Un ponte chiamato Brandani

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MANETTE AL MONTE PASCHI

FIRENZE – Una bufera così a Rocca Salimbeni, sede storica del Monte dei Paschi di Siena, non l’ avevano mai vista. Alberto Brandani, membro della deputazione, il consiglio di amministrazione dell’istituto senese, presidente della Ticino assicurazioni e della Calp, azienda vetraria senese quotata in borsa, è finito in carcere per concussione. Un ex consigliere, Alberto Bruschini, direttore generale della Fiditoscana (la finanziaria della Regione), è stato arrestato con la stessa accusa, mentre avvisi di garanzia sono stati notificati al provveditore generale del Monte, Carlo Zini, uno dei banchieri più potenti d’ Italia, e a Siro Cocchi, ex presidente dell’Istituto federale di credito agrario, ex consigliere della Banca Toscana, una controllata del Monte. Due democristiani, Brandani e Zini, e due pidiessini, Bruschini e Cocchi, coinvolti nella stessa inchiesta. Le informazioni di garanzia ipotizzano la concussione e l’ associazione per delinquere (in concorso con gli arrestati). Con questi arresti – che hanno provocato reazioni di sgomento in Regione, nel mondo bancario toscano già scosso da un’ inchiesta sulla Cassa di Risparmio di Firenze, e a Siena, la città che vive in simbiosi con la sua banca – Mani Pulite irrompe tempestosamente nei rapporti fra mondo politico e istituti di credito. Alberto Brandani e Alberto Bruschini sono accusati di aver costretto un imprenditore senese a versare alcune centinaia di milioni per ottenere il parere favorevole della Regione Toscana su due finanziamenti già deliberati dal ministero dell’ Agricoltura. Sono imputati di concussione in concorso con funzionari o amministratori regionali “allo stato non identificati”. Gli ordini di custodia cautelare sono firmati dal gip Maurizio Barbarisi, che ha accolto le richieste dei pubblici ministeri Paolo Canessa e Alessandro Crini. Canessa e Crini indagavano da alcuni mesi sulla Fiditoscana, la finanziaria della Regione. Le loro indagini si sono intrecciate con quelle dei sostituti procuratori circondariali di Siena Sergio Affronte e Nicola Marini sui rapporti fra il Monte ed alcuni imprenditori in difficoltà. Nelle due inchieste è divenuta ben presto decisiva la posizione di Leonardo Pepi Pascucci, imprenditore senese, esponente della famiglia che ha prodotto per generazioni il panforte Pepi e che ora ha ceduto l’ azienda alla Sapori. Mesi fa Pepi Pascucci presentò un esposto nel quale affermava di essere stato truffato dal Monte. Più di recente, interrogato dai magistrati di Firenze, l’ imprenditore ha ricostruito due episodi più gravi. Nell’86 Pepi Pascucci aveva ottenuto dal ministero dell’Agricoltura un finanziamento di 5 miliardi per la costruzione di uno stabilimento: per il 30 per cento si trattava di un contributo a fondo perduto, per il resto di un mutuo a tasso agevolato che sarebbe stato erogato dal Monte de’ Paschi. Perché il finanziamento venisse materialmente pagato, era necessario per legge il parere favorevole della Regione. Quel parere non arrivò mai. Ed è qui che le accuse di Pepi Pascucci diventano gravi. Secondo l’ imprenditore, fu Alberto Brandani a spiegargli che sul progetto c’ erano contrasti politici e che per appianarli sarebbe stato necessario un contributo al sistema dei partiti: duecento milioni, rigorosamente in contanti. Poco dopo il versamento – ha sostenuto Pascucci – arrivò il parere favorevole, approvato con delibera dalla giunta regionale toscana. Nel 1989 Pepi Pascucci ottenne dal ministero dell’Agricoltura un nuovo contributo di 6 miliardi per l’ ampliamento della fabbrica. Ancora un volta gli furono prospettate le forche caudine del contributo al sistema dei partiti, questa volta di 500 milioni. Ma l’ azienda era ormai in gravi difficoltà. L’ imprenditore riuscì a trovare solo 250 milioni. La consegna, a suo dire, avvenne nel luglio ’89, presenti Brandani e Bruschini. Il parere favorevole non è mai arrivato, e la società è fallita nell’aprile ’90. Sembra che anche altri imprenditori abbiano già parlato con i magistrati. L’inchiesta punta diritto sull’ipotesi che la richiesta di tangenti sui crediti fosse un’ abitudine diffusa, favorita dai legami fra il mondo politico e gli uomini mandati dai partiti a controllare le banche. Al di là dello stupore, le prime reazioni sono contrastanti. Il presidente del Monte dei Paschi, Giovanni Grottanelli de’ Santi, successore di Piero Barucci, ha appreso degli arresti dai cronisti. Ha espresso preoccupazione e sgomento, ma ha voluto subito precisare che l’ attività della banca “non ne risentirà”. La Fiditoscana ha confermato stima e fiducia nel direttore generale Alberto Bruschini, che amici e nemici definiscono “calvinista e cristallino”. Il sindaco di Siena, Pierluigi Piccini, Pds, ha chiesto a Brandani e a Bruschini di rimettere il mandato da tutti gli incarichi di nomina pubblica che ricoprono. Gli sviluppi dell’ inchiesta sono naturalmente destinati a portare grandi cambiamenti al vertice del Monte dei Paschi.

