Storie di spie olivettiane

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Fondazione Olivetti

In questi giorni, grazie alla manifestazione culturale indetta dal’Associazione Gianroberto Casaleggio (M5S), si è sentito riparlare di Adriano Olivetti di Ivrea.

Sono già state scritte milioni di parole sulle vecchie realtà che presero corpo grazie allo stimolo di Olivetti e sull’occasione mancata. Mai abbastanza ma, comunque, se ne è parlato. Si è letto (sempre poco) della Macchina 101, sostanzialmente il primo vero personal computer.

Non ricordo, viceversa, che in questi ultimi anni, qualcuno si sia dedicato ad evidenziare quanto fossimo avanti nel campo informatico se, ad esempio, ad Ivrea fu tatto nascere il NAXIM 5100 A, cioè l’insieme dei dati relativi alle prove di laboratorio del Protocollo Tempest, sistema di protezione dei computer dalle intrusioni a distanza senza collegamento fisico.

Per capirsi, non solo ci hanno azzerato nel mondo informatico, dopo il 1965 (nascita della 101) quando si capì che saremmo potuti divenire i migliori a fare personal ma anche, evidentemente, se leggete di seguito, quando cercarono di fotterci il Naxim 5100 A, classificato riservatissimo ci consideravano vivaci e da “saccheggiare”.

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Il 6 luglio 1990, fu arrestata a Torino (città, come altre volte ho detto, fino a quegli anni, super frequentata da spie in servizio permanente effettivo, provenienti dai più importanti Paesi del mondo), dai Carabinieri, tale Maria Antonietta Valente, nata ad Ivrea, il 7 ottobre del 1939 (chissà se è ancora viva?) abitante, all’epoca, in via Galluzia 3, Banchette (Ivrea).

La cinquantenne venne indiziata di spionaggio militare (che tempi!) a favore dell’URSS. Che tempi, ripeto. L’accusa era di aver cercato di vendere, a mezzo di tale Victor Dimitriev (che tempi, che cognomi, che avventure!), il sistema anti intrusione di cui sopra.

Se qualcuno se lo voleva comprare, deduco, da profano, che, ancora nel 1990, dovevamo essere considerati cazzuti nel campo. L’impiegata fu incarcerata alle Nuove di Torino e poi, ben difesa dagli avvocati Franco Balosso e Alberto Mussone (chissà se sono vivi e se esercitano ancora?), fu trasferita agli arresti domiciliari.

Il 9 maggio 1991, la Prima Corte d’Assise di Torino (spero di non sbagliarmi) presieduta dal dott. Romano Pettenati, dopo quattro ore e mezza di Camera di Consiglio, accogliendo sostanzialmente le richieste del PM dott. Ugo De Crescienzo, emette il verdetto di condanna: quattro anni di carcere per la non più giovanissima spia con il beneficio degli arresti domiciliari nella sua residenza di Banchette (Ivrea) e a tale Roberto Mariotti, Direttore della Olivetti di Mosca (avevamo degli uffici a Mosca!), sei anni. Ma il Mariotti era già latitante. Che avventure, che tempi, che emozioni per la nostra Italietta!

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Dimitriev, quasi sicuramente agente sotto copertura quale funzionario del commercio estero sovietico, non solo non si fa trovare ma ottiene dopo la sentenza definitiva in appello a quattro anni anche per lui, udite-udite (che tempi, che emozioni per questo nostro Paese oggi nel nulla!) la grazia, in una trattativa diretta tra il Presidente Francesco Cossiga e il compagno a tempo determinato, Michail Gorbaciov. Ma chi cazzo era questo Victor Dimitriev per ricevere un tale trattamento di qualità, se non un ufficiale del KGB o del GRU?

Tutti latitanti o graziati e l’unica che la paga (senza essere neanche stata pagata) fu la Valente.

Infatti, non solo andò definitiva a URSS di fatto sciolta, per cui il 19 gennaio 1993, ritorna in carcere per scontare il resto della pena (figurarsi oggi neanche l’avrebbero importunata con un fermo) e si salva inoltre, per un pelo, dall’accusa di aver offeso il Presidente della Repubblica Italiana, il suddetto Cossiga. Chissà se qualcuno riesce a ricordarsi come avesse offeso, durante la vicenda, il Presidente, per essersi beccata una denuncia d’ufficio dal Procuratore di Ivrea, dott. Bruno Tinti.

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Io ricordo certamente invece che il caso fu seguito, con la massima attenzione, come perito del Tribunale e dei Carabinieri/Servizi Segreti, dall’ing. Giuseppe Muratori che sapeva benissimo quale fosse il valore “strategico” del MAXIM 5100 A.

Che tempi, che storie, che Italia, che Torino, che Partito Comunista Italiano in dismissione! Perché, non lo dimenticate, tutto questo avveniva mentre era caduto da poco il Muro di Berlino, l’URSS si stava disfacendo, e l’intelligence economica sarebbe esplosa a poco. Così come la super guerra cibernetica che non si è più fermata.

Oggi rimane, sotto la Mole, la Juventus con le sue storie di criminalità calcistica. All’epoca ci giocavamo la partita della “cyber-minaccia”; oggi ci giochiamo solo le partite di calcio per far fare soldi alla ‘ndrangheta.

La verità è che non ci sono più i segreti di una volta.

Oreste Grani/Leo Rugens

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