Guerre vicine, guerre lontane: l’amata Siria e la misteriosa Corea!

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Dichiarava, lapidariamente, anni addietro, dalle pagine di Limes, il generale Fabio Mini:

Sessanta anni di confronto militare hanno reso ogni ipotesi di conflitto armato in Corea un gioco a somma zero, senza vinti né vincitori. La geografia degli eserciti e il peso del fattore nucleare vanno in questa direzione“.

A noi interessa, nella nostra semplicità di analisi (noi, ad esempio, a differenza del senatore Antonio Razzi, non siamo mai stati nella “terra dei tre regni”), evitando di considerare semplicisticamente la Corea del Nord l’ultima dittatura stalinista della storia, osservare un luogo dove si coltiva/venera, sia a Nord che a Sud, il nazionalismo. E che nazionalismo! Sia a Nord che a Sud. E questa del nazionalismo che mi appare la cifra più interessante della realtà geopolitica paradossale divisa lungo il 38° parallelo. Per cui, rivendicando di essere stato, con altri intelligentoni (non io, ma loro sì) uno che nel 1979 (dieci anni prima che accadesse) lavorava a cosa sarebbe successo se si fosse riunificata improvvisamente e inaspettatamente la Germania, oggi, basandomi semplicemente sul fatto che ieri, nel pieno di una situazione che chiunque definirebbe tesa, si sono sfidate le nazionali femminili di hockey sul ghiaccio delle due Coree, lancio l’ipotesi che, in realtà, sofisticate diplomazie (esclusivamente e segretamente coreane) stanno lavorando per riunificare la Corea, senza più nord e sud ma semplicemente la Repubblica dei Tre Regni che torna. All’epoca della Germania divisa, noi ci basammo sul fatto che pur di assistere a concerti rock, giovani tedeschi della DDR, uscivano clandestinamente dal paese comunista, rischiando la prigione se non la vita. Qualcuno questa partita di hockey sul ghiaccio (ambiente metaforicamente da sgelare, quindi!), in vista delle Olimpiadi Invernali del 2018, deve pur averla pensata e poi organizzata?

Io mi porrei il problema quindi se non abbia ragione un bizzarro come Razzi piuttosto che un bullo come Trump.

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Entrambi sono ignoranti di molte cose, entrambi hanno delle capigliature che si fanno notare, ma uno (il nostro) si muove con una dose di realismo che nasconde qualcosa di veramente intrigante.

Bisognerebbe sapere se al Sud, in Corea, sono razzisti come lo sono al Nord perché, comunisti, al Nord, non sono mai stati. Razzisti, invece, certamente sì, tanto da ritenere che la razza coreana abbia addirittura, sulle altre, una superiorità morale.

Nella costituzione del Nord non è mai pronunciata la parola comunista. C’era, ma è stata, da molti anni, cancellata. Razzisti/nazionalisti a Nord e potrebbero esserlo anche a Sud.

La questione del benessere (di decine e decine di volte il PIL del Sud supera quello del Nord dove, lo sapete, si vive con la cinghia tiratissima) è certamente un problema, ma ci deve essere un segreto che ci sfugge, se la dittatura nordista riesce a tenere sotto controllo una popolazione di 20 milioni di abitanti con una frontiera lunghissima per essere resa invalicabile.

I lanci di missili non fanno più vittime nel Sud, come facevano un tempo. Appaiono (oltre che dei test tecnologici) solo dei pernacchi (ultra sonori) agli americani e servono a ribadire che è opportuno trattarli da “tigri di carta”. Li trattano, infatti, come se sapessero che, in realtà, gli USA hanno “paura” della Corea del Nord.

Ecco cosa c’è in gioco ora che il manovrabile/suggestionabile Trump ha vinto le elezioni e può, se lo volesse, scatenare l’inferno.

A Nord, in queste ore, dopo l’attacco USA in Siria, si dice semplicemente che l’atomica coreana si giustifica e come.

Meno “autistici” di come – a volte – sembrano. Nazionalisti e non comunisti quindi e pronti a lanciare messaggi di facile lettura ai compatrioti che vivono a Sud. Ai giovani soprattutto.

Vista la pochezza culturale dimostrata in Vietnam, in Afganistan, in Iraq, nei Balcani, in Libia, in Siria, in tutto il Corno d’Africa e ovunque hanno messo il naso o gli stivali, gli americani (scusandomi per la semplificazione), anche nel caso della Corea, farebbero solo danni se attaccassero.

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La Corea del Nord potrebbe anche essere l’esca/miccia di una operazione di vera destabilizzazione di tutto il nord-est asiatico ma per trovare il coraggio politico e militare necessario a questa scelta non basta neanche un “pronto a tutto” come Donald Trump.

L’attacco potrebbe scatenare l’inferno e non sappiamo se dall’Inferno – questa volta – è previsto il ritorno.

La Cina ha una sua agenda, passatemi l’ipotesi catastrofica, per conquistare il mondo e non credo che sia pronta, da domani, al grande passo.

Per cui, per ora, le Coree viaggiano, paradossalmente, verso l’unificazione. Strisciante, a sussulti ma intravedo una possibile deriva unificante per le due Coree che sono connotate, come ho detto, da secoli di patriottismo e da forme di razzismo culturale che, alla fine, potrebbero prevalere su chi trama perché rimangano divise. E in quanto divise, deboli e funzionali al disegno, sia della Cina che degli USA. Ma non di una Russia che fosse veramente ambiziosa.

Comunque, difficile non sbagliare se si sa poco, storicamente e culturalmente, di quelle terre.

Meglio, con prudenza, chiedere ad Antonio Razzi.

Oreste Grani/Leo Rugens


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