A me questi Buzzi e Carminati, sia pur nella loro dimensione criminale, mi sembrano due topolini

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Alla fine la montagna giudiziaria partorì il topolino. Anzi, ad essere precisi, due topolini.

Uno dei due mouse è che esistesse un “sistema Buzzi” che si articolava, da anni, intorno alla pulizia dei cessi, all’accoglienza dei migranti, al pomposo “global service”. Lo sapevano quasi tutti gli altri operatori del settore.

Buzzi era a Roma ciò che oggi, nella gara CONSIP (Romeo/Bigotti/Tiziano Renzi/Lotti e tanti altri), appaiono gli imprenditori che si muovono in questo settore di mercato. Vi può sembrare una situazione diversa (più o meno scandalosa) perché, per ora, non parlano veramente i vari Romeo, intendendo che non fanno dettagliatamente la rendicontazione che Salvatore Buzzi ha fatto di anni e anni di corruttele e di libere elargizioni per oliare la macchina dei partiti e dei taglieggiatori di Stato.

Per ora, non avete informazione certe di come funziona il paradosso dei massimi ribassi che lo Stato incentiva quando si tratta di questo settore delicatissimo come ho avuto già modo di riferire in altro post.

Riflettete amici lettori: sarà paradossale e pericolosissimo che fossero affidate, da anni, le chiavi (e non solo metaforicamente) di centinaia di luoghi “sensibili”, infrastrutturali, dove, di giorno, prima del ripristino (le pulizie) che si facessero la sera o all’alba, ad opera dei “fantasmi” (1200) delle varie 29 giugno, si svolgevano attività delicatissime per la sicurezza dello Stato?

Di questo, dai giornaloni (ma anche dagli altri) avrei voluto sentire dire almeno mezza parola! Una montagna dicevo sta partorendo un topo, di fogna, ma sempre un topo.

Del secondo, Massimo Carminati, si sapeva tutto da decenni. Le fonti aperte che uso a seguire (verbali di processi ed altro) erano già raccolte e sistematizzate in un libro di Gianni Flamini, Edizioni Kaos, del 2009.

Nelle stesse giornate (fecondo 2009) Alberto Statera ci spiegava, con libri e colloqui, dettagliatamente, chi fossero Alfredo Romeo, Gianni Alemanno, Paolo Scarpellini, Francesco Gaetano Caltagirone e come funzionasse il “Sistema Roma” la cui eredità (fogna putrescente) se la sta beccando la povera ingenua Virginia Raggi.

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Che Massimo Carminati fosse come è, era di dominio pubblico.

Basta leggere, con onestà di intenti, quanto è scritto di seguito e se ne hanno le prove. Ci si dovrebbe chiedere, viceversa, come facciamo noi da anni, perché fosse libero di fare altro male.  Ma questo è il cuore nero di ben altro groviglio di quesiti.

Guardo le date di tutta questa vicenda e mi chiedo, banalmente, dopo anni di indifferenza (come la vogliamo chiamare?), perché non si è voluto lasciare a chi fosse venuto a fare onestamente, finalmente, il sindaco a Roma, la soddisfazione (e il merito) e l’onere di denunciare questo groviglio bituminoso. Forse quel sindaco si sarebbe preso il merito che in altro modo, viceversa, è andato ad altri.

E questo del fare chiarezza, fino in fondo, evidentemente, era cosa che non doveva succedere. Perché in realtà così, almeno fino ad oggi, non si è fatta nessuna chiarezza a meno che per voi il fatto che Buzzi fosse un corruttore di politici affamati sia aver fatto chiarezza. Qui di chiaro, dobbiamo dirlo senza debolezza alcuna verso nessuno, c’è solo che Buzzi, ragionieristicamente, ha rendicontato le cifre, provando, oltre ogni ragionevole dubbio, che a taglieggiare i lavoratori infimi delle varie 29 giugno, erano in molti spietati miserabili signorini. Più osceni sfruttatori di quei lavoratori di quanto lo fosse il loro datore di lavoro ufficiale.

