Il mio cuore (a cinque stelle) batte, da sempre, per Giuseppe Grillo da Genova

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In questo marginale e ininfluente blog, ci sono le prove provate di come il mio cuore batta a cinque stelle. Che nessuno provi, quindi, a darmi dell’anti “niente”.

Il mio cuore e la mia mente sono stati per Giuseppe Grillo da Genova e per Gianroberto Casaleggio, da sempre, intendendo dire da quando si sono proposti quali protagonisti della scena politica italiana e non solo di quella nazionale.

Il 10 settembre del 2007, con il contributo sostanziale di collaboratori di grande valore intellettuale (una di loro aveva anche conosciuto Grillo personalmente intervistandolo, a lungo, in veste di giornalista, dopo un lavoro teatrale messo in scena, mi sembra, nella città di Messina), mettemmo a punto delle riflessioni sul concetto di leadership e le intitolammo “Incursioni nel Futuro“, dedicandole ad una situazione teorica che oggi sappiamo essere sostanzialmente quella che vede Beppe Grillo, nel frattempo rimasto solo, ancora guidare il MoVimento nel frattempo nato.

Difficile credere che quello che leggerete di seguito sia stato elaborato, con preveggenza, per un gruppo dirigente politico che ambisse guidare un’istituzione, un partito che ancora non si delineava all’orizzonte ma questo dubbio è lecito averlo, solo se non avete conosciuto, in carne ed ossa, quello che oggi è Leo Rugens e i collaboratori che lo sostenevano in quegli anni. Scrivemmo:

Incursioni nel futuro

ovvero la prefigurazione del possibile

L’evoluzione piuttosto, assomiglia a uno scultore vagabondo che passeggia per il mondo e raccoglie un filo quiuna latta , un pezzo di legno più in là, e li unisce nel modo consentito dalle loro strutture e circostanze, senza altro motivo se non che è lui che può unirli.

E, così, nel suo vagabondare, si producono forme complesse composte da parti armonicamente interconnesse, che non sono prodotto di un progetto ma di una deriva naturale.

[Leibniz]

La casualità cioè l’occasione imprevista, l’invenzione, l’improvvisazione, l’avventura governa il divenire, il mutamento, nella vita del singolo individuo come nella storia collettiva e nella specie, alla maniera in cui uno scultore, anziché trarre da un blocco di marmo una figura che preesiste già formata nella sua mente, assembla oggetti trovati mentre vagabonda, i celebri objets trouvés con i quali sono nate molte opere dell’arte di avanguardia.

Ma questo trovare e assemblare non è arbitrario, risponde invece a leggi interne delle cose, alle loro strutture e alle circostanze del loro ritrovamento, e intanto può compiersi perché è il divenire a unirle senza altro motivo, senza l’intervento di un presunto disegno che regoli la Grande Macchina dell’universo.

Caso e Necessità si incontrano nell’evoluzione della natura come nell’opera della mente umana.

Ciò che nasce da questo incontro è una creazione nuova, inedita, un “salto” nella continuità del flusso del tempo. La statua che riproducesse un modello sarebbe una copia di qualcosa già esistente, una sorta di déjà vu, di immagine allo specchio.

Un’immobilità letale sarebbe impressa sul mondo. Il gesto di raccogliere frammenti che il Caso e la Necessità insieme pongoono sulla strada di chi si inoltra nell’esplorazione delle cose produce invece forme dinamiche, la cui complessità è data proprio dal loro processo di formazione in quanto composizioni di parti connesse tra loro da relazioni armoniche.

Chi le unisce scopre o riconosce una loro “affinità elettiva”, un reciproco tendere dell’una verso l’altra, non per imitazione di un’idea preconcepita (un progetto), ma anzi per una deriva naturale, per spostamento – come sotto una forza endogena – da una direzione già segnata, da una rotta che le imprigionerebbe nella ripetitività.

In altre parole, per le leggi invisibili che reggono l’invenzione, nella natura come nelle arti umane.

