Il nome di Giulio Regeni andava pronunciato chiaro e forte!

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Il Papa è andato in Egitto e ha fatto ciò che fatto e detto ciò che ha detto. Non ha citato Regeni e saprà lui, in coscienza perché non lo ha fatto. Comunque, con viva soddisfazione anche nostra, Francesco sta tornado a Roma indenne, senza – scientemente – aver usato autoblindate.

Giriamo pagina.

Ogni volta che i fari si accendono sull’Egitto, da “ipaziano” di antica data, sono tentato di tornare a quella primavera tragica del 415, quando a Ipazia alessandrina, filosofa-matematica-custode della Biblioteca, furono tolti gli occhi (da viva), e poi, pezzo a pezzo, scarnificata fino alla morte.

Infine, bruciata perché, con lei, i suoi pensieri si disperdessero in fumo e in polvere irriconoscibile, nei tempi futuri.

In quel caso furono i cristiani, incitati dal loro vescovo Cirillo. Ma la questione non è certo quella di chi ha cominciato ad usare violenza, scegliendo la strada dell’intolleranza.

Parliamo di troppi anni addietro. Sento, comunque, consapevole della marginalità e ininfluenza di questo blog, il dovere/diritto di fare testimonianza, ripubblicando alcuni post (comincio da alcuni pubblicati il 14 agosto 2013 – forse perché nessuno li leggesse) che ho dedicato, negli anni, al tema dell’Egitto e della fine tragica di Ipazia, in Alessandria.

Comincio quindi con oggi un ulteriore tributo a Ipazia, ma non solo.

In realtà voglio continuare a mantenere accesa la fiamma di Giulio Regeni. A modo mio, come ogni cosa che faccio.

Lo faccio, ad esempio, non rimuovendo il valore divulgativo del film di Alejandro Amenabar, Agorà (2009) a cui rimango affezionato anche per motivi personali (organizzai, a mie spese, al cinema Quattro Fontane di Roma, una riuscitissima anteprima italiana), o il segno immortale del poemetto, 1978, di Mario Luzi che tanto mi ha sorretto e indirizzato, con i versi profetici dedicati alla grande e triste filosofa.

Lo faccio, citando, per la prima volta, il lavoro di Hugo Pratt, il genio del fumetto, che, con scelta esoterica e cronologicamente mutata, nel 1977, disegnando la Favola di Venezia, intendeva, in realtà, riferirsi ad Ipazia e alla sua vicenda nodale.

Nei prossimi giorni, a corredo di tutti i post che ripubblicherò, dopo averli scelti tra quelli che in qualche modo si riferiscono ad Ipazia e alla sua tragica fine o al modo in cui, secoli dopo, ho ritenuto doveroso omaggiarla, non dimenticherò nessuno che nel tempo osò parlare della vergine sapiente, Maestra di preveggenza, riferendo direttamente il suo nome, non avendo timore alcuno.

I nomi si fanno e se uno non li fa deve avere un motivo validissimo per non farli.

La prima martire della libertà di pensiero (perdonate la semplificazione e me ne scuso) fece sua (così mi piace pensare) una considerazione che invece, con certezza storica, fu pronunciata, nel 384, in Milano, città – in quegli anni – particolarmente vivace, da Quinto Aurelio Simmaco:

“Guardiamo le medesime stelle, comune è il cielo, un medesimo universo ci racchiude: che importa con quale dottrina ciascuno ricerca la verità? Non si può giungere fino a così sublime segreto per mezzo di una sola via! “.

Papa Francesco sta chiedendo, nel suo peregrinare, da tempo, realismo, disincanto e, soprattutto, onestà.

Il prezzo da pagare è cominciare, con onestà, a ricordare e a smantellare, sotto tutti i cieli, la costruzione di una controstoria tanto agiografica quanto profondamente falsa, come chiedo – inutilmente – da anni.

Dobbiamo ricevere richieste di perdono per la morte di Ipazia come dobbiamo un giorno avere la richiesta di perdono, dai suoi aguzzini, per la morte di Giulio Regeni.

Dobbiamo avere la ricostruzione “storica” della morte di Giulio Regeni, per accettare di guardare le stesse stelle e condividere, con il popolo egiziano, la ricerca delle risposte al segreto della vita. O le dottrine o i comportamenti estremi, lasciate a se stanti, ci porteranno all’odio senza speranza.