Torniamo a Massimo Carminati che non ci ha detto nulla di significativo se non che gli avvocati e i giudici non tenevano documenti nelle cassette di sicurezza della Banca del Tribunale che lui, con somma audacia e grazie solo all’opera del suo ingegno, ebbe a svaligiare.

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Se per voi questa storiella è credibile? Peccato ci abbiamo sperato fino all’ultimo minuto ma niente di importante è stato pronunciato nel merito di queste complicità.

Passiamo, semplicemente (si fa per dire) a quanto era pubblico per quanto riguarda i rapporti tra banda della Magliana e destra eversiva. 

Inizialmente il trait d’union fra la banda della Magliana e la Destra eversiva è Alessandro D’Ortenzi detto “Zanzarone”. Costui ha un suo canale “politico” con il professor Aldo Semerari, ideologo della Destra. L’esperienza e le conoscenze del criminologo possono essere utili per ottenere perizie compiacenti. Se non mi sbaglio è quello a cui hanno tagliato la testa “per alto tradimento”.

Inoltre vediamo di non rimuovere cosa connotava Roma pochi mesi/settimane/giorni prima che il romanissimo (come radici politico-criminali) Carminati comparisse a fianco degli esponenti della Banda della Magliana.

A Roma avevano spadroneggiato i corso-marsigliesi, organici alla Loggia P2,  come ho chiarito in altro post. A Roma le Forze dell’Ordine che avrebbero dovuto dare la caccia ai criminali, erano dirette da due piduisti di sicura fede (Elio Cioppa e Antonio Cornacchia). A Roma, tolti di mezzo gli ormai fastidiosi e inutilizzabili criminali francesi, si organizza/favorisce l’ascesa dei ragazzotti che poi tanto hanno ispirato fiction e libri di successo. Che Carminati e i suoi siano stati “coltivati” (?), lasciati crescere liberamente (?), fatti complici (?), o filodiretti quali marionette del Grande Gioco Gelliano (GGG), poco ormai importa.

Continuiamo a leggere.

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Interrogatorio Abbatino, 3 dicembre 1992:

«Nel momento stesso in cui stringemmo rapporti con il gruppo di Acilia, che si integrò nel nostro, avemmo anche l’occasione di conoscere il Prof. Aldo Semerari.

In una posizione marginale all’interno della banda si trovava all’epoca Alessandro D’Ortenzi, il quale pur non avendo partecipato mai, neppure a livello decisionale, a attività criminali di tipo violento con noi, dimostrava peraltro una certa disponibilità a farci partecipi delle sue conoscenze, allorché queste fossero risultate utili per gli scopi dell’organizzazione. Per questi servizi il D’Ortenzi riceveva in cambio denaro o favori. Alessandro D’Ortenzi, dati i suoi trascorsi giudiziari e in certa familiarità con specialisti in psichiatria e Direttori di O.P.G., si era dapprima dato da fare per consentire a Nicolino Selis, su incarico della banda, di ottenere delle licenze.

Fu in tale occasione che istituì il contatto tra la banda e il prof. Semerari.

Quest’ultimo, atteso il suo impegno sul fronte eversivo e terroristico, a noi noto, aveva da parte sua interesse a metterci in collegamento con gli ordinovisti che a quel tempo operavano su Roma. Pertanto, grazie al contatto istituito da D’Ortenzi, si fece una riunione nella villa di Fabio De Felice, per discutere i possibili cambi di favori tra la nostra banda e i terroristi di destra che facevano capo al Semerari. La villa in cui avvenne l’incontro – il quale si svolse in epoca immediatamente successiva alla soppressione del duca Grazioli, quindi più o meno nella seconda metà del 1978 – si trovava nelle campagne del reatino, non saprei dire con precisione se si trattasse di Poggio Mirteto, essa era a ridosso di un monte, aveva soffitti, ricordo, molto alti, vi erano dei lavori in corso per la realizzazione di una fontana con cascata. All’incontro, per la banda, partecipammo io, Marcello Colafigli, Giovanni Piconi e Franco Giuseppucci. Era presente Alessandro D’Ortenzi. Oltre al De Felice ricordo presenti all’incontro il prof. Semerari e Paoletto Aleandri». Nasce l’ipotesi di una collaborazione tra eversione “nera” e criminalità comune. […] Si perseguiva il programma di organizzare “gruppi misti”.