di FRANCA SELVATICI

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Da quando ANAS e Ferrovie si sono, di fatto, fuse, qualcosa mi girava nella testa. Non era comunque una riflessione su una qualche coerenza che si intravedeva nella decisione di far dialogare, in modo coordinato e forse profittevole i due segmenti “della rete delle reti” adibiti a far circolare merci e persone.

Avrebbe avuto un senso ma mi sono accorto subito che non era questo il motivo della mia attenzione.
Mi sono detto che da quando sentivo fare (a casa mia) il nome (ero ragazzo!) di Ennio Chiatante, ho sempre saputo che l’ANAS era un luogo di potere ma caratterizzato da  numerose “curve” pericolose.
Le Ferrovie manco a dirlo, dove i nomi dei bruciati (se non ammazzati) andavano da Ligato, passando per Necci, arrivando a Moretti e senza dimenticare un genio come Cimoli. O gli uomini e le donne fautrici del Ponte sullo Stretto. Una vera selva di esponenti della partitocrazia e del malaffare di Stato, ma non era questo che mi allertava. Ad un certo punto mi sono ricordato di un nome che mi faceva da ponte tra queste due realtà (Ferrovie ed Anas) e mi sono andato a guardare un po’ di storia patria. Il nome è Alberto Brandani e ai più ritengo non dica niente. E invece a me ha detto tantissimo di cose tra loro assolutamente (ma solo apparentemente) lontane e che, viceversa, quasi fosse stata una visione illuminante, mi sono sembrate tutte tra loro rizomicamente (ma si può dire?) collegate.
Un vero caledoscopio che sarebbe anche divertente se non fosse che raffigura solo tragedie nazionali,
Anas e FS dicevo e, infatti, il 25 luglio 2010 (ma con quel caldo chi andava a leggere la storia degli incarichi Alberto Brandani?) sul Fatto Quotidiano si leggono non poche cose di questo semi sconosciuto democristiano che appare, ancora oggi, di natura sughereccia, nel senso che rimane sempre a galla nonostante i magistrati lo attenzionino ciclicamente e con una certa determinazione. Brandani ha guadagnato soldi sia alle Ferrovie che in Anas.
Ecco perché l’ho considerato l’uomo ponte., ma lo avrei dovuto definire uomo HUB perché Brandani, negli anni ha preso soldi anche dal MPS, sia in Italia che in Svizzera, dove è stato il Presidente del MPS Suisse. Avete idea di cosa voglia dire per una banca l’ufficio in Svizzera? Quell’articolo faceva parte di una rassegna stampa che una attenta collaboratrice dell’epoca aveva selezionato in vista di un incontro che qualcuno aveva preparato tra il Brandani e il sottoscritto in quel di Siena. Era quella primavera del 2011 che trascorsi prevalentemente a Siena, periodo di cui, in questo marginale e ininfluente blog, avete sentito già parlare.
Ci si preparava alle elezioni amministrative, il cui esito (fu eletto quel minorato politico del PD Franco Ceccuzzi), più di altri, ha influito sulla tragedia di quella città, del MPS, del Paese, doverosamente letti come un tutt’uno. Certamente se Ceccuzzi non fosse stato eletto, i malfattori non avrebbero potuto prendere tempo e perfino il povero David Rossi non sarebbe volato di sotto.
