La siderurgia che dovremo sapere reinventare. Attualità di un pensiero

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Scrive lo storico, Pompeo De Angelis, nella sua Storia di Terni, Quarta parte, pag. 273-274:

La prima breve sindacatura di Fabri (1) va ricordata come benemerita per le cose che riuscì a fare, ma dopo di lui lo slancio riformistico dei ternani fu appiattito dai colpi del maglio “più grande del mondo”, ovvero da una acciaieria che distrusse il sistema creato da duecento famiglie egemoni, dando luogo ad una città con una connotazione completamente diversa con altra composizione sociale, con altri partiti, con altri notabili ed una sola vocazione, quella di mantenere in vita la grande fabbrica siderurgica. Terni era diventata, nel 1884, il punto in cui lo Stato Italiano tentò “la seconda fase della sua rivoluzione” come disse Giuseppe Rebecchi (2). Per costui la prima fu “quella delle lotte, dell’entusiasmo, dei sacrifici, della costituzione politica del Paese“.

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Nella seconda, si sarebbe dovuto dotare velocemente il paese di un apparato industriale, contrastando coloro che dicevano che “l’Italia è nazione agricola, e non è punto designata ad essere nazione industriale e manifatturiera.”

Il punto di partenza, così lo descrisse (e questo brano mi attira per la sua attualità – ndr Leo Rugens):

Chi ha seguito in questi anni in Italia con occhio vigile e previdente l’andamento di una delle principali nostre industrie, quella del ferro, con tutte le sue derivazioni e applicazioni, arrivando fino alle macchine e alle armi, non ha potuto non essere colpito da un senso di sfiducia e scoramento. La industria non progredisce, vive a stento,quasi indietreggia. Falliti spenditi tentativi, consumati infruttuosamente ingenti capitali, molte chiare intelligenze ed animi indomiti stancati in lunghe e disastrose lotte. E ciò in un’epoca in cui il consumo di questo metallo è cresciuto a dismisura, in cui il mondo che si circonda, si allaccia, si fascia quasi di fitte reti di ferro, in cui gli stati ricoprono i loro bastioni e vestono le loro navi di pesanti armature metalliche“.

(1) Alessandro Fabri, fu sindaco due volte di Terni.

(2) Giuseppe Rebecchi fu un esponente politico liberale e al tempo stesso sostenitore dell’intervento dello Stato nell’economia.

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Il volume quinto della Storia di Terni, così attacca:

“Creare un ciclo autarchico di produzione siderurgica, produrre acciaio in Italia, divenne l’aspirazione fondamentale della classe dirigente all’inizio degli anni Ottanta del XIX secolo. Senza il possesso della siderurgia non poteva completarsi il disegno del riscatto nazionale.”

Temi ben posti e ad oggi più attuali che mai. A cominciare dall’ILVA e la martoriata città di Taranto, passando per Piombino e ovunque si sia prodotto acciaio negli ultimi decenni.

Mi sembra un altro di quei “nodi d’acciaio” che, senza un pensiero nuovamente strategico, sarà difficile snodare.

Oreste Grani/Leo Rugens

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