Il plagiarismo alla base del concetto di ipertesto pensato da Theodor Nelson

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Dico che una che pretende di fare il Ministro (Ministra la chiamate voi) della Repubblica, se, per laurearsi o avere titoli, plagia, copia o fa cose simili, lo deve dire. Se non lo dice, deve essere allontanata. Tanto più se non ha titoli e mente. Giusto e punto. Invece, qui da noi, nella Repubblica dei campanelli, si è fatto finta di niente.

Per quanto invece riguarda gli altri cittadini, intendendo quelli comuni come noi, sono dell’idea che del plagiarismo (chissà se si può dire così?) ci sia bisogno.

Il plagiarismo è stato considerato a lungo come un male nel mondo culturale. E’ stato considerato come un furto di linguaggio, idee e di immagini da parte di coloro che non avendo abbastanza talento, rubano idee ad altri, per allargare la loro fortuna personale o il loro prestigio. Eppure, come la maggior parte delle mitologie, il mito del plagiarismo si può invertire facilmente. Forse sono sospetti (vi  piace questa lettura audace?) proprio coloro che difendono la privatizzazione del linguaggio; forse le azioni del plagiario (ma si può chiamare così?), dato uno specifico sistema di condizioni sociali, sono le uniche che contribuiscono all’arricchimento culturale. Minchia, che tesi audace e rivoluzionaria!

Prima dell’Illuminismo, il plagiarismo fu utile nel favorire la distribuzione delle idee.

Un poeta inglese poteva appropriarsi di un sonetto di Petrarca, tradurlo e dire che era suo. In accordo con l’estetica classica dell’arte come imitazione (un po’ mi invento gli argomenti a sostegno della mia tesi, un po’ li plagio, e un po’ sono veri), questa era una pratica perfettamente accettabile. Questa attività era legittimata dal fatto che contribuiva alla diffusione di opere che altrimenti non sarebbero state conosciute.

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I lavori dei plagiaristi inglesi come Chauser, Shakespeare, Spenser, Sterne (tutti morti  per cui non mi possono smentire, tantomeno denunciare) sono ancora la parte vitale dell’eredità inglese (era tutta roba nostra ma ladri-pirati-sfruttatori come sono in tutto…) e sono rimasti nel canone letterario fino ai nostri giorni.

Nella nostra epoca (parlo proprio di questi tempi contemporanei) sono emerse nuove condizioni (e questa è invece la mia tesi audace ed originale), si determinano condizioni che rendono nuovamente il plagiarismo una strategia accettabile (e qui rincaro la dose), perfino indispensabile, per la produzione testuale. Viviamo in un’epoca di ricombinazione; i corpi sono ricombinati secondo dei criteri di nuova sessualità; si sente parlare di robotica collaborativa tra uomo e macchine; testi ricombinati e cultura ricombinata mi sembrano il minimo che possa accadere.

Se guardiamo indietro a/traverso la cornice/lente del senno del poi, possiamo ritenere che la ricombinazione è stata sempre la chiave dello sviluppo del significato e dell’invenzione.

L’importante è che ciò che nasce da questo modo di procedere nel plagiare (evviva, l’ho detto!) sia una creazione nuova, inedita, un “salto” nella continuità del flusso del tempo. L’opera dell’ingegno che riproducesse soltanto, sarebbe la copia di qualcosa di già esistente, una sorta di déjà vu, di immagine allo specchio. Sarebbe (e se ne sentirebbe l’odore) un esempio di immobilità letale, impressa nel mondo. Se ne sentirebbe la puzza e se ne vedrebbero la fissità anticamera della morte. Io parlo di plagio dinamico (ma esiste?) la cui complessità e valore è dato proprio dal processo insito di formazione in quanto composizioni di parti connesse tra loro da relazioni armoniche. A riuscirci, certo.

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Plagiare o cercare/trovare/unire/scoprire/riconoscere una loro affinità elettiva tra cose già dette? Scoprire/favorire una reale possibilità del tendere di alcuni pensieri/idee l’una verso verso l’altra non imitando/copiando/plagiando ma favorendo lo spostamento/valorizzazione del celato sotto la forza endogena che non si sarebbe mai potuta esprimere senza l’aiuto risolutore del plagiario.

Arrivo al dunque e al pensiero recondito a cui sono in realtà interessato dopo tutti questi preliminari pipposi.

Gli straordinari progressi compiuti recentemente (dobbiamo non distrarci perché stiamo parlando di istante per istante) nella tecnologia elettronica (chiamo così ogni fenomeno scientifico che ha subito/usufruito dei vantaggi dell’accelerazione di calcolo) stanno richiamando l’attenzione sulla teoria che confusamente ho anticipato sulle “ricombinazione” sia nella teoria che nella pratica. Esempi tra tutti l’uso del morphing nel video e in quella forma evoluta che è ancora il cinema da intrattenimento.