Interrogatorio D’Ortenzi, cit:

«Nel frattempo, per i patti che avevo fatto con il prof. Semerari, dovevo cercare di reclutare uomini all’interno della malavita romana, che avrebbero aderito al movimento del prof. Semerari e del prof. Fabio De Felice, che era l’ideologo, per organizzare dei gruppi misti, tra gli estremisti di destra, componenti alla nostra organizzazione politica e con i componenti della malavita romana che avessero una certa esperienza per commettere reati di rapina e di assalto di furgoni postali o tra portatori di soldi […]».

D’Ortenzi si adoperò per ottenere l’adesione di Maurizio Abbatino e Edoardo Toscano. Si tennero delle riunioni.

Interrogatorio D’Ortenzi cit:

«Io ho avuto interesse di cercar di fare aderire sia Abbatino e sia il Toscano Edoardo al movimento politico che io facevo a capo del prof. Semerari. […]Soprattutto il Toscano e l’Abbatino avevano interesse di conoscere le potenzialità delle amicizie del prof. Semerari; si sono combinate delle riunioni a Castel San Pietro […]».

Nelle riunioni “non si giocava certo a briscola o a tresette”.

Interrogatorio D’Ortenzi, cit:

D’Ortenzi: «In queste riunioni […] si parlava, era – diciamo il momento del “terrorismo rosso”, […] si parlava della destabilizzazione del Paese, con la placida compiacenza delle personalità che sopra, prima, le ho elencato e quindi ho cercato in tutte le maniere di far aderire al “movimento” questi due nuovi personaggi […]»,

Presidente: «In che termini si parlava della destabilizzazione?»

D’Ortenzi: «Di creare il più caos possibile con degli attentati, da eseguire nelle varie città italiane per creare più confusione possibile, per chi aveva interessi più alti, un domani, una volta che lo Stato stava allo sbando, di prendere il potere. Lei lo sa bene che noi uomini di destra, soprattutto quelli dell’estrema destra, ci piace… uomini forti […]. Abbatino e Toscano non aderirono al progetto politico. Vi furono però rapporti di collaborazione […]».

Fino a qui sostanzialmente un’ampia premessa all’argomento principe e cioè la comparsa su questo fronte criminale di Massimo Carminati. Fascista banalmente come lo erano alcuni che sono già citati in questo brano. Direi, dopo aver sentito dalla sua viva voce come Carminati racconti il suo essere fascista (poco o niente di elaborato e molto connotato da una fede quasi fosse una forma di tifo per una parte ideologica rispetto ad un’altra) che, certamente è stato un criminale ma, come ho sostenuto dal primo giorno di questa vicenda di super corruzione trasversale a tutti i politici romani (in felice compagnia di Giuliano Ferrara e del Il Foglio), non mi appare proprio un mafioso, un’dranghetista, un camorrista.  Ma io chi sono per poter dire una tale stupidaggine?

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Avvicinamento e ingresso di Carminati nella banda cosiddetta della Magliana

Interrogatorio Abbatino, 11 dicembre 1992 (in piena Mani Pulite, per fissare il periodo):

«Massimo Carminati, quando si intromise, per come ho già riferito, nelle trattative per la liberazione di Paolo Aleandri, dietro restituzione di un “borsone” di armi equivalente a quello andato perduto, già conosceva e frequentava, unitamente ai fratelli Bracci e a Alessandro Alibrandi, Franco Giuseppucci. Questi, per quanto ora ricordo, quando Massimo Carminati si intromise, ce ne parlò come di persona di un certo rilievo nell’ambiente del terrorismo di destra. Sempre per quanto mi è dato di ricordare, peraltro, sino a quel momento, non esistevano rapporti particolari tra il Carminati e il Giuseppucci, legati ad attività criminali».

