Quale destra potrebbe battere il M5S ?

Sono passati 46 anni da quel 4 maggio 1971 e mi sembra ieri. Ecco perché sono certamente vecchio e stanco: ho visto e sentito troppo!

Parole, quelle che seguono, di un uomo di destra, Giuseppe Niccolai, che sapeva cosa stava dicendo, in quel preciso momento.

Decenni addietro, in Parlamento, senza una sfumatura retorica, con un lessico laico, sferzante nei confronti del grande imbroglione già direttore dell’Espresso, il parlamentare missino pronunciava parole in difesa della verità e del rapporto necessario tra la società civile e quella militare, provando ad onorare una versione credibile di quei complessi avvenimenti.

Niccolai si schiera contro i sabotatori, mascherati da intellettuali, della convivenza civile, alla Eugenio Scalfari. 

Oggi, ex senatore socialista, ancora vivo, fa il sommo denigratore del M5S.

Parole da ricordare quelle di Niccolai, ovviamente dopo averle contestualizzate, che servono a chiarire come si organizzava (e si organizza ancora oggi) la disinformazione e le misure attive per togliere di mezzo chi dovesse essere tolto di mezzo.

Destra onesta quella di Niccolai di cui il Paese è certamente rimasto orfano. Al massimo, i paladini ex missini, sono Gianfranco Fini, imparentato con gentaccia, collusa a sua volta con mafiosi biscazzieri o gli Italo Bocchino che, per non saper né leggere, né scrivere, se la fanno con la Volpe di Posillipo, Alfredo Romeo e, per fare buon peso, anche con i biscazzieri mafiosi.

A destra, ancora una volta, provano a riunirsi intorno ad un opportunista (Berlusca for President) pronto a servire sotto tutte le bandiere pur di salvare il suo businisssse. E a sbarrare il passo al popolo sovrano che sempre di più si vuole dichiarare “pentastellato”. Ci vuole provare. Difficile che al “cinese di Arcore” riesca di risuscitare.

Oreste Grani /Leo Rugens


Sul “caso SIFAR”
(intervento alla Camera dei Deputati – 4 maggio 1971)

PRESIDENTE – È così esaurito lo svolgimento delle mozioni. Passiamo allo svolgimento delle interpellanze.
L’onorevole Giuseppe Niccolai ha facoltà li svolgere la sua interpellanza per la quale ricordo che, a sensi del primo comma dell’articolo 138 del nuovo regolamento, ha a disposizione 15 minuti.

NICCOLAI GIUSEPPE – Signor Presidente, intendo anche intervenire nella discussione sulle linee generali delle mozioni, a norma dell’articolo 139, comma 4, del regolamento, usufruendo così del termine di 45 minuti.

PRESIDENTE – Ne prendo atto, onorevole Niccolai.

