Noi stiamo con gli ulivi, senza se e senza ma!

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Difficile (o forse no!) scegliere tra centinai di ulivi pugliesi (mediterranei quindi) e il sangue che scorre nei gasdotti. Perché, proviamo a non rimuoverlo, in quei gasdotti, oltre al gas, fuori da ogni retorica, scorre anche sangue.

Oggi, omaggiando l’amico Pompeo De Angelis che anni fa mi fece l’onore e il piacere di scrivere questo breve testo dedicato alla sacra pianta, diciamo da che parte stiamo, ancora, rispetto a questa ennesima brutta storia di arroganza, di violenza, di autolesionismo italico e meridionale.

A voi in attesa di vedere come va  a finire questa vicenda che potrebbe divenire la “loro” buccia di banana.

Oreste Grani/Lo Rugens   

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L’olivo d’oro, il bene prezioso

L’albero

Gli alberi sacri delle antichissime civiltà della Mezzaluna fertile erano l’olivo, la palma, la vite e il melograno, ai quali gli Israeliti aggiunsero il cedro. L’albero stesso, a parte la specie, è simbolo di Dio e oggetto di culto. Simboleggia anche l’asse terrestre e l’uomo: è un fondamento di umanesimo, oltre che metafisico. Il dualismo Dio-Uomo è rappresentato dall’albero rovesciato, con le radici che affondano nel Cielo, perché la creatura sia in rapporto con il sommo Creatore celeste. La venerazione dell’albero è forte nelle religioni monoteiste. La prima di queste, fondata sul libro dei libri, la Bibbia, esalta il cedro, che testimonia il regno di Israele per volontà del Signore. Sul monte Sion, il Signore pianta un cedro, il più alto e fiero degli alberi, dai cui rampolli si formerà la casa di David. Ma poiché l’altezza indica anche l’orgoglio, sarà solo il Signore che deciderà le sorti del suo popolo. Nelle antiche usanze, gli Ebrei piantavano un cedro alla nascita di un maschio e per una femmina un cipresso o un pino, simbolo di fragranza. La palma è ermafrodita e viene evocata, nel Cantico dei Cantici, come metafora della bellezza. Il melograno rappresenta la ricchezza, anche in termini di saggezza, o racconta il rossore sulle guance dell’amata: “Tu sei bella, amore mio. Le tue gote come spicchi di melograno”. E infine, l’olivo.

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L’Olivo

Il Deuteremonio, quinto libro del Pentateuco, recita: “L’olivo è il meglio dei prodotti del sole e il meglio di ciò che germoglia sotto la luna, la primizia dei monti antichi, il meglio dei colli eterni, il meglio della terra e di ciò che contiene”. Nella Bibbia l’olivo è il ricordo dell’alleanza fra Dio e il popolo eletto. Durante il Diluvio universale, Noè trova scampo sul-l’arca dove ha salvato anche una coppia delle fiere e degli animali domestici. Passano sette mesi, quando la sua imbarcazione si posa sulle cime del monte Ararat, il diciassette del mese: le acque diminuivano e apparvero i profili dei monti antichi. Trascorsi altri quaranta giorni, Noè aprì una finestra dell’arca e fece uscire un corvo, che non ricomparve. Poi liberò una colomba, la quale non sapendo dove posarsi, perché ancora l’acqua era su tutta la terra, tornò indietro. Noè attese altri sette giorni e fece ancora volare la colomba, che tornò la sera stessa con un ramoscello di olivo nel becco. Prendendo il verde ramoscello, l’uomo comprese che la terra gli veniva nuovamente offerta. Il giorno seguente fu quello del-l’arcobaleno. Dio disse a Noè: “Questo è il segno dell’Alleanza: il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno della Alleanza tra me e voi, tra me e la terra”. L’arco in cielo e l’olivo sulla terra diventano, da allora, i simboli della pace. Anche dopo millenni, la pace è raffigurata da una colomba con nel becco un ramoscello della “pianta migliore”. Il succo del frutto dell’olivo ha poteri consacranti. Nella Genesi, l’olio appare nell’episodio di Giacobbe, nipote di Abramo, che andava verso le terre di sua madre Rebecca per cercarvi moglie. Lungo la strada, riposò una notte con il capo su un sasso e sognò la scala (ziqqurat), che collegava la Terra al Cielo, con gli angeli che salivano e scendevano. In questo sogno, Dio disse a Giacobbe: “Io sono il Signore, il Dio di Abramo e di Isacco: la terra su cui sei coricato la darò a te e alla tua discendenza”. Il dormiente si trovava a Betel, poco a nord di Gerusalemme. La mattina dopo versò olio sul sasso, che gli era servito da guanciale e chiamò quel luogo “Porta del cielo, casa di Dio”. La pietra consacrata dall’olio fu quella fondativa della nazione ebraica. Questo rito oleario era comune alle religioni semitiche e particolarmente sentito in quella cananea.

