Venezuela amore mio! Un’opportunità…

Nel Venezuela militarista post Chavez, colonnello golpista prima di vincere “democraticamente” le elezioni grazie alla sponda/spalla offertagli (avere un contraltare come lui ha fatto la fortuna di uno come Chavez) da quel personaggio da non dimenticare che è stato George W. Bush, ieri sono stati arrestati decine di militari contrarti (ritengo sia stato questo il motivo) al tiranno Nicolás Maduro.

La “caserma” in cui il chavismo aveva trasformato tutto il Venezuela, militarizzandone la vita quotidiana (cittadini venivano progressivamente trasformati in militari), evidentemente comincia a ribellarsi di fronte all’ipotesi della guerra civile che è dietro l’angolo. Nel bel Venezuela come ci siamo permessi di scrivere sin dal 4 gennaio 2013 (DOPO TANTI “AL LUPO…AL LUPO”, QUESTA VOLTA CHAVEZ POTREBBE FARCELA A MORIREFINALMENTE È MORTO HUGO CHAVEZ, PROTETTORE DEI NARCOS E DELL’IRANMILIONI DI VENEZUELANI SOFFRONO SOTTO LA DITTATURA CHAVISTA E, IN TROPPI, IN ITALIA RIMANIAMO INDIFFERENTIVENEZUELA MIO DOVE VUOI ANDARE A FINIRE?IN VENEZUELA, DA OGGI, O LA VA O LA SPACCA!) tra i primi preoccupati di quanto si prefigurava, non basteranno le donne vestite di bianco con i fiori in mano. Non basteranno le bellissime venezuelane, le meno belle, le brutte. Ci vuole altro e questo altro (la Chiesa di papa Francesco?) deve fare la sua parte subito. A chi altro interessa che non scorra il sangue venenzuelano? Sogno che anche l’Italia sappia entrare in questo ragionamento geopolitico per aiutare il Venezuela. Ma poco ci credo perché di amore per il grande paese ne vedo poco in giro e in particolare in Italia dove i chavisti sono stati tantissimi a partire da quelli che potete facilmente immaginare, falce e martello armati, fino agli analisti geopolitici di destra alla Tiberio Graziani. Scusandomi con tutti per le semplificazioni.

L’amore degli italiani invece dovrebbe essere cominciato per quelle terre un sacco di anni addietro quando il fiorentino Amerigo Vespucci, incaricato dalla Corona di Spagna di redigere le carde geografiche di quelle terre, scoprendo un porto, bellissimo e sicuro, abitato da indigeni nudi che vivevano su case erette su palafitte piantate profondamente nel mare, paragono quella semplice città a Venezia per cui spero che lo sapeste Venezuela deriva banalmente da quella nota di Vespucci: i cartografi e gli esploratori la cominciarono a chiamare “Veneziela” alla veneta e poi, prevalendo nel tempo, lo spagnolo, “Venezuela”. Nome attuale. In realtà le case che Vespucci contò erano grandi ma solo 44 e con la meravigliosa Serenissima avevano veramente poco a che vedere ma la fantasia dei coraggiosi navigatori di quei tempi fece il resto.

La sensualità (parlo della natura) dell’attuale Venezuela era stata anche chiara, qualche anno prima, a Colombo che la definì la terra più “hermosas del mundo“. Nel tempo, noi maschietti, arrivammo a pensare anche che le venezuelane fossero le più belle donne del mondo.

Negli anni quindi non solo per l’esuberanza della natura o per il clima benevolo (e le belle ragazze di cui sopra), ma soprattutto perché era terra di grandi opportunità, da mezzo mondo, si mossero genti per andare a vivere in quelle terre. Bastava sapere fare qualcosa e avere onesta voglia di lavorare. E di Italiani onesti che avessero voglia di lavorare e che sapevano fare bene un sacco di cose, dal 1953 in poi ce ne furono tantissimi. Il tiranno di turno era il generale Marcos Pérez Jiménez ma almeno capiva l’importanza delle correnti migratorie. Soprattutto quelle europee.  Dall’Italia arrivarono in Venezuela, distribuendosi su tutto il territorio, contadini, falegnami, operai semplici, muratori, meccanici per automobili, elettricisti,  ma anche ingegneri, architetti perfino professori universitari. Anche la musica e la cultura italiana in genere si trapiantò da quelle parti. Ovviamente, cuochi e artigiani di grande qualità. Parliamo di tanta gente che si mischiò con gli spagnoli che erano usciti per primi dall’Europa spinti dalle conseguenze della guerra civile in Spagna. Portoghesi, libanesi cristiani (la gente lasciava i luoghi dove non si sentiva al sicuro e si trasferiva nella terra più hermosas del mundo), ebrei marocchini, ungheresi che riuscivano a fuggire al comunismo, romeni, polacchi, tedeschi, e, immaginate che fenomeno complesso che era (ed è il Venezuela), moltissimi ebrei che preferirono andare da quelle parte piuttosto che nella piccola e “pericolosa” (così appariva e paradossalmente non si sbagliavano) Israele. Arrivarono armeni, greci. Olandesi e statunitensi infine ad insegnare ad estrarre il petrolio.  Un misto di razze, origini, culture, tradizioni. Un meticciato di belle persone coraggiose, operose, risparmiatrici. Il gioco delle vacche grasse che si è strutturato nei decenni, intorno al petrolio, aveva generato più volte degli alti e dei bassi ma mai una condizione senza speranza come quella in cui il Chavismo ha fatto finire questo grande paese senza pre-vedere le vacche magre.

In quella terra hermosas, abbiamo venduto lambrette, vespe, macchine da cucire Necchi, capolavori delle vetrerie Murano che si erano addirittura trapiantate a Caracas e dove i turisti da tutto il mondo andavano a comprare i capolavori artigianali che prendevano forma sotto i loro occhi. L’azienda veneta Arte Murano, dopo aver avuto una fortuna commerciale straordinaria, rientrò in Italia, a seguito di una tragica rapina. Una delle tante che aveva subito. In  tutto il Venezuela per decenni, i nostri marchi spopolavano e quando qualcuno in un negozio voleva giustificare un prezzo alto diceva semplicemente: ” …ma signore, è italiano!”.

Portare scarpe italiane era segno distintivo; mangiare italiano (prima della grande crisi chavista il consumo di pasta in Venezuela era tra più alti del mondo); con le stoffe italiane ci si facevano i vestiti beli e resistenti; i dolci italiani ingrassavano i venezuelani. Diventati famosi e apprezzati per queste ed altre doti (insegnammo il risparmio a mezzo mondo mostrando a tutte le altre comunità come si lavorava, come si assistevano i parenti rimasti in Patria, come si riusciva lo stesso a comprarsi una casa generando così altra ricchezza e altri mercati.

Italiani esempio virtuoso, quindi. Anche per questo le donne venezuelane cominciarono a sceglierci come mariti e oggi dire quanti siano i cittadini di origine italiana è impossibile.

Vorrei che da qualche parte in questa Italia di immemori e di confusi, in un’intuizione salvifica, per noi e per i nostri fratelli venezuelani, di futura politica estera, mettendoci in scia intelligente con lo Stato Vaticano, si sapesse trovare una strada, un suggerimento, un’indicazione per non rimanere da indifferenti davanti alla tragedia.

Pensiamoci, pensateci.

Oreste Grani/Leo Rugens.

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