Ancora Alitalia e chi – da commissario – potrebbe dargli un’addrizzata

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L’Alitalia, giustamente e coerentemente, non può essere più nazionalizzata, dice il vostro presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, Aggiungiamo noi perché, banalmente, non esiste una “nazione italiana” cui interessi avere una compagnia che tragga beneficio da ciò che è (era?) l’Italia, hub geopolitico, meta (teorica) dei massimi flussi di turisti mondiali, eventualmente ancora attratti dalle bellezze naturali e dalla miniera a cielo aperto rappresentata dai beni culturali massimamente concentrati da queste parti. Se neanche in presenza di fattori così favorevoli (natura, clima, tradizioni alimentari, beni culturali) non si riesce a mettere a punto, da decenni, un piano industriale degno di tale nome e di una pur minima efficacia, evidentemente siamo in presenza di una banda di malfattori o di un gruppo dirigente “piazzato”, senza merito alcuno, a dirigere la compagnia. Luogo, viceversa, per eccellenza, dove visione e innovazione tecnologia bisognava saperli coltivare. Invece solo gentarella. Ma un Cimoli cosa è stato se non un paraculetto? Un Cordero di Montezemolo, a cosa doveva servire se non da spunto caricaturale per il brillante Maurizio Crozza? Dei furbi imprenditori parassiti alla Capitani Berlusconiani, perché avrebbero dovuto, mettendo soldi  non loro ma, negli anni, complice la partitocrazia, sottratti alla collettività, delineare soluzioni capaci di penetrare il futuro?

ALITALIA: SALE IN BORSA DOPO INTESA CON PILOTI SU PAX ESTIVA

La Emma Marcegaglia, dall’alto dell’Ufficio Studi della Confindustria, era una che, nel 2009, dava per finita la crisi mondiale (che ancora perdura) prima di andarsene ancora una volta in vacanza. Serena. Lei. Gavio? Non ci dilunghiamo perché è morto. Marco Tronchetti Provera è una delle figure più imbarazzanti di questi ultimi anni per il ruolo svolto in Telecom (cioè il cuore delle infrastrutture legate alle telecomunicazioni , dove si gioca al partita della sovranità di uno Stato) e per come è stato circondato per anni da agenti al servizio prevalentemente di Paesi terzi. La fine della telefonia sovrana comincia in quegli anni e ritroviamo non a caso quinte colonne francesi (riconducibili ai servizi segreti e a Vincente Bollorè sin da allora) all’opera per delegittimare (sputtanare?) le nostre società del settore.

Salvatore Ligresti, basta la parola o meglio il nome e cognome. Carlo Toto, ancora ieri, ha dovuto aspettare la prescrizione (e buoni avvocati) per salvarsi dalle procure della Repubblica abruzzesi. Roberto Colaninno senza gli inciuci parapolitici sarebbe uno zero spaccato come dimostra il suo erede (Matteo) lasciato in ostaggio a beccarsi le prebende di Stato. Mi tengo gli altri per altri post.

Un approfondimento lo dedico alla famiglia degli ircocervi (gli Angelucci), quegli animali favolosi metà capre e metà cervi che incarnano un’idea intrinsecamente contraddittoria, ritratta in una famosa fotografia che a ogni inchiesta giudiziaria torna sui giornali e che sembra scattata a Mosca ai tempi di Breznev o a Palazzo Venezia ai tempi di MussoIini.

