L’Egitto macchiato non solo dal sangue dei cristiani: Giulio Regeni, martire dell’intelligenza e dell’interesse nazionale

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Se i blogger hanno una coscienza, io la mia me la sento a posto.

Intendo dire che parlo della “centralità” dell’Egitto, da quando scelsi per la “fabbrica d’idee” a cui diedi vita, anni addietro, il nome di Ipazia alessandrina. Aggiunsi, al nome della musa ispiratrice, l’espressione “preveggenza tecnologica”. Ipazia, come molti penso sappiano, è nata e morta tragicamente ad Alessandria d’Egitto, appunto.

Mi sono speso, negli anni, consapevole della semplicità e marginalità di questo blog, perché perfino Papa Bergoglio (come vedete farnetico in termini di megalomania) non rimuovesse la figura di Ipazia e di quanto accaduto, nel 415 d.C., ad opera del vescovo cristiano Cirillo.

Ho inutilmente atteso che qualcuno di autorevole prendesse d’anticipo, per le corna, il “toro” Egitto che veniva avanti con tutta la sua carica distruttiva.

In questo senso, grazie alla intellettualità e scienza storica di Pompeo De Angelis, all’Egitto e al suo strategico canale, abbiamo dedicato ben 27 post che ora stanno per diventare un libro.

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Ora, mentre l’orrore sembra prevalere, tutto il mondo viene a sapere che Papa Francesco si prepara alla missione impossibile di recarsi al Il Cairo, per cercare, una via d’uscita. Al tempo, la famiglia Regeni, in pieno diritto dopo l’offesa straziante subita, chiede giustizia per Giulio, a sua volta martirizzato come a nessuno, da anni, era capitato.

Giulio Regeni, novello Ipazia, è stato infatti, di fatto, scarnificato vivo, con una ferocia malsana, per giorni. Malsana e inspiegabile.

Quanti messaggi perversi conteneva tale accanimento? Quali minacce indirizzate obliquamente (e non tanto) all’Italia/al Papa/allo Stato Vaticano/all’ENI, gli aguzzini avevano l’ordine di incidere sui connotati del nostro compatriota? E per conto di chi? Perché, è certo (e lo diciamo dal primo giorno), nessun aguzzino, sua sponte, tiene, per giorni, un cittadino italiano segregato per divertirsi a torturarlo. Gli aguzzini di quella spietatezza e abilità sono ubbidienti. Punto. Siamo ancora in attesa di sapere, dal ministro degli Esteri dell’epoca, il flemmatico Paolo Gentiloni (oggi Capo del Governo di questa Repubblica di conniventi) e dal ex (?) responsabile dei Servizi Segreti Domenico Minniti, detto Marco, oggi Ministro di Polizia di polso, che cazzo è successo al Il Cairo in quelle giornate in cui le polizie egiziane non avevano altro di meglio da fare che sfogarsi con un italiano, casualmente anche analista intelligente. Un nostro compatriota, per Dio. E smettetela di far suonare l’inno di Mameli, di stare impettiti davanti al Tricolore, come se aveste veramente una patria, gente senza sangue nelle vene. Vi leggo dissertare di paura/paure: ore ed ore, Giulio Regeni, nostro eroico concittadino, friulano della migliore razza, ha vissuto immerso nella panico crescente che solo i professionisti addestrati da super professionisti sanno incutere.   

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Vogliamo sapere cosa facesse in Egitto, in quelle stesse ore, il direttore dell’AISE, Alberto Manenti, e senza le solite palle intorno a segreti di Stato che non possono esistere in questo caso. L’interesse superiore della Nazione è che si dica la verità ai familiari e all’opinione pubblica al tempo stesso. È in gioco la nozione stessa di interesse nazionale. I cazzi vostri, il business (che non sapete oltre tutto neanche difendere come si vede ovunque e comunque), non può giustificare tali silenzi. Cosa sia successo in India con i marò è buona prova. Diceva qualche tempo addietro Gianluca Ansalone sollecitato nel merito da Paolo Messa:

“L’interesse nazionale è la somma di due elementi fondamentali dello Stato: da un lato la percezione di sé, dall’altro la percezione dell’altro da sé, di ciò che è fuori dai confini e nel mondo. La percezione di sé, se rapportata alla storia contemporanea del nostro Paese, rende evidente il perché il concetto di interesse nazionale non sia mai divenuto patrimonio pubblico.”

Lo dice una persona per bene come Ansalone (si fa per dire in quanto il manager si applica, professionalmente, per difendere gli interessi degli assassini che spacciano tabacco e nicotina uccidendo, solo in Italia, 90/100 persone la giorno inducendole a fumare) non un blogger estremista come Leo Rugens. Chi si è voluto avvertire quando si è scientemente catturato Giulio Regeni, scelto in quanto italiano, presente in Egitto in addestramento all’uso intelligente del cervello utilizzato per comprendere le complessità contemporanee, soprattutto nei terreni che fanno da sfondo all’intelligence economica? E che questa storia macabra abbia come sfondo l’intelligence economica è certo e non abbiamo nessun intenzione di recedere da questa opinione. Non recederemo quindi dal suggerire a chi di dovere (e che ne abbia la veste e l’autorità) di fare domande e pretendere risposte.

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Andreotti e il giovane Manenti

Se deve essere intelligence pubblica, ubiqua, diffusa, condivisa, che lo sia, a cominciare dal caso “Giulio Regeni”, prima che diventi una pantomima ipocrita come quelle di Ilaria Alpi, di Franco La Molinara o Nicola Calipari. Tanto per pescare nel mazzo, tre dei nomi tra i più noti. La morsa della crisi finanziaria che solo ai sempliciotti (o ai complici dei corsari) può sembrare in via di soluzione, obbligherà sempre più ad assistere a violenze di questa natura e ad episodi misteriosi la cui interpretazione non deve rimanere esclusivo appannaggio di pseudo-specialisti. Cosa c’è sotto allo scempio di questo nostro ragazzo? Chi si doveva fare da parte e perché? Chi sul corpo di Regeni doveva leggere la fine che avrebbe fatto, metaforicamente, pinco piuttosto che pallo se non ci fossimo ritirati? E, soprattutto, da che cosa ci dovevamo ritirare? Per ora, abbiamo “ritirato” un ambasciatore. E si massacra un italiano, per giorni e giorni, per un effetto risibile come il ritiro di un ambasciatore? Ma fateci il piacere, parafrasando Antonio de Curtis, in arte Totò.

Così, oltre a Giulio Regeni, che non dimenticheremo per nessun motivo al Mondo, abbiamo omaggiato anche il nostro amatissimo Principe del Teatro.

Oreste Grani/Leo Rugens

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