Un altro monte: il Sinai. Mosè vi riceve da Dio, durante l’Esodo dall’Egitto, le Tavole della Legge e la prescrizione dell’olio santo. Disse il Signore: “Tu ordinerai agli Israeliti che ti procurino olio puro di olive schiacciate per il candelabro, per tenere sempre accesa una lampada, affinché dalla sera alla mattina essa sia davanti al Signore, rito perenne fra voi, di generazione in generazione”. Con olio profumato, Mosè unse il capo e la barba di Aronne, il primo dei ministri del culto, dando origine al sacerdozio e alla fratellanza di Israele. L’unzione con l’olio venne poi concessa ai re della nazione, a partire da Saul. Attraverso il rito consacratorio, vengono definite le qualità regali: “Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore di Dio”. Il carattere sacro dell’olivo si tramandò nel cristianesimo e nella religione islamica, ma prima di esporre questa parte, sintetizziamo la simbolicità della pianta nella civiltà greco-romana.

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L’olivo Greco-Romano

Il culto dell’olivo, nella mitologia greca, è legato al nome della dea Atena, Minerva per i romani. Il mito racconta che quando Cecrope fondò una città, Atena e Poseidone pretesero entrambi di darle il nome. La controversia finì davanti al giudizio degli Dei. Zeus stabilì che avrebbe avuto il diritto ad intitolare la città, quello tra i due contendenti che avesse fatto il dono più utile all’umanità. Poseidone fece balzare dalla terra un cavallo, mentre Atena creò una pianta d’olivo carica di bacche. Fu concesso, allora, alla Dea di imporre il proprio nome alla città: Atene. Tra i romani, chi esaltò l’olivo fu Virgilio, che lo elesse a simbolo della pace contro la guerra. Nelle Georgiche propose che sulle montagne in cui i romani subirono l’umiliazione delle Forche Caudine, fossero piantati degli olivi, in modo che chiunque si ricordasse delle brutture della guerra e della prosperità della pace.

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L’olivo Cristiano

I rami d’olivo benedetto caratterizzano la domenica prima della Pasqua cristiana, in ricordo della Festa delle Palme ebraica e dell’Orto degli Olivi, dove Cristo visse la Passione. Una leggenda racconta che la Croce di Gesù fosse di olivo e cedro. Così l’olivo diventò metafora del sacrificio per la resurrezione. Delle tradizioni ebraiche si conserva, nel cattolicesimo, l’unzione con l’olio, ma è un atto che riguarda tutti i fedeli, non solo i re e i sacerdoti. Nel sacramento della Cresima, il vescovo compie il gesto del crisma con l’olio profumato sul fedele e segna la sua fronte con la croce. Da quel momento, la Chiesa ha acquisito un nuovo cattolico. Nel sacramento dell’estrema unzione, l’olio è un aiuto e un conforto per i sofferenti e per moribondi. Il testo evangelico che fonda l’estrema unzione è una lettera dell’Apostolo Giacomo: “Chi è malato chiami a sé i presbiteri della Chiesa e costoro preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore”. Gesù stesso indicò la virtù dell’olio, quando mandò i suoi in missione: “Essi partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano d’olio molti infermi e li guarivano”. Il segno cristiano continua dunque quello ebraico e latino, contribuendo ad una sua più ampia diffusione come emblema di pace e di salvezza. Fu usanza medioevale in Europa che gli ambasciatori solessero portare un ramoscello d’olivo quando andavano a firmare un trattato di pace fra due nazioni e lo ricorda Dante Alighieri nella Divina Commedia: “E come a messager che porta olivo tragge la gente per udir novella”. Evidentemente, quella dell’olivo era una buona novella.

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L’olivo islamico

Il Corano cita l’olivo come immagine della luce di Dio, in una delle sue più famose sure: “Dio è la luce dei cieli e della terra. La sua luce è come quella di una lampada. collocata in una nicchia entro un vaso di cristallo simile a una scintillante stella, e accesa grazie a un albero benedetto, un olivo, che non sta né a oriente né a occidente, il cui olio quasi illuminerebbe se non lo toccasse fuoco. È luce su luce. E alla sua luce Iddio guida chi vuole. Così Iddio, che sa ogni cosa, propone agli uomini delle similitudini”. Similitudini divine, sono dunque l’olivo e il suo liquore.

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Proverbi

Anche a livello popolare l’olivo e l’olio hanno un significato mitico, come testimoniano tanti proverbi: “Cheto come l’olio” per dire di persona in pace. “L’olio e la verità vengono alla sommità” per dire il valore delle conclusioni veritiere. “Oleum et operam perdere” per dire, fin dall’antichità, quale disgrazia sia venir privati del proprio lavoro e del prezioso olio di ogni giorno.

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