Di Maio ad Harvard. Che torni con una postura dignitosa. Allora sì che il M5S farebbe la differenza in un’Europa smarrita

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Qualcuno ha invitato Luigi Di Maio a visitare Harvard. A ore, il cittadino pentastellato, vice-presidente della Camera dei Deputati della Repubblica italiana, si recherà negli USA a vedere, da vicino, il luogo dove (spero di non sbagliarmi) studiarono otto firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza, almeno sei presidenti e un quarto dei segretari di Stato. Stare attenti quindi prima di parlare e di sottovalutare la visita.

Niente di sacro ma – certamente – un posto cazzuto. Direi che ci si deve augurare che vicino, dietro, a fianco del cittadino portavoce di nove milioni di italiani a cinque stelle, ci siano personaggi che sappiano quello che fanno, che abbiano buone orecchie e ottimi occhi.  Quando Beppe Grillo, molti anni addietro, andò alla Casa Bianca, non solo non aveva ancora dato vita al MoVimento a 5 stelle ma il suo “Virgilio” fu, se ricordo bene, il suo amico ed estimatore di un tempo, Renzo Piano. Vediamo chi accompagna Di Maio. Perché infatti non sia una visita qualunque (ne abbiamo viste fare tantissime, da De Gasperi a venire in qua) ci si deve augurare che qualcuno abbia pre-parato il viaggio e briffato il nostro cavaliere coraggioso. Perché ci vuole coraggio, in questo momento, con il casino che c’è da quelle parti (intendendo in USA), a fare questa visita. Attenti alle strette di mano, alle foto, alle dichiarazioni. Non dimenticando che in Italia si aggirano ancora personaggi alla Michael Ledeen e, intorno a gente come Stefano Bisi, para-massoni italo-americani di tutti i tipi.

Comunque, se rimane un minuto prima di partire, mi riempirebbe d’orgoglio che qualcuno, amico di Di Maio, gli facesse leggere cosa avevamo scritto in questo marginale ed ininfluente blog, a proposito di Harvard, il 12 novembre 2012, quando, a mala pena, Leo Rugens lo leggevo io che lo scrivevo.

Tra le righe di questa eventuale lettura, se il nostro Di Maio trovasse qualche spunto da usare in conversazione oppure, sia pur tacendo, cogliesse allusioni sul dove si trova, sentirei di aver fatto il mio dovere, di cittadino e di supporter del M5S.

In fine un nonnesco (questo è il divario ananagrafico tra me il mio conterraneo campano) consiglio: prudenza, prudenza e ancora prudenza perché noi, nel MoVimento, ci fregiamo di cinque stelle ma, sulla bandiera USA, oltre alle strisce, di stelle ce ne sono 51, e qui in Italia, di operatori con pezza e piumino, pronti a lucidarle, ce ne sono anche troppi. Schiena dritta, quindi, anche a rischio di spezzarsela.

Se tornasse con una postura dignitosa (intendo dire non suggestionato e prono), l’Italia onesta (e ancora possibile), gliene sarebbe certamente grata.

Inoltre, nel percorrere gli spazi dove anche durante la recessione del ’29 e negli anni successivi, si viveva dignitosamente, ricordare, anche agli ospiti, che il benessere di chi studiava, non servì solo a creare un oasi ma a ribadire che la cultura è la linfa della società dell’informazione e delle decisioni politiche che condizionano gli orientamenti ideologici dei cittadini. Che non sono solo “di destra o di sinistra” ma certamente si possono dividere tra ignoranti e informati consapevoli.

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La visita potrebbe inoltre essere di spunto a ritenere che esistano ancora dei luoghi destinati a reclutare, selezionare, formare classi dirigenti. E che per essere classe dirigente non è determinate aver studiato ad Harvard o essersi laureati ma certamente considerare la cultura, o meglio il pluralismo culturale, uno dei pilastri indissolubili che sorreggono il sistema democratico. Non sono quindi sufficienti le “colonne del Tempio” e ciò che al riparo di tali colonne si elabora per determinare il destino delle genti, come potrebbero insinuare, in una mente giovane, viaggi di questo tipo. Non si va negli Stati Uniti senza sapere dove si va. Perché i viaggi non siano inutili o dannosi, si dovrebbe studiare, non dico da classe dirigente ma almeno da “cittadino portavoce del M5S”. Che poi dovrebbe essere la stessa cosa. Per addivenire alle condizioni psicologiche, etiche e giuridiche, capaci di addivenire a cambiamenti di mentalità anche in Italia (e noi del M5S dovremmo essere per prima cosa italiani) che possano generare benefici a lungo termine (a che serve essere così giovane come è Di Maio se non si pensa a lungo termine?) per la società nella sua totalità, questo viaggio non va sottovalutato.