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Al centro, con gli occhiali scuri, Antonio, il capostipite, alla sua sinistra Giampaolo, il figlio considerato più sveglio, e alla sua sinistra, impettiti, i fratelli Alessandro e Andrea, tutti nerovestiti. La famiglia Angelucci, proprietaria di un impero di sanità, mattoni, giornali e banche vale 26 cliniche, 5000 posti letto, 4000 dipendenti, 76 milioni di euro di immobili, un 2,11 per cento dell’ex Capitalia confluita in Unicredit, un fatturato di mezzo miliardo e molto altro. Se mi sono sbagliato è per difetto e perché mi sto fidando del super documentato e compianto Alberto Statera ai cui lavori attingo per questi dati e considerazioni, sapendo che dall’aldilà non solo è d’accordo ma mi incita. Ma la ricchezza degli Angelucci è un dettaglio rispetto alla tecnica, anzi se vogliamo alla filosofia che ne ha fatto uno dei prototipi nazionali dell’uso della politica per i propri affari. Un tempo si diceva spirito «bipartisan», ma a Velletri, borgo d’adozione e d’affari della famiglia, il cui capostipite è nato nel 1944 a Sante Marie in provincia dell’Aquila, si continua a dire spirito «paraculo». Rossi o neri? Laici o cattolici? Comunisti o fascisti? Dipende. Dipende dal governo nazionale o dalla giunta regionale con cui si devono di volta in volta trattare convenzioni e appalti per le cliniche private del gruppo San Raffaele. Non a caso la famiglia controllato i quotidiani «Libero» di Vittorio Feltri e «Il Riformista» di Antonio Polito, due concentrati editoriali, per essere equanimi, di fiancheggiamento revisionista nelle rispettive aree politiche. Poi si passa ad altre testate, sempre però avendo a disposizione “piombo” per scrivere ciò che si vuole che si scriva. E avrebbe nella sua scuderia editoriale anche «l’Unità», di cui è stata azionista per qualche anno, se all’ultimo momento gli stessi Angelucci non avessero avuto dubbi sulla costituzione di un comitato dei saggi interno al giornale tra redazione e direzione. «Papà» dice Giampaolo in una telefonata al padre, «hanno interesse a blindarti il giornale nel senso che tu stai lì, paghi e loro decidono nel comitato dei garanti.» «Ma che dici, che te dice la testa» gli risponde Tonino, «mo’ nomino il direttore immediatamente, capito […]. Che ponno dì, che oggi il giornale esce che attacca, che ne so, faccio un nome a caso, che devo dì D’Alema e no, non è così non deve attaccà D’Alema e […] vai dal direttore che cazzo vuoi da me.»

Portantino all’ospedale San Camillo di Roma, sindacalista della UiI, a metà degli anni Ottanta Tonino Angelucci rileva, nessuno ha mai saputo bene come, la proprietà dell’ospedale di Velletri oberata dai debiti, finito al centro dell’inchiesta per una truffa da 170 milioni di euro ai danni del sistema sanitario del Lazio, che nel febbraio 2009 ha portato all’arresto del giovane Giampaolo e alla richiesta di autorizzazione a procedere per il capostipite, diventato deputato berlusconiano alle elezioni del 2008.

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Questi Angelucci erano, tra gli altri, da annoverare tra i salvatori, senza macchia e senza colpa dell’Alitalia. Tenete la mente pronta ai ricordi.

Per diventare gli Angelucci, In questi lustri i viterbesi, non hanno avuto una sponda finanziaria qualsiasi. Hanno goduto, come molti altri – do you remember i furbetti del quartierino?-, dell’assistenza caritatevole di Cesare Geronzi, mascalzone pluricondannato ma assurto a regolatore del capitalismo nazionale nel ruolo che fu di Enrico Cuccia. Paese il vostro dove essere stato più volte condannato per bancarotta, la condanna invece di  inibire le cariche nel mondo della finanza, lo rafforzavano.

Nato come responsabile dell’ufficio cambi della Banca d’Italia quando l’Istituto di emissione con la «I» maiuscola era un abito che s’indossava come un saio, Cesare Geronzi, detto dottor Koch dai cambisti un po’ mascalzoni, dal nome dell’architetto che costruì il palazzo di via Nazionale, o mister Penna Bianca, per la frezza nei capelli, dai palazzinari che negli anni successivi frequentavano il suo ufficio alla Banca di Roma sovrastato da paesaggi di Marino, suo paese natale nei Castelli romani, è l’uomo che salvò Berlusconi dai debiti quando scese in politica, come molte volte ha ammesso l’inventore di Forza Italia Marcello Dell’Utri.

Inciso quindi per gli affezionati lettori di Leo Rugens: Berlusconi, senza scippare Arcore alla minorenne Casati Stampa e senza Cesare Geronzi, non sarebbe mai stato Berlusconi. Ricordate questi dettagli ma smentiti, quando pensate che questo brutto e cattivo ottantenne potrebbe salvare l’Italia dopo aver affossato definitivamente l’Alitalia!

Torniamo a Geronzi che ha, tra gli altri, puntellato, quindi Berlusconi e che ha inventato gli Angelucci, cioè alcuni dei componenti della cordata salva Alitalia. Capite in che fogne nascono cazzarate manipolative come quella di comprare l’Alitalia senza un vero piano industriale?

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Geronzi, per continuare a parlare dell’odore dei soldi, è lo stesso che promosse la ristrutturazione degli oltre 500 milioni di debiti dell’ex Partito comunista, mentre allevava intere genie di capitalisti, di immobiliaristi e di consulenti di ogni risma.

