c’era il vescovo austriaco Alois Hudal, soprannominato “il vescovo bruno”, che non faceva mistero del suo desiderio di essere il fautore della riconciliazione fra la Chiesa cattolica e il nazionalsocialismo. Dopo la guerra, il vescovo Hudal (che non aveva altra posizione ufficiale in Vaticano se non quella di consultatore di una delle Congregazioni) venne interrogato dal controspionaggio britannico, senza che però venisse preso alcun provvedimento nei suoi confronti. Qualcuno ha sostenuto che il vescovo Hudal fosse “vicino” a Pio XII: in realtà, Hudal rappresentava il rischio numero 1 per la sicurezza vaticana. Una lettera di presentazione scritta da lui in favore di un visitatore tedesco era sufficiente per far scattare segnali di allarme. E ancora, nel 1942 la sua richiesta di un’udienza privata dal Papa venne respinta. Egli non incontrò mai il Papa né durante la guerra né dopo.

Berlino, forse proprio a causa della mancanza di informatori validi vicini alla Curia vaticana, fece ricorso alla tattica di inviare infiltrati da fuori Italia. Negli schedari della RSHA, reperiti nell’ex Ministero degli Esteri, sono stati ritrovati i rapporti di numerose incursioni da parte dell’intelligence. Negli anni della guerra l’intelligence nazista a Roma era principalmente nelle mani del tenente colonnello delle SS, Herbert Kappler, l’attaché di polizia di Himmler nell’ambasciata del Reich in Italia. Anche se il suo incarico ufficiale consisteva nella sorveglianza dei circoli degli emigrati, in realtà la sua missione era di ben più vasta portata. Kappler creò una rete di informatori per gli affari del Vaticano. Essa includeva anche alcuni ecclesiastici, che speriamo non fossero consapevoli di far parte di un sinistro apparato di spionaggio, il quale aveva come fine la distruzione del Vaticano.

È sottinteso che il controllo esercitato dai nazisti si estendeva anche alle missioni diplomatiche pontificie (nunziature) specialmente a quella che si trovava a Berlino. A parte le intercettazioni telefoniche messe in atto dal famoso “servizio” di Goering (Forschngsamt des Luftfahrtsministeriums), un poliziotto era appostato regolarmente di fronte alla nunziatura berlinese, sempre a una certa distanza, in modo da non fornire l’occasione per una protesta diplomatica. In tal modo era possibile controllare chi entrava e chi usciva dall’edificio sulla Rauchstrasse. Se lo riteneva opportuno, il poliziotto poteva anche operare un fermo per l’identificazione. Poiché i vescovi della Polonia occupata comunicavano con la Santa Sede tramite la nunziatura di Berlino, il pericolo che questi traffici (proibiti) con Roma potessero essere scoperti era indubbiamente reale.

Per una valutazione dell’effettiva situazione alla nunziatura berlinese, ricordiamo l’esempio di un uomo delle SS, Hurt Gerstein, testimone dello sterminio degli ebrei a Belzec. Il portiere della nunziatura di Berlino gli impedì l’ingresso, in quanto avrebbe potuto esser un agente provocatore. Più tardi, Gerstein riferì questo particolare: dopo aver lasciato la nunziatura, era stato seguito da un poliziotto in bicicletta. Gli fu permesso di continuare, ma la giovane SS dichiarò di essere stato pronto a prendere la sua pistola e a spararsi. Perché un uomo delle SS non avrebbe dovuto essere al corrente o avere dei sospetti sul fatto che la nunziatura pontificia era sotto la “protezione” della Gestapo?

6. La Santa Sede e l’Unione Sovietica

La parola “talpa” appare spesso negli scritti contemporanei sull’intelligence. L’immagine designa un infiltrato particolarmente pericoloso, non una spia occasionale, che riesce a “farsi una tana” in qualche posto di grande importanza strategica. È possibile che Mosca avesse una talpa in Vaticano prima, durante o dopo la seconda guerra mondiale? Il caso di Alessandro Kurtna può essere di aiuto per rispondere a questa domanda.

Dopo il 1945 alcuni giornali e persino alcune opere di fiction riportano notizie, molto romanzate e non confermate, relative ad alcuni giovani sovietici, membri del KGB, i quali, travestiti da uomini di Dio, sarebbero entrati in Seminario, proseguendo fino a diventare alti prelati della Chiesa cattolica, persino in Vaticano. Sulla falsariga di una storia così avvincente, alcuni romanzieri ricamarono una serie di dettagli sensazionali. Ma esisteva davvero un nucleo di verità alla base di questi voli di fantasia? Perché no? Una spia è una spia e una talpa è una talpa. Un fatto del genere avrebbe potuto verificarsi nell’ambiente tranquillo del Vaticano come in qualunque altro luogo. I sovietici erano maestri nel creare false identità.

