Il “Caso Giulio Regeni” non è chiuso. Firmato: Papa Francesco

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Ho pubblicato in queste ore, prima del viaggio di ritorno del Santo Padre, durante il quale, in aereo, ha esternato il suo dolore per quanto accaduto a Giulio Regeni, preoccupandosi di precisare che in realtà si era mosso con le autorità egiziane per la ricerca della verità, un post che, riletto, mi appare, sul tema della violenza perpetuata a danno di Regeni, molto duro.

Non mi permettevo di dire che Bergoglio non avesse fatto un intervento significativo ma semplicemente che non aveva pronunciato, alto e forte, il nome del nostro giovane martire.

Lui, che è Papa, gesuita e un po’ francescano, ha certamente saputo, mille e mille volte più di me che non sono niente e nessuno, cosa si doveva fare per servire la Verità ricordando, come Ratzinger soleva dire, che nella Verità, c’è la Pace.

Anni addietro ho pubblicato un post sulle modalità con cui si dice che si faccia Intelligence in Vaticano. Erano le riflessioni di padre Robert Graham, anch’esso gesuita e di nazionalità americana.

Oggi aggiungo un post dedicato alla diplomazia vaticana che, come accade spesso per le diplomazie, è l’anticamera dell’Intelligence. O viceversa.

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Per capire quanto sia diffusa e raffinata la rete di ascolto e di analisi delle informazioni che “passano” per lo Stato Vaticano, mi rifaccio ad una pagina scritta, in modo essenziale, ma – evidentemente – forte di una vasta esperienza che il suo autore mostra di avere avendo vissuto nel mondo della diplomazia italiana e, in special modo, in quella vaticana. Si tratta dell’ambasciatore Claudio Chelli che, dal 1950 (anni determinanti per il mondo così come lo conosciamo), è stato a Belgrado, Vienna, negli USA, a Berlino, Amsterdam, e, in fine, presso la Santa Sede a rappresentare l’Italia. Oltre che a risiedere in queste sedi importanti, l’ambasciatore ha diretto settori della Farnesina in cui si elaboravano informazioni diplomatiche provenienti dall’Unione Sovietica e da tutti i paesi dell’Est europeo. Mi sembra che sia stato anche Capo di Gabinetto di ministri degli esteri del calibro di Giulio Andreotti.

Se dice quindi che…  Uno degli aspetti singolari della diplomazia vaticana in senso lato è costituito dall’azione che essa in certi casi svolge all’interno di altri paesi: un’azione esercitata di solito dagli episcopati locali in situazioni difficili, per mediare tra le comunità civili e la guerriglia e i regimi al potere, anche perché le comunità e i governi in difficoltà hanno maggiormente avvertito l’utilità di farvi ricorso. Si potrebbe dire, che (sollecitata da questa paradossale situazione ndr), con una battuta, non vi è governo al mondo che intervenga tanto nelle situazioni interne di altri paesi quanto la Santa Sede. Ma essa agisce con una forte legittimazione rappresentata da intenti non di potere, non dettati dalla ragion di stato, ma umanitari, di pacificazione e di riconciliazione interna…“, bisogna credergli.

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Certo, non sempre è “solo” così, ma questo era ciò che sosteneva Chelli e, in linea di principio, gli si può dare ragione.

Ci si può anche chiedere – continua Chelli – quali siano le ragioni specifiche che legittimano la Santa Sede a svolgere forme di intervento diretto in altri paesi (le “mediazioni” interne ma devono essere considerate tali anche i discorsi del papa) che gli Stati nazionali molto difficilmente potrebbero permettersi di effettuare. Penso che esse vadano individuate nel dominante carattere spirituale (ed io aggiungo per l’elevato spessore culturale del suo “personale” ndr) della Santa Sede, nel suo carattere non temporale e in quello marcatamente multinazionale: ma anche nel fatto che la Chiesa – con il suo popolo di credenti e di seguaci – vive “dentro” i singoli paesi del mondo.

Una testimonianza importante, tra le tante (e speriamo quindi che lo sia anche quella della visita di questi giorni in Egitto ndr), ne è stata nel 1998 la visita del papa a cuba. Come ebbe ad osservare lo scrittore cattolico Weigel, i tentativi per concordare una visita del papa a cuba continuarono invano per lungo tempo. Ma a un certo punto la visita fu dalla Santa Sede quasi “imposta” a castro che acconsentì e fece alla fine molte concessioni  perché si svolgesse nel miglior modo possibile. E nell’ampio colloquio che ebbe con Giovanni Paolo II, Castro insistette sul concetto che – a differenza di quanto avvenuto altrove – la rivoluzione cubana non aveva mia voluto essere anticattolica.

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Fin qui, parola più parola meno, lo spunto di riflessione dell’ambasciatore Claudio Chelli.

Venti anni addietro (anzi, prima ancora), quindi, si è cominciato a mettere le basi di quello che, timidamente, oggi si verifica in Cuba.

E non per merito di nessun presidente americano ma sostanzialmente per quello che si pensa, si decide, si attua a Roma, Italia, dove, se non mi sbaglio, sorge la cupola della Basilica di San Pietro, forte del suo colonnato aperto al Mondo. Punto forte che troppo spesso negli ambienti politici e dell’Intelligence italiana, si rimuove.

Ieri, in aereo, il politico sui generis Bergoglio/Francesco, ha sentito il bisogno, a visita conclusa, di ribadire la questione di Giulio Regeni, in tutta la sua gravità e implicazioni. Per fortuna, ci hanno pensato Lui e lo Stato Vaticano, perché, se dovevamo aspettare l’Italietta, stavamo freschi.

Mi scuso per tanta passione irriguardosa che metto in questa vicenda ma anche le pulci (in questo caso il sottoscritto) hanno la tosse e ci siamo sentiti liberi di tossire.

Oreste Grani/Leo Rugens

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