Scrive George Kateb: «Dobbiamo pensare l’utopia come un mondo in cui individui e gruppi hanno la libertà, la volontà, la forza e il talento per costruire e ricostruire la loro vita superando le insufficienze».

George Kateb è professore di Politica e direttore del programma di Filosofia Politica, nonché direttore dell’University Center for Human Values, della Columbia University. É autore di opere fondamentali di scienza politica, tra cui: Utopia and its Enemies; Political Theory: its nature and uses; Hannah Arendt: Politics, Conscience, Evil; The Inner Ocean: Individualism and Democratic Culture; Emerson and selfreliance. Il suo campo di ricerca è la teoria politica moderna, con particolare riguardo alle diverse varietà di individualismo.

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Utopia non è un luogo dello spazio ma un luogo del tempo.

Non è l’isola ideale che non esiste; è invece la freccia lanciata verso il limite del possibile. É la “macchina del futuro, il congegno immateriale che attualizza nel presente le potenzialità del reale nel suo incessante divenire di progresso, già concepite dalla mente umana e dalle conquiste della scienza.

Presente e futuro possono coniugarsi soltanto nel pensiero dell’uomo, in questa realtà altra che è come un mondo parallelo al mondo quotidiano, e nella quale si entra attraverso la capacità di progettare l’invisibile, ciò che non è ancora, ma che è già scritto in segni cifrati sulle tavole del tempo.

A muovere questa macchina del futuro sono le idee: il carburante più volatile, e non esauribile nei suoi giacimenti sommersi, mette in moto costantemente la ruota del tempo annullando la semplice logica della successione passato-presente-futuro. Viaggiatori, spinti dalla curiosità di Ulisse, si avventurano nell’oceano dell’utopia, per spostare i termini della realtà, per ridisegnare la configurazione del mondo.

Fermi nei porti restano quelli che ritengono invalicabili le Colonne d’Ercole su cui essi stessi hanno segnato il confine dell’impossibile.

Nel lungo percorso della speculazione occidentale si incontrano due significati di utopia.

Da un lato, essa è indicata come la terra irraggiungibile, un regno perfetto ma irrealizzabile, un mondo immaginario creato dalla fantasia per evadere dalle brutture della vita reale – dunque un’illusione compensativa o un’esercitazione sterile.

Ma il pensiero contemporaneo ha recuperato la tradizione più consistente, la stessa a cui si ispirava Tommaso Moro, lo sfortunato gran cancelliere di Enrico VIII d’Inghilterra, che coniò il termine: l’utopia come proposta di cambiamento e progresso, come prefigurazione del possibile.

É una tradizione che parte dalla Repubblica di Platone, che ebbe grande fortuna tra i pensatori del Rinascimento, che fu ripresa dai filosofi fondatori della modernità, Rousseau e Kant, e che oggi ha avuto nella nostra epoca un rilancio nel filosofo Ernst Bloch fin dal titolo della sua opera Spirito dell’utopia.

Qui l’utopia è critica dello stato delle cose e forza propulsiva che muove la storia.

Con l’immenso sviluppo della scienza e della tecnologia contemporanee si può dire veramente che il futuro è già cominciato. La macchina del tempo corre veloce. A patto tuttavia di essere convinti di quanto dice Rousseau, che tutti i nemici dell’utopia, con la scusa di volersi attenere solo a ciò che è “fattibile”, finiscono per difendere “quello che si fa.

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Dietro “quello che si fa” c’è troppo spesso la conservazione di interessi particolaristici, di privilegi, di abitudini inerti, di giochi illeciti. Il sapere, le idee che anticipano il futuro si muovono con una logica opposta: con la logica della legalità e della trasparenza.

Ad essi sono connaturate le virtù pubbliche: il lecito, gli interessi della collettività, l’impulso al cambiamento, il rispetto delle regole di convivenza, il denaro pulito.