Mi ero trasferito a Siena per cercare di capire se Siena (e quindi il Paese) poteva essere salvata con un esito che non fosse la vittoria dell’asse Mussari (bel capolavoro), Raffi/Bisi (bei capolavori), Verdini (il vero campione), il nemico di sempre del Brandani (Alberto Monaci) e altri para-massoni o oligarchi della loro specie.
Brandani mi appariva un po’ più colto dei soliti (era interessante la sua rivista Formiche, ideata con Paolo Messa e sempre aperta ai contributi culturali di Giancarlo Elia Valori, uno che certamente scemo non è), avversario di Monaci e degli ex comunisti alla Ceccuzzi (prima ancora del Cenni già sindaco), degli pseudomassoni del GOI di Raffi e Bisi che, a loro volta, campavano con i soldi del MPS e per tanto pensai vantaggioso che si fosse schierato dal parte delle Liste Civiche, formazione politica guidata da Pierluigi Piccini, a sua volta ex sindaco e in cui avevano militato sia il prefetto Vittorio Stelo che il Gen. Del Gaudio.
Mi turbava che il suo dominus (formale), a livello nazionale, fosse Gianfranco Casini (UDC), a quei tempi ancora genero di Francesco Gaetano Caltagirone, azionista (sempre a quei tempi) liquidissimo del MPS ma avevo deciso di turarmi il naso. Grovigli bituminosi ma ancora, in quel momento (così mi apparivano), non esiziali. Avevo sottovalutato l’abilità di personaggi che si aggiravano, dietro le quinte della città del Palio e del MPS. E che in quella città il M5S fosse ancora debolissimo. Avevo sottovalutato tutti i campioni della corruzione che, con lingua biforcuta, in accordo con Denis Verdini, scegliendo come candidato della PDL il povero Alessandro Nannini e per le Liste civiche una nullità come Gabriele Corradi, decisero che la vittoria del PD e del capolista Franco Ceccuzzi doveva essere certa.
Oreste Grani

Mazzette Anas il piano della mafia e gli agganci politici

FRANCA SELVATICI

DIETRO le mazzette ai dirigenti Anas si profila un «progetto operativo» di infiltrazione della criminalità organizzata in Toscana, in altre regioni e all’estero, con l’appoggio, non si sa se consapevole o meno, di esponenti politici del centrodestra. Contatti risultano con l’ex europarlamentare di Forza Italia Paolo Bartolozzi e con il professor Alberto Brandani, già Dc e Udc, ex consigliere Mps, poi Anas, poi Ferrovie, ambedue scampati a gravissime accuse grazie alla prescrizione. L’inchiesta dei pm Giuseppina Mione e Giulio Monferini, della polizia Stradale e del Corpo forestale – costata gli arresti per corruzione all’imprenditore Francesco Mele e ai dirigenti Anas Toscana Antonio Mazzeo, Roberto Troccoli e Nicola Cenci – parte dai sospetti di infiltrazioni mafiose nei lavori del nodo fiorentino Tav. È lì che compare Francesco Mele, giovane imprenditore rampante, in rapporti strettissimi con un commercialista di Castellammare di Stabia, Antonio De Simone, che agli investigatori appare come il vero dominus delle attività di Mele e risulta legato a imprenditori campani in rapporto con il clan camorristico dei Cesarano. Mele guardava lontano. E su di lui diceva De Simone: «La testa di ponte devi essere tu». Aveva grandi progetti di espansione. Puntava all’Albania, all’Africa, all’Asia. In Toscana voleva scalare la Grazzini lavori. Mirava a entrare nella proprietà del ristorante Giro di Bacco di Barberino, dove invitava non solo i suoi amici dell’Anas ma anche politici e imprenditori.