NICCOLAI GIUSEPPE – Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole Presidente del Consiglio, se diamo uno sguardo non superficiale ai documenti -e sono essi che contano, perché su di essi siamo chiamati a votare- e se vogliamo tentare di caratterizzarli, possiamo dire che, mentre la mozione socialista si limita a chiedere la testa del generale De Lorenzo, quella comunista, forse inavvertitamente, chiama in causa non solo i poteri politici e militari, ma lo stesso sistema, «i corretti rapporti» -come dice la mozione- tra i vari organi dello Stato.
La mozione comunista, cioè, evidenzia una crisi del sistema, ma avverte che non si tocchi nulla anche quando tutto, sul piano istituzionale, si sfarina e si decompone. Mentre, quindi, la mozione socialista è epidermica, persecutoria, ridicola nelle sue conclusioni -soprattutto se si pensa che il primo firmatario di quella mozione è quella stessa persona che sulle vicende del SIFAR scrisse con i toni drammatici che tutti ricordano e che oggi conclude invocando le manette per il generale De Lorenzo, ma dimenticando vistosamente che per quelle vicende proprio il partito socialista italiano deve chiarire molti pesanti interrogativi- la mozione del partito comunista mette il dito sulla piaga: la crisi del sistema.
Fermandoci sul documento socialista, potremmo dire, del suo contenuto, quello che si dice del settimanale “L’Espresso”: «Inventa con estrema precisione». Il colpevole è uno solo: De Lorenzo; non c’è altri, nessuna complicità politica.
Ci sembra un po’ poco! L’ex-collaboratore di “Nuovo Occidente” (con De Marzio e Nino Tripodi) e di “Roma Fascista” (con Giorgio Almirante), l’onorevole Scalfari, che non ci risulta abbia fatto per un sol giorno il soldato (e le ragioni sono misteriose), vorrebbe dunque farci credere di ignorare che fu l’onorevole Aldo Moro a richiedere al generale De Lorenzo notizie sui possibili aspiranti alla carica di Presidente della Repubblica. Non trovo alcunché di sconveniente in quello che chiese l’onorevole Aldo Moro. Poteva rifiutarsi, il generale De Lorenzo, e può essere punito il militare per avere raccolto e catalogato quelle notizie? Per ciò che riguarda le maggiori autorità dello Stato, è possibile distinguere tra affari pubblici e privati? Chi può affermare e sostenere che le loro relazioni (soprattutto se irregolari, e tali da esporli a ricatti), le loro condizioni di salute (soprattutto mentali) non abbiano un rilievo della massima importanza nelle valutazioni afferenti la sicurezza dello Stato? Possono, dei militari, essere puniti per aver ubbidito alle sollecitazioni della superiore autorità politica?
Si afferma, da parte socialista, che le deviazioni riguardavano una strumentalizzazione dei servizi segreti per finalità estranee alla sicurezza nazionale e si basa l’accusa contro il generale De Lorenzo ed i suoi collaboratori sul fatto che costoro si sarebbero dedicati all’hobby della collezione dei fascicoli al fine di porsi -così è scritto nella mozione socialista- come elemento risolutore della crisi politica di quei tormentati mesi del 1964, utilizzando quel materiale.
D’accordo; ma la domanda rimane, e fu già posta nel maggio del 1967, in quest’aula, dall’onorevole De Marzio. Questo collezionista di fascicoli dove acquistava i pezzi per la sua collezione? “L’Europeo” ha pubblicato le veline dei rapporti di certi incontri tra illustri politici posti al vertice della vita politica italiana, anche quando essi erano riuniti intorno ad una tavola imbandita (ritengo, generosamente). Anche il pensiero sulla situazione politica dell’illustre professore Giovanni Spadolini (oggi direttore del “Corriere della sera”, ma ieri sostenitore, con la penna, sul foglio di “Civiltà italica” unitamente a Giovanni Gentile