Di Maio è stato eletto anche perché un giorno promuovesse quei valori che sono a fondamento di una società libera, costruita e rafforzata dal ruolo attivo e propositivo della comunità civile che con tanta forza è rappresentata dal M5S. altrimenti è turismo parapolitico crallistico.

Di Maio auspico, nella mia marginalità ed ininfluenza, vada, quindi, da patriota, nella terra dove in troppi si sentono “patriot” ma, come si dice volgarmente, facendo il “patriot” con il c..o degli altri.

Se non saprà essere anche questo, cioè un luogo di elaborazione politica che ci faccia assumere un ruolo femminile nel mare magnum di un mondo esasperatamente connotato da forza fisica e logica maschile, il MoVimento non sarà.

Si va ad Harvard, solo se si sa che gli anni futuri avranno un senso se ci vedranno come italiani protagonisti rispettati in un ruolo culturale dove essere chiamati a dare un contributo al dibattito (e alle trasformazioni che ne dovessero derivare) riguardante le questioni emergenti  nel grande gioco geopolitico, nell’etica e nell’economia contemporanei. Non ultima la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica.

Se non ci sapranno apprezzare (e valorizzare) come persone colte e intelligenti, alleati consapevoli, ma ci vorranno solo come carne da cannone, compratori di obsoleti F35, custodi dei loro residui interessi mediterranei, direi che, sia pur senza i missili intercontinentali ma con le artigianali fionde che ci sapremo procurare, arriverà l’ora di elaborare una teoria della neutralità e, basandoci su questa “neutralità simil-svizzera”,  mandarli a fare i “patrioti”, utilizzando esclusivamente il loro di c..o.

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S.

Mi hanno detto che non è opportuno scrive culo e che se si vuole scrivere culo si deve scrivere c..o.


“CIÒ CHE RENDE ECCEZIONALE L’AMERICA SONO I LEGAMI CHE TENGONO INSIEME LA PIÙ VARIEGATA NAZIONE DELLA TERRA”. BARACK OBAMA

Grazie al blog Keplero di Amedeo Balbi e al suo post “Obama, l’esercito e le sue università” la rete può riflettere, ancora una volta, su fonti aperte e disinformazione:

07 NOVEMBRE 2012

Obama, l’esercito e le università

Da questa mattina sento ripetere ovunque sui vari social network una bellissima frase che Obama avrebbe pronunciato durante il discorso di accettazione della vittoria. La frase sarebbe:

Non è il nostro esercito che ci rende forti, ma le nostre università.

Io sono molto contento che Obama abbia vinto, e sarei ancora più contento se avesse detto una frase del genere, che sarebbe sacrosanta. In realtà, basta andare a leggere la trascrizione del discorso per accorgersi che Obama ha detto una cosa più articolata e con un senso piuttosto diverso.

OvveroThis country has more wealth than any nation, but that’s not what makes us rich. We have the most powerful military in history, but that’s not what makes us strong. Our university, our culture are all the envy of the world, but that’s not what keeps the world coming to our shores. What makes America exceptional are the bonds that hold together the most diverse nation on earth. 

cioèQuesta nazione ha più ricchezza di ogni altra nazione, ma non è questo che ci fa ricchi. Abbiamo l’esercito più potente nella storia, ma non è questo che ci rende forti. Le nostre università e la nostra cultura sono l’invidia del mondo, ma non è per questo che il mondo viene da noi. Ciò che rende eccezionale l’America sono i legami che tengono insieme la più variegata nazione della terra.