I rapporti di “affari” tra Carrninati e Giuseppucci.

Interrogatorio Abbatino, cit:

«Fu successivamente all’interessamento del Carminati per la restituzione delle armi che il gruppo di costui entrò in rapporti di “affari” con Franco Giuseppucci, tanti le possibilità che questi aveva di riciclare e reinvestire i proventi delle rapine.

Come ho già detto, il Franco Giuseppucci era un accanito scommettitore e, per tale sua passione, frequentatore di ippodromi, sale corse e bische, ambienti nei quali non di degnava di prestare soldi “a strozzo”, dietro interessi aggirantisi attorno al 20-25 per cento mensili. Il denaro che riceveva dal Carminati, consentiva ai due di ripartire tra loro il provento degli interessi: al Carminati veniva corrisposta una “stecca” del l0-15 per cento. Dal momento che il denaro riciclato in tal modo veniva conteggiato sulla base di lire 10 milioni per volta, il Carminati, per ogni dieci milioni di lire veniva a percepire mensilmente dal Giuseppucci, da un milione a un milione e mezzo di lire, fermo restando che Franco Giuseppucci garantiva la restituzione del capitale.  Sempre Franco Giuseppucci aveva messo il Carminati in contatto con Santino Duci, titolare di una gioielleria in via dei Colli Portuensi, il quale ricettava i preziosi provento di rapine ad altre gioiellerie e orefici, liquidando al Carminati il contante che questi, col metodo sopra specificato, riciclava e reinvestiva mediante lo stesso Giuseppucci [….

Attività che con il fascismo (basterebbe studiare Renzo De Felice – lo storico – o chiedere al suo allievo Paolo Mieli) ha poco a che vedere. A me sembra che queste attività infime (parlo dei prestiti a strozzo) confermino che il buon Carminati si “pensa” un fascista ma sa poco di quel movimento e dei suoi massimi teorici ed esponenti pubblici che certamente avrebbe considerato l’usura un’attività poco consona alla loro ideologia.

Interrogatorio Moretti, 16 maggio 1994, cioè, sempre per fissare il periodo, siamo a quando Silvio Berlusconi riesce ad attivarsi per salvare dal fallimento le sue aziende scendendo in politica. Lo fa sostenuto, consigliato, anche da Marcello Dell’Utri (certamente suo braccio destro), i cui rapporti con la mafia sono sentenziati senza ombra di dubbio alcuno:

«Tornando all’uscita dal carcere di Abbruciati, questi aveva già stretto rapporti con personaggi dell’eversione. Ricordo in particolare di incontri tra l’Abbruciati e Egidio Giuliani, Massimo Carminati, Alessandro Alibrandi, poco prima che morisse, e Pasquale Belsito. Tutti costoro erano stati aggregati da Franco Giuseppucci e Danilo, quindi, allorché uscì dal carcere, li trovò in qualche modo impicciati con la banda. La donna di Egidio Giuliani, quando entrambi eravamo detenute a Latina, mi era stata raccomandata e io feci il diavolo a quattro perché la stessa era tenuta segregata: ciò poi seppi, accadeva perché la donna si stava pentendo. Il fatto risale, se mal non ricordo, al 1980-81».

Carminati aveva un suo proprio gruppo, scrive sempre Gianni Flamini. Come vedete ho citato così non posso fare la fine della ministra Marianna Madia .