Ecco la fogna a cielo aperto della partitocrazia. Geronzi è stato amico con spirito equanime di ex democristiani e di ex comunisti, di fascisti e integralisti cattolici, di giornali di destra e di sinistra, da «Topolino» al «Manifesto». Un «grande taxi», disse di lui Paolo Cirillo Pomicino, echeggiando ciò che Enrico Mattei diceva dei partiti italiani, che il fondatore dell’Eni diceva di usare, per l’appunto, come taxi. Un taxi che Bruno Tabacci, ex presidente della Lombardia e poi deputato apostata dell’Udc, descrive come un inestricabile «intreccio fra politica, calcio, banche e imprenditori indebitati», che emana un generale potere di condizionamento sulle istituzioni e la società di questo Paese. Non potere marginale, ma quello che riconduce a Palazzo Chigi e a Gianni Letta, l’eminenza azzurrina che tanti anni fa, da giornalista, direttore del «Tempo», quotidiano clerico-fascista di Roma finito poi nella proprietà del costruttore Domenico Bonifaci, riscosse un miliardo di allora dai fondi neri dell’Iri, si disse per salvare dai debiti la storica testata. Un potere popolato di personaggi sulla piazza da decenni, come l’ex reclutatore della P2 Luigi Bisignani, che oggi dopo aver fatto l’imprenditore all’Ilte di Torino con Vittorio Farina,  si occupa di affari, ovunque si possano fare, dalla Nigeria, al Tempo appunto dove scrive quotidianamente dopo aver messo il naso nell’informatizzazione della Calabria per cui è stato indagato con Antonio Saladino, leader della Compagnia delle Opere, e col vicepresidente della regione Nicola Adamo del Pd, per associazione a delinquere, truffa e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Questi sforzi investigativi cvome decine d’altri finiscono tutti nel nulla ma solo perché la lentezza della giustizia e i buoni avvocati fanno la soluzione del problema.

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Oltre al solito coté di politica e affari, che unisce generone romano, vecchi fasci, politici di tutte le parti, massonerie, mattoni e relativi palazzinari, gli Angelucci hanno qualcosa di più. Sono i campioni capaci di sfruttare a proprio uso il disorientamento depresso e la minorità della classe politica, come dimostrano finanziando due giornali apparentemente opposti tra loro, ma uniti nella critica alle loro aree di riferimento. «Libero», che faceva finta di infastidire Berlusconi, e «Il Riformista», che infastidiva la sinistra. Gli affari sono l’unico scopo. La Tosinvest, acronimo derivante da Tonino e Silvana, moglie defunta del capostipite, grazie ai mezzi di informazione, suscita «timore reverenziale» nei funzionari pubblici, sostiene l’accusa, esibendo intercettazioni telefoniche che, intessute di accento abruzzo-ciociaro-romanesco, spesso sono spassose sceneggiate. È il 17 settembre 2007 quando Tonino Angelucci telefona alla moglie Annalisa Chico e fiero le comunica: «Finalmente ho fatto quello che volevo d’accordo con Lionello Cosentino: levano la delega a quel deficiente di assessore». Il deficiente è Augusto Battaglia del Pd, attaccato da «Libero», cui la delega sarà tolta pochi mesi dopo dal presidente di centrosinistra Piero Marrazzo. Quel Piero Marrazzo che oggi disserta di geopolitica da Israele, ma che per anni era faciolmente ricattabile per il vizio di farsi “viziare” da nerboruti trans. Tra l’altro a un certo punto anche uccisi in malo modo. Ma veramente volete continuare a fare i giornalisti equidistanti da questa teppaglia pervertita e i cittadini (sia pur con il loro limiti da ingenuità pregressa) autorganizzatisi nel MoVimento 5 Stelle? Più cercate di fare i furbetti e le furbette, quando li intervistate, nel tentativo di equiparare delinquenti a persone per bene, più emergono le differenze abissali. Tornando alla regione Lazio e ai baluardi tosti degli interessi della collettività, ciò che secondo l’accusa occorreva coprire erano fatturazioni false, costi gonfiati per prestazioni inesistenti o fornite solo in parte. Una truffa costata alla regione, dal 2004 al 2007, 170 milioni di euro, per la quale furono indagati, oltre agli Angelucci, una dozzina tra dirigenti di cliniche Tosinvest, manager della Asl, dirigenti della sanità e dirigenti regionali, cui non veniva negato qualche gradevole viaggio premio: «Del resto professo’» rivela una delle telefonate intercettate, «Angelucci sul suo yacht munito di elicottero […] i figli voglio dì, hanno portato tutta questa estate alle Eolie […], sono andati a fare il giro gratis con l’elicottero tutti i funzionari della regione Lazio […], si sono sentiti tutti del jet set […]». Ben più di dodici, un centinaio, furono gli assessori, i dirigenti, i manager pubblici e gli imprenditori privati finiti sotto inchiesta per il saccheggio consumato sotto la giunta di destra del governatore Francesco Storace, che costò 80 milioni di euro. Storace stesso  è stato indagato dalla procura di Roma, sulla base degli atti inviati dal tribunale dei ministri, per l’accusa di aver ricevuto otto bonifici da 50 mila euro ciascuno dalle società degli Angelucci in cambio di due delibere regionali a favore della clinica San Raffaele. Poi, grazie ai soliti bravissimi avvocati (perché la storia e questa e non solo) tutti prosciolti o quasi , tutti prescritti o quasi. Ma fra un po’ quando dovremo andare a votare per la regione Lazio vorrei non sentire intervistare Davide Barillari (M5S) come uno dei tanti.  Nicola Zingaretti è uno dei tanti, solo un po’ più prudente e navigato. Ciò scaltro nel non farsi beccare. Barillari e quelli come lui, sono altro. Vedremo se anche in quell’occasione elettorale delicatissima (Capitale e Regione) queste rimestatrici proveranno a far credere che sono tutti uguali.