Voglio aggiungere che la frase ben tradotta e suggerita da Amedeo Balbi “Ciò che rende eccezionale l’America sono i legami che tengono insieme la più variegata nazione della terra” mi sembra ancora più strategica di quella, già intelligente, ma impropriamente fatta circolare mediaticamente: “Non è il nostro esercito che ci rende forti, ma le nostre università”.

Vi immaginate Mario Monti o altri per lui che se ne escono con queste dichiarazioni?

La nostra società, è ormai sprofondata nel circuito del demerito e della “polverizzazione”, delle fazioni contrapposte e per, non dimenticare il pensiero preveggente di Mario Luzi, ve lo ripubblico: “Oh cara, dappertutto c’è divisione: tra ciò che si muove e ciò che sta, tra ciò che si disgrega e corre verso la gola spalancata del futuro e ciò che si aggrappa alle macerie per resistere. Ipazia è la coscienza di questo, e in più la forza che accelera il moto. Non sono con lei, non la seguo, sono troppo perplesso e tardo, ma non posso non ascoltarla quando argomenta e fa gemere la discordia e vibrare la gioventù del mondo”.

Così come vi cito ragionamenti di Roger Abravanel sulla meritocrazia:

“Il metodo universalmente riconosciuto per inserirsi e avanzare nel mondo del lavoro e in quello accademico sembra essere «conoscere qualcuno». Contano moltissimo le «raccomandazioni» personali, informali e dietro le quinte, fatte da qualcuno che magari non conosce nemmeno il raccomandato. Si tratta di raccomandazioni molto diverse da quelle che si fanno nel mondo anglosassone, dove chi raccomanda qualcun altro lo può fare perché lo conosce bene e investe una notevole quantità di tempo per descrivere il proprio raccomandato, perché sa di essere parzialmente responsabile di un potenziale demerito e perché il documento di raccomandazione è un attestato formale di impegno personale da parte del raccomandante e del raccomandato. In Italia si tratta di raccomandazioni verbali di persone che spesso non si conoscono neppure, e costituiscono un debito contratto dal raccomandato. Come abbiamo visto, in America il «capitale sociale» è utilizzato per ottenere o fornire informazioni privilegiate (si segnala a una persona un posto di lavoro disponibile o si «raccomanda» qualcuno perché ha caratteristiche adeguate per quella posizione); in Italia invece si «raccomanda» qualcuno spesso per un posto di lavoro che neanche esiste, o per falsare le procedure competitive.

In Italia il «capitale sociale» diventa, nel 90 per cento dei casi, quel nepotismo che viene bollato in America perché falsa le regole del mercato. I network del capitale sociale della società meritocratica americana da noi si trasformano rapidamente in lobby. Da qui deriva la profonda convinzione che il merito nella società italiana non venga di solito misurato dal valore di una persona ma dall’importanza delle sue conoscenze, perché il nepotismo o l’appartenenza sono diventati un’arma molto più efficace della concorrenza”.

Questa è la situazione. Sarà molto difficile uscire dal baratro socio economico in cui l’Italia è sprofondata senza aggrapparci alla cultura e allo studio. Proviamo, per darci una speranza, a immaginare una rifondazione del sistema formativo, in particolare quello universitario. Accogliete gli spunti di riflessione impliciti nel brano che segue.

Cerchiamo di cogliere l’esempio dalle parole di Abravanel, così come da quelle che seguono, scritte da Romano Costa nel 1984 sulla rivista “America”. Non arrendiamoci.

“Il mito di Harvard

Otto firmatari della Dichiarazione di Indipendenza, sei Presidenti, un quarto dei segretari di Stato si sono laureati qui. I diplomati dalla sua celebre Business School dopo cinque anni godono di un reddito medio di 48 mila dollari.

Ci incontravamo ogni mattina per una comoda colazione e per ascoltare le avventure sessuali depravate di un nostro collega. Era un mondo amabile e tranquillo; tutto cambiava fuori le mura dell’università. Fuori da questo idilliaco mondo chiuso dentro le mura di Harvard, John Kenneth Galbraith, prima studente e poi assistente tutor alla Winthrop House di quell’università, ricorda che c’era la Grande Depressione. Ma alla Winthrop House che egli abitava, come nelle altre houses, i residenti avevano vitto, alloggio e uno stipendio discreto; inoltre i professori e gli studenti erano fra i migliori di tutte le università degli Stati Uniti e in politica tutti erano liberals e radicals. Si stava bene a Harvard, Cambridge, Massachussetts.