e Ardengo Soffici, della Repubblica Sociale Italiana), compare sui mattinali del SIFAR. Forse l’onorevole Scalfari vuoi farci intendere che commensali di questi personaggi erano dei modesti sottufficiali del SIFAR? Forse l’onorevole Scalfari vuoi darci ad intendere che ufficiali dei carabinieri partecipavano alle riunioni al vertice, ai dibattiti dei partiti di maggioranza, quando, per citare un caso, l’onorevole Nenni relazionava sui copiosi aiuti ricevuti dai laburisti, che avrebbero poi giovato anche alla causa dell’onorevole Scalfari, per le sue elezioni a Milano?
Tutto ciò è ridicolo: la prima responsabilità è dei politici; sono le cosche politiche che tutto muovono, e tessono la ragnatela dell’intrigo e della corruzione.
Il 15 ottobre 1969, in un’aula del tribunale di Roma, durante il processo De Lorenzo-Gaspari, il presidente del tribunale ha chiesto al generale De Lorenzo se riconosceva come sua la firma apposta su ordini di pagamento del SIFAR emessi in un arco di tempo compreso tra il 1962 e il 1964 e riguardanti l’onorevole Venturini, segretario amministrativo del partito socialista italiano, il giornale “l’Avanti!”, il suo direttore, senatore Pieraccini, e la sua consorte.
Dal “Corriere della sera” traggo testualmente questo dialogo: «Riconosce come sue le firme apposte su questi mandati?». De Lorenzo: «Certo che è la mia: è la mia e come!». Presidente: «A quale disposizione di legge si richiama, per tenere segreto il nome di colui o di coloro che l’autorizzarono ad emanare questi mandati?». De Lorenzo: «Anche se non è scritto a chiare lettere, quello che riguarda il SIFAR è tutto segreto, e non posso aggiungere altro».
Qual è la morale di questo episodio? Che il finanziamento del partito socialista italiano da parte del SIFAR ci fu, e fu attuato dal SIFAR su precisi ordini politici. Le smentite degli onorevoli Nenni, Pieraccini e Venturini, le assoluzioni dell’onorevole Aldo Moro, non valgono più un fico secco, se su questo episodio dell’ottobre 1969 tutto il mondo politico ha taciuto, perfino “l’Unità” (questo possiamo capirlo, dato che sono corse voci sui rapporti tra il SIFAR e l’onorevole Spallone ha taciuto anche -e me ne dispiace- la Presidenza della Camera, che pure aveva raccolto le smentite degli onorevoli Nenni, Pieraccini e Venturini; ha taciuto, quando aveva il dovere morale di contestare loro il fatto nuovo emerso in un’aula del tribunale.
Si considerino le date di quei pagamenti 1962 e 1964; nel 1962 siamo agli inizi del centro-sinistra; nel febbraio del 1964 siamo alla vigilia del cosiddetto colpo di Stato de “l’Espresso”, il settimanale che inventa con estrema precisione. Il SIFAR finanziava il partito socialista nel momento in cui, come afferma la mozione comunista, il SIFAR preparava il «piano Solo», cioè nel febbraio del 1964! E l’onorevole Scalfari vuole e pretende la testa del generale De Lorenzo!
Non so se l’onorevole Bertoldi, che è assente, avverta tutta la vergogna che deriva da questa vicenda, lui che spesso ama soffermarsi sui finanziamenti occulti dei movimenti eversivi. Un contributo concreto -con tanto di nome, cognome, e indirizzo- sul finanziamento dei partiti, lo portiamo noi in quest’aula, ed è per bollare il PSI, il partito di Treves, di Turati, di Bissolati, il partito della… pace! Eccolo affondare la bocca e le mani nelle casse del servizio informazioni delle forze armate! Così si fanno i partiti, così si fanno i deputati!
E forse, signor Presidente, non conferma la diagnosi la vicenda di cui si dibatte in un’altra aula del tribunale di Roma e che riguarda i 30 milioni aleggianti sul congresso repubblicano di Ravenna?
