1000 detenuti di al-Fatah in Israele fanno lo sciopero della fame?

israele palestina

Se ci sono mille detenuti che fanno un civile e pacifico sciopero della fame, ci sono – evidentemente – almeno mille detenuti incarcerati, in Israele, in quanto appartenenti ad al-Fatah. Numeri importanti che attestano un antagonismo diffuso per cui, in quei territori, molti sono pronti al carcere se non ad altri sacrifici. Mi sembra una notizia che ci deve far riflettere sui metodi di lotta politica scelti e sulla pericolosità, per tutti, di una situazione in cui un numero così alto di detenuti è pronto ad un’azione esemplare coordinata e comunicata al Mondo per aprire evidentemente una fase di confronto più di tipo politico che terroristico come tradizionalmente si intende. Potrebbe essere un’attività pre insorgente con gli eroi di questa guerra interminabile che mandano a dire agli interlocutori palestinesi, israeliani, americani, europei, russi, iraniani, libanesi che si è pronti ad una lotta senza quartiere. Segnale di difficile interpretazione ma che eviterei di sottovalutare.

Non ho informazioni sufficienti per dire che i mille, in realtà, non sono tutti di al-Fatah o meno perché per al-Fatah si dovrebbe intendere la più antica organizzazione della resistenza palestinese fondata nel 1959, nel Kuwait, dove erano riuniti Yasser Arafat, Salah Kahaf, Faruq Quaddumi, Khalil al-Wazir e Khaled al -Hasan che ne sono stati i fondatori e per anni i principali dirigenti. Fin dalla sua fondazione al-Fatah rifiuta la teoria del panarabismo dominante all’epoca e, al contrario di quella, sostiene che sia necessario liberare la Palestina senza attendere l’unità del mondo arabo. Parliamo di visoni realmente contrapposte e di tattiche che assumono comportamenti che non vanno ammischiati in un solo generico calderone.

Dicevo che al-Fatah nasce nel 1959 e che la vittoria della rivoluzione algerina nel ’62 conferma ai suoi dirigenti la necessità della lotta armata. Quando l’egiziano Nasser nel 1964 crea l’OLP, in realtà come strumento di controllo dei regimi arabi sulla lotta palestinese che era opportuno che arrivasse mai ad esplodere realmente, al-Fatah prepara la “lotta popolare”. Bisogna aspettare però il 1° gennaio del 1965 (sei anni dopo la fondazione) per assistere alla prima azione armata contro Israele ma è solo dopo la guerra del ’67 che al-Fatah si afferma sulla scena palestinese ed araba. Si arriva al marzo del 1968 (mentre qui esplodeva il ’68 e gli scontri di Valle Giulia a Roma) con la battaglia di Karamih tra l’esercito israeliano e gli uomini di al-Fatah, di stanza in Giordania. Immaginate che effetto alone si portarono dietro quegli avvenimenti tra la gioventù di “sinistra” di mezzo mondo e in particolare in quella italiana?

Si deve arrivare all’inizio del ’69 perché Yasser Arafat venga eletto capo supremo dell’OLP e a partire da quel momento la storia di al-Fatah tende a confondersi con quella dell’OLP di cui costituisce per anni la componete maggiore. Come quasi tutte queste strutture anche al-Fatah si struttura in un braccio armato di cui non sento mai parlare ma che ai miei tempi si chiamava al-Asifa cioè, in italiano, La Tempesta. Tenete conto che solo questa struttura combattente arrivò ad avere 20 uomini. Nell’OLP confluirono e nacquero molte altre sigle seguendo una cultura della scissione e del frazionismo tipico di quel mondo. E come se fossero stati partiti permanentemente in lotta che diedero vita ad una vera e propria giungla delle sigle anche perché nel periodo durante il quale le azioni terroristiche si susseguivano quotidianamente le azioni di guerriglia venivano rivendicate in nome di militanti caduti precedentemente moltiplicando le denominazioni. Sentire parlare quindi di 1.000 prigionieri politici di al-Fatah mi fatto una certa impressione, segno forse semplicemente di una mente segnata da ricordi datati. Sono tanti mille, però, soprattutto se in Israele non si rifletterà su cosa questa scelta potrebbe significare e quale stagione potrebbe aprire.

Bisognerebbe saper vedere affiorare in questa azione coordinata, i timori e le speranze di giovani palestinesi e israeliani che potrebbero decidere che è arrivato il tempo di un destino concreto comune. Chissà che da una scelta non violenta (lo sciopero della fame) non si creino le condizioni di una saggezza risolutiva che è opportuno irrompa in quella terra martoriata.

Oreste Grani/Leo Rugens

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