Ma fuori delle mura di Harvard c’era la Grande Depressione: «Le strade erano zeppe di uomini disperatiche imploravano disperatamente un po’ di denaro. Si vedeva che detestavano doverlo fare, ma che non avevano scelta. Quando li si incontrava, si coglieva il loro sguardo di impotenza e paura».

Proprio allora Keynes pubblicò la sua opera fondamentale: Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta. Keynes insegnava a Cambridge, in Inghilterra; l’università di Harvard sorgeva a Cambridge, nel New England (Massachussetts). Agli economisti di Harvard parve di trovare nella Teoria generale i rimedi alla Grande Depressione, e il rilancio dell’economia. Così Keynes fu invitato a Harvard per un seminario sul suo libro.

Keynes», scrive Galbraith, «aveva una soluzione che non era la rivoluzione. Il nostro piacevole mondo sarebbe rimasto; la disoccupazione e le sofferenze sarebbero sparite. Sembrava un miracolo.» E così la pensavo gran parte degli economisti di Harvard. Ma non altrettanto a Washington, dove il presidente Roosevelt aveva discusso della Teoria generale col suo autore e mostrato grande perplessità sul buon esito della «cura» keynesiana sui mali della società. Gli economisti di Harvard, però, giuravano sulla bontà di quella «cura» e da Harvard le idee di Keynes arrivarono a Washington in treno. «Le sere del giovedì e venerdì, negli anni del New Deal», ricorda Galbraith, «l’espresso federale Boston-Washington era pieno di membri della facoltà di Harvard, giovani e vecchi, tutti in viaggio allo scopo di andare a impartire saggezza al New Deal».

Fu così che la scienza di Keynes conquistò gli Stati Uniti passando per le università, ma il merito principale fu di Harvard. Il sistema capitalistico fu salvo. Era il 1936; tre secoli prima, nel 1636, la General Court della colonia inglese d’America aveva stanziato quattrocento sterline per l’istituzione della prima università coloniale da edificarsi a Newtown Massachussetts, presso Boston, e da questa divisa dalle acque delCharles River. L’università l’avevano richiesta i ricchi coloni per la istruzione dei loro figli, e prima ancora di dare inizio ai lavori di muratura il nome di università di Newtown fu cambiato coll’altro di Cambridge, a mostrare l’ideale filiazione del nuovo ateneo dall’università della madre patria inglese. Il suo statuto ricalcava quello elisabettiano della celebre Cambridge e così anche le regole per esservi ammessi; la prima era: «Quando uno studente sarà capace di capire Cicerone (o qualsiasi autore latino classico) a prima lettura, e anche di parlare o di scrivere in latino, sia in prosa sia in versi, potrà essere ammesso all’università»; quanto al programma didattico esso contemplava lo studio del greco e dell’ebraico e l’attiva partecipazione degli studenti ai seminari teologici della facoltà. Ma per cominciare i corsi, l’università aveva bisogno di soldi. Per fortuna, com’è scritto in un documento del tempo, «piacque a Dio di ispirare il cuore» del ministro puritano John Harvard a lasciare la metà della sua fortuna per la gloria della nuova università, che, in onore di questo pio gentiluomo amante delle lettere, mutò il suo nome in Harvard.

Così nel 1639, l’università di Harvard ebbe i suoi primi studenti e una biblioteca ricca di duecentosessanta volumi.

Ma pochi anni dopo, quando un viaggiatore olandese capitato a Cambridge, Massachussetts, visitò Harvard, scrisse sul suo quaderno: «Vi trovammo dieci o dodici giovani seduti in banchi circolari, che fumavano tabacco, il fumo gravava nella stanza… Noi domandammo loro quanti professori avessero e ci risposero: Neanche uno, non ci sono danari per pagarli», Harvard era stata un fallimento, o così pareva; invece l’eclissi non durò a lungo. Già nel 1650 una corporazione di ministri presbiteriani assume l’amministrazione dell’ateneo, e in pochi anni Harvard, grazie a donazioni e legati pubblici e privati, diventa un’istituzione molto ricca.