Se è questo il mastice che vi incollò allora, perché meravigliarsi tanto che si continui, su quella falsariga, a farsi eleggere per esempio, nelle liste del PRI in Sicilia, e si invochi la protezione del mafioso Di Cristina, magari con la raccomandazione del sindaco comunista di Riesi? Se non è zuppa è pan bagnato!
Ecco: possono vicende del genere dare credibilità a quello che facciamo e rappresentiamo per le giovani generazioni italiane?
E non ci si venga a dire, dinanzi a questo maleodorante spettacolo, che la congiura del SIFAR, le liste di proscrizione, il «piano Solo» altro fine non avevano se non quello di combattere la politica nuova che il PSI portava al Governo. Il PSI era tanto affamato agli inizi del suo esperimento governativo che la bocca la metteva dovunque si presentasse l’occasione, senza guardare certo né alla natura né alla provenienza dei piatti che gli venivano offerti.
Ed allora, in queste condizioni, tutta la responsabilità sarebbe dei militari! E lo afferma una classe politica la quale popola, con la sua presenza, con le sue mezze coscienze, con i suoi mezzi caratteri, con le sue omertà, con le sue ruberie, le aule dei tribunali italiani infettando e decomponendo tutto quello che tocca e sancendo, al tempo stesso, la distinzione (immorale e suicida per lo Stato) tra subordinati -i militari- che pagano e superiori -i politici- che godono di immunità di casta. Ma non ci si accorge che, comportandosi così, si annienta ogni fiducia nello Stato da parte di chi deve servirlo e si minano i rapporti gerarchici, nel momento stesso in cui si pretende di ristabilirli?
Posso trarre, perciò, una prima conclusione: non accettiamo la tesi per cui i militari, e solo i militari, sarebbero i responsabili della vicenda del SIFAR. Le responsabilità sono politiche, sono della classe politica. La classe politica parli, faccia un buon bucato, qui, davanti al paese.
La seconda considerazione, o meglio la morale, che scaturisce dalle risultanze della inchiesta è -mi riferisco, come ho detto all’inizio, alla mozione comunista- di ordine istituzionale. È chiaro che i dirigenti politici hanno cercato, allora come oggi, di alleggerire il peso delle loro difficoltà, delle loro crisi e delle loro responsabilità con un diversivo clamoroso, quello del presunto colpo di Stato del 1964. Esso è servito da alibi interno, soprattutto del PSI, per i giochi di corrente. È stato gonfiato per comodità polemica, per giustificare certi cedimenti. Nenni, allora fu maestro, grande maestro! Indubbiamente dei fascicoli, della loro esistenza, Pietro Nenni sapeva dal 1946. Anche i comunisti ne conoscevano l’esistenza, e la legittimità della esistenza. Un episodio curioso: Pietro Nenni fu pubblicamente accusato nel 1946, quando era alto commissario per le sanzioni contro il fascismo, di aver prelevato il suo fascicolo e di averlo trattenuto alcuni giorni, di averci levato alcune carte e di averne aggiunte altre. Si querelò contro il giornalista Trizzino. Il tribunale gli dette torto: il giornalista Trizzino venne assolto con ampia formula, perché quei fatti erano realmente avvenuti.
Dunque, si schedava anche allora! I comunisti erano al potere e trovavano tutto ciò legittimo: la democrazia non era in pericolo perché essi erano al potere!
Grande maestro, Pietro Nenni, anche nel 1964, quando scrisse i famosi sei articoli su “l’Avanti!” che denunciavano una situazione di pericolo: per scongiurare il colpo di Stato descritto e paventato da Nenni su “l’Avanti!”, i socialisti cedettero. L’espediente (nenniano) non poteva restare confinato nell’ambito delle mezze voci e delle confabulazioni di corrente.
Così si è passati tutti dalla padella nella brace: i fantasmi, a furia di parlarne, sono diventati una realtà psicologica, una forma di suggestione che si è trasmessa, di riflesso, non solo alle forze armate, provocandovi penose fratture morali, ma all’intero paese.
