Sarà l’acqua a decidere se l’India diverrà ricca o povera

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Dedicato agli amici, italiani e non, che, per professione, si dedicano alla materia prima strategica per eccellenza: l’acqua.

Oreste Grani/Leo Rugens

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La saggezza di Gandhi

Molti anni prima che l’India diventasse indipendente, qualcuno domandò al Mahatma Gandhi se desiderava che l’India libera fosse “sviluppata” come la Gran Bretagna, il paese dei suoi colonizzatori. Gandhi rispose un secco no, sbalordendo il suo interlocutore, per il quale la Gran Bretagna era il modello da imitare. E aggiunse: “Se la Gran Bretagna ha dovuto saccheggiare mezzo mondo per essere com’è, di quanti mondi avrebbe bisogno l’India?”

La saggezza di Gandhi ci lancia una sfida. Ora che l’India e la Cina stanno per entrare nella schiera dei ricchi, l’“isterismo ambientale” che accompagna la loro crescita dovrebbe farci riflettere; e non solo circa l’impatto di queste popolose nazioni sulle risorse del nostro pianeta ma, ancor prima e più radicalmente, sul modello economico dello sviluppo che ha portato stati decisamente meno popolati a saccheggiare e a degradare le risorse della nostra unica Terra.

Parliamoci con chiarezza: nella sua essenza, il modello di sviluppo occidentale – che India e Cina desiderano così ardentemente emulare – è intrinsecamente nocivo. Consuma uno smisurato quantitativo di risorse, energia e materia, e genera una quantità enorme di rifiuti. Il mondo industrializzato ha imparato a mitigare gli impatti negativi della produzione di ricchezza investendo ingenti somme di denaro, ma è evidente che non è mai riuscito a contenerli, creando di fatto molti più problemi rispetto a quelli che risolve.

Si prenda ad esempio il controllo dell’inquinamento atmosferico nelle città del mondo ricco. La crescita economica nel periodo postbellico ha posto queste metropoli, da Londra a Tokio a New York, in serie difficoltà per quanto riguarda il contenimento dell’inquinamento. Il mondo ricco ha reagito alla crescente domanda d’ambiente dei suoi cittadini investendo in nuove tecnologie da applicare a veicoli e carburanti. Alla metà degli anni 80 gli indicatori di inquinamento, allora misurati attraverso la quantità di particolato sospeso, dichiararono le città pulite.

Ma agli inizi degli anni 90 la scienza delle misurazioni aveva fatto dei progressi: gli scienziati confermarono che il problema non era il particolato nel suo insieme, ma il particolato sottile e respirabile, capace di penetrare nei polmoni e nel sistema circolatorio. La causa principale di queste minuscole tossine, di queste micropolveri che vengono inspirate, era il combustibile diesel utilizzato negli autoveicoli. Allora la tecnologia applicata ai veicoli e ai combustibili cambiò di nuovo: ridusse lo zolfo nel gasolio ed escogitò modi per intrappolare le polveri sottili prima che uscissero dai veicoli. Si credette che la tecnologia di nuova generazione avesse affrontato e risolto la sfida.

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Ma le cose non stanno così. Gli scienziati occidentali stanno constatando che se le tecnologie riducono la massa di particolato, si rilevano però particelle sempre più piccole e molto più numerose. Queste “nanoparticelle” (misurate alla scala del nanometro, equivalente a un milionesimo di millimetro) non solo sono difficili da misurare, ma – dicono gli scienziati – potrebbero essere anche più letali perché penetrano facilmente anche attraverso la pelle. E quel che è peggio, la contropartita della riduzione delle emissioni di particolato dai veicoli è stata l’aumento delle emissioni di ossidi di azoto, altrettanto tossiche.

Ma la ciliegina sulla torta è un’altra realtà amarissima: il mondo industrializzato avrà forse ripulito le sue città, ma le sue emissioni hanno messo a rischio l’intero sistema climatico mondiale e hanno reso milioni di persone – coloro che vivono ai limiti della sopravvivenza – ancora più povere e vulnerabili a causa del cambiamento del clima. In altre parole, l’Occidente non solo persevera nel creare i problemi, ma per di più li fa ricadere sugli altri, meno fortunati e meno capaci di affrontarne le conseguenze.

Questo è il modello di crescita che il mondo povero desidera adottare. D’altra parte, perché no? Il mondo avanzato non sembra aver trovato un sistema alternativo in grado di funzionare. Anzi, predica che gli affari vanno bene solo se si cercano soluzioni nuove a problemi vecchi. Ci racconta che il suo modo di creare ricchezza è il progresso, e che il suo stile di vita non è negoziabile.

Ma io credo che il mondo povero debba far meglio. Il Sud – India, Cina e i loro vicini – non ha alternative se non quella di reinventare il percorso dello sviluppo. Nel periodo di maggior crescita del mondo industrializzato, il reddito pro capite dei suoi abitanti era molto più alto di quello attuale nel sud del mondo. Il prezzo del petrolio era più basso, il che ha significato una crescita economicamente più conveniente.

Ora il Sud sta adottando lo stesso modello: intensità di capitali e dunque maggiori divisioni sociali, intensità di energia e materia, e quindi maggior inquinamento.

Il Sud non ha però la capacità di fare forti investimenti a favore dell’equità e della sostenibilità. Non può attenuare gli impatti negativi dello sviluppo, e ciò è letale.