Da allora è stata un’ascesa ininterrotta, per oltre tre secoli.

Due o tre anni fa, quando visitai Harvard per la prima volta, gli studenti erano circa ventimila e oltre duemila i professori e gli assistenti tutors delle varie houses. Gli studenti seguivano molto seriamente i corsi e i seminari delle varie facoltà, che non erano più soltanto di greco, d’ebraico e di teologia, ma comprendevano arte, fisica, ingegneria, filosofia, medicina, tecnologia, biologia e, non ultima, la scienza del Business. Lo scopo di questa disciplina è insegnare come fare denaro con le Corporations, cioè a produrre cose fatte bene per fare star bene, giacché «ogni consumatore è un elettore che fa uso del proprio denaro come di altrettanti voti affinché le cose che lui vuole siano fatte bene». Questa è la nuova religione degli affari insegnata ad Harvard: la sua Bibbia è il print out del computer, l’altare il committee room o sala delle riunioni, e i laureati della Harvard Business School i sommi sacerdoti.

Un anno prima Richard Reeves già laureato a Harvard aveva condotto un’inchiesta su questa scuola; si stavano iscrivendo allora gli studenti della classe che si sarebbe laureata in Business nel 1982. «Su 785 ammessi», scrive Reeves «190 erano donne. Cioè un numero superiore a quello delle donne che si erano laureate nelle Business schools di tutto il paese nel 1960 (167 in tutto). E a quello delle donne che avevano presentato domanda per essere ammesse alla HBS (Harvard Business School) nel 1971 (155). Quell’anno le candidate all’ammissione furono 1.707. Nel 1980, in tutto il paese si laurearono in economia aziendale 6.281 donne, contro i 23.905 uomini che si laurearono nello stesso anno in economia.

È stata una lunga marcia, quella delle donne, per conquistare il diritto all’accesso ai corsi e alla laurea di questa celeberrima università: una marcia conclusasi soltanto negli anni dell’ultima guerra mondiale. Il primo studente negro era stato ammesso a Harvard nel 1879; anche il primo ebreo dovette attendere la fine del secolo scorso. Le donne, invece, dovettero aspettare il 1943. Soltanto quell’anno, a seguito della guerra, che aveva richiamato nell’esercito gran parte dei membri accademici tanto di Harvard come dalla università femminile Ann Radcliffe, le prime donne cominciarono a seguire i corsi di Harvard e a ottenervi la laurea.

L’università femminile Ann Radcliffe aveva anch’essa una gloriosa tradizione. Era stata fondata come college per ragazze di buona famiglia fin dal 1661; poi divenne università.

Dal 1879 al 1894 le residenti della Radcliffe venivano preparate allo studio dai professori di Harvard, ma soltanto coll’inizio del nostro secolo poterono anche laurearsi a quell’università, senza però poterne ancora frequentare i corsi. Dal 1973 l’Ann Radcliffe fa parte integrante della più prestigiosa consorella, pur mantenendo una sua propria autonomia amministrativa e una sua propria Biblioteca, oltre che un suo college, che ospita in media circa duemila allieve ogni anno.

Quel giorno del mio primo incontro con Harvard fra la folla di giovani e meno giovani, di studenti e di docenti, che vedevo nei campus c’erano anche loro, le ragazze. Facevano parte anch’esse del fiore dell’intelligenza e dell’ambizione della gioventù americana; e non soltanto d’essa, perché molti di quei «fiori» venivano da tutti i giardini del mondo. Nell’antico campus, al sole pallido del New England, la brezza tiepida d’un Indian summer smuoveva le stanche foglie dell’edera che frusciavano sui muri degli edifici gotici, e frotte di passeri si posavano sui capi imberrettati del pio John Harvard e degli altri insigni professori e benefattori dell’università, rigidi nei loro panni di pietra grigia, che s’alzavano sulle piazzette e i viali.