Fu così per Ipazia alessandrina, sarà così per Giulio Regeni.

Senza differenze di saperi, li cito vicini, in quanto uniti dal martirio per la libertà di pensiero. Entrambi con la loro curiosità  costruttori di pace. La filosofa per scelta culturale, il giovane intelligente per trasferire informazioni utili a capire quanto di negativo stava avvenendo nell’Egitto di al-Sisi.

Scarnificato vivo il nostro compatriota in attività esplorativa; scarnificata viva la stella purissima dell’arte della sapienza. Scarnificati vivi entrambi.

E se le Parche, divinità misteriose, tessono in telai di alabastro, con fili rossi e bianchi, una tela mortale (il corpo, fatto di carni e ossa questo è), essa è sacra e maledetto per sempre è chi la viola. La Divinità infatti non fece il corpo delle persone perché altri, ignorando questo disegno, lo sbrindellassero a loro piacimento, ma perché fosse veste alle scintille del Cielo, cioè all’anima.

E di queste questioni, Papa Francesco, dovrebbe intendersene.

Chi tortura, chi sbrindella (e Giulio Regeni così è stato trattato) il telaio d’alabastro, profana non solo l’Uomo ma il Divino che è in lui.

E questa grave “bestemmia”, consumata a danno dell’innocente, giovane, studioso, curioso, coraggioso patriota italiano, forse si meritava, a condanna chiara e forte, che fosse pronunciato il suo nome. Avremmo amato sentire fare il nome di Giulio Regeni. Ho per anni atteso inutilmente che uomini autorevoli di Chiesa chiedessero perdono per il martirio di Ipazia; spero di non dover aspettare altrettanto tempo per sentire pronunciare parole oneste per Giulio Regeni.

Ma chi sono io per pensarla così?

Oreste Grani/Leo Rugens


IN EGITTO E ALLA BIBLIOTECA DI ALESSANDRIA SCORRE DI NUOVO IL SANGUE. LA SAGGIA IPAZIA È SEMPRE PIÙ INASCOLTATA E PERSEGUITATA

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Ci siamo. Arriva la notizia dell’assalto alla Biblioteca di Alessandria, dopo ore di lanci stampa che descrivono massacri. Penso anch’io che si conteranno migliaia di morti.

Nulla di nuovo sotto il sole. Inutilmente molti – e noi tra quelli – da anni avvertono e denunciano questo pericolo. La terra di Ipazia, la città di Ipazia (Alessandria), la Biblioteca, simbolo della cultura e della dialogo mediterraneo, sono in fiamme.

I libri e la cultura cedono il passo al coprifuoco, allo stato di emergenza, alla sopraffazione delle armi.

Prendiamo atto che, nel Mediterraneo, nessuno ha autorevolezza per fermare l’odio e la violenza. E che l’Europa non esiste!

Oreste Grani

Guardate le date e meditate.


ISRAELE E IL DESTINO DELL’EGITTO

Nella mensile “Pagine Egraiche” del marzo 2011 si potevano leggere a firma di Anna Momigliano una serie di considerazioni su quanto il destino dell’Egitto sia legato a quello di Israele e viceversa.

Cari egiziani, per favore, non distruggete le piramidi. Noi non le ricostruiremo. Cordiali saluti, il popolo ebraico.” Questa battuta che circolava su Facebook e twitter nei giorni in cui le piazze del Cairo si infiammavano dela rivolta contro Hosni Mubarak, riassume bene (dietro il tradizionale umorismo ebraico) la preoccupazione da parte di Israele e dei suoi amici davanti alla rapida evoluzione della situazione in Egitto. Che cambia di giorno in giorno, a volte facendo ben sperare, altre aumentando i timori […] Due cose però ci sono parse chiare fin dall’inizio. Uno: con la caduta di Mubarak, Israele ha perso uno storico alleato nella regione Medio-Orientale. Forse, chissà, il governo di Gerusalemme riuscirà a trovare un nuovo amico al Cairo (anche se molti analisti hanno espresso il loro pessimismo), ma non si può negare che Mubarak, per anni, sia stato una garanzia, specie nel contenimento di Hamas. Due: con la caduta di Mubarak, Israele dovrà raccogliere una sfida importante. Ovvero imparare a dialogare con le nazioni intere e non con singoli leader che (come nel caso di Mubarak, al potere grazie a una legge di emergenza durata trent’anni) che non rappresentano il loro popolo [Nota mia: le notizie recenti fanno pensare che Morsi stia ripercorrendo le orme di Mubarak riguardo la legislazione di emergenza, con l’aggravante che in politica estera risponde ai Fratelli musulmani]. Una sfida non da poco, specie se si tiene conto che l’opinione pubblica nelle nazioni arabe non è mai stata particolarmente favorevole, per utilizzare un eufemismo nei confronti di Israele. Eppure è una sfida che Israele deve raccogliere. Non c’è altra scelta. Perché (questo lo si sapeva) nessuno può credere realmente che un regime autoritario, amico o nemico poco importa, sia destinato a durare per sempre. A volte a un regime ne segue uno ancora più dittatoriale (una parola: Iran) [Nota mia: a oggi direi anche Egitto]…