Era convinto, Mele, che la politica potesse essere molto utile per i suoi affari. L’8 marzo 2014 manda al fratello e alla cognata un “selfie” che si è fatto con l’onorevole Daniela Santanchè. Il 24 marzo risulta aver aderito al Club Forza Silvio L’Italia che rinasce. Il 6 maggio 2014 chiama la segreteria dell’europarlamentare di Forza Italia Paolo Bartolozzi e assicura che potrà garantirgli un centinaio di preferenze, che non basteranno ad assicurarne la rielezione. Tramite fra Mele e Bartolozzi risulta essere l’avvocato Filippo Ciampolini, consigliere provinciale uscente del Pdl. Il 28 febbraio 2014 spiega a Mele che attraverso Bartolozzi può arrivare ad Alberto Brandani: «Il concetto è che qui, caro Francesco, c’è gente che rimarrà oltre. Capito? Quel nome che ti ha fatto (si presume Bartolozzi ndr ) è uno che non c’è più fisicamente da dieci anni ma è sempre lì. Mi spiego?». Alberto Brandani, con cui in seguito Mele si incontrerà, è stato per dieci anni consigliere Anas e nel 2014 faceva parte dell’organo di vigilanza dell’azienda. Incarichi perfetti per il mite professore che il 6 maggio ’91 aveva depositato su un conto del Banco Ambrosiano Veneto di piazza Signoria a Firenze, intestato alla ignara nipote del ministro Dc Gianni Prandini, 8 miliardi e 521 milioni di lire in contanti, versati – secondo le accuse – da imprenditori toscani minacciati altrimenti dal ministro di tagliarli fuori dagli appalti Anas. Quella volta Brandani se la cavò per prescrizione grazie alla terrificante lentezza del tribunale dei ministri. Nel ’93 era stato arrestato per una tangente versata, secondo le accuse, da un imprenditore che chiedeva un mutuo a Mps, ma poi fu assolto anche se l’allora dirigente Digos e oggi prefetto di Roma Franco Gabrielli gli aveva trovato 105 milioni di lire in contanti nel ripostiglio di casa. Così l’anno scorso il professore poteva ancora suggerire all’imprenditore Mele come “sbloccare cose” per tentare l’assalto ai grandi lavori dell’Anas. Quanto a Paolo Bartolozzi, salvato dalla prescrizione in un’inchiesta della procura antimafia di Bari per truffa aggravata e corruzione e oggi sotto inchiesta a Catania per abusiva mediazione creditizia, al parlamento Europeo era presidente della Commissione Ue – Kazakistan. Il primo marzo 2014 Mele discute con De Simone di lavori in Africa e in Asia e gli racconta di aver partecipato a una cena con l’europarlamentare e con alcuni palazzinari («di cui non mi fido affatto», precisa). Però sembra ammirato: «Quelli comprano e vendono, e fanno operazioni immobiliari in Italia e all’estero, e ieri sera l’ho sentito con le mie orecchie che hanno chiuso adesso un’operazione di 130 alloggi in Kosovo… dove hanno chiesto i fondi della Comunità e hanno già avuto. Ieri sera c’era questo foglio con la carta intestata e tutto, finto, vero, non lo so, per questo voglio capire… questi ci sono, esistono».

 

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