Il valore primario di tutta la tecnologia elettronica (cosa non lo è?), specialmente dei computer e dei sistemi impliciti dell’elaborazione dell’immagine, è la velocità impressionante (ma riusciamo ancora ad impressionarci?) alla quale si possono trasmettere informazioni sia in forma grezza che in forme raffinate. Mi fermo un attimo. Siamo in grado di sapere/capire di quali velocità sto scrivendo e a quali raffinatezze alludo? Sono certo di no, perché, anche gli addettissimi ai lavori (che conosco e frequento), si stanno perdendo e gli “gira la capa” quando trovano un istante per pensarci!

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Dato che l’informazione (chiamiamola ancora così ma è come se uno parlasse dell’aria che respiriamo) fluisce ad alta velocità attraverso le reti elettroniche (so che sono altro ormai cioè ottiche, neurali o naturali), sia temi di significati disparati che a volte incommensurabili, si intersecano con conseguenze illuminanti e innovative. E vengo al cuore di quanto vorrei sostenere, da cultore, marginale ed ininfluente, del plagio in generale e dell’uso intelligente delle fonti aperte, in una società dominata da un eccesso (?) di esplosione della conoscenza.

Dobbiamo tornare/arrivare ad esplorare le possibilità di significato di quel che già esiste, considerando questo traguardo più urgente che aggiungere nuova informazione ridondante. Punto. Ma come pensate che sfuggano alcune informazioni che viceversa sembra incredibile che vengano sottovalutate se non addirittura neanche prese in considerazione? Sto parlando delle agenzie preposte pur dotate di organici megagalattici e budget sconfinati!

Sono per lavorare su quanto esiste (sto parlando di Intelligence culturale e partecipata) e lasciare ad soluzione (ecco la robotica collaborativa) altri compiti. E converrete che non è certo questa la sede in cui discutere di queste intuizioni e di questi compiti, per cui qui mi fermo per non farmi plagiare.

Tornando a quello che con superficialità e sempre per non rimuovere le responsabilità (ma veramente gliene vogliamo farne una colpa alla signora ministra invece di pensare a quelli che hanno pensato che una così potesse guidare la complessità emergente?) ho chiamato plagiarismo, teniamo in conto che oggi lo si debba ritenere inevitabile se non auspicabile data dalla natura dell’esistenza nell’Infosfera (ecco  l’amore per Turing e la stima per Luciano Floridi filosofo dell’Informatica) il stessa e della sua in continua evoluzione tecno-infrastruttura. In una cultura di ricombinazione (cosa è un ipertesto che, in automatico, vi si compone nel vostro computer quando solo “pensate” ad una adolescente un po’ discinta?) il plagiarismo è produttivo, ma certo presuppone l’abbandono del modello romantico della produzione culturale basato sulla creazione dal nulla. Questo modello è anacronistico e proverebbe, se lasciato libero di operare, a srotolare il tempo. Per affrontare la fase (soprattutto nel campo in cui mi diletto da dilettante allo sbaraglio e da marginale ed ininfluente blogger) dobbiamo combattere la bigotteria culturale istituzionale che vorrebbe continuare a classificare segreti, privatizzando la cultura delle informazioni riservate utilizzandole in modo funzionale ai bisogni esclusivi e ai desideri dell’élite al potere.

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Vedete che, sia pur vecchio e stanco come sono, un pensiero rivoluzionario, d’attacco alla oligarchia sanguinaria imperante, alla fine, a cerchi concentrici, sono riuscito a elaborarlo? Il data base culturale che deve essere posto alla base del Tempio, non può che essere aperto per lasciare che tutti, amici e nemici (!), usino la tecnologia della produzione testuale al livello più alto delle sue potenzialità. O saremmo, facendo le proporzioni, in Boko Haram che non vuole che le donne studino e non nella Patria di Curzio Quinto, Leonardo da Vinci, Michelangelo Buonarroti, Maria Tecla Artemisia Montessori e mille e mille altre figure geniali. Perché le idee migliorino quindi, il plagiarismo della rete è necessario. Così come è indispensabile che l’Intelligence della realtà contemporanea e l’intelligenza dello Stato siano connotate da diffusione e partecipazione consapevole di tutti i cittadini. Il progresso/l’innovazione tecnologica fattasi intelligenza artificiale e collaborativa (la chiamo così senza avere strumenti culturali per definirla in altro modo) saprà riprendere la frase di un autore a suo tempo scritta, farne uso consapevole di quelle espressioni, cancellare un’informazione/idea falsa, e sostituirla con l’idea giusta. Il resto sarebbe F. 451 o Matrix.

Oreste Grani/Leo Rugens che con questo post propone che per la ministra Madia bastano le dimissioni e non c’è bisogno di bruciarla a Campo dei Fiori. Per questa volta.

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