Qui il legame tra cultura ed economia si fa stretto, intimo. Non è più l’uso commerciale di iniziative che diano lustro all’impresa di affari sul mercato. Il sapere in quanto tensione verso il futuro in ogni campo – nella ricerca scientifica come nella tecnologia, nella consapevolezza dell’individuo come nelle forme di organizzazione della società – genera la direzione del percorso dell’economia, assegna finalità e procedure alla macchina produttiva. La scommessa sul limite del possibile, come ha in sé la sua etica dei rapporti sociali, la sua tavola dei valori, ha pure in sé le scelte che regolano investimenti e lavoro.

Non meno essenziale è che il sapere può garantire dalle deviazioni nell’impiego delle tecnologie. Costruire città nel mare su fondamenta artificiali di sabbia è un’opera che prefigura un’urbanistica del futuro inventando nuovi modi di insediamento degli uomini, nuovi rapporti con la natura; ma riprodurre in copia, su queste terre strappate all’acqua, i grandi monumenti storici creati dall’arte e dall’ingegno dell’uomo e simboli viventi della sua esplorazione dell’universo è una manifestazione di cattivo gusto dove il denaro si sostituisce al sapere nei prodigi possibili delle moderne tecnologie.

Ugualmente una devianza di segno opposto è non applicare queste tecnologie alla salvaguardia delle opere autentiche della mente umana che segnano il cammino della storia.

Il legame tra i due termini resta dunque stretto in tutte le fasi del processo; e in questo caso il movimento si fa reciproco. L’impresa, nata dal sapere, restituirà alla collettività un valore aggiunto di cultura, nel significato più ampio del termine. Questa circolarità di impulsi in una spirale di sviluppo virtuoso pone le premesse e le condizioni necessarie per l’esercizio di una leadership.

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La leadership implica per sua natura un elemento utopico, cioè una prospettiva di cambiamento.

Il Presidente degli Stati Uniti lesse il memorandum con un’espressione sempre più inorridita. «Ma è spaventoso – disse, quando ebbe terminato. – Non ho alcuna possibilità di scelta. O piuttosto qualsiasi scelta faccia, degli uomini moriranno».

Adam Munro alzò gli occhi su di lui, senza la benché minima simpatia. A suo tempo aveva imparato come, in linea di principio, gli uomini politici siano ben poco contrari alla perdita di vite umane, purché non risulti pubblicamente che vi è coinvolta la loro responsabilità personale.

«È già accaduto altre volte, signor presidente – disse con fermezza – e senza dubbio accadrà ancora.

Noi, nell’Azienda, chiamiamo la cosa “l’alternativa del diavolo”».

Frederick Forsyte, L’alternativa del diavolo.

Un gruppo dirigente che sia pienamente tale deve evitare, mediante l’esattezza delle sue previsioni, informazioni, analisi, che un leader, a qualsiasi livello, si trovi in quella che è chiamata l’alternativa del diavolo, cioè l’obbligo di decidere tra due scelte ugualmente negative.

Solo a questa condizione può delinearsi una leadership autonoma da condizionamenti e quindi in grado di esercitare la propria funzione. Leadership è la capacità di guida in un procedimento decisionale consensuale e condiviso.

Essa si contrappone, da un lato, al caos della miriade di impulsi di volizioni, interessi, proposte che, provenendo da un qualsiasi contesto di forze in contrasto tra loro, non trovano una mediazione e creano disordine e anarchia e una permanente conflittualità; e dall’altro lato si oppone a un’imposizione autoritaria della volontà, che annulla o deprime la molteplicità delle idee e genera una rigida gerarchia tra “capo” e sottoposti, con tutte le degenerazioni che questa comporta: di conformismo, di ortodossia, di sclerosi del pensiero.

La pratica della democrazia è connaturata al concetto di leadership.