Quanto sta accadendo in Egitto, conferma le preoccupazioni di quelle ore. Come affermano le agenzie:

Egitto: approvata la nuova Costituzione, ‘sharia’ fondamento del diritto

30 Novembre 2012 – 10:07

(ASCA-AFP) – Il Cairo, 30 nov – L’Assemblea costituente egiziana ha adottato la bozza della nuova Costituzione, la quale include un articolo che definisce la ‘sharia”, la legge islamica, come fonte principale della legislazione nazionale. Lo ha annunciato il presidente Hossam el-Ghiriani dopo 19 ore di consultazioni.

L’approvazione del testo e’ avvenuta all’unanimita’, malgrado i lavori fossero stati boicottati dalle forze di opposizione laiche e liberali.

Ora la Carta sara’ trasmessa al presidente Mohamed Morsi che dovrà controfirmarlo e indire un referendum confermativo.

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Last but not least, faccio seguire una riflessione del “politologo” Giancarlo Elia Valori (persona complessa, dal passato internazionale e burrascoso, dall’evidente e dichiarato strabismo filoisraeliano, addentro ai disegni mediterranei) apparso nel mensile “Formiche” del maggio 2011.

Oreste Grani

 

L´ultimo Mediterraneo

01/05/2011 Giancarlo Elia Valori

Suez, Aden e il Corno d´Africa saranno i punti di crisi futuri di un´area che tenderà a ragionare strategicamente tutta assieme e che potrebbe aver bisogno di un ombrello di sicurezza diverso da quello elaborato post-Guerra fredda dall´Alleanza atlantica.

Il nuovo quadrante strategico del Mare nostrum rappresenta elementi di continuità e di rottura con quello che siamo stati, fino ad ora, abituati a studiare. La presenza della Cina è un fenomeno complesso: Pechino ha reagito alle minacce portate da al Qaeda nel Maghreb islamico, la rete di Bin Laden in Algeria, contro i 50mila lavoratori cinesi residenti nell´area. La Cina vuole sostituire, di fatto, l´Ue come principale mercato finale del petrolio algerino e, in seguito, libico e dei Paesi presenti nell´Africa subsahariana. Pechino vuole costruire una presenza nel Mediterraneo che equipara le due sponde principali del Mare nostrum, e arrivare a controllare i passaggi petroliferi e commerciali che si attuano dallo stretto di Suez e dal Corno d´Africa senza interrompere la sua lunga tradizione, che risale a Mao, di equiparare i “due mondi” (Usa e Urss prima, ora la Federazione Russa) al Terzo mondo che dovrebbe avere Pechino come suo referente naturale.