Due anni dopo, quando tornai a Harvard, parte di quei giovani erano ancora là: di nuovo incontravano questa gioventù d’ambo i sessi che camminava in gruppi sui vecchi viali ghiaiati o leggeva sdraiata sui prati o si inebriava di un pallido sole di tarda primavera. Altri di quei giovani conosciuti due anni prima, ora laureati, erano già diventati assistenti tutors in una qualche house del campus, o avevano già intrapreso una folgorante carriera. «Prendendo i tre massimi dirigenti delle 500 maggiori aziende industriali americane», scrive Reeves, «risulta che uno su cinque si è laureato in questa scuola. Il reddito medio (nel 1978) dei soli laureati alla Harvard Business School che avevano lasciato la scuola da cinque anni era di 48mila dollari; quello dei laureati da 25 anni era di 100mila dollari, mentre il loro patrimonio netto superava in media i 750 mila dollari».

Ma anche per i laureati in altre facoltà, Harvard significa da sempre l’inizio quasi certo di una brillante carriera: ben otto firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza, sei Presidenti e un quarto dei segretari di Stato Usa, oltre a un gran numero di celebrità in tutti i campi, si sono laureati a Harvard. Qui si sono laureati i fondatori della «Scuola di Concord» da cui è nata la moderna letteratura americana, Emerson e Thoreau; ma anche Henry James, Robert Lowell, T. S. Eliot, Walter Lippmann e Norman Mailer; e nelle sezioni scientifiche il grande astronomo Benjamin Peirce e i Nobel per la chimica Oliver W. Gobbs e Theodor W. Richards. 

La rivista Science, che ha compilato un elenco dei 41 maggiori passi avanti compiuti in America nelle scienze sociali lungo il penultimo quarto del nostro secolo, ha scoperto che 9 sono stati fatti a Cambridge,mentre soltanto 5 ciascuno a New York e a Washington. Non era differente la situazione quando Alexis de Tocqueville visitò nel 1831 questa università: allora gli studenti che la frequentavano non raggiungevano il numero di duecento, ma dei settanta americani importanti citati da Tocqueville, ben diciotto erano laureati a Harvard.

Nel 1981, anno della seconda visita a Harvard, quattordicimila studenti avevano fatto domanda per la classe destinata a laurearsi nell’84; ebbene, oltre dodicimila di questi furono giudicati accademicamente idonei, ma soltanto poco più di duemila furono accettati, cioè il 15 per cento circa.

Venticinque anni prima, nel 1956, era stato ammesso il 63 per cento dei candidati; e prima della seconda guerra mondiale ne veniva ammesso circa il 90 per cento. «Questi candidati, due terzi dei quali avevano frequentato scuole preparatorie private», scrive sempre Reeves, «sapevano qual era il loro posto, e cioè Harvard». Come si spiega quel calo radicale nelle ammissioni degli ultimi anni?

Una prima risposta l’ha data, nel 1979, Derk Bok, venticinquesimo presidente dell’università: «C’è molta, molta più concorrenza oggi di una volta, e in questo senso arrivare a Harvard è più difficile». È accaduto che dalla fine degli anni Sessanta molti altri studenti hanno cominciato a pensare che Harvard possa essere «il loro posto». Oltre i tre quarti degli ammessi del 1980 hanno frequentato scuole pubbliche. Forse non erano preparati come i vecchi diplomati delle scuole private, ma erano probabilmente più intelligenti.

«I risultati dei tests attitudinali», scrive Reeves, «cui vennero sottoposti i candidati segnarono quell’anno un miglioramento di oltre il 15 per cento». Più del 20 per cento degli ammessi ai corsi faceva parte dei gruppi minoritari (negri, ispanici, asiatici): era il risultato dell’intervenuta democratizzazione delle procedure per l’ammissione alle università, anche di quelle private come Harvard, in seguito al decreto promulgato da John F. Kennedy nel 1961 affinché i candidati fossero accettati «senza tenere conto della loro razza, della loro fede religiosa, del loro colore o delle loro origini nazionali».