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Interrogatorio Abbatino. 11 dicembre 1992:

«A quell’epoca, del gruppo di Massimo Carminati facevano parte, oltre a Alessandro Alibrandi, i fratelli Pucci e i fratelli Bracci. Ricordo, altresì, che Massimo Carminati intratteneva stretti rapporti con un altro gruppo, del quale facevano parte i fratelli Valerio e Cristiano Fioravanti, Gilberto Cavallini e Francesca Mambro. Una volta, sia pure di fuggita, ebbi modo di vedere uno dei fratelli Fioravanti. Altro nome che sentii fare da Carminati era quello di Stefano Tiraboschi. Ho anche sentito parlare di Egidio Giuliani, persona sicuramente conosciuta da Franco Giuseppucci e con questi in rapporti, gravitante negli ambienti della destra terroristica, il cui nome collego con quello di Pancrazio Scorza e di Bruno Mariani, senza, tuttavia, saperne indicare la precisa ragione. Franco Giuseppucci, comunque, aveva rapporti anche con altre persone in comune con ambienti della destra eversiva, come, ricordo, con Marco Mario Massimi, che era un falsario di cui la destra si avvaleva […]».

Carminati ha libero accesso al deposito delle armi, aggiunge Flamini.

Interrogatorio Abbatino, cit:

«Il rapporto fiduciario che tra la banda e il Carminati si era ben presto instaurato tanto che a lui era consentito libero accesso al deposito di armi presso il ministero della Sanità, per come ho già avuto modo di spiegare, non implicava un assorbimento del suo gruppo nella banda stessa; pertanto, seppure a conoscenza del fatto che il Carminati e le persone a lui legate operavano vari spostamenti per l’Italia e anche all’estero, particolarmente in Svizzera, sia per intrattenere rapporti con latitanti, sia per compiere delle operazioni criminali, non sono, tuttavia, in grado di riferire particolari circa i luoghi dove essi si recassero, chi vi incontrassero e che cosa vi facessero; d’altra parte, il Carminati teneva con noi quell’atteggiamento di riservatezza che tenevamo noi con lui, atteggiamento che rappresentava sia per la banda che per il suo gruppo una garanzia rispetto al rischio che fossero troppe le persone estranee alle rispettive organizzazioni, quindi non legate dal vincolo del silenzio, a conoscere fatti rapportabili all’una o all’altro.

Questo per la prima volta mi appare come un comportamento che è tipico delle consorterie mafiose. Codice di comportamento comunque lontano nel tempo.

Un’attività che per certo il Carminati e i suoi svolgevano, per conto di Franco Giuseppucci, ma non nell’interesse della banda, era il “recupero crediti” nei confronti dei debitori che si rifiutavano o non erano in grado di far fronte ai propri impegni; era questa, per altro, un’attività che svolgevano anche nel proprio interesse, considerato che anche il denaro del gruppo Carminati era oggetto dei prestiti “a strozzo” di Franco Giuseppucci.

Come vedete la mia impressione di prassi che poco avevano a che vedere con l’ideologia fascista, è confermata.

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Per capire meglio i rapporti tra Franco Giuseppucci e Massimo Carminati, occorre tener presente il comportamento che la banda, stante l’attenzione da cui era circondata, si era imposto, onde dare all’esterno l’impressione di un frazionamento in gruppi tra loro collegati. Vi fu, pertanto, un periodo, tra la carcerazione di Enrico De Pedis e la morte di Franco Giuseppucci, durato qualche mese, nel quale quest’ultimo diede l’impressione di lavorare da solo. Allo scopo, si avvalse del gruppo del Carminati onde realizzare una vendetta nei confronti di un tabaccaio, appartenente alla malavita dell’Alberone, il quale non aveva adempiuto agli obblighi di solidarietà a favore del De Pedis, durante il tempo che questi era stato detenuto. In ordine a tale fatto, per altro, non sono in grado di fornire particolari, essendone venuto a conoscenza indirettamente, fatto che aveva tuttavia rafforzato il rapporto fiduciario con il Carminati ».