Sulla scena romana vi fu almeno una persona che può aver fornito lo spunto alla nascita di questa leggenda. Si trattava appunto di Kurtna, un estone di madre russa, che giunse nella città eterna alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Ma il suo piano si arenò a metà strada. Kurtna, conosciuto anche come Kurson, negli anni Trenta si convertì al cattolicesimo e fece in modo di venire ammesso nel Collegio russo (Russicum) di Roma con la speranza di entrare nella Compagnia di Gesù. Ma dopo un paio di anni gli venne comunicato che non risultava avere la vocazione al sacerdozio e abbandonò Roma e continuò a lavorare sulla storia dei rapporti tra Santa Sede e Paesi baltici. Quando, nel 1940, il suo Paese venne invaso dai sovietici, egli si recò a Mosca, dove ottenne una borsa di studio per continuare i suoi studi. Più tardi, quando il suo Paese venne nuovamente invaso – questa volta dalle armate del Reich – Kurtna, con meraviglia di tutti, ottenne il permesso per ritornare in Estonia e per spostarsi liberamente in quella zona, all’epoca sotto l’occupazione tedesca, recandosi in visita da amici ecclesiastici. Nel frattempo la polizia italiana lo aveva schedato come spia dei sovietici ed egli venne arrestato al suo rientro in Italia.

Dopo aver languito per molti mesi nel carcere di Regina Coeli, Kurtna venne rilasciato dopo l’8 settembre 1943 e gli fu chiesto di firmare una garanzia per lavorare con Kappler. Da quel momento, i rapporti di Kappler a Berlino furono letteralmente infarciti di informazioni sugli affari del Vaticano. Una coincidenza senza dubbio significativa. Grazie alla sua buona conoscenza del russo e di altre lingue dell’Europa orientale Kurtna, attraverso le sue amicizie fra gli ecclesiastici, trovò un lavoro saltuario presso la Congregazione vaticana per le Chiese orientali, presso l’Ufficio informazioni del Vaticano e presso la Radio Vaticana. In tal modo egli si trovava in una posizione che gli permetteva di venire direttamente a conoscenza delle notizie che giungevano a Roma dall’Europa Orientale.

Certo è che Alessandro Kurtna non venne mai ordinato sacerdote né indosso l’abito talare dopo il suo allontanamento dal Russicum. Al massimo Kurtna fu “una talpa mancata”. Alla fine del 1944 egli venne di nuovo arrestato da quegli stessi carabinieri che lo avevano preso nel 1942 e che ora collaboravano con gli americani. Fu quindi interrogato dai membri della S-Force, l’unità congiunta di controspionaggio angloamericana, nota come CSDIC (Combined Services Direct Interrogation Centre), dai cui rapporti sono tratti molti dei dettagli qui riportati.

Ma i documenti del CSDIC non fanno cenno all’ultima parte della storia di Kurtna. Egli venne rilasciato dagli Alleati e un giorno, mentre camminava per via Cola di Rienzo, dove abitava, venne fermato da un forestiero con un giornale in mano. L’uomo gli chiese se conosceva il russo e se poteva aiutarlo a tradurre qualcosa dal giornale che aveva con sé. Kurtna si chinò cortesemente per leggere e, proprio in quel momento, venne colpito violentemente alla nuca, caricato su un’automobile e condotto a Napoli. Qui venne imbarcato su una nave sovietica e andò a finire a Norilsk, in Siberia, nel circolo polare artico. Come è noto, in quei giorni Stalin premiava anche i suoi agenti occidentali più efficienti e fedeli con l’arresto e l’esilio in Siberia. Per ironia della sorte, l’esilio di Kurtna è la prova più certa che egli in realtà era veramente una talpa (mancata?).

7. I rapporti fra Santa Sede e Gran Bretagna e USA

Che interesse aveva il Vaticano per i servizi segreti britannici e americani, soprattutto durante la seconda guerra mondiale? La prima risposta che si può dare a questa domanda è ricordare che nella Città del Vaticano vivevano, protetti dalla neutralità del luogo, gli ambasciatori e gli incaricati di affari di Stati nemici. Primo fra tutti, l’ambasciatore del Reich tedesco, Ernst von Weizsäcker, risiedeva in Vaticano insieme ai suoi collaboratori e impiegati, in contatto diretto con Berlino. Tra i residenti c’era inoltre il delegato speciale giapponese, Ken Harada, che aveva lo stesso contatto diretto con Tokyo. Cosa riferivano ai rispettivi Governi e quali istruzioni ricevevano? Una situazione del genere era un aperto invito alle intercettazioni da parte degli Alleati. Sin dai primi giorni dell’occupazione alleata di Roma, nel giugno 1944, le forze britanniche installarono un posto di ascolto proprio di fronte all’abitazione dell’ambasciatore Weizsäcker in Vaticano. La loro posizione, a pochi metri di distanza sulla via Aurelia, rendeva il compito dell’intercettazione molto semplice. Il controspionaggio britannico era già in possesso dei segnali di chiamata dell’ambasciata, frutto di precedenti intercettazioni del trasmettitore del Ministero degli Esteri di Berlino. Nelle settimane seguenti giunse da Berlino un certo numero di segnali e un giorno, nel febbraio 1945, venne captato un lungo messaggio relativo al piano di pace del ministro degli Esteri, von Ribbentrop. Weizsäcker lo sottopose all’attenzione del Segretario di Stato pontificio. Fu questa l’ultima offerta di pace da parte del Reich, che però non approdò a nulla.