Le trasformazioni politiche del Maghreb vedranno la Cina sempre meno interessata alla tensione dialettica tra nuove classi democratiche e populiste e vecchi raìs, mentre per Pechino sarà di vitale interesse penetrare quelle economie per sostenerne la crescita, sostituire quegli aiuti che l´Europa del “Processo di Barcellona” non può più fornire, e infine giocare tre partite contemporaneamente: quella contro il comando Africom Usa, che diverrà, se la tensione in Libia favorirà gli insorti, un nuovo asse per la democratizzazione del Continente nero, quella contro la Francia, che desidera rinverdire i suoi fasti nel Maghreb e in Ciad, arrivando fino alla Mauritania e alle coste della Liberia, quella infine contro la Russia, che potrebbe gestire, con un accordo simile a quello proposto nel 2010 da Medvedev, il referente per i prezzi degli idrocarburi africani come Mosca ha già ipotizzato per l´Opec, organizzazione nella quale ha chiesto di poter partecipare. Se il prezzo del barile di greggio si manterrà sui 100 dollari Usa, la cifra ottimale che Ahmadinejad ha proposto per l´Opec nel 2011, allora il trasferimento netto di risorse verso i Paesi produttori sarà tale da permettere ad essi sia il sostegno alle loro economie, sia i progetti di riarmo autonomo, sia infine il sostegno alle nuove classi politiche che emergeranno nel Maghreb. Il vero problema è l´effetto sui prezzi del barile della semi-chiusura del canale di Suez, solo 2/3 milioni di barili passano attraverso gli stretti egiziani, con un fabbisogno mondiale di 88 miliardi di barili/giorno, e quindi il rischio di contagio politico che potrebbe espandersi nel Golfo Persico, che fornisce il 17% del consumo giornaliero mondiale, mentre tutte le variabili geoeconomiche ci fanno prevedere che la sollevazione democratica delle masse maghrebine ha un forte potenziale di irradiazione in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, con una ulteriore spinta alla speculazione sui prezzi che potrebbe, in questo caso, colpire anche interessi cinesi. In altri termini, il Maghreb si è riunito geopoliticamente al Grande Medio Oriente. E, da questo punto di vista, è bene studiare il comportamento degli attori politici locali sia recenti che di quelli da lungo tempo operanti nell´area.

Al Qaeda, per esempio, ha una geostrategia similare, e mi si perdoni il paradosso, a quella attuale degli Usa: circondare il Mediterraneo meridionale a partire dall’Africa sub-sahariana, chiudere lo spazio tra Mauritania, Senegal e Algeria, costringere quegli Stati ad una guerra di attrito lunga, costosa e soprattutto tale da isolarli sia verso la Cina che verso l´Ue. Secondo lo “stratega” di al Qaeda Abu Bakr al Naji, il progetto della rete di Bin Laden nell´area mediterranea è quello di compiere azioni piccole, fortemente finalizzate, a lungo e lunghissimo tempo di azione, e questo è ciò che finora ha impedito ad al Qaeda di compiere attentati in Egitto, mentre la vera priorità per la rete qaedista è quella di inoculare propri agenti in Yemen, la terra di origine della famiglia di Bin Laden, il Pakistan e l´Arabia Saudita. La rete qaedista vuole gestire parte della rivolta, creare reti stabili ma silenti, valutare anno per anno il rapporto costi-benefici di ogni singola azione proposta. L´altra parte in causa sono i Fratelli musulmani.

Per l´Ikwan di Al Banna, nata come organizzazione salafita con rituali e logiche politiche simili a quelle dei partiti fascisti europei, e quindi correlata al Baath sirio-egiziano, la rivolta egiziana “non è islamica”, ma certamente i dirigenti della Fratellanza in Egitto si adegueranno al mainstream della rivolta e cercheranno di influenzare, per ora con i tradizionali sistemi “quietisti” del gruppo, il dibattito politico e le elezioni prossime venture nell´Egitto del dopo Mubarak. In Tunisia, la Fratellanza ha appoggiato pubblicamente la rivolta che ha estromesso Ben Ali. L´Ikwan vuole diventare, nei tempi dati, l´organizzazione che unifica il Maghreb. Perché è questo il dato primario dal punto di vista strategico: dopo la vittoria delle rivoluzioni popolari in Tunisia, Egitto e forse Libia, il Maghreb appare come un´area nella quale la questione che si porrà sarà questa: o l´Africa del nord e il Mediterraneo meridionale si unificheranno sotto una egemonia regionale multipolare, garantita anche da Cina e Federazione russa, e che quindi vedrà una diminuzione dell´influenza della Ue, o vi sarà una sequenza di contagi rivoluzionari che passeranno rapidamente dal vecchio Medio Oriente al Golfo Persico, e anche questo sarà un nuovo stimolo all´unità neo-islamica e populista di tutto il quadrante. Se questo avverrà, ci saranno occasioni di presenza nuova per la Union pour la Méditerranée di Sarkozy, per gli Usa, che per la prima volta non saranno tacciati di essere il centro decisionale di “ebrei e crociati”, per usare la vecchia formula di Bin Laden, per la Cina, che sarà la sola a poter finanziare, alle sue condizioni, il “decollo” delle nuove economie maghrebine.