Tutte le idee vi trovano libera espressione, senza censure o autocensurein un confronto aperto che arricchisce di utili apporti l’analisi delle situazioni e la ricerca dei modi di intervento. Ma da questo dibattito il leader ricava una propria indicazione di guida che trae giustificazione e autorevolezza dall’essere la sintesi di un processo di ricerca collettivo e insieme dal dare a questo processo una risposta motivata. La decisione finale non viene imposta di autorità dal vertice, ma si forma invece attraverso un lavoro in comune, che si conclude tuttavia in una scelta univoca, impegnativa per tutti, scaturita da un metodo di “persuasione”.

Si può pensare a un gruppo dirigente in cui tutti partecipano alla formazione delle scelte e tutti sono corresponsabili della loro attuazione, ma dove proprio questo metodo di coinvolgimento conferisce alla volontà del leader pienamente la sua funzione di guida.

Leadership è sinonimo dunque di egemonia, cioè di una preminenza esercitata, nell’ambito di una libera consultazione, sulla base della qualità delle proposte e delle decisioni formulate.

La leadership è essenzialmente laica, nel significato più ampio del termine. La dipendenza, nel processo decisionale, da un credo ideologico vanificherebbe infatti inevitabilmente la libera ricerca, prefigurando o condizionando fin dall’origine la formazione delle scelte.

Essere laico in questo caso significa commisurare le decisioni esclusivamente sulla qualità dei fini e sulla congruenza dei mezzi per raggiungerli. E significa ugualmente disponibilità assoluta alla tolleranza, al dialogo, alla comprensione dell’altro da sé.

S’intende che nella “qualità” dei fini entrano molte componenti: accanto alla liceità etica, alla fondatezza scientifica, al progresso tecnologico, rivestono pari importanza la convenienza economica e l’utilità pratica sia a livello del gruppo che ne è promotore, sia a livello dell’interesse generale e della “qualità della vita” della collettività. La leadership implica per sua natura un elemento utopico, cioè una prospettiva di cambiamento.

La semplice conservazione dello stato delle cose non esigerebbe una capacità di guida; essa richiede tutt’al più un equilibrio (sempre instabile) tra le forze in contrasto, una sorta di accordo diplomatico tra interessi consolidati. Guidare un gruppo, un’istituzione, un partito, una società significa interpretare il loro divenire, le loro energie emergenti, le loro potenzialità di progresso, finalizzandone il movimento a un disegno ordinato, razionalmente e responsabilmente governato.

Per fare questo è necessario spostare in avanti, in un luogo altro (l’utopia, modello ideale ma realizzabile) la linea del consenso, il che implica sia la critica alle situazioni esistenti sia un positivo orientamento verso forme innovative. Come il pensiero laico, anche l’utopia così definita – misurandosi dinamicamente sulla realtà -si contrappone alle ideologie, alla loro tendenziale rigidità e ortodossia.

La cultura è il nutrimento essenziale della leadership.

Soltanto le idee, in tutte le loro accezioni (riflessione critica, autoconsapevolezza, responsabilità etica, conoscenza attraverso le arti, espansione del senso positivo della vita e della sua fruizione), possono infatti assicurare la fondatezza e la ragione stessa di un’egemonia.

E possono trasferire la convivenza tra gli uomini a ogni livello, dalla conflittualità quotidiana di interessi particolaristici, a una prospettiva di sviluppo nel futuro, com’è nella natura della mente umana e nelle inarrestabili conquiste della scienza.

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Sembrerebbe una lunga pippa di tipo teorico se non avessi, nel frattempo, pre-parato strumenti per esemplificare quanto descritto in sede astratta. Anzi, negli anni, riuscendo a dare corpo a non pochi momenti di facile e riscontrabile lettura e tangibilità, sono passato dalla teoria farneticante, a quei piedi per terra che io stesso ho sempre detto di odiare.

La vita (mi riferisco alla mia), è andata come è andata, e solo anni dopo di quando utilizzavo anche l’Hotel Forum per le messe a punto di questi ragionamenti, il M5S, nel frattempo nato, ne ha scelto di fare il suo quartier generale romano.