Il controllo esercitato sulle attività del diplomatico giapponese fu di diverso genere. Come è noto, gli americani decifrarono ben presto il codice giapponese. I dispacci diplomatici, compresi quelli da e per Ken Harada, furono intercettati in gran numero. Questi cablogrammi sono oggi conservati nella sezione Magic dell’Archivio Nazionale di Washington e comprendono i messaggi che Ken Harada inviava a Tokyo facendo riferimento ai sondaggi sulla pace del sopracitato Martin Quigley.

La vera storia dell’intelligence – sia in Vaticano sia altrove – non sarebbe completa senza la storia dei suoi fallimenti e delle sue umiliazioni. Dopotutto, di chi ci si può fidare in questo gioco delle parti? Più la fonte delle informazioni è segreta, più è difficile verificarne autenticità e attendibilità. Gli agenti che fanno il doppio gioco e i semplici informatori sono lo spauracchio degli operatori dell’intelligence. Prendiamo ad esempio la mortificazione che subì James Jesus Angleton, capo dell’OSS a Roma dal 1944. A un certo punto del suo compito di vigilanza del Vaticano, Angleton individuò un italiano che passava ai giornalisti americani presunti dispacci arrivati in Vaticano, che sarebbero stati inviati dal Giappone.

Esisteva dunque la possibilità che i messaggi del Papa potessero essere acquistati? Angleton agì rapidamente in modo da assicurarsi l’esclusiva di questa grande scoperta. Erano gli anni in cui le informazioni provenienti dal Giappone erano particolarmente ambite. La fonte misteriosa fu ben felice di ottemperare alle richieste del suo cliente. Il risultato fu un voluminosissimo incartamento di “dispacci” indirizzati al Vaticano, riguardanti avvenimenti di ogni genere, comprese informazioni militari. A Washington, Angleton venne considerato un maestro. I suoi “documenti” vennero inviati al presidente Roosevelt, caldamente raccomandati dal generale Donovan. La bomba esplose dopo alcuni mesi. Tutti quei “preziosi” documenti erano frutto della sbrigativa fantasia di un giornalista italiano di nome Virgilio Scattolini. A poco a poco, ma con un incredibile ritardo, i destinatari di quegli incartamenti si resero conto di aver ricevuto del materiale chiaramente falso e inattendibile. I documenti di Scattolini,

scoperti negli archivi dell’OSS e ora resi pubblici, riempiono una capiente valigia. Scattolini veniva ben remunerato per i suoi sforzi e non poteva abbandonare un attimo la macchina da scrivere. In seguito egli ingannò in modo similare la stampa italiana, i politici e gi uomini di affari, così ansiosi di avere informazioni “segrete” sul Vaticano da non preoccuparsi affatto di verificare la loro attendibilità.

Angleton poi, anche dopo la scoperta dell’inganno perpetrato ai suoi danni, continuò il suo servizio con il pretesto di occuparsi del controspionaggio. È possibile che anche i russi avessero avuto le stesse informazioni? Il capo dell’OSS di Roma fece in seguito una brillante carriera nella CIA come direttore del controspionaggio. Indubbiamente l’esperienza romana gli aveva insegnato molte cose.

8. Conclusione

Abbiamo suggerito prima che esiste un’analogia fra intelligence e la diplomazia tradizionale. La storia dello spionaggio in Vaticano tende a confermare questa tesi. Esiste solo una differenza di mezzi e di metodi. Ma l’intelligence non si limita a raccogliere passivamente informazioni più o meno attendibili, essa ha anche il ruolo di facilitare i negoziati difficili. Nel 1939 e negli anni seguenti, il servizio segreto tedesco, l’Abwehr, diretto dall’ammiraglio Canaris, cercò di negoziare la pace attraverso contatti con Pio XII, senza informare Hitler. Nel 1945, la seconda guerra mondiale si concluse grazie all’opera dell’OSS di Allen Dulles in Svizzera. Non deve quindi sorprendere che i servizi segreti estendessero automaticamente i loro “tentacoli” anche sulla Santa Sede, soprattutto in tempo di guerra. I Paesi neutrali erano il crocevia di questo traffico. Dovremmo quindi rimanere perplessi o sorpresi di fronte al fatto che la sede di una religione mondiale, con profonde radici e tradizioni in ogni angolo del mondo conosciuto, attragga anche l’attenzione delle organizzazioni d’intelligence?

 

(*) Pubblicato su “La Civiltà Cattolica” 1991, IV, 350-361

(1) M.S. QUIGLEY, Pace without Hiroshima. Secret Action at the Vatican in the Spring of 1945, Madison Books, London 1991.

(2) Cfr. R. A. GRAHAM, “Contatti di pace fra americani e giapponesi in Vaticano nel 1945”, in Civ. Catt. 1971 II 31-42.

(3) J. LOFTUS – M. AARONS, Ratlines. How the Vatican’s Networks betrayed Western Intelligence to the Soviets, Heineman, London 1991.

Storie d’altri tempi. Apparentemente.

Oreste Grani

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