La «fantapolitica» -che altro non è, signor Presidente del Consiglio, se non il vero colpo di Stato che il partito comunista compie ogni giorno- prende le mosse dalle vicende del 1964. Anche in questo appaiono chiari i limiti di un partito come quello socialista che resta, anche quando è al Governo, protestatario, massimalista, pressapochista. Il senso dello Stato non gli è per nulla connaturale. La guida dello Stato richiede atteggiamenti diversi che non la pratica comiziesca!
Ricordiamo, per inciso, un altro episodio parlamentare, poco noto, del 1917. Già allora i socialisti, in piena guerra, evocarono fantasmi di colpi di Stato, insinuando che Cadorna stava tramando ai danni del potere politico e protestando contro i fascicoli raccolti su esponenti politici neutralisti o disfattisti dalla polizia militare. Ciò avveniva nel clima di Caporetto. Mezzo secolo dopo, la situazione non è mutata, mentre la flotta sovietica passeggia nel Mediterraneo.
Ma è proprio in questo clima, che sta tra il comiziesco e il pressapochismo, che si giocano le sorti non solo delle forze armate, ma delle stesse istituzioni.
Il partito socialista, attraverso il Governo, su un terreno indubbiamente già ben preparato e ben coltivato dalla partitocrazia, diffonde i germi di dissoluzione della società nazionale: e così tutto si sfarina e nel paniere di questi rivoluzionari da operetta, con le teste dei generali, si raccolgono i cocci di uno Stato in disfacimento.
Noi riteniamo che questo dibattito conclusivo sulla vicenda del SIFAR dovrebbe essere una occasione da non lasciar cadere per la classe politica, per esaminare francamente, e al di là di tutte le strumentalizzazioni e della «fantapolitica», le condizioni di tenuta del sistema, anche in ordine alle molte proteste che esplodono nel paese e che sono destinate a crescere, se ancora i politici, per non vedere, ameranno trastullarsi con la «fantapolitica» cara al partito comunista, che parla molto di colpi di Stato altrui per poter compiere il proprio vero, autentico, colpo di Stato.
Il sistema, signor Presidente del Consiglio, per reggere, deve avere un fondamento credibile. Il consenso non è sopportazione, è convinzione.
I casi come quello del SIFAR, come quelli di Agrigento, di Fiumicino, come gli scandali dei tabacchi, delle banane, come la vicenda di Bazan, sono soprattutto manifestazioni di tirannia e di debolezza insieme. Ad ognuno di questi casi corrisponde un danno, un sacrificio imposto ai singoli e alla collettività.
II sistema è diventato totalitario nel senso deteriore del termine. Non ci si ferma, nella propria sete di potere, nemmeno dinanzi ai servizi segreti delle forze armate. Ce ne serviamo, nel groviglio di vipere che caratterizza la vita politica italiana.
Al tempo stesso il sistema diventa sempre più debole e insufficiente, perché non ha più credibilità. In Sicilia, con la rapidità mediterranea nella demistificazione delle bugie convenzionali, si è ormai spappolata ogni sovrastruttura ideologica e politica, riducendo la lotta politica a puri rapporti di forze, a rapporti clientelari. Nel resto del paese sta accadendo lo stesso.
L’aumento numerico delle forze dell’ordine, grazie al capo della polizia e alla mentalità con cui egli la guida, è inversamente proporzionale alla loro efficienza, e ciò è un tratto distintivo del disordine. Uno Stato in cui ogni cittadino debba essere sorvegliato da un altro, cioè debba mantenere un altro perché lo sorvegli, è uno Stato assurdo. A Roma sta toccando la sorte di Saigon: fuori della cinta urbana non si riesce a controllare più nessuno, se non pagando!