Ognuno farà per sé, nella nuova strategia mediterranea dei Paesi europei, degli Usa, della Cina. La Nato avrà un “fianco sud” del tutto nuovo da controllare: caduta temporanea, ma non eliminazione del neoterrorismo qaedista, espansione delle possibilità bilaterali di collaborazione regionale con i nuovi Paesi emersi dalle rivoluzioni democratiche del Maghreb, una possibilità di espansione del proprio “braccio lungo” marittimo verso Suez, Aden e il Corno d´Africa, che saranno i punti di crisi futuri di un´area che tenderà a ragionare, dal punto di vista strategico, tutta insieme e potrebbe avere necessità di un “ombrello” di sicurezza del tutto diverso da quello che l´Alleanza atlantica ha elaborato dopo la fine della Guerra fredda nel Mediterraneo. In senso strettamente strategico, il Mare nostrum sarà sempre meno “mare regionale chiuso”, come lo definivano i vecchi strateghi Usa negli anni ‘80, e sempre più il punto di arrivo e di controllo di tensioni che si genereranno nell´Africa sub-sahariana, nel Golfo Persico, nell´asse che dal Caspio al Mar Nero arriva verso il Mediterraneo.

Louis Armstrong

Louis Armstrong

Altra questione geopolitica di straordinario rilievo è la posizione di Israele in questo nuovo sistema maghrebino. Lo Stato ebraico potrebbe sentirsi, giustamente, circondato da una nuova linea di tensioni non ancora prevedibili, non ancora “misurate” sulla questione del rapporto tra Israele e Paesi arabi tradizionalmente amici. Se la crisi economica non darà segni di raffreddamento, allora sarà facile generare il “nemico esterno” classico, gli ebrei, per stabilizzare le tensioni politiche. Sarebbe necessario anche valutare una serie di prestiti-ponte, ben controllati dalla Bri e dal Fondo monetario, per generare un “fondo” globale per la democrazia, al quale parteciperebbero anche la Cina e la Federazione russa, finalizzato al trasferimento o alla rivitalizzazione di aziende in Tunisia, Egitto e, in futuro, in Libia, e si tratta di una proposta alla quale, a nostro avviso, dovrebbe partecipare, con le evidenti cautele, anche Israele. Per lo Stato ebraico, peraltro, si aprono alcune possibilità interessanti, anche se foriere di notevoli pericoli: in primo luogo, la diluizione della sua zona di attrito con il mondo arabo, l´evidente perdita di posizioni di tutte le forme di jihad nell´area, la sostanziale unità della Lega araba nel sostenere la rivolta, la rinnovata presenza di storici amici di Gerusalemme nel Maghreb, come gli Usa e la Francia, la stabilità che regimi amici nel mondo arabo hanno mostrato in questo frangente, per esempio, la Giordania.

Queste sono le “finestre di opportunità” per Israele, mentre le opzioni di contrasto potrebbero essere la diffusione di classi dirigenti antisraeliane influenzate dalla Fratellanza musulmana, il ripresentarsi dei gruppi di “jihad permanente” in alcuni Paesi, come lo stesso Egitto, l´innesco di reazioni destabilizzanti, queste sicuramente antiebraiche, in Siria, Giordania, Kuwait in una eventuale “seconda fase” della rivolta, il rifiuto della Cina di partecipare alle iniziative multilaterali di sicurezza per stabilizzare le nuove democrazie di massa maghrebine. Sono, mutatis mutandis, anche i pericoli che abbiamo già elencato e che riguardano tutta la Ue. “La storia diceva Adenauer è la somma di tutti quegli avvenimenti che avremmo potuto evitare”. Speriamo che la previsione del cancelliere tedesco non si avveri, nelle rapide opportunità che il Mediterraneo oggi ci presenta.