Soffermiamoci sul problema dell’inquinamento atmosferico. Alcuni anni fa, l’organizzazione per cui lavoro sostenne che la città di Delhi doveva convertire il proprio sistema di trasporti pubblici a gas naturale. Così facendo si sarebbe dato un corretto impulso tecnologico, riducendo enormemente le emissioni di particolato. E infatti oggi Delhi vanta la più consistente flotta mondiale di autobus e altri veicoli da trasporto che funzionano a gas. La città ha stabilizzato l’inquinamento nonostante l’elevatissimo numero di mezzi circolanti, le tecnologie povere a disposizione e i poco efficienti sistemi di monitoraggio delle emissioni dei veicoli. In altre parole, Delhi non ha adottato un percorso di miglioramento tecnologico rivolto ai dispositivi di filtro e controllo applicati ai veicoli e neppure è intervenuta per ripulire il combustibile. Ha invece superato d’un balzo degli inutili rimedi tecnologici, imboccando una strada diversa in termini di sviluppo.

Ora, dato il crescente numero di veicoli privati che affollano le strade di tutte le città e il conseguente inquinamento che aggredisce i polmoni dei cittadini, il problema da porsi è: si può reinventare il sogno della mobilità in modo tale che non diventi un incubo? È possibile aprire nuove strade alla città del futuro coniugando mobilità e crescita economica con gli imperativi della salute pubblica? In un modello di crescita ibrido – che sposi cioè il meglio del nuovo e del vecchio – le città funzionerebbero con i trasporti pubblici, ma utilizzando le tecnologie più avanzate.

Anche se tutto il mondo sembra cercare solo soluzioni-tampone all’inquinamento e alla congestione del traffico, noi dobbiamo inventarci ex novo una soluzione.

La gestione dell’acqua pone gli stessi problemi. India e Cina non possono permettersi di sprecare acqua prima e diventare efficienti poi. Non possono inquinare e poi ripulire; debbono inventarsi un modello di gestione dell’acqua. L’India, in particolare, per incrementare le sue risorse dovrà attingere alla tradizione costruendo milioni di strutture locali e decentrate; dovrà raccogliere l’acqua piovana per aumentare le proprie risorse idriche. Ma contemporaneamente dovrà guardare al futuro, investendo in tecnologie di riciclo e riuso che aumentino l’efficienza dell’acqua. Per esempio dovrà riprogettare il sistema degli scarichi civili e industriali, un settore ad alta intensità di capitale e materiali, che utilizza l’acqua come mezzo di trasporto. Ma non si potrà permettere la costruzione di reti fognarie e il trattamento delle acque nere che oggi inquinano i suoi fiumi e laghi.

Sarà dunque l’acqua a decidere se l’India diventerà ricca o rimarrà povera. Ma per assicurarsi un futuro ricco d’acqua, l’India ha bisogno di inventiva e ingegnosità oltre che di denaro e tecnologia.

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La questione è se tutto questo è possibile. Dopo tutto, se il mondo ricco non ha trovato risposte ai problemi dello sviluppo non sostenibile, perché dovrebbe riuscirci il mondo povero? I movimenti ambientalisti del mondo ricco si sono formati successivamente al periodo di creazione di ricchezza, durante il periodo caratterizzato dalla generazione di rifiuti. Hanno discusso su come limitare i rifiuti, ma non hanno avuto la capacità di ripensare il modello stesso di generazione dei rifiuti. Questo tipo di ambientalismo, nato dalla ricchezza, non aveva bisogno di avventurarsi oltre.

Invece, nel Sud del mondo il movimento ambientalista si sta sviluppando proprio nel periodo di creazione della ricchezza, tra enormi iniquità e povertà. Per l’ambientalismo dei “relativamente” poveri, le risposte diventano impossibili se non si riformula l’intero problema.

Un cambiamento è possibile, ma con due prerequisiti essenziali.

Primo, un alto grado di democrazia, affinché anche i poveri – vittime ambientali spinte ai margini – possano esigere un cambiamento. È fondamentale capire che nei nostri paesi il motore principale del cambiamento ambientale non sono il governo, le leggi, le normative, i fondi o la tecnologia, bensì la possibilità dei cittadini di “usare” la democrazia.

Ma la democrazia va oltre le semplici parole di una costituzione. Necessita di un’attenta cura affinché i media e il potere giudiziario e tutti gli atri organi della governance possano prendere decisioni nell’interesse collettivo e non privato (leggi imprenditoriale). Insomma, questo ambientalismo dei poveri necessita di più istituzioni pubbliche credibili.

Secondo, il cambiamento richiederà conoscenza: pensiero nuovo e innovativo. Per sviluppare l’abilità di pensare in maniera diversa è necessario rompere con la rimozione storica, con l’arroganza delle vecchie idee precostituite. Una rivoluzione, un salto mentale, ecco ciò che manca di più al Sud. La cosa più nefasta dell’attuale modello di sviluppo industriale è che ha rammollito le teste pensanti del sud del mondo, supponendo che non possano trovare risposte. Hanno solo problemi, la cui soluzione devono cercare nelle risposte già collaudate dal mondo ricco.

Ed è proprio qui che il mondo ricco deve imparare da Gandhi. Deve imparare a non predicare perché non ha nulla da insegnare. Ma, se segue l’ambientalismo dei poveri, può imparare a condividere le risorse della Terra affinché ci possa essere un “futuro comune” per tutti.

Sunita Narain

Sunita Narain

(Sunita Narain, Direttrice del Centre for Science and Environment, India)

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