Destra, sinistra, concetti superati per il clan di Angelucci: sono amici di D’Alema e di Fassino, che Tonino chiama «il secco», ma anche di Gianfranco Fini, il cui fratello Massimo era (o forse è) direttore sanitario della clinica San Raffaele della Pisana, a Roma.

Ugo Sposetti (amico, tra gli altri, di Aurelio Voarino e mi chiedo ancora perché) ex ferroviere di Viterbo e già tesoriere dei diesse, li adora.

Ha raccontato in un’intervista a Fabrizio Roncone per il «Corriere della Sera»: «Gli Angelucci li conobbi subito dopo essere stato nominato tesoriere dei diesse. Il partito era in grave difficoltà, i debiti erano cospicui». Qualche tempo dopo venne Alessandro, che nella famiglia si occupa delle questioni immobiliari: «Credo che venne a sapere, probabilmente da qualche banca [cioè da Geronzi, ndr] che avevamo intenzione di vendere le nostre proprietà e così a un certo punto iniziammo a trattare». E gli Angelucci si comprarono il palazzo di via delle Botteghe Oscure, simbolo rosso della storia del Pci al centro di Roma, dove Berlinguer si affacciò al balcone dopo la vittoria elettorale del 1976, e altri 44 immobili che il partito aveva in giro per l’Italia. Sposetti, che è uomo di buoni sentimenti, giura che gli Angelucci si mostrarono persone per bene e che lui con Giampaolo è rimasto amico perché «certe trattative vanno in porto solo se, a un certo punto, scatta anche il fattore umano».

Eletto deputato della Casa delle libertà alle elezioni politiche del 2008, Tonino Angelucci non ha potuto dire di no quando Berlusconi gli ha chiesto di entrare nella cordata costituita da imprenditori amici per difendere l’italianità dell’ex compagnia di bandiera dall’imperialismo dei francesi di Air France.

Dalle barelle del San Camillo, su su per i cieli.

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Ma avete capito invece di chiedere cose di questo tipo intorno alla gentaccia che avrebbe dovuto salvare l’Alitalia, come, alla La 7, conduttrice scaltra Lilli Gruber, andiamo lontano dal cuore nero della vicenda quando si chiede ad uno come Alessandro Di Battista, facendo tutto un ammischione, se si sposerà ora che sta per avere un bambino, se sa indicare il nome del commissario risolutore un dramma iniziato decenni addietro quando, più o meno, Alessandro Di Battista non era ancora nato e cosa si volesse dire quando si è posto il problema delle ONG, paravento di complessità tutte ancora da esplorare come da anni evidenziamo anche noi. Nella nostra marginalità ed ininfluenza.

Oreste Grani/Leo Rugens

P. S.

Forse non è più interessato ma io proverei, se fossi nei 5 Stelle, a chiedere l’intervento o la consulenza di Roger Abravanel, l’italiano, che seppe risanare l’El -Al israeliana.

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