Galbraith, ricordando i suoi anni di assistente tutor alla Winthrop House ha scritto: «La Winthrop House era un posto senza pretese, leggermente antisemita come il resto di Harvard, ma non anti irlandese come lo erano le altre più solenni residenze. Forse per questo contavamo tra i nostri inquilini i due fratelli Kennedy … » John F. Kennedy si laureò con la classe del ’40. Con lui erano stati pochi gli studenti di fede cattolica alaurearsi, quell’anno; e meno ancora quelli di colore o ebrei. Vent’anni dopo, nella classe di laurea del ’61, la popolazione studentesca di colore costituiva ancora solo l’uno per cento, cioè otto studenti su oltre milleduecento; e gli studenti ebrei, che fino al ’45 erano rarissimi a Harvard, nell’80 raggiungevano fra il 28 e il 40 per cento degli ammessi a i vari corsi. Ancora nel ’22 Lawrence Lowell, ventiduesimo presidente di Harvard aveva consigliato di imporre un limite massimo del 15 per cento all’accoglimento delle domande di ammissione degli aspiranti studenti israeliti. C’erano anche loro e in gran numero, ebrei e studenti di colore e donne, in quella mia seconda visita a Harvard.

Ma mentre due anni prima la maggioranza degli studenti coi quali m’ero incontrato nel vecchio campus e sulle rive del Brod Canal, m’avevano esternato l’ambizione di imitare Emerson, James, Mailer, ora invece quei loro fratelli minori, mi confidarono che più che alle facoltà umanistiche, era alle facoltà scientifiche che ambivano. Harvard non era più l’università umanistica dei padri fondatori.

Quei giovani e quelle ragazze, che sul campus o nei locali dove si ascolta musica rock e country e si beve coca cola mista al rhum, mi proclamavano con fierezza le loro ambizioni, erano, nel bene e nel male, gli eredi di quegli americani cui si riferiva Tocqueville quando scriveva: «Per dissodare, fecondare, trasformare il vasto continente disabitato che possiedono, gli americani hanno bisogno di una passione energica: l’amore delle ricchezze. (…)

L’americano chiama ambizione nobile e degna di stima ciò che i nostri padri durante il medioevo chiamavano cupidigia servile».

La laurea nella Business school assicura ricchezza. Ma negli ultimi anni anche le lauree delle sezioni scientifiche promettono alti compensi. Nell’80 il rapporto annuale dell’U.S. Patent and Trademark Officesegnalava un calo nelle concessioni di brevetti (circa quattromila in meno del decennio precedente) che rivelava una perdita di innovazione industriale «essenziale per il benessere economico, ambientale e sociale dei cittadini degli Stati Uniti». Allarmato, Washington fece approvare un National Technology lnnovation Act di 60 milioni di dollari annui, al fine di riconquistare il primato tecnologico che sfuggiva agli USA.

La legge è stata riconfermata e la somma aumentata negli ultimi anni. Ecco perché oggi l’attenzione «mobile e degna» degli studenti di Harvard è riversata oltre che nella Business school, nelle facoltà scientifiche legate alla moderna tecnologia. Infatti, come nel passato, Harvard è la scuola più qualificata affinché i suoi laureati possano accaparrarsi la fetta più grossa degli stanziamenti del National Technology lnnovation Act attraverso i suoi corsi accademici, che il direttore della National Science Foundation chiama disciplina della «metodologia dell’invenzione»”.

Riporto qui una breve nota biografica di Romano Costa:

“Nasce a Parma nel 1933. Dopo disordinati studi comincia a collaborare alla terza pagina dell’“Avanti” e al “Ponte” di Piero Calamandrei. Si sposta tra Parigi, Parma e Milano per stabilirsi infine a Roma dove continua a collaborare con varie riviste letterarie pubblicando racconti. Diventa redattore (unico) del “Gatto Selvatico”, mensile dell’Eni diretto da Attilio Bertolucci. Nei primi anni Sessanta comincia i grandi viaggi in Africa di cui “gira” documentari per la Rai. In seguito viaggia in Asia, nelle Americhe (negli Stati Uniti, a New York, risiede per almeno due anni). Nel ’67 pubblica il suo primo romanzo La ragazza dalle braccia lunghecui segue nel ’72 il suo secondo romanzo Aphrika (Franco Maria Ricci, 1972) iniziando a collaborare con la “Biblioteca Blu” di Franco Maria Ricci. Continua a realizzare documentari in Africa, Americhe, Asia, e nel ’75 pubblica il suo terzo romanzo, Lambras (Mondadori), cui segue, sempre per Mondadori, East Village. Nel 1981 pubblica Negro, racconti sull’Africa (Il Saggiatore), e nel ’90, per Feltrinelli, ancora un romanzo, La capanna di Calibano. Nel ’92 è la volta del libro Isola dell’orgoglio, Datanews, che affronta la vita, l’arte, la storia e anche la crisi e la speranza di Cuba dopo l’implosione dell’Urss”.