ALLE DONNE E UOMINI EGIZIANI IN LOTTA CONTRO L’ARROGANZA DEL NEO DITTATORE MORSI

È bastato immettere nella rete una notizia in italiano con il nome di Ipazia Alessandrina abbinandolo alla resistenza democratica contro il tentativo di Mohamed Morsi di esautorare la magistratura egiziana dalle sue funzioni, perché decine di visualizzazioni si affacciassero sul blog di Leo Rugens provenienti dall’Egitto ma anche dall’Arabia Saudita, dalla tormentata Siria, dalla Palestina in lotta, dalla Giordania.

Sono commosso e orgoglioso a nome degli ipaziani che non mi hanno tradito e che, aiutandomi a realizzare questo blog, in queste ore mi hanno dato una grande soddisfazione.

Cari egiziani, eroicamente in lotta, che il nome di Ipazia Alessandrina vi protegga e che vi sia d’aiuto e d’illuminazione in queste ore terribili che vi aspettano.

Che la pace auspicata da Ipazia, vittima del fanatismo estremista nel 415 d.C., arrivi e inauguri una stagione di tolleranza e di ragionamenti tra mussulmani, copti, ebrei e pagani.

Che il ricordo della grande filosofa, custode della più antica biblioteca del mondo, vi aiuti a resistere contro gli uomini che si sentono autorizzati da Dio ad opprimere altri uomini.

Viva le donne dell’Egitto in lotta, degne eredi di Ipazia Alessandrina. 

Oreste Grani


Filosofa e scienziata del IV-V secolo d.C.

Ipazia visse ad Alessandria d’Egitto fra la fine del IV e l’inizio del V secolo (tra il 370 e il 415 d.C). Ipazia fu introdotta agli studi scientifici dal padre Teone. Fu dunque una grande studiosa di matematica, ma anche una insegnante: “Introdusse molti alle scienze matematiche” ci dice Filostorgio, e numerose altre testimonianze ci attestano addirittura di sue opere autografe, purtroppo però ora scomparse.

Una delle discipline in cui Ipazia seppe distinguersi di più fu l’astronomia. Ancora Filostorgio e poi Suda, ci informano di interessanti scoperte compiute dalla donna a proposito del moto degli astri, scoperte che ella rese accessibili ai suoi contemporanei con un testo, intitolato “Canone astronomico”. Ipazia fu anche una filosofa molto apprezzata: Socrate Scolatico parla di lei come della terza caposcuola del Platonismo, dopo Platone e Plotino. Damascio spiega come ella seppe passare dalla semplice erudizione alla sapienza filosofica. Pallada poi, in un epigramma, tesse uno degli elogi più belli di Ipazia: “Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole, vedendo la casa astrale della Vergine, infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto Ipazia sacra, bellezza delle parole, astro incontaminato della sapiente cultura”.

Tra le opere di Ipazia si annoverano: un Commentario sull’Arithmetica di Diofanto di Alessandria, un Commentario sulle Coniche di Apollonio di Perga e fu proprio Ipazia che provvide a curare l’edizione di un’opera di suo padre, il Commentario sull’Almagesto di Tolomeo.

Con il terzo editto del 391 dell’imperatore Teodosio la persecuzione anti-pagana s’intensificò e molti cristiani si sentirono autorizzati ad iniziare la distruzione degli edifici pagani. Ad Alessandria il vescovo Teofilo avviò una sistematica campagna di distruzione dei templi. Il tempio di Serapide, divinità greco-egizia che riuniva in sè Zeus ed Osiride, venne assediato dai cristiani. Il vescovo Teofilo ed il prefetto Evagrio, insieme con gli uomini della guarnigione militare, iniziarono l’opera di demolizione. Il vescovo Teofilo volle dare il buon esempio dando il primo colpo contro la colossale statua del dio Serapide. Durante l’operazione di repressione religiosa la famosa biblioteca di Alessandria fu incendiata dai cristiani.

Nel 412 Cirillo prese il posto dello zio, il vescovo Teofilo, e divenne patriarca di Alessandria. Il prefetto di Alessandria Oreste ebbe dei contrasti con Cirillo e fu amico di Ipazia. Nella primavera del 415 una banda di monaci cristiani catturò Ipazia per strada, la colpì e trascinò il suo corpo fino in una chiesa dove la sua carne venne fatta a pezzi con tegole acute e i suoi resti bruciati. Alcuni ritengono che il vescovo Cirillo fu unico responsabile di questo atto oltraggioso in quanto l’imperatore era il minorenne Teodosio II. Cirillo (375-444) venne fatto santo e nel 1882 fu dichiarato dottore della chiesa cattolica.