Questa odierna è la premessa più lunga e bizzarra che abbia mai scritto a qualcosa che volessi affidare, con affetto e rispetto, alla rete.Il ragionamento che pubblico oggi è indirizzato ad un eventuale lettura dei cittadini organizzatisi nel M5S, tutta gente, ne sono certo, che ha fatto la scelta dell’impegno politico, con sacrificio, in spirito democratico e di servizio alla Repubblica.

La premessa è la sostanza del mio ragionamento. Anzi, la premessa è il mio contributo ad una riflessione che, se non si avvia, seduta stante, vedrà (e qui la tentazione di farmi capace di pre-veggenza prevale) deteriorarsi prima e svanire poi, quella speranza fattasi 9 milioni di voti espressi liberamente nel recente marzo 2013. Guidare un gruppo, un istituzione, un partito (pardon, un movimento), il M5S, significa interpretare il loro divenire, le loro energie emergenti, le loro potenzialità di progresso, finalizzandone il movimento a un disegno ordinato, razionalmente e responsabilmente governato. Questo scrivevamo e questo oggi ribadiamo. Per fare questo è necessario spostare in avanti, in un luogo altro (l’utopia, modello ideale ma realizzabile) la linea del consenso, il che implica sia la critica alle situazioni esistenti, sia un positivo orientamento verso forme innovative. E a voi sembra che si stiano facendo critiche costruttive? A voi sembra che ci siano luoghi sufficienti per concorrere ad orientare forme future della vita collettiva? Certo, in alcune realtà virtuose dove si sta lavorando con intelligenza e capacità di risanamento amministrativo, questo accade. Come stava accadendo nel Comune di Pomezia, grazie al sindaco a cinque stelle Fabio Fucci, dove, viceversa prendono fuoco luoghi che non dovrebbero mai andare a fuoco.

A voi, cittadini consapevoli, compatrioti a cinque stelle, vi pare che questo stia accadendo anche nella Capitale della Repubblica, sotto la guida (in-certa?) di Virginia Raggi?

Persona per bene ma che, vista la mole certa dei guai che avrebbe trovato, tutti ben interrati e pronti ad esplodere quali mine antiuomo/donna vigliaccamente occultate, non doveva essere preventivamente lasciata sola, avvolta nelle spire soffocanti dei troppi Marra, a loro volta facilmente individuabili (e contrastabili) con modeste attività di intelligence, quali gentarella ricattabile dagli “incantatori di lungo corso” alla Paolo Scarpellini e compagnia suonando.

La sovranità popolare espressa con quei 770.000 voti era ed è sotto attacco feroce degli oligarchi, che non hanno nessuna intenzione di passare la mano, senza che “scorra il sangue”. E, per ora, uso l’espressione metaforicamente anche se le avvisaglie di violenze possibili e subdole, a Pomezia, piuttosto che a Centocelle, ad essere paranoici, si potrebbero intravedere.

Ma io chi sono per insinuare tali trame eversive?

Mi scuso quindi con i miei quattro lettori per questo sproloquio, ma invecchiando, come si dice, si diventa, in quanto più vicini oggettivamente alla morte, paradossalmente, più attendibili.

Come De Bortoli nella vicenda Boschi. O come Massimo Fini, con il suo intervento nel tempio olivettiano di Ivrea.

È tempo, quindi, di Incursioni nel Futuro, ma capaci di prefigurare il possibile.

Anche, banalmente, quindi, di come si possa non farsi sommergere, a Ponte di Nona, dall’immonda immondizia o finalmente ri-vedere passare uno O51 perché qualcuno (privato!!!) riprende a pagare il personale viaggiante.

Ma questo è un altro discorso. O lo stesso.

Oreste Grani/Leo Rugens preoccupato/dispiaciuto di dover arrivare a scrivere un tale post. Ma in fin dei conti ancora speranzoso

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