Così lo ricorda Valentino Parlato sul Manifesto:

“È morto il nostro Romano Costa

Domenica 12 Agosto 2012 

Quando un amico se ne va, muore anche una parte di te. È una seria mutilazione. Se ne vanno soprattutto le conversazioni, i dissensi e i consensi, l’intreccio appassionato delle ragioni e dei sentimenti. Con Romano parlavamo in continuazione: per strada, nella piazzetta del quartiere Monti. E poi, a lungo, nella sua residenza al Soldo, dalle parti di Como, dove di ritorno da Locarno mi fermavo un po’ di giorni e lì, in giardino, il conversare aveva un andamento più dolce. Le nostre conversazioni buttavano soprattutto sul pessimismo, ma un pessimismo – non è un paradosso – positivo, direi addirittura ottimistico. Concordavamo che tutto va male, che era quasi meglio crepare e togliersi di mezzo, ma poi tornava la forza della vita: «qui c’è da combattere, non possiamo andarcene». Ma, adesso, ho perso la speranza di incontrare Romano, discutere con lui. Per me, un po’ più vecchio di lui, questo è stato proprio un brutto colpo. Un brutto colpo non solo per me, ma per i tanti che conoscevano Romano, sapevano della sua vita, avevano letto i suoi libri. I suoi percorsi di raffinato e acuto scrittore; di persona capace di vivere pienamente, senza risparmi, la vita. Parma, dove è nato nel 1933, è una città storicamente infranciosata e lui, giovanissimo, passa volentieri da Parma a Parigi. Giovanissimo collabora alla terza pagina dell’ Avanti! e al Ponte di Calamandrei. Lavora al Gatto Selvatico dell’Eni, diretto da Attilio Bertolucci, con il quale stringe una forte amicizia. Romano ha (aveva) un motore in corpo. Viaggia di continuo. Fa documentari televisivi in Africa per la Rai e diventa amico di Pasolini e di Moravia. E viaggia ancora: in Asia, in America Latina, negli Usa, dove, con la famiglia, si ferma per almeno due anni. È presente nei caffè di Parma, viaggia per il mondo e scrive. A 34 anni pubblica il suo primo romanzo, La ragazza dalle braccia lunghe. Poi, nel 1972, Aphrika e inizia la collaborazione con la Biblioteca Blu di Franco Maria Ricci. Nel 1975, per Mondadori, il suo terzo romanzo Lambras e poi East Village. Nel 1981 per il Saggiatore pubblica Negro. Nel ’90 per Feltrinelli La capanna di Calibano e nel 1992 L’isola dell’orgoglio sulla crisi e le speranze di Cuba, dove si era fermato per diversi mesi con la moglie Sancia chiamato dall’Università di Cuba. Ma non solo libri. Scriveva anche sui giornali e in questi anni era diventato un prezioso collaboratore di Alias, il nostro supplemento culturale e le sue recensioni provocavano sempre qualche discussione. Romano non si fermava mai, nemmeno in questi ultimi giorni quando lo andavo a trovare in ospedale. Ciao Romano, peccato che non ci sia un altro mondo, dove poter tornare a incontrarsi, parlare e apprezzare la tua straordinaria ironia e soprattutto autoironia. Peccato, ma fino a quando resterò su questa terra Romano mi sarà presente, continuerò a discutere con lui, a chiedermi: «ma Romano che cosa avrebbe detto?». Un abbraccio alla moglie Sancia, ai figli Caterina e Andrea, ai cari nipotini e anche alle sorelle di Sancia: Ippolita e Margherita. Grande famiglia quella di Sancia e Romano. Come dimenticare le cene a casa loro”.

Oreste Grani

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