Michele Scarponi è uno dei tanti. E so che verrò frainteso

Michele Scarponi

Ora mentre scrivo che Michele Scarponi è “uno dei tanti”, so che verrò frainteso. Ma lo dico subito, non mi riferisco all’atleta che invece non era assolutamente come tanti altri. Anzi, non solo era bravissimo come corridore ma, umanamente, pare che fosse uno di grande qualità, con i compagni di sport e nella vita. Lascia, come si dice, una giovane moglie e due gemelli piccoli. Lascia anche un simpatico pappagallo di un vicino di casa che quando lo vedeva volava e gli si posava sulle spalle anche quando si allenava. Quando dico che è uno dei tanti perché temo che la gente non sappia neanche lontanamente quanti sono i morti (250 di media all’anno) e i feriti (migliaia) che ogni anno si contano sulle strade italiane. E questa volta mi limito ai “morti in bicicletta”. Un furgone contro un ciclista, ti salvi solo nei film. Anche uno come Lorenzo Necci è morto mentre andava in bicicletta (gli incidenti stradali sono “democratici”), in vacanza, in Puglia, preso in pieno, ad un incrocio, da un suv.

Ho usato, per anni, la bicicletta per spostarmi a Roma e so che era più pericoloso sfidare tutti i giorni bus, tram, furgoni, moto, auto che se fossi andato a servire la Patria, in Somalia, tanto per dire una location.

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Tutte chiacchiere quelle delle ciclabili che, in alcune città, certamente esistono ma mai nella misura necessaria. E, spesso, quando ci sono, sono fatte malissimo. Ho fornito questo dato dispiaciutissimo di averlo dovuto dare in occasione della fine ingiusta di Scarponi che non solo stimavo come atleta ma quando lo sentivo in TV, dopo le gare, mi sembrava uno, anche dal punto di vista umano, da “ammazzarsi” dalle risate.

E in più era il capitano designato della Astana squadra sostenuta/sponsorizzata dalla Federazione Ciclistica del Kazaksthan. Un grande doppio dolore. In realtà, triplo perché Scarponi era anche marchigiano, terra che amo più di quella di origine. Ma come ho scritto, quando l’uomo con la bicicletta incontra l’uomo con il furgone, l’uomo con la bicicletta è un uomo morto. Perché sulle strade italiane, tra l’altro, sembra di stare nel far west.

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Oreste Grani/Leo Rugens

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