Carminati era esperto in esplosivi. Interrogatorio Abbatino, cit:

Spontaneamente l’imputato dichiara: «Erano tempi, quelli, cui tutto si faceva artigianalmente, anche gli ordigni esplosivi, dell’approntamento dei quali Massimo Carminati era un esperto: egli usava dei barattoli, ad esempio contenitori di vernici o simili, chiusi ermeticamente, dopo essere stati riempiti di esplosivo, di bulloni, e schegge metalliche, muniti di una miccia e detonatore, inseriti nel tappo attraverso un buco. Il Carminati, a scopo dimostrativo, realizzò alcuni di questi ordigni a casa di Raffaele Pernasetti. Per nostro conto, ricordo che preparò anche un ordigno costituito non da un barattolo, ma da un tubo di metallo chiuso alle estremità, che facemmo esplodere tra le saracinesche e il vetro della porta di una bisca alla Magliana, dalle parti di via Greve, a fianco della quale c’era un Comitato di quartiere: l’attentato aveva scopi intimidatori nei confronti del gestore, in quanto, a poca distanza, Gianni Piconi aveva aperto altra bisca in società con il suocero e non tollerava la concorrenza: in quell’occasione intervennero anche i Carabinieri. A piazzare l’ordigno avevamo provveduto io e lo stesso Carminati […]».

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Definire Carminati un “esperto di esplosivi” perché sapeva artigianalmente (la confezione di un ordigno non può non essere che di tipo artigianale in quanto è un manufatto) assemblare un barattolo o saldare alle estremità un tubo dopo averlo riempito di esplosivo, mi sembra un eccesso.

Se invece di Carminati, questo Abbatino avesse frequentato l’ingegnere in Arte Mineraria, Enzo Maria Dantini, chissà come lo avrebbe definito.

E ho fatto il nome Dantini non a caso perché non è detto che quel poco che Carminati mostrava di saper fare, non fosse “merito” di momenti formativi che avevano nel Dantini la matrice. Certamente Dantini aveva conosciuto bene il Fabio De Felice di cui sopra,  perché questo mi consta personalmente. Tutta gente (Dantini, De Felice, Semerari, Alibrandi) ormai morta. Tranne Carminati che sembra deciso a non raccontare nulla di importante.

Perdendo un’occasione di rivelarsi altro da un criminale. Perché di politico mi sembra che non mostri un bel niente. Ambienti eversivi certamente e, direi, senza fare facili ironie, esplosivi, ma non mafiosi.

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Gente esaltata, fanatica, intossicata da un uso della violenza quasi fine a se stessa, disposta a fare i sottopanza di usurai, direi che può essere anche ritenuta fascista, con saluto o senza, ma alla fine della fiera non per questo mafiosa. Mi sembra solo gentaccia speculare alla banda di grassatori, di piccoli criminali che si buttano in politica per spennare i poveri elettori. Mi sembra più una storia di “Dio li fa e poi li accoppia”, che si chiamino Odevaine, Buzzi, Alemanno o Massimo Carminati.

Se si votasse per la pena in un mondo che non c’è, direi quindi che non di consorteria mafiosa si tratta ma di criminali alleati e complici di criminali politici.

Il Fascismo, tragedia storica da cui nasce il Nazismo, il Salazarismo, il Franchismo, il Peronismo e compagnia cantando, lo lascerei da parte. Così come la Mafia con le sue dimensioni altrettanto tragiche. Tiriamolo fuori dall’isolamento quindi questo Carminati e diamogli però un ventennio di anni (questo sì omaggio al Fascio) per non averci voluto raccontare con chi ha steccato (i documenti che non c’erano) il bottino dello scasso nella Banca del Tribunale. Quanti ne prenderà viceversa per il processo in corso non sta a me prevederlo. I venti anni, in un gioco di fantasia, glieli darei perché non ha collaborato a ricostruire la storia della Patria di cui, evidentemente, da buon fascista, non gliene frega un ben amato cazzo.

Oreste Grani/Leo Rugens

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