Alla credibilità e alla fede, i partiti sostituiscono legami finanziari. Non si crede più, ci si difende soltanto, grazie ai cani da guardia del sistema, tenuti al guinzaglio dall’indennità, dal gettone, dallo stipendio. Questi cani da guardia crescono di numero, non di autorità, e più l’autorità si discredita, più pare necessario aumentare il numerò di chi deve preservarla ed esercitarla.
È un giro vizioso, destinato ad esplodere, a farci saltare tutti. Ed è un pericolo, signor Presidente del Consiglio (lo diciamo noi, da questi banchi), molto più grave dell’inserimento del partito comunista nell’area del potere e del Governo.
Le polemiche da romanzo poliziesco, evocate ancora una volta in quest’aula, sul colpo di Stato, amplificate con l’evidente proposito di contestare a settori politici un sottofondo permanente di tentazioni autoritarie, accentuano le condizioni precarie del sistema, ma allontanano, con una mitizzazione negativa, ogni possibilità di tranquilla soluzione.
Le vie democratiche di uscita dalla crisi del sistema vengono presentate come uno spauracchio; unica strada ammessa è il vicolo cieco in cui ci dibattiamo. Ma questo è il metodo della tonnara, della mattanza! Facciamo attenzione! Chi si fa complice, anche, per semplice considerazione di opportunità politica, nel rifiuto acritico, terroristico, di ogni civile discussione su prospettive democratiche diverse dalle attuali, pone senza contropartita delle pericolosissime ipoteche sull’avvenire del paese.
Per questo ringraziamo la pur triste vicenda del SIFAR, che ci consente di rivolgere questo discorso alla democrazia cristiana, domandandole fino a che punto sia disposta a subire il processo socialista per le «avventure» del luglio 1960 prima, del luglio 1964 poi; processo che immobilizza ed imprigiona l’intero paese, senza vie d’uscita, fino a soffocarlo nella morsa della crisi del sistema. Servono male le istituzioni tutti coloro che, come fanno i comunisti nel loro documento, presentano queste istituzioni più fragili dell’esile figura dell’onorevole Segni o della tenebrosa «caramella» (mi perdoni l’onorevole Giovanni De Lorenzo) di un generale.
Non è possibile che il sistema politico italiano trovi sollievo agli acciacchi di cui soffre in mali più o meno fantasiosi. Dopo Segni, Borghese. Dalla gracile figura di Segni siamo passati ai «pensionati» che metterebbero in pericolo le istituzioni.
La profondità della crisi si misura da queste manifestazioni isteriche di una classe politica che ha perduto perfino il senso del ridicolo; una classe politica che, dopo avere smantellato lo Stato in omaggio all’antirepressione all’antiautoritarismo, invoca poi lo Stato forte, repressivo, nei suoi aspetti odiosi, inviando l’esercito contro una città, Reggio Calabria, rapinata dalle clientele politiche, ed insegnando ai militari -sempre sospettati di colpo di Stato- che solo loro possono mantenere l’ordine.
Questa vicenda, quindi, che per tanti versi è servita a molti anche per diventare deputati e senatori, che certamente non ha portato vantaggi a nessuno (e meno di tutti all’esercito), che ha esplicato fino ad oggi tutto il suo potere corrosivo, abbia per lo meno il merito di richiamare responsabilmente tutti a rimeditare sulle tare che minano il nostro sistema ed impediscono di avanzare alla società civile. Sia un responsabile richiamo ed un monito, al tempo stesso, perché venga democraticamente aperto un dibattito onesto, chiaro, davanti a tutto il paese sul modo per uscire dalla crisi del sistema, prima che sia troppo tardi, prima che lo squallore che da tutta questa vicenda sale fino a noi, il marcio profondo di tutto il sistema, il turpe lenocinio tra sottogoverno e Governo politico, ci travolgano del tutto, affinchè lo Stato italiano, da una specie di «cosa nostra» quale è diventato, si trasformi sul serio in una limpida, pulita «casa di vetro»!
(Applausi a destra).