Dopo l’assassinio di Ipazia i suoi allievi abbandonarono la città. Alessandria perse definitivamente il suo ruolo di centro culturale.

IPAZIA CORPO CELESTE – AD ALESSANDRIA D’EGITTO SI CONTINUA A MORIRE

Mario Luzi

1.1.11 Egitto, strage davanti alla chiesa cristiana

Un’autobomba davanti alla Chiesa dei Santi, «bagno di sangue»: 21 morti e 8 i feriti. Forse un kamikaze

Così, in contemporanea con le rivolte in Tunisia, iniziava la “Primavera araba” o come sarebbe meglio dire, la fine di alcuni regimi sopravvissuti al crollo del Muro di Berlino nell’89.

A quel tempo avevo già da anni sostenuto con forza la diffusione dei valori rappresentati della filosofa alessandrina Ipazia, sforzi culminati con l’ideazione dello spettacolo teatrale “Il sogno di Ipazia”; il sostegno alla diffusione del film “Agorà”, l’invito a Roma di Youssef Ziedan direttore della sezione manoscritti della Bibliotheca Alexandrina, cofondatore della medesima, filosofo e scrittore fino al sostegno a un piccolo spettacolo teatrale organizzato nel Liceo Benedetto Croce di Roma.

Leggo oggi* con immenso dolore che l’amata Alessandria non trova pace, così come Tel Aviv Gaza Damasco e potrei continuare.

Senza pace nel Mediterraneo non ci sarà pace nel Mondo e senza il dialogo tra tutti i popoli e le religioni quel momento si allontanerà sempre più.

Oreste Grani

Locandina de “Il Sogno di Ipazia”

 

Rachel Weisz in “Agorà”

Alessia Amenta e Youssef Ziedan durante la visita alle sezione egizia dei Musei Vaticani

*23.11.12 ALESSANDRIA – Cinquanta feriti ad Alessandria: è il bilancio ancora provvisorio degli scontri fra i sostenitori e gli oppositori del presidente egiziano Mohamed Morsi all’indomani dell’approvazione di un decreto che ne aumenta i poteri da capo dello Stato. Una decisione “illegittima” per l’opposizione egiziana, che ha lanciato un appello a manifestazioni di protesta oggi in tutto il Paese.

Ad Alessandria la protesta è degenerata in violenza: manifestanti dell’opposizione hanno preso d’assalto la sede dei Fratelli Musulmani e secondo Al-Arabiya e Al-Jazira al palazzo è stato dato fuoco e 50 persone sono rimaste ferite. Anche altre sedi del partito di cui è espressione il presidente Morsi sono state incendiate Suez, a Port Said e Ismailia. Scontri tra opposte fazioni sono scoppiati anche ad Assiut e Giza, mentre al Cairo i sostenitori del presidente si sono radunati davanti al Palazzo presidenziale, mentre l’opposizione si è riunita a Piazza Tahrir. Contemporaneamente uno dei quattro consiglieri presidenziali, il copto Samir Morqos, ha dato le due dimissioni “definitive e irrevocabili” contro la decisione di Morsi di blindare i suoi poteri dinanzi alla giustizia.

L’aumento dei poteri pressoché illimitato del presidente ha messo in allarme l’Onu. Rupert Colville, portavoce dell’alto commissario per i diritti umani Navi Pillay, si è detto “molto preoccupato per le possibili,

enormi conseguenze di questa dichiarazione sui diritti umani e lo stato di diritto in Egitto”. Il timore, ha aggiunto Colville, è che la situazione possa divenire “molto incerta nei prossimi giorni, di fatto a partire da oggi”.

Già ieri il premio Nobel per la pace e principale esponente dell’opposizione Mohamed El Baradei aveva denunciato la decisione di Morsi accusando il presidente di essersi proclamato “nuovo faraone”. Tra le altre cose, Morsi ha ordinato l’allontanamento dall’incarico del procuratore generale dello Stato, Abdel Meghid Mahmoud, nominato dal deposto presidente Hosni Mubarak.

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