[…]

PRESIDENTE – È iscritto a parlare per dichiarazione di voto l’onorevole Giuseppe Niccolai. Ne ha facoltà.

NICCOLAI GIUSEPPE – Signor Presidente, onorevoli colleghi, il nostro no alla risoluzione della maggioranza prende corpo dal suo comportamento, onorevole Presidente del Consiglio, che nella replica, sbilanciandosi a sinistra, in riconoscimenti che più che umani sono apparsi politici, non ha raccolto i molti ed inquietanti interrogativi che stamane noi le abbiamo posto. Fate cadere la mannaia sulla testa di De Lorenzo ed assolvete l’intera classe politica, e ciò fate in un profluvio di parole, come democrazia, libertà, Resistenza ed istituzioni. Si tratta di un verdetto ingiusto che non possiamo condividere e che l’opinione pubblica italiana non potrà accettare. Noi le avevamo chiesto, onorevole Presidente del Consiglio, quali fossero le sue valutazioni morali in ordine ad alcune vicende che il popolo italiano, attraverso processi clamorosi, sta vivendo e dalle quali esce distrutta la vostra sentenza, il verdetto che vi accingete ad emanare.
È stato detto da parte comunista e da parte dell’onorevole Scalfari che è stato accertato che il cosiddetto «piano Solo» è del febbraio 1964; ma sono anche di quel periodo, onorevole Presidente del Consiglio, cioè del febbraio 1964, i mandati di pagamento emessi dal SIFAR destinati al partito socialista italiano. Cioè nel momento in cui il SIFAR preparava il suo colpo, il partito socialista italiano prelevava denari dalle sue casse. Il tribunale di Roma ha altresì accertato che fin dal 1962 il partito socialista italiano affondava le sue mani nei fondi del Servizio di sicurezza: nel 1962 germoglia il centro-sinistra, nel 1964 il cosiddetto colpo di Stato che, guarda caso, rimette in sella il Governo di centro-sinistra. In queste due date, in queste due vicende, c’è la vostra storia, la storia non pulita di come siete nati, di quale tipo di colla vi tenga uniti, nulla di diverso della rissa che vi distingue ora per le varie poltrone da assegnare nei vari enti. Fate pagare a De Lorenzo maleodoranti azioni; azioni che però sono opera dei politici.
Noi le abbiamo chiesto questa mattina, onorevole Presidente del Consiglio, quali fossero le sue valutazioni morali in ordine alle smentite che in quest’aula, in una famosa seduta, in ordine a quei mandati di pagamento che riguardavano “l’Avanti!” ed illustri personaggi, dettero i Moro e i Nenni, Presidente del Consiglio l’uno, vicepresidente del Consiglio l’altro; smentite che il tribunale di Roma nell’ottobre del 1969 ha considerato infondate e non veritiere. Noi le abbiamo chiesto questa mattina quali fossero le sue valutazioni morali in ordine a quello che avviene in un’altra aula del tribunale di Roma dove i 30 milioni affidati al colonnello Bono, destinati al congresso repubblicano di Ravenna, evidenziano una situazione da basso impero, dove le istituzioni nate dalla Resistenza, come ella ha affermato, onorevole Presidente del Consiglio, vengono da chi siede ai vertici della vita politica italiana mercanteggiate. Non credo che questa sia la via, se così si fanno le maggioranze e i deputati, di irrobustire la Repubblica italiana intorno alla quale ella ha fatto vibrare le sue armoniose considerazioni.
Onorevole Presidente del Consiglio, ella ha taciuto su tutta la linea; non ha reso un buon servizio a nessuno, né allo Stato né alle istituzioni, né alle forze armate, né agli stessi politici. Non credo di dire cosa inesatta affermando che, nel momento stesso in cui si lasciava andare sull’onda di meditazione intesa a irrobustire da un lato la libertà dei cittadini e dall’altro l’autorità dello Stato, ella ha vibrato nella sostanza il più duro colpo al prestigio dello Stato e delle istituzioni che si potesse immaginare, sancendo un triste e distruttivo principio, quello della distinzione fra i subordinati militari che pagano e i superiori politici che godono di immunità di casta. È questa la via sulla quale non sarà dato più di trovare un cane che osi servire lo Stato, è la via sulla quale si minano tutti i rapporti gerarchici, nel momento stesso in cui il Presidente del Consiglio pretende, con il solito discorso, che la stampa di opinione definirà domani «nobile», di ristabilirli e di irrobustirli. Lasci che io le dica, dato che si è soffermato sulla sofferta inquietudine della maggioranza e dell’opposizione, che questo settore ha sofferto per le sue dichiarazioni. Questa sofferenza nasce dalla constatazione amara e triste insieme che ancora una volta quest’aula ha ospitato un dibattito che ha avuto sì per protagonista le forze armate, ma per metterle sotto accusa. In un momento in cui i soldati d’Italia sentono l’imperiosa necessità di prospettare, come artefici della sicurezza di tutta la nazione i tanti loro problemi insoluti, materiali e morali, perché il paese li capisca, li sorregga e li aiuti, ancora una volta regalate delusione, amarezza, sfiducia alle forze armate. Non è certo questo un buon servizio che rendete alle istituzioni. Noi non vi possiamo seguire su questa strada: il nostro «no» sofferto prende, onorevole Presidente del Consiglio, corpo e forza da queste valutazioni che prima di essere valutazioni politiche sono valutazioni morali